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mercoledì 23 luglio 2014

CRESCE IN SILENZIO IL MURO DELL'INDIFFERENZA RELIGIOSA

di Bruno Demasi

   Sepolte sotto una coltre di macerie le mille parole vuote, esaltate, animose o sgomente di questi giorni, a Oppido -  con  applausi conclusivi non si sa a chi e perchè -  sono rinati subito  gli steccati dell'arroganza e della divisione  e ricrescono alacremente i muri e le ortiche più spinose e urticanti che mai.
   Ai nuovi muri di indifferenza avremmo preferito gli antichi ruderi fioriti della semplicità e della pace umile, del non protagonismo, della  bontà veramente operosa e solidale delle persone, della cara, "vecchia" fede di noi semplici...

lunedì 21 luglio 2014

LIBERTA' DI PAROLA NELLA PIANA?

di Bruno Demasi
    I recenti fatti  di Tresilico - Oppido, che tanta risonanza hanno avuto sui media internazionali, in qualche modo hanno consigliato l'attribuzione della scorta a un giornalista di un quotidiano locale e in qualche modo hanno anche portato alla ribalta problemi vecchi e nuovi di libertà di stampa e  persino di parola su questa tormentata Piana nella quale il calore estivo - quest'anno esaltato dalla persistente umidità sciroccale - sta dando alla testa a molti, e non tutti in buona fede...
    Non si tratta più di un solo inchino, ma di una serie infinita di capriole e
giravolte, anche  giornalistiche, che stanno ultimando un lavoro di scompaginamento delle culture locali ancora arroccate in mura di silenzio spaventose  o  ancora succubi di pigri e timidi  laissez faire   che stanno seminando odi , divisioni e fantasmi di ogni genere.
    Cui prodest?
  Esprimo comunque solidarietà a Michele Albanese e agli altri suoi colleghi che hanno sperimentato da vicino forme di animosità assolutamente non condivisibili.
   Mi auguro però , malgrado tutto congiuri per scoraggiarci, che prevalgano il buon senso, la dignità, l'umiltà di accettare i nostri errori e di  esternarli, il coraggio di emendarci, ma anche  la chiarezza e la fermezza di chi di dovere nel dirigerci e nel pascerci.

giovedì 17 luglio 2014

LE SCENEGGIATE SU OPPIDO..."

      Affievolito, o quasi,  il clamore mediatico,  esploso sulla vicenda della processione di Tresilico con il fragore e il rimbalzo di un moderno  tuono (dotato di  sofisticatissime casse di amplificazione), la battaglia adesso impazza , oltre che su molte migliaia di bocche aperte (o testardemente chiuse...) , su alcune colonne di giornali e sui social network senza esclusione di colpi: schieramenti opposti, trincee vecchie e nuove, dichiarazioni di intenti, sociologismi di maniera, tuttologia e tautologia elevate a sistema comunicativo. Concordo con Pasquale Motta, di cui riporto qui per intero un pregevole pezzo, che stiamo cadendo ancora una volta in una sceneggiata  ex post che probabilmente si intesse di trame , disegni e calcoli che travalicano di gran lunga il fatto in sè. (Bruno Demasi)

Processioni: “La sceneggiata di Oppido è pari a quella dei suoi autorevoli commentatori”

di Pasquale Motta

  "Permettetemi di fare qualche considerazione su Oppido Mamertina al di fuori però, del coro che segue la scia mediatica sulla vicenda. Un coro di tuttologi che si rinnova ogni volta che, in Calabria, più che altrove, si verificano fatti eclatanti legati alla cronaca ma non solo ad essa. Un esercito di intellettuali, cronisti, studiosi, infatti, fanno a gara nella lettura dei fatti e nel descrivere la realtà della nostra regione. Propongono soluzioni, emettono sentenze, snocciolano analisi, pronunciano proclami. Un delirio carico di alcune prese di posizione che spesso arrivano a sfiorare il ridicolo per le plateali sciocchezze che propugnano. In realtà, ognuno difende una “ditta” con un suo brand : giustizialisti contro garantisti, professionisti e mistici dell’antimafia contro il resto del mondo, discepoli della legalità contro i “servi corrotti del sistema”, giornalisti “liberi e forti” contro i “prezzolati al servizio della politica collusa”. Ogni occasione, è buona per sostenere e sentenziare che, la propria “ditta”, è meglio dell’altra. Sulla vicenda di Oppido Mamertina il teatrino è andato puntualmente in scena. Ma era già andato in onda in maniera tragica e ridicola in altre occasioni. In Calabria, quando succedono le cose sono sempre un po’ più negative che in altri posti, sia per alcuni “commentatori indigeni che, per quelli che ci osservano fuori dalla regione. Quando la piccola Fabiana fu massacrata a Corigliano nel quadro di quel fenomeno cosiddetto femminicidio che, secondo i dati, si manifesta nel 60% dei casi nel nord, il Corriere della sera non ci risparmiò un articolo con grande rilievo, firmato da una certa Francesca Chaouqui, oriunda calabrese, la quale, definiva la condizione della donna in Calabria a livelli medievali, affermando:«in Calabria tutte le donne vogliono un figlio maschio» o che sono «poche quelle che amano liberamente» . Possiamo affermare che non c’è peggior qualunquista del meridionale che emigra al Nord e dice che giù, al Sud – in Calabria poi non ne parliamo – «è tutto uno schifo», o magari, essere presi di mira da eminenti intellettuali di casa nostra come il professore Vito Teti, ed essere accusati di fare “rivendicazionismo identitario”, come recentemente ha affermato in un suo scritto. E se qualcuno, chi scrive tra questi, si permette di mettere in dubbio il vangelo confezionato altrove, apriti cielo.

    Si può avere il diritto di nutrire serie perplessità sulla bontà della linea editoriale del Corriere della Sera verso la Calabria, quando si da cosi tanto spazio a luoghi comuni così deliranti, come quelli espressi dalla signora Chaouqui?

     Certamente siamo d’accordo con il professor Teti , quando afferma che, “è giunta l’ora di dire

basta con i piagnistei e con le rivendicazioni identitarie dei calabresi contro le congiure esterne”. Ma non siamo assolutamente d’accordo con lui, invece, quando sostiene “che professare il garantismo in Calabria, è un l’alibi per giustificare l’illegalità”. Non siamo assolutamente d’accordo con Lui, inoltre, nel momento che indica un gruppo ristretto di giornalisti a cui dare credito a prescindere, sol perché autori di una serie di scritti che, li annovera nell’”Olimpo di coloro che dipingono la Calabria come l’inferno in terra”. E poi, professor Teti, perché non ci si può definire convintamente antindranghetisti e allo stesso tempo convintamente garantisti? Si è dimenticato il prof. Teti che il garantismo, altro non è che, il rispetto delle garanzie della persona e dei suoi diritti costituzionali? Possiamo essere convinti che si possa invocare il rispetto delle regole contro la criminalità organizzata e allo stesso tempo invocarla nei confronti di chi amministra la giustizia, senza per questo, beccarci l’accusa di favorire la ‘ndrangheta? E’ lesa maestà per qualcuno, professor Teti, nutrire seri dubbi sulla linea editoriale di quel gruppo di giornalisti che, Lei indica come esempio per una Calabria diversa, sulla base del fatto che, molte delle catastrofi calabresi che ci hanno narrato, si sono rivelate, alla prova dei fatti, delle vere e proprie patacche? Insomma, ancora una volta, la vicenda di Oppido Mamertina, ha fatto venire fuori, oltre alle giuste e rigorose prese di posizione, anche gli istinti intellettuali di chi pensa che, in fondo, è più conveniente professare la tesi di chi sostiene che in questa terra tutto è perduto e, magari, conquistarsi così, una spalla di visibilità sul glorioso Corriere della sera.

     In conclusione una riflessione sulla posizione dei Vescovi che, pressati e condizionati dal can can mediatico, e per recuperare il tempo perduto nel mettere ordine in certe Parrocchie in alcune aree della Calabria, si sono affrettati a mettere una pezza peggiore del buco, proponendo la sospensione delle processioni. Un po’ come pensare che, per far rispettare i limiti di velocità, bisogna demolire le strade. Su questo punto, mi si consenta una brevissima ricostruzione storica delle pratiche processionali. Ciò, con l’obiettivo di individuare, a mio avviso, cosa cambiare nel sistema, senza farsi

contagiare dal delirio mediatico di questi giorni. Il problema della gestione delle processioni al Sud e, sottolineo, al Sud e, dunque, non solo in Calabria, è un problema antico. Intanto facciamo un po’ di ordine nella definizione della “pratica” andata in scena ad Oppido: i “Santi” portati in processione non fanno inchini. Nelle processioni popolari, i cosiddetti “inchini”, si chiamano “fermate”, “soste”, o “girate”. La gestione di tali pratiche, molto usata nelle tradizioni secolari, è da sempre affidata ai portantini che, solitamente, vengono selezionati nelle confraternite, oppure, si selezionano attraverso le cosiddette aste, e cioè, l’acquisizione della facoltà a “portare” la statua sulla base di una gara che viene aggiudicata a chi offre la somma di denaro più alta. In passato, la gestione di tali pratiche, era egemonizzata e controllata dai notabili del luogo, solitamente proprietari terrieri, le confraternite, prevalentemente, erano costituite da uomini alle dipendenze di costoro e, dunque, a loro, toccava “l’onore” della sosta, della fermata, della girata, quale segno di rispetto e di affermazione del loro potere. Toccava a loro, perché lor signori, i padroni, avevano i soldi e il potere per gestire tutto ciò. Il clero lasciava fare, in cambio, incassava beni in denaro e in natura: olio, animali da macellare, oro e gioielli. Il tempo passa, i vecchi notabili, e i vecchi agrari non ci sono più ma, in alcune zone della Calabria però, sono stati sostituiti dai nuovi padroni: i capi ‘ndrangheta, le loro cosche, i loro uomini. Quello che, invece, è rimasto uguale, è l’utilizzatore finale dei soldi che si incassano in occasione di queste feste: il clero. Il clero incassava ieri e incassa oggi. “Pecunia non olet”, sostenevano i latini e, ciò vale anche per tante parrocchie. Ciò, è la causa della tiepidezza di alcuni sacerdoti ad affrontare e risolvere il problema della gestione delle processioni e dei comitati per i festeggiamenti religiosi. Ecco perché, a mio avviso, per smantellare tutto il sistema bisogna attuare con risolutezza il metodo applicato a Sant’Onofrio, allorchè, a portare la statua dell’affruntata è stata chiamata una squadra della protezione civile di un paese vicino. Il resto, sono chiacchiere. Ipocrisie di chi utilizza questa vicenda per parlare d’altro per arrivare ad altro."(Da RTV,C.14)

lunedì 14 luglio 2014

QUESTIONI DI PROCESSIONI


    Tra i tanti interventi che in questi giorni si stanno accavallando tumultuosamente sui giornali, sui social network e soprattutto sulle bocche di quasi tutte le persone della diocesi, tra le stanche e formali prese di posizione dei gruppi organizzati, laicali e non, pro o contro il provvedimento del Vescovo circa la sospensione delle processioni in Diocesi, tra i discorsi di piazza o quelli sussurrati nel chiuso delle sagrestie mi sembra molto equilibrato quello di Luigi Santambrogio, sorretto da solidità di argomentazioni, riferimenti  al magistero episcopale calabro e soprattutto a quel  "Metodo Pino Puglisi", che ha fatto e continua a fare scuola in un'epoca in cui tutta la lotta alla mafia sembra fatta più di slogan, di convegni , di parole  e di fiumi di denaro spesi per pubblicizzare le iniziative più bizzarre pro legalità che non di esempi e di fatti concreti (Bruno Demasi).

"BASTA PROCESSIONI?
 DON PUGLISI NON L’AVREBBE FATTO

di Luigi Santambrogio

     Capirci qualcosa nella storiaccia di Oppido Mamertina è impresa difficile, ma pretendere la verità sulla processione con la statua della Vergine delle Grazie, non è più cosa di questo mondo. A seconda di chi la racconta, la faccenda ha dieci, cento, mille versioni differenti. C’è stato o no l’inchino della
statua davanti alla casa del boss? E se sì, chi è lo Schettino oppidano che ha impartito ai portantini lo sciagurato diversivo? Domanda che vale un intero processo e che rischia di diventare il tormentone dell'estate: i carabinieri s’erano subito sfilati... e il parroco, a tutt’oggi, non è ancora pervenuto. Nel polverone, poi, si sono fiondati i soliti giornalisti arruffapopoli, scrittori del ramo, opinion maker e criminologi assortiti. Compreso il principe dei tuttologi: lo scortato Saviano che dal paese di Gomorra elargisce a gettone le sua perle di saggezza mafiologica. Imparata per sentito dire e senza neppure passare per Scampia.

    A far luce, forse, ci penserà la Dda di Reggio Calabria, che sull’inchino ha aperto ufficialmente un fascicolo: il reato ipotizzato è di associazione a delinquere di stampo mafioso. La magistratura, scrivono i giornali, avrebbe immagini ed informative dettagliate su quanto accaduto, prima, durante e dopo la processione e sono in corso anche le identificazioni di quanti, con ruoli sia pure diversi, erano al seguito della statua. Il Comune si costituirà parte civile e, in questo fervore di legalità mancano solo i Ris a prendere impronte e cercare tracce di Dna sulle banconote lasciate ai piedi della statua. Oppido Mamertino, insomma, come la nuova linea Maginot della guerra alle cosche e l’inchino mariano, semmai ci sia stato davvero, una sorta di Capaci ventidue anni dopo.

    Pure la Chiesa ha improvvisamente alzato la guardia contro le commistioni sacrileghe, le feste religiose con la regia niente affatto occulta dei clan, Cresime e Battesimi come viatici per affiliazioni criminose, processioni piegate a sfilate in onore dei boss. Monsignor Salvatore Nunnari, presidente della Conferenza episcopale calabrese, ha dichiarato che i preti presenti avrebbero dovuto lasciare la processione. «Mi dispiace che i preti non abbiamo avuto il coraggio di andare via, di scappare da quella processione». Per l’arcivescovo di Cosenza, «quando i carabinieri se ne sono andati, anche i sacerdoti dovevano abbandonare la processione. Avrebbero dato un segnale e di questi segnali la Chiesa ha bisogno». Nunnari invita i suoi preti a non avere paura: «Bisogna avere il coraggio di fermare le processioni, dal momento che può capitare che «sotto la vara ci sia il mafioso
di turno che poi fa il capo». Se fosse lui vescovo di quella città non avrebbe dubbi: «Per un po’ di anni non farei processioni e credo che sarebbe cosa gradita alla Madonna».

    Ecco, dopo l’abolizione di padrini e madrine proposti dal vescovo di Reggio Calabria, ora scatta il divieto di processioni: niente più Santi e Madonne portate a spalla per le vie del paese, cancellate le feste per i Patroni e stop anche a quella del Corpus Domini. Assembramenti sediziosi, da sciogliere per sospette infiltrazioni mafiose e commissariare in attesa di giudizio. Tutto giusto, per carità: con un’associazione come la mafia che uccide nemici e innocenti, organizza stragi e vive di malaffare e violenze, la Chiesa non può certo tacere o fingere di non vedere. A costo di rinunciare a qualche manifestazione di pubblica fede se utilizzate a scopi criminali. Scelte radicali e dolorose, ma a volte necessarie. Non esistono solo gli atei devoti, a volte pure i mafiosi lo sono: adorano in modo idolatrico le processioni, il culto di certe Sante, l'ostentazione di simboli e immagini sacre, esibite e custodite perfino nei loro covi. Le mafie, come afferma il procuratore Nicola Gratteri, «si nutrono di consenso popolare, per esistere, hanno bisogno della gente: sono presenti lì dove c’è da gestire denaro e potere, dove ci sono grandi folle, come nelle manifestazioni sportive ma soprattutto nelle e vicino alle processioni religiose».

    Tuttavia, quell’invito ai sacerdoti ad avere “il coraggio di scappare” suona un tantino strano, ma soprattutto orfano del suo scopo. Forse i giornali hanno travisato le parole del vescovo Nunnari, ma quel “coraggio della fuga”, al di là di ogni buona intenzione suona ambiguo, quasi un calembour, al limite della comicità. E tutto il dibattito (più mediatico che dottrinale) sulla scomunica ai mafiosi, pare riportare la questione indietro di secoli. Nel suo ormai celebre discorso, Papa Francesco non ha
mai detto quello che i media o qualche improvvisato esegeta gli ha fatto dire. Non che la scomunica sia scomparsa dai codici o che la Chiesa abbia scelto la strada del buonismo, ma il Papa ha detto qualcosa di più: ha ricordato che la sola denuncia non basta, che occorrono un abbraccio e un incontro con l’uomo, che c’è bisogno di annunciare il Vangelo come risposta al male. In altre parole, servono più evangelizzazione e lavoro educativo.


 
   «Resta prioritario invece che la Chiesa prosegua nella sua opera pastorale educativa e preventiva, in un comune sforzo di nuova evangelizzazione che comporta attività pastorale, annuncio biblico, dottrinale ed esercizio di opere di misericordia». A riaffermarlo è l’arcivescovo Vincenzo Bertolone, postulatore della causa di beatificazione (voluta da Benedetto XVI) di don Pino Puglisi, il sacerdote assassinato da Cosa Nostra a Palermo 21 anni fa. «Quello delle processioni infiltrate dalle cosche, delle confraternite piegate ai voleri dei boss, della religiosità popolare strumentalizzata dalle cosche», avverte il vescovo, «è fenomeno antico e ricorrente, ma non per questo inevitabile e men che meno accettabile. In ogni angolo del mondo. La tradizione popolare è un tesoro da custodire e da valorizzare come una manifestazione della fede; eventuali incrostazioni, se non rimosse, rischierebbero di minarne l'autenticità. È, per molti, versi, una questione di mentalità. Ma la mentalità si cambia non vietando o denunciando, ma soprattutto seguendo seri percorsi formativi come unico antidoto alla "non cultura" rappresentata dall'ignoranza, dalla tracotanza, dal disprezzo, ingredienti tipici della ricetta mafiosa».

    Questo è anche il nocciolo dell’insegnamento di don Puglisi, oggi più che mai utile per capire il da farsi. Il sacerdote non sopportava la retorica dell’antimafia, lo sdegno limitato «ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore ma se ci si ferma a questo livello sono soltanto parole». «Don Pino finisce nel mirino della mafia», ricorda il suo postulatore, «perché
prete, per il suo ministero sacerdotale, e quindi alfiere di legalità e giustizia, ma anche e soprattutto convinto testimone della Parola di Dio e della forza del Vangelo. Proprio per questo fu inviso ai mafiosi, portatori di un ateismo materiale diventato esso stesso religione con al centro il dio del potere, opposto al Dio dei credenti».
In passato la Chiesa assecondò o tacque sulle idolatriche dei mafiosi e molti i parroci che non videro contraddizione tra l’appartenenza religiosa dei fedeli e il loro essere a servizio dei clan. Strappare i Santi alla mafia, compreso Gesù Cristo che nella devozione distorta dei criminali è assimilabile a un qualsiasi bandito messo ai ceppi dagli sbirri, fermare il killer che prega e spara, convertire il mafioso che bacia il crocifisso e strangola, sbugiardare davanti al popolo il boss che dal carcere di massima sicurezza innalza altarini alla Madonna, legge e annota la Bibbia, non è cosa che si fa in un giorno. E neppure il miracolo può avvenire vietando o sconfessando, per decreto e senza discernimento, uomini e tradizioni. Una Chiesa complice e silenziosa faticherà a cambiare solo sulla spinta di un’altra che denuncia e scomunica. In mezzo c’è un immenso spazio a disposizione per un’opera più grande e più viva, per una comunità cristiana capace di giudicare e scegliere, ma soprattutto, come insiste Francesco, di abbracciare e ridare speranza agli uomini. Mafiosi compresi." (Da la Nuova Bussola Quotidiana, 9-VII-’14)

giovedì 10 luglio 2014

I MESSAGGI DEL 10 LUGLIO 2014

di Bruno Demasi
     La giornata è importante assai nella diocesi di Oppido Mamertina - Palmi per almeno due messaggi: quello fattoci pervenire dal vescovo Milito  da Bz e l’altro, di Matteo (10,7 – 15), oggi proclamato come Vangelo dalla Chiesa universale.

Il primo:
“… nella preghiera e con il supporto dell’esemplare senso ecclesiale espresso dal Consiglio Episcopale e dai Vicari Foranei nel comunicato diffuso l’altro ieri, da una prima verifica con i nostri sacerdoti e con laici illuminati, ho maturato la decisione di sospendere, a partire da oggi, tutte le processioni in programma nei prossimi mesi, fino a quando, come frutto di una maturata e solida coscienza ecclesiale, saranno varati forti e definitivi provvedimenti in merito. Lo preciso subito come maestro, pastore e guida della Diocesi: si tratta di un convinto e preciso gesto di cautela, di invito alla riflessione e al silenzio, di cui in questo momento tutti abbiamo bisogno. Nessuno, pertanto, è autorizzato a vedervi un gesto di sfiducia o di giudizio verso coloro che alle processioni contribuiscono con dedizione e rettitudine: non avrei né motivi né fondamenti discriminanti. Il bene di tutti e la serenità degli animi richiedono a volte sacrifici immediati, seppure temporanei. Una comunità adulta nella fede comprende sempre e condivide – proprio
come in famiglia, dove ci si aiuta reciprocamente – scelte per le quali non sono ammissibili interpretazioni arbitrarie e, tanto meno, comportamenti autonomi. Se una processione sospesa manda in tilt o in crisi, rivela la debolezza e il lungo cammino verso l’autenticità della fede.
Al posto della processione deve pensarsi un’alternativa esperienza orante. La proposta è di un’Adorazione Eucaristica, in linea con i giorni del Congresso, per chiedere al Signore che ispiri “nella (sua) paterna bontà i pensieri e i propositi del (suo) popolo in preghiera, perché veda ciò che deve fare e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto"” (Mons. F. Milito,vescovo)


Il secondo:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ‘Andate, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date.
Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi’ ……“ (Matteo 10,7-15.)

__________
       In merito al primo messaggio prendiamo atto della sospensione ( che si conferma come temporanea) di ogni processione, almeno per i prossimi mesi, secondo quanto hanno consigliato al vescovo oltre ai vicari foranei e alla Conferenza Episcopale Calabra, alcuni “laici illuminati”, e, in primis, il
suo discernimento episcopale. Un provvedimento che farà discutere e che, comunque, suona per i più un po’ generalizzante ( una sospensione a tutta la classe, insomma). Ad esso prestiamo però l’obbedienza dovuta, a maggior ragione perchè accompagnato da un invito pressante ,ma amorevole, a quell’Adorazione Eucaristica che spesso in passato, abbiamo sollecitato senza esito ai nostri presbiteri, in altre faccende spesso impastoiati... Peccato che l’Adorazione in questo caso suoni riduttivamente quasi un ripiego, un’alternativa
apparentemente “punitiva” alla processione, alla “festa”…e immaginiamo quale taglio potranno avere le “feste” religiose che eventualmente saranno effettuate sia pure senza processione.
       Il secondo messaggio non richiede invece  commenti speciali: è semplicissimo, come semplice è il suo estensore, e torna insistentemente a delineare l’habitus del presbitero e del discepolo in genere.
 E lo fa anche per Oppido Mamertina.
 Anche per Tresilico. 
 Anche per la diocesi di Oppido Mamertina- Palmi!




martedì 8 luglio 2014

QUEI SEMPLICIONI DELLA RELIGIOSITA’ nella diocesi di Oppido-Palmi



di Bruno Demasi

    In tutta la triste ed esecranda vicenda della processione di Tresilico, balzata  prepotentemente in questi giorni sulle pagine della cronaca , almeno tre generalizzazioni lasciano sgomenti:

1. Il ritorno della stampa nazionale a bollare tutti gli abitanti di Oppido -Tresilico, della Piana, della Calabria intera (qualcuno ci sta ricavando anche degli articoli che se non fossero provocatori, sarebbero senz’altro comici) come una masnada di briganti e di brigantesse della peggiore risma, incuranti di ogni forma di legalità e addirittura protesi a sfidare platealmente sia il Regno d’Italia, che ormai dà lezioni di purezza e di legalità anche alle formiche, ma non a certi politici di mestiere che pullulano nei palazzi romani, sia lo stesso Papa Francesco che per fortuna sa ben discernere;

2. Lo scivolone nello scivolone di qualche sacerdote direttamente interessato che in un’intervista ha affermato essere oltremodo difficile in questi paesi capire quali siano le persone oneste e quali no…!

3. L’affermazione del Consiglio episcopale diocesano che in un comunicato pubblico, implorante quasi venia ai mezzi di comunicazione, afferma che «la stragrande maggioranza dei fedeli della Diocesi vive di una religiosità semplice e autentica».

     Ferma restando la negatività del gesto che è all’origine di tutto il polverone, queste tre generalizzazioni mi sembrano molto pericolose ( e se sbaglio correggetemi) perchè non solo non offrono una lettura obiettiva dei fatti e delle situazioni, ma li distorcono già a monte precludendone a chiunque una valutazione spassionata e almeno prossimale alla verità. Azzardo per ognuno dei tre punti una riflessione minima:

1. Oppido Mamertina e la Piana e la Calabria forniscono allo Stato, proporzionalmente al numero dei residenti, gli stessi reati, gli stessi peccati di illegalità, gli stessi tributi pagati, le stesse lacrime e gli stessi sudori che forniscono le altre regioni italiche (Non annovero in questo calcolo di massima i miliardi di €. gettati invece nei nobilissimi tritacarne Expo, Mose, MPS e in tanti altri che non fanno alcun rumore);

2. Su questo punto non aggiungo nulla perché ho la gola secca…;

3. Che la “stragrande maggioranza” dei fedeli della Diocesi (quanto? l’80, il 90%? Di più?) viva di quella contraddizione in termini che è la “ religiosità semplice e autentica” è molto triste. Si deve arguire infatti, stando a questo assioma, che, malgrado i mille eventi “pastorali” messi in atto negli anni scorsi, la percentuale dei “cristiani adulti” in diocesi è bassissima, impalpabile. E chi sarebbero questi ultimi? Coloro che frequentano chiese, parrocchie ed eventi con forme di presenzialismo a volte esasperato e asfissiante? O coloro che fanno parte attiva di quei due o tre movimenti ecclesiali più diffusi in Diocesi, che , messi insieme, non rappresentano nemmeno l’ 1 % della popolazione residente? Bastano queste “appartenenze” per avere la patente di “cristiano adulto” o comunque di un cristiano che viva con un minimo di coerenza la propria Fede e non una propria religiosità sia pure “ semplice e autentica”?

      Fateci capire, per favore, cosa occorre fare veramente per saltare il fosso dalla palude della religiosità
alla roccia della fede vera . E magari, con l’occasione, diteci se ancora dobbiamo prestare fede al mandato che Gesù ha dato ai suoi apostoli: “«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». ( Marco 16, 15-20).