venerdì 23 settembre 2016

LA FINE DELL'ICSAIC TRA NDUJA E CAMOMILLA

di Bruno Demasi

  C’era a Rende una realtà culturale, una delle pochissime degne di menzione, che con le sue ricerche sulla storia contemporanea di Calabria e d’Italia, sulla lotta per la libertà e sull’emigrazione bastava da sola a riempire il vuoto enorme di studi storici in cui versa la nostra regione sia pure nella presnza invadente di migliaia e migliaia di pubblicazioni (oggi anche un libraccio persino sgrammaticato – e ve ne sono a migliaia - viene pubblicato da editori senza scrupoli a cui in un modo o nell’altro si faccia sentire l’odore di qualche euro).

     Era l’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (ICSAIC), creato nel 1983 con sede nell’Unical e che in questi giorni , come ha annunciato Pantaleone Sergi, suo attuale presidente, è stato costretto a sospendere la propria attività, dopo decine e decine di tentativi di salvarlo dall’incuria e dall’oblio totale del mondo calabrese alla nduja culturale di seconda mano e soprattutto dalle istituzioni, a causa del disinteresse delle quali “… la situazione economica – spiega Sergi – è diventata insostenibile. A malincuore, con il direttore dell’istituto, professor Giuseppe Masi, abbiamo dovuto prendere la decisione di sospendere ogni attività. A maggio scorso abbiamo rivolto un appello al presidente della Regione Mario Oliverio ed al presidente del Consiglio regionale Nicola Irto. Abbiamo chiesto un incontro. É stato vano. Da Oliverio, dopo mesi, non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Silenzio totale e inspiegabile. Irto s’è fatto sentire a luglio tramite la sua segreteria per avere maggiori informazioni, ma non c’è stato alcun seguito”.
    La risposta soporifera di Oliverio imbrodata fino alle virgole e pubblicata e fatta rimbalzare in coro dai giornalini di regime, quegli stessi che non hanno mai dedicato un rigo alle feconda e seria ricerca dell’ ICSAIC o che addirittura fin qui ne disconoscevano persino l’esistenza, è emblematica: “La Regione Calabria farà tutto il necessario affinché l’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea possa continuare le sue attività e restare un prezioso punto di riferimento per studenti e ricercatori all’interno dell’Unical”. 

    Laddove per “tutto il necessario” si intende forse la nomina di una commissione (pagata) per “ studiare” il problema; la produzione di uno studio di fattibilità (possibilmente pagato)per individuarne le soluzioni e una perdita di tempo enorme per un impegno di solidarietà istituzionale che si sarebbe potuto espletare in tempi brevissimi attingendo al pozzo senza fondo dei fondi europei malspesi, maldistribuiti, persino maldigeriti dalle sirene politiche della Regione Calabria e dai loro avidi pescatori.
     Ma è il corollario finale il capolavoro politichese del sempresilente Oliverio “Gli uffici di Presidenza – egli afferma - sono già al lavoro per verificare come e nel più breve tempo possibile l’ente Regione possa mettere l’Istituto nelle condizioni di proseguire nella propria funzione di baluardo culturale e democratico, di luogo che accoglie e moltiplica i saperi e di indispensabile spazio di formazione per studenti e ricercatori”.
    Un’assunzione di responsabilità in pillole e purganti che giunge dopo sette mesi di indifferenza ai reiterati appelli dell’ICSAIC e di cui prenderemo atto soltanto quando ne vedremo gli effetti almeno diuretici.

venerdì 16 settembre 2016

LA TRILOGIA DELLA PANZA ASPROMONTANA


    La letteratura popolare calabrese, solo a saper cercare, come affermava per altri versi Benedetto Croce, è colma di produzioni in prosa o poesia riguardanti l’epopea del cibo, nell’immaginario popolare ancora oggi  toccasana per tutti i mali, antitesi della povertà, esorcismo della carestia.
    Qui di seguito tre monumenti al “mangiare”: il florilegio della tavola imbandita tratta da “U sonnu ‘i Filici (l’eterno affamato)” , di Salvatore Filocamo; “I granelli” (del toro) in una originale rievocazione di Francesco Epifanio e “U vinu bonu finu a fezza”, un ripensamento sui travagli della vita …e dello stomaco, di Nino Greco.
    Tre perle di altrettanti insuperabili autori “ aspromontani” accomunati dal medesimo amore per la lingua viva  di questa terra e per i ricordi   e i valori ...di un passato neanche tanto lontano… (Bruno Demasi)



                          U SONNU ‘I FILICI ( di Salvatore Filocamo)
Armenu ca no’ mangiu veramenti
Mangiu nt’o sonnu ch’i moli e ch’i denti!
Si fussi veru quantu mi ‘nzonnai,
ndavarìa u hjaccu pe’ quantu mangiai!
Pari ca mi ‘nzonnai ‘na brutta trama…
Prima di tuttu mi cumpariu mama
(Beniditta chimm’è, recumaternu,
u vaji ‘Mparadisu s’è nto ‘Mpernu!)
e mi dissi precisi sti palori,
chi mi toccaru nt’o vivu d’u cori:

“Filici, figghiu meu, fammi parrari,
arricchia chi ti dicu e no’ tremari:
Roccu di Rocca nd’avi nu maiali,
ch’è quantu n’elefanti, tali e quali:
stanotti stessa tu t’u poi arrobbari,
sulamenti accussi’ ti poi spamari”.

Mi dissi sti palori e scumpariu,
pari ca lapriu ‘a terra e s’agghiuttiu…
Mi cumpariu ‘na tavula bandita
chi non ma ‘nzonnu cchiu pe’ tutt’a vita:
llà ndavia capicolli e supprezzati
abbastanti pe’ centu cumbitati
e sarzizelli, mastrossa e gambuni
e duui potenti tiani ‘ pruppettuni;
‘i frittula ndavia ‘na cardarata;
chi armenu armenu jia ‘na tunnellata!

E mangiai e m’abbuttai sta panza mia
Chi di tri jorna pani non vidia.
Mo’ chi mi risbigghiai tuttu sbanìu…
Aundi u vijiu tantu beni ‘i Ddiu?
Si Ddeu e puru ‘a fortuna non mi vonnu,
‘a panza non m’a linchiu cu nu sonnu!...

…………………………
   ( Il consiglio del medico dopo qualche giorno...)

Nugliu porcu restau nta li pajisi,
ndavi la panza chi ssi jetta vrasi;
datisi nu stuppegliu ‘i sali ngrisi,
mbischiatu cu rovetta e cu marvasi. 





                     I GRANELLI ( di Francesco Epifanio) 

  Ogni jornu senza fretta
   Mastru Cicciu Tracandali
A’ fermata d’a piazzetta
Aspettava lu postali.

Mastru d’ascia di scandagghju
cu ja panza di rovaci
s’avviava a lu travagghju
o’ paisi ‘i Castejaci.

Na matina comu tanti
chi ‘a currera no’ venia
s’addunau ca jà davanti
era aperta ‘a gucceria.

E ngriandu l’occhju moru
nda vineja jà di latu
s’accorgiu di nu gran toru
a’ na vuccula ligatu.

Era Venniri e Violi
macellaru di jenia
nuja zingara nci voli
mu ndovina chi facia.

Ca ju toru paria fattu
mu finisci ndà gravigghja
o a rragù nda lu piattu
foragabbu e maravigghja.

Mastru Cicciu dittu e fattu
cu premura e dicisioni
ndò macellu quattu quattu
trasi lestu e dici: Ntoni,

Fummu sempi amici belli
e ti cercu ‘a curtisia
nzemi o’ ficatu i granelli
pe’ stasira jeu volia.

Assentisci lu cucceri
e rispundi: Vai sicuru
ca lu ficatu e i conzeri
ti li dassu certu puru.

Se lejiti sti cartelli
Stati attenti cu la prosa
ca si dici li granelli
pe no’ ddiri n’atra cosa.

Ddunca’ i curza chija sira
quandu Cicciu si cogghjiu
comu quandu u ventu spira
nda la gucceria trasiu.

Si fermau davanti o nzaru
ca p’a fuja no capia
e nci dissi o’ macellaru
se nc’iassau la mercanzia.

Lu gucceri rispundiu
Scapocchjandu li papelli
ca lu ficatu u vindiu
ma su pronti li granelli.

Mastru Cicciu, omu di spiritu
cu na vuci di leuni
nci gridau: A CCU NC’IASTI U FICATU
 DANCI PURU LI CUGGHJUNI.


U VINU BONU…FINU A FEZZA ( di Nino Greco)

- Non jettai nenti ! - disse Melo u gucceri, a Vestianu, mostrando ciò che era divenuto il maiale di settantotto chili macellato il giorno prima; sfoggiava vanto per aver fatto un lavoro impeccabile, tantoché aveva lavorato ogni centimetro di carne senza jettare nulla. Poi lo aveva stipato in diverse limbe, tutto pronto per la consegna.
In una c’erano ricchji, pedi e mussa, in un’altra le costate; i gambuni aveva li aveva acciati e riempito le budella per satizzi. Il lardo, che sarebbe servito per cuocere le frittole senza acqua, in un’altra insieme alla pancetta; e quest’ultima sarebbe stata la botta scura: grigliata sulla brace ardente, avrebbe saziato gli ultimi brami di fame, ma a vesperi come facevano ogni anno.
Vestiano aprì il cofano della Fiat 1100 famigliare, mise tutto dentro e si avviò verso la foresta.
Quel giorno di Dicembre, con il Natale già archiviato, doveva essere vissuto come quello degli anni precedenti con l’impegno di banchettare con le carni di un maiale oltre i settanta chili e stillare fino all’ultima goccia due damigiane da venticinque litri di vino novello. Loro non si perdevano di animo, la squadra aveva molato gli incisivi, come se durante quelle feste non avessero mai assaggiato nulla di mangiabile.
Erano di buona forchetta tutti e dodici: Vestianu, Micheli, Mastro Peppe, Mastro Turi, Totò, Ciccio, Nicola, ancora l’atru Ciccio, il Professori Turi, Pascali, Ninu e Saveri.
Non tremavano davanti a oneri così grevi, loro avevano solo bisogno di tempo: tempo e vinazza, dicevano per far intendere che a tavola bisogna tenere il passo giusto, accompagnati da buona vinaccia.
Era la stessa banda che una sera, in un ristorante di Gioia, dopo aver fatto fuori tutte le scorte di pesce, chiesero al cuoco di radunare tutte le lische, avanzi di pesce poco prima consumato, e confezionare un sughetto per una ulteriore spaghettata.
Mah..! Che dire?
“Fiere” da tavola, loro non mangiavano: trangugiavano. Sapevano tutti i trucchi culinari per cucinare cerbeje, ma si esaltavano quando si davano per cottimo un maiale di settanta chili e i cinquanta litri di vino da consumare da mattina a sera, in un solo giorno.
Il luogo accordava, casa colonica di Vestianu con annesso focolare nelle ribbe di Boscaino, il freddo di stagione e le mmurfurate o magari la pioggia avrebbero dato il senso giusto dell’intimo e del riposo obbligato, per non aver nemmeno lo scrupolo di aver saltato un giorno di lavoro; non che se facessero a fronte di impegni simili.
Vestiano, da padrone di casa, fu promentino, si portò avanti, e con la perizia che non gli mancava dentro la colonica preparò il focolare col fuoco che già andava e un tripode con caddara in rame sopra, per le frittole sotto la pinnata, al riparo dalla pioggia.
Due fuochi, tanta carne, tante mani esperte per mandibole addestrate.
Giunsero tutti in ordine sparso, scaricarono le vettovaglie, il vino, un sacco di pane da Rragna e armarono il campo.
Era un combinato di competenze, sapevano a memoria procedure e tempi di cottura, tutto doveva essere in sincrono; già alle dieci di mattina i fumi delle costateje arrostiste riempiva le narici.
Rrusti e mangia, mangia e rrusti la giornata si avviò col suono delle spisie del focolare e col profumo e il fumo di ciò che arrostiva: costateji e satizzi. Si aprirono i canali delle damigiane, i primi litri andarono via per le cannate d’assaggio.
Prima di mezzogiorno le costateje erano finite, le salcicce scemavano lisce e il vino innaffiava abbondante. Il pranzo fu solenne e i brindisi fioccarono ad ogni alzata di gomito:
- A rrobba bona finu a pezza…u vinu bonu finu a fezza!.
Chi mai avrebbe potuto dissuadere, da quel proposito, quell’accolita d’inappetenti?
Intento impegnativo, ed era il modo per dire che l’obiettivo sarebbe stato arrivare al fondo della botte, cioè bere tutto e sfiorare il fondo dove era depositata la fezza, in quel caso le damigiane.
Sapevano cosa dicevano e lo facevano convinti, al fondo bisognava arrivare.
Battagliarono, il pomeriggio fu tosto, le frittole cotte al punto giusto non sdingarono il palato dei nostri, loro volevano solo tempo e a dire il vero se l’erano preso.
Nelle prime ore del pomeriggio, in alternanza con mussa e pedi, qualcuno accordò la chitarra e Mastro Peppe cominciò il suo repertorio:
..O bella sigaretta così bianca,
che vai consumandoti al calore,
io che ti reggo con la mano stanca
so quanto è falso il tuo candore.
Sei bianca fuori
 ma il tuo corpo è pieno 
di biondo sottilissimo veleno…
“ Come una sigaretta” era il suo cavallo di battaglia e non appena i fumi di Bacco superavano i livelli, lui, Mastro Peppe iniziava così, era il segnale che lo show aveva inizio.
Ciccio si accodò con la fisarmonica e da quelle corde vocali ingrassate dal lardo delle frittole vennero fuori improbabili stornelli e acuti da far scappare anche i ranunchi di quelle ribbe.
Il manto del vespero, di quel giorno d’inverno, colse i nostri sazi, carichi e con gli occhi piccoli; non fecero in tempo a ultimare la mangiata: il dolce era rimasto fuori e dimenticato.
Ormai avevano rotto le fila e si muovevano spinti più dal vino senza seguire logiche, qualcuno urlo tra le ombre dell’aranceto:
- Il dolce lo mangiamo in piazza, a Oppido !
- Sì ! - risposero i più
- Si va a Oppido per il dolce e poi si continua con le serenate !
In quattro e quattrotto radunarono le cose necessarie, si misero in macchina e si avviarono per Oppido.
La piazza grande assolata e fredda li accolse, scesero e si radunarono per tagliare i panettoni e aprire spumanti; qualcuno chiamò: -
- Peppe ! Dai la chitarra !
Peppe non rispose, ntassarono tutti. Si guardarono intorno e Mastro Peppe non c’era. I loro sguardi cangiarono, l’allegrezza di qualche minuto prima aveva ceduto al posto alla preoccupazione. Dove era andato a finire Mastro Peppe?
- Michele ! non era con te in macchina ? chiese Vestiano.
- Sì, stamattina era con me, ma pensavo che adesso fosse venuto con te..
La preoccupazione si impadronì dei loro pensieri e dei loro volti. Cos’era capitato a Mastro Peppe? Se l’erano dimenticato oppure qualche malore l’aveva colto nei meandri ormai bui dell’aranceto?
Michele e altri due si misero in macchina alla volta di Boscaino, percorsero quei quattro chilometri in silenzio, il pensiero che fosse capitato qualcosa affannava i loro cuori.
Giunsero davanti alla casa colonica, alzarono i fari: nulla.
Mastro Peppe non c’era, scesero e a distanza udirono una voce che cercava di intonare:
.. buonanno a chi è felice nella vita
buonanno alla spigliata gioventù..!
Grazie a Dio, pensarono, Mastro Peppe era lì, nell’aranceto che si accompagnava con la chitarra a cui erano rimaste solo due corde, la passione con cui intonava la canzone era la solita, come se uno stuolo di spettatori fosse davanti a lui.
- Mastro Peppe ! pe’ la miseria ‘ndi pigghiammu ‘nu spaghettu !- urlò Michele.
Lui si girò e icrociò il suo sguardo, smise di cantare e lo riguardò. Era palese il suo serio stato di ubriachezza, ma ciò non impressionò nessuno.
Lo guardò ancora senza scomporsi e disse:
- Michele, menu mali ca’ morimu, sennò sta vita cu a faciva !
 Si alzò con l’aiuto degli amici e si avviò con loro.

domenica 21 agosto 2016

CARMELO FILOCAMO: IL POETA DELL’INTELLIGENZA

di Gianni Carteri
     Voglio in un colpo solo ricordare  due grandissimi amici che hanno lasciato da poco la scena di questo mondo: Carmelo Filocamo, figlio del grande  poeta dialettale sidernese Salvatore Filocamo, che io conobbi quando era preside all' I.T.T. di Gioiosa Ionica , e Gianni Carteri di Bovalino,  studioso, giornalista e saggista, conosciuto  nella trincea di Platì durante una sessione d'esami.
  Il saggio di Gianni è dedicato a Carmelo Filocamo, ma è  anche dedicato   a tutti i Calabresi che non sanno ancora cosa significa essere veramente Calabresi che non si vergognano di esserlo... (Nelle foto, nell'ordine: Carmelo Filocamo, Walter Pedullà e Saverio Strati)  (Bruno Demasi)
Carmelo Filocamo

  Apprezzato da Calvino per i suoi “prodigiosi anagrammi”. Allievo di Giacomo Debenedetti, amico di Saverio Strati e Walter Pedullà. Un intellettuale gentile. Ho incontrato Carmelo Filocamo due giorni prima che morisse, nel novembre del 2010, all’Ospedale di Locri. Nella stanza di Paolo Ientile , primario della medicina generale che alle sette del mattino aveva già iniziato ,come sempre, il ” giro” tra i suoi malati , il fidato caposala Enzo Fazzolari riempiva del mio sangue le provette per un’indagine più accurata del mio stato di salute.
   Paolo, entrando ,era più teso del solito e mi accompagnò nella stanza dov’era ricoverato da alcuni giorni quell’intellettuale finissimo ed educatore di altissimo profilo che è stato “Il Preside” Carmelo Filocamo.
   Era assopito e respirava con difficoltà e sofferenza. Sua moglie, la professoressa di matematica Maria Gelsomino nel mio vecchio Liceo Classico di Locri,si avvicinò e mi salutò con il garbo e la dolcezza di sempre. Le chiesi scusa per non averla subito riconosciuta, alquanto sconvolto nel vedere un mio grande maestro al termine dei suoi giorni. “Carmelo l’ha sempre voluta bene e la stimava tanto“.
   Più tardi , mentre mi preparavo a tornare casa, ho rivisto il Preside su una sedia a rotelle pronto per un ulteriore controllo. Mi avvicinai e lo trovai più disteso. Mi guardò con i suoi occhi straordinariamente pieni di bontà e abbozzò un sorriso , mentre un raggio di sole gli illuminò per qualche istante il viso stanco e di un lucore inusuale. Gli strinsi a lungo le mani e lui continuava a fissarmi intensamente. Lo accarezzai per l’ultima volta e mi accorsi che a suo modo si congedava da me con una straordinaria serenità e forza d’animo.
   Qualche anno fa mi aveva inviato alcuni suoi scritti che custodisco come un tesoro ,accompagnati da una breve lettera scritta nel margine alto della rivista “Il Ponte” e che mi piace riportare: 

“ Caro Gianni, ti aspetto a Locri, uno di questi giorni. Telefona. Complimenti per tutte le tue cose, compreso il saggio narrativo ( alla Gogol?…) Ti saluto cordialmente . Carmelo Filocamo.” 

   La rivista di politica economica e cultura fondata sessantasei anni fa da Piero Calamandrei, nel numero di ottobre 2000 , conteneva un suo saggio dedicato a Saverio Strati , l’aspirante scrittore.
   E’ certamente tra le cose più belle scritte dal Preside, una “testimonianza “, come lui amava definirla con la modestia di sempre, che riporta indietro di oltre cinquant’anni e che racchiude il senso di un’amicizia solida e feconda tra Carmelo Filocamo , Saverio Strati e Walter Pedullà, nata nell’Università di Messina, dove in quegli anni era libero docente di Letteratura italiana Giacomo Debenedetti, “ figura centrale insieme anomala, inafferrabile, inquieta “del Novecento italiano, per usare le parole di Alfonso Berardinelli, curatore dei suoi Saggi.
Walter Pedullà

“ Ricordo ancora quel pomeriggio di primavera di quasi cinquant’anni fa- scrive Filocamo-, era il 1951 0 ’52, quando , seduti su una panchina di Villa Mazzini , a Messina, Saverio mi fece leggere i suoi primi racconti. Ne fui immediatamente colpito: erano straordinari, sia per il linguaggio, un italiano incerto e approssimativo, misto di espressioni dialettali, che tuttavia riusciva a rendere in modo efficace- fuori da ogni schema scolastico o schermo letterario – la parlata popolare; sia per la costruzione dei personaggi, veri , autentici , e non inventati; sia per la struttura dell’impianto narrativo, solo apparentemente distaccato e casuale, ma saldamente dominato dalla vigile, anche se sapientemente dissimulata, presenza dell’autore.
    E sento ancora nelle orecchie la parolaccia , appena sussurrata ma chiaramente intelligibile, con cui Saverio mi apostrofò, tra i banchi dell’aula universitaria, qualche giorno dopo, quando il professore Debenedetti, del quale eravamo allievi , diede inizio alla sua lezione con queste parole : “Avevamo tra noi uno scrittore e non lo sapevamo”. Si, perché a sua insaputa, anzi contravvenendo a un suo preciso divieto, avevo dato quei racconti, dopo averli battuti a macchina, al professore. Il quale confermava , col suo autorevole avallo, le mie prime impressioni . (…)
   Cominciò così l’avventura letteraria di Saverio Strati, il cui iter iniziale è fedelmente registrato- nel suo quasi frenetico fervore creativo, nei momenti di esaltazione e nelle sue rare pause di scoramento, in un gruzzolo di lettere , dal novembre 1951 alla primavera del 1962 , che io conservo come un tesoro .”


   Me le lesse tutte queste lettere Carmelo Filocamo, in un pomeriggio di venti anni fa quando andai a trovarlo per intervistarlo sulla situazione drammatica della Locride. Scivolammo subito nella letteratura ed ancora mi risuona la sua voce rauca , potente ed emozionata che mi faceva ascoltare il suo tesoro nascosto .
Ecco uno stralcio tratto da lettera datata 13 ottobre 1953 :

“ Ti parlo della mia vita fiorentina. Studio . Vado alla biblioteca alle nove, studio fino alle 12,30; poi mangio ; e ritorno alle tre e lavoro fino alle 19,30. Questa è quasi la vita d’ogni giorno. Però alle volte sono preso dalle mie cose, e mando all’altro mondo pure Dio, oltre che la scuola. Ho finito la Deda. Ora sono contento. Sto riscrivendo i racconti dell’anno passato e come mi viene uno nuovo non tralascio a esternarlo. ( …) Leggi i miei ultimi racconti e dimmi che ne pensi. Bada che li voglio al più presto, perché li ho scritti e non li ho riletti, in gran parte. Ne sento , specialmente in questi giorni , il bisogno di leggerli .”
Saverio Strati

   Ricordo ancora l’intensa emozione del Preside quando mi lesse quella che a suo giudizio era la più bella lettera del mazzo, sintesi della poetica dell’amico Strati, che gli rivela tutto il suo mondo , i suoi personaggi , gli scenari dei suoi futuri romanzi. E’ datata 25 marzo 1954:

“ Mio caro Carmelo- non è passato un mese, né un giorno stavolta , per rispondere alla tua lettera. Poche ore fa l’ho ricevuta ed ora ti scrivo. So che mi conoscete abbastanza bene, ma non del tutto. Ti assicuro, non del tutto. Né sono soltanto quel Saverio della “ Marchesina” e della “Rigalia” e della “Quercia”. Ma c’è dell’altro, assai più bello ed interessante che nessuno di voi ha letto e chissà quando leggerete. E dell’altro che scrivo di giorno in giorno, con la stessa serenità di prima, ma con altra praticità. Carmelo , vent’anni passati con la zappa nelle mani e la cazzuola e la falce , e le sofferenze , non si cancellano così.(…) La nostra Calabria, i nostri contadini, i nostri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni grado, di ogni condizione, sono dentro di me.

E parlo con essi , per delle ore , per delle settimane e me li porto dentro per anni e poi escono , con un parto doloroso. Gli ambienti” intellettuali” puzzano al mio naso. Puzzano! E ne sono inorridito, se ci entro . E ogni giorno che passa mi accorgo che quelli che parlano di contadini ed operai , per aver letto libri, per aver sentito parlare, dicono delle fesserie. Per conoscere i contadini bisogna essere stati contadini, e non costruirli ,come si vuole. Bisogna avere l’animo dei contadini. Bisogna avere quella loro religione, quella loro logica, quel loro senso pratico. Ed io ce l’ho. E non perché l’abbia letto su Gramsci, tanto per dire, o su Lenin o su Tolstoi, ma perché io sono quello stesso che fa la gara nella “ Rigalia” . E di quante cose , caro Carmelo , potrei parlarti. E quanti massari e massaie e pastori e pastore , e muratori e calzolai e ragazzi e ragazze scalzi e nudi sono dentro di me. E non li vado scavando con la zappetta, ma vengono essi e si offrono e mi dicono : “ Ed ora tocca a me. A me : “ A momenti temo che finisca prima che possa dire tutto. Ma se vivrò ancora vent’anni, vedrai che saprà fare lo zappatore della “ Rigalia” E non mi fa paura il lavoro, chè i miei muscoli sono ben forti . Ho scritto di getto: non so cosa abbia detto. Tu mi scuserai.”


   Il commento di Carmelo Filocamo a questa lettera rivela lo “spessore intellettuale d’oceanico profilo, l’alta cattedra di moralità”, per usare le parole di Pasquino Crupi nel giorno dei suoi funerali. :

“In questa confessione c’è tutto Strati. E forse in nessun altro scrittore calabrese , come in te , è riuscito a rispecchiarsi un popolo con il suo millenario fardello di dolori , di sofferenze, di umiliazioni , di speranze; nessun altro ha saputo, come te , dar voce agli anonimi protagonisti di una storia scritta col sangue e con le lacrime di infinite generazioni di schiavi, di “ anime morte” , che- nelle tue pagine – vengono faticosamente alla luce, con la stessa fatica con cui affiorano alla coscienza le oscure forze dell’essere che sono all’origine della vita. “

   In quell’interminabile pomeriggio, Filocamo mi parlò a lungo del suo maestro Giacomo Debenedetti “un professore che raccontava la letteratura come un narratore racconta la vita”. Erano anni magici per l’Università di Messina. Oltre a Debenedetti insegnavano Santo Mazzarino, il filosofo Galvano Della Volpe, lo storico Giorgio Spini, il geografo Lucio Gambi e Salvatore Pugliatti , il Rettore dell’Università , giurista di fama internazionale ed eccellente musicologo che aveva la cattedra di Storia della musica.
   I ricordi di Carmelo Filocamo si intrecciano con quelli di Walter Pedullà, fissati nel bel saggio “Il Novecento segreto di Giacomo Debenedetti “( Rizzoli) : “ Ho visto per la prima volta Debenedetti nel gennaio del 1951. Ventenne, ero con un coetaneo, Carmelo Filocamo- più tardi noto come enigmista con lo pseudonimo di Fra Diavolo, con cui lo segnalò Italo Calvino – e con Saverio Strati, che aveva “ scoperto “ il professore torinese. Da allora fummo inseparabili come amici e come allievi di Debenedetti, che , cosciente delle nostre non floride condizioni , ci invitò più di una volta a pranzo o a cena. Le sue porzioni erano così piccole che , per adeguarci , mangiavamo così poco da doverci poi sfamare con un panino .(…)Durante ilo pranzo faceva quasi da spettatore, assaggiando un filetto di carne che veniva affumicato dalla sua interminabile serie di sigarette. (…) A noi dialettali di Calabria e Sicilia faceva impressione per esempio che il suo italiano avesse tanti vocaboli in disuso che funzionavano tanto bene sull’attualità: come se dovesse recuperare tesori perduti .“ Carmelo Filocamo, che veniva dal popolo, con le sue lezioni private si manteneva agli studi ed aiutava gli altri fratelli a studiare. Ha ragione Pasquino Crupi nel rilevare che “il dovere etico lo costrinse a restare in Calabria”, nonostante Debenedetti lo volesse accanto come suo assistente a Roma. Non c’è posto a Messina. Evidenti i motivi politici del siluramento . I suoi allievi prediletti hanno le idee chiare e cosi scrivono al loro professore : “ Sulle cause del provvedimento avremo occasione di discutere al nostro prossimo incontro. Hanno collaborato in egual misura l’anticomunismo di tutti i membri del Consiglio di facoltà; l’invidia di queste mezze figure della cultura, che non possono perdonarle di aver fatto capire agli studenti quanto poco degnamente essi occupano una cattedra universitaria.”
   Il professore, che attirava i suoi studenti come il magico pifferaio, sente la necessità di tranquillizzarli ed in una lettera a Carmelo Filocamo, datata 10 giugno 1958, scrive tra l’altro : “ Si tratta di un’acqua in cui non si immergono due volte le mani . La facoltà di Roma mi ha affidato l’insegnamento della Letteratura Italiana moderna e contemporanea. E’ il posto che Ungaretti lascia quest’anno per limiti d’età. Da parte dei miei amici la lotta non è stata facile; ma , insomma , ce l’hanno fatta.”
   In molti hanno imparato dal professore di origini ebree che cos’è la letteratura contemporanea, ma ciò – evidenzia Pedullà- non è bastato perché lo si giudicasse degno della cattedra. E’ andata invece a professori che ,rispetto a lui, erano pigri diffusori di banalità accademiche.
   La grande passione di Carmelo Filocamo fu l’enigmistica e gli anagrammi. In una lettera di Italo Calvino a Giampaolo Dossena, esperto di enigmistica su “ Tuttolibri “, si legge ” Caro Dossena , gli anagrammi di Fra Diavolo sono prodigiosi ! Una cosa veramente straordinaria. Mai visto niente così spiritoso in così gran copia. Questo Fra Diavolo è un genio . “
   Il Preside mi diede la sua spiegazione con l’umiltà che lo contraddistingueva leggendomi sprazzi di un suo articolo sul “ Il labirinto”:” Tra gli anagrammi di cui parla Dossena c’era anche quello del nome dello scrittore ( il vanto laico), che indubbiamente sarà piaciuto all’autore del Castello dei destini incrociati.”
   Tra le lettere di Calvino a Elsa de Giorgi , con la quale lo scrittore ebbe una giovanile storia d’amour fou, compare più volte l’espressione “caro raggio di sole”; “ l’aver visto rifatto, a distanza di tanti anni, per gioco, da uno sconosciuto enigmista , lo stesso anagramma , può avergli fatto ricordare, magari con un sorriso a dissimulare il trasalimento del cuore, anni lontani e ormai dimenticati. Nulla più che un incontro fortuito in quel “ castello dei destini incrociati” che è la vita, una vista segnata, soprattutto, dalle parole e dai messaggi, tutti da decifrare, che esse ci consegnano. E’ solo un’ipotesi. Ma un’ipotesi affascinante e forse non lontana dal vero .“
   Si illuminò in viso quando ricordò un suo epi-anagramma, dedicato in anni lontani a Geno Pampaloni , accomunandolo ad un altro grande scrittore , Paolo Volponi, anch’egli tra gli olivettiani del Movimento di Comunità .