sabato 25 febbraio 2017

VECCHI E NUOVISSIMI CRISTI DI CARNE

di Bruno Demasi
    Ci si chiede se sia veramente finito il tempo dei “Cristi di carne” di cui parla Vincenzo Padula. Il tempo del bracciante affamato , ultima ruota di un carro sociale sbilenco al cui vertice stanno i parassiti proprietari della terra, che così lamenta per bocca del grande scrittore calabrese:

A ‘na nivura fossa funna e scura
Sula a speranza non mi fa schiattari,
E tu, rilogiu, chi mi cunti l’ura,
Tannu mi crijiu di me liberari
Quannu mi dici:
 Su vinti quattr’uri.

    Lo stesso tempo in cui , come racconta Pasquale Creazzo, il poeta cinquefrondese presto dimenticato da molti, l’uomo della terra e senza terra al servizio del padrone ignavo, doveva spaccarsi la schiena per sfamare la prole e spesso urlava, maledicendosi:

Non su cristianu: - ciucciu, nimali!
No ‘nc’è rispettu pe’ lu zappuni…
Chist’è misteri di lu crapuni.
Poc’anni arretu culonu o servu,
a mala ppena pipitijava
venia curatu a botti di nervu
chi lu patruni sumministrava.

Mo pe’ lu menu, standu abbuzzuni,
sulu lignati no’ provu cchiuni.
Ma sempi schiavu com’era aghierj
Raghu la juva cu tanti sprizzi;
Cu mangia e dormi senza penzeri
Scialaquettija ntra li ricchizzi…

     Dalla Calabria borbonica a quella dell’Italietta unitaria non era cambiato nulla: schiavi prima, schiavi dopo. E di padroni imbelli, inutili, parassiti. 

      Gli stessi padroni  molti dei quali  oggi al bar, sui social sui giornali sparano a zero contro gli Africani che arrivano a torme sulle nostre coste , che in piccolissima parte vivono nelle case di accoglienza e negli alberghi solo per giustificare il fiume di denaro che lo Stato dispensa a speculatori di ogni risma, ma che in grandissima parte diventano Cristi di carne nelle loro tende marce a gelate, negli aranceti, negli uliveti, nei campi a raccogliere, seminare, irrigare, trasportare per pochi euro al giorno, con la consegna di stare zitti se non vogliono rischiare di essere per caso investiti al buio dell’alba sulle piste secondarie e fuori mano di quell’inferno sociale e storicoche si chiama Piana di Gioia Tauro.
     I Cristi di carne non hanno più nomi cristiani, ma si riconoscono lo stesso.

sabato 11 febbraio 2017

Colonìe III: LA SVENDITA DEL SUDORE

di Nino Greco
    Il carboncino di Gianna Pinto che apre questa nuova pagina di Nino Greco e che rappresenta in modo sublime il volto della donna, della madre calabrese per antonomasia mi ha sempre commosso: lo ritengo un capolavoro.
    Ed è degno di illustrare tutta la tristezza di Nino Greco  nel ripercorrere queste righe in cui sua madre, scomparsa pochi giorni fa, appare silenziosa, anche se non espressamente citata, insieme alle altre donne consunte dalla fatica rurale, affacciate allo stradone a svendere all’affarista di turno i frutti del loro sudore.
    La dipartita di queste donne senza tempo, sopravvissute al vecchio  secolo solo per assaggiare i veleni del nuovo  ormai privo di storia, lascia dei vuoti impensabili – io l’ho provato tre anni fa – perché rappresenta il crollo di una religione, quella del lavoro e dell’ umiltà orgogliosa, quella della sapienza antica e dell’arte della famiglia, distrutta inesorabilmente da mille nuove idolatrie che ci rubano la dignità senza che ce ne accorgiamo.
    A Caterina Gentile Greco, a tutte queste donne antiche che stanno lasciando in silenzio la scena di questo mondo dopo avere insegnato la vita e l’orgoglio della famiglia per tanto tempo, va la nostra smisurata e commossa gratitudine. (Bruno Demasi)

_____________
   Nello slargo, sotto i pioppi, dopo ogni raccolta, avveniva la vendita dei fagioli. In quell’oasi d’ombra e di terra battuta ci si arrivava dallo stradone che, da Marro, fiancheggiando e in qualche punto attraversando le fiumare, porta fino alla Ferrandina. 

   Era il tragitto che, ogni anni a metà giugno, faceva Roccuzzu di San Martino. Girava per le contrade per accaparrarsi la vajaneja promentina, e approfittava per ‘mparolarsi il raccolto con chi ne fosse disponibile.
   Risaliva la fiumara col suo Lupetto rosso; il clacson del camioncino e un cupigghjuni di polvere era il richiamo per i coloni che sbucavano da ovunque e lo seguivano fino a lì, sotto ai pioppi e al fresco.
   Un giorno della fine di giugno, dopo aver radunato i coloni della Pignara e proposto a loro le condizioni, risalendo la fiumara, arrivò fino a noi, ai Tri Chiuppi.
   Le voci della Foresta avevano anticipato il suo arrivo; un passa parola mormorato tra le reste e le rasule di fagioli:
- Avoji ‘nc’è u camiu i Roccuzzu i San Martinu!
   Il rombo, il clacson del camion e la nuvola di purbarata sollevata confermarono le voci.
   Arrivò nello spiazzo, scese dal camio insieme al suo lavorante e attese l’arrivo di tutti coloro che avevano piantato nei paraggi.
   Era un omino basso, volto rigonfio e grondante di sudore, occhi grossi e arrossati incastrati in orbite che sembrava reggessero con fatica i movimenti dei bulbi; voce stridente, ventre straripante oltre la cintura, e la camicia, il cui collo arrivava a metà guance, rivelava apertamente un collo basso e che non vi fossero in commercio modelli di camicia adeguata al suo busto.

- Pure quest’anno volarria ‘ccattari la vostra fagiolina, anche se ho pensato seriamente di cambiare travagghjio! Non si guadagna niente!
   Disse ridendo e con la parlata dericinisa e allargando le braccia per mostrare una finta disperazione.
- Non piace più la fagiolina! Le famiglie ormai s’addubbano a pasta e carne, i fagioli non li mangia nessuno! - rise.
   Era un modo grossolano per preparare le condizioni e per giustificare le lire che avrebbe proposto per ogni chilo di fagiola.
- La prima cogghjuta di vajaneja tennera, sia di maddammolu che di milanisi, ve la pago a sessanta lire, ma deve essere carravuci, non voglio il mezzo coccio; per le prossime raccolte ci metteremo d’accordo, a mano a mano.
   Roccuzzu poneva le condizioni ed erano le stesse dell’anno prima, potevano variare solo le lire. E così, tranne le piante lasciate per semenza e quanto serviva per il consumo di casa, si accaparrava tutta la produzione; era l’unico a comprarla, nessun’altro si offriva né si era mai proposto. Scelta obbligata: o chistu o nenti, e ci si contentava.
   Ogni anno diceva le stesse cose, usando le stesse parole; forse non ricordava di averle già dette l’anno prima o le ribadiva poiché le reputava convincenti. Si sentiva talmente padrone e certo che nessun evento gli avrebbe distolto quei raccolti.
   E poi il prezzo lo poneva al momento della trattativa; quale colono, dopo aver riempito i sacchi di zombara, avrebbe rinunciato alla vendita ritenendo il prezzo non soddisfacente? A chi altro avrebbe potuto vendere quanto raccolto? 

- La gente vuole sostanza, cerca altre cose quando va al mercato, e la vendita diviene sempre difficile; e poi a vajaneja è: “chiantari e cogghjiri”.
   Sdegnava i sacrifici di coloro che svendevano intere giornate di lavoro e diceva che la fatica era limitata alla semina e alla raccolta; non teneva conto, o faceva finta di non sapere, che c’era da dubrare, da bivarare, e poi ancora l’impalare e lo spagghjarare.
   Nessuno votava parola, e non perché non c’era nulla da dire, non era opportuno scorrucciare il compratore, un altro non ci sarebbe stato.
   I coloni di quei paraggi, disposti a cerchio sotto l’ombra dei pioppi, erano con le orecchie aperte per cercare di capire a quanto avrebbe pagato un chilo di maddammolo e di milanisi, giusto per fare un veloce calcolo e capire quante lire avrebbe reso un sacco chinu di zombara, che ‘nsaccato bene conteneva oltre trenta chili.
   Io osservavo il volto serio di mia madre e degli altri: di commare Cuncetta, d’ a Cireiota, d’a Perduta, d’a Monaca, di Vavarella; si radunavano lì anche coloro che avevano le terre dei De Zerbi: ‘a Curruna e Nino Zinghinì.
   Tutti che pendevano dalle parole di Roccuzzu, e lui con aria di rammarico diceva che, ai mercati di Taurianova, in pochi compravano i fagioli.
- Ormai le famiglie si guvernanu di carne e pesce!
   Ripeteva continuamente, e rideva. Bisognava crederci, o fare finta di crederci.
   E poi lui faceva vedere i soldi. Una scena che si ripeteva nei momenti della compravendita e che conoscevano tutti.
   Accadeva che quando era il momento di pagare i coloni tirava fuori dalla tasca tanti pezzi da diecimila da cinquemila e da mille lire, una corposa mazzetta che gli riempiva il pugno e che passava sotto il naso di tutti. 

   Esibiva i denari ed esibiva il potere; che per lui era tutto lì, in quel pugno di banconote.
   Vantava il suo avere e Vavarella diceva:
- Cu mmostra i sordi mmostra u culu!
   Un modo semplice per dire che chi sfoggia il potere nella maniera più arrogante e senza discrezione, nel momento in cui lo fa mostra la parte più cajorda del suo essere. Vavarella non ossequiava Roccuzzu oltre l’opportuno, sembrava fosse invidia per quella manata di denari o un’antipatia spontanea per quell’uomo vanitoso.
    Quell'ostentazione del potere e del benessere ‘mportunava chi, come Vavarella, per vedere mille lire doveva vendergli venti chili di fagioli e a Vavarella quell’estate gli sarebbe servito davvero vendere tante quintalate di fasolo, aveva fatto la figlia più grande zita ed era prossima al matrimonio.

martedì 7 febbraio 2017

LA COSMA

                                             di Bruno Demasi
     Donna Meluzza dalla vita in giù era un donnone massiccio; dalla vita in su invece aveva la conformazione di un uccellino affamato. Ecco perché la buona donna, avendo un’idea del tutto personale dell’estetica, aveva pensato di controbilanciare l’appariscente sproporzione riprendendo i cospicui volumi inferiori del suo corpo nella testa e nel viso che aveva pensato bene di contornare da una crocchia rotondissima e gonfia di capelli rossastri che a volte davano l’impressione di essere spettinati, ma giravano decisamente in larghe e ripetute volute tondeggianti intorno al capo.
    E poichè due volte l’anno, nella fiera dell’Annunziata e nella festa di San Rocco, a lato della farmacia di Simone si piazzava su un alto trespolo vacillante sotto il suo peso enorme la Sonnambula, la chiaroveggente e cartomante più rinomata e corpulenta della Piana di Gioia Tauro che riceveva i clienti coprendo se stessa e loro con un lercio tendone maleodorante necessario per stabilire la privacy dal resto del mondo, dalla gente fu notata una stranissima somiglianza tra i capelli di Donna Meluzza e il cartellone pubblicitario della Sonnambula che il manager di costei , mingherlino e bassissimo, portava in giro per la piazza alla ricerca di clienti e poi attaccava a un lembo dello sbilenco ombrellazzo sotto cui stazionava il donnone dal rotondo e pallidissimo viso incerato in attesa di clienti mentre ruminava in continuazione chili di calia e di fave abbrustolite per tenere la bocca in allenamento.
    Il cartellone rappresentava il sistema solare con una pallina indefinibile al centro, intorno alla quale giravano centinaia di orbite rossastre su ognuna delle quali spiccava una sfera piccolissima e variopinta. Sotto il groviglio di orbite c’era la scritta a caratteri cubitali “IL COSMO”.
    E siccome le orbite del cartellone della Sonnambula erano la fotografia dei capelli di Donna Meluzza, per la gente ella diventò subito “ ’A Cosma”.
    Inutile dire che molto presto l’unica , bella figliola di Donna Meluzza venne presto battezzata “Cosmina”, mentre il marito, che partiva per la campagna ogni mattina al buio con la sua asina per ritornare la sera al buio, diventò “’U maritu d’a Cosma”, abbreviato presto in “Cosmo”. E tutti i membri della famigliola, dopo un breve tirocinio sulle bocche dei vicini e del paese in cui vennero definiti  “ La famiglia dei Cosmi”, diventarono semplicemente “I Cosmi”.
    I Cosmi badavano ai loro affari familiari con estrema riservatezza, erano gran lavoratori rispettosi di tutti e di tutto ed evitavano accuratamente persino nei giorni più caldi dell’estate di sedersi davanti alla porta per ascoltare le faccende altrui. Il che acuiva la curiosità e l’invadenza repressa dei vicini di casa che non perdevano occasione per controllare a qualsiasi ora del giorno e della notte i passi dei Cosmi. Ma nessuno ebbe mai motivo di riferire nulla di strano.
    C’erano due sole giornate ogni anno in cui Donna Meluzza usciva ripetutamente  e frettolosamente di casa, ed erano appunto il 25 marzo, giorno della grandissima fiera dell’Annunziata, in cui arrivavano in paese persone da ogni dove, e il 16 agosto, festa di San Rocco, per la quale tutti gli ammalati affollavano le strade alla ricerca delle guarigioni operate dal Santo e di quelle predette dalla Sonnambula. 

    Già all’alba la Cosma , che da tempo aveva stretto amicizia con quest’uultima, andava a tenere il posto sul marciapiede laterale della farmacia Simone per la postazione della chiaroveggente , che era una stampa e una figura con la gigantessa di cartapesta che allietava la festa, ed appena costei arrivava Donna Meluzza correva a casa a preparare il caffè e i biscotti alla giuggiulena di cui il donnone era ghiottissimo, tanto da divorarne a chili.
    A tal punto Donna Meluzza inaugurava il lavoro della Sonnambula, temporaneamente rifocillata, infilandosi sotto il tendone che copriva entrambe e rimanendo in fitto confabulare per almeno un’ora. Al termine del consulto Donna Meluzza emergeva con le orbite scompigliate dei capelli e un sorriso larghissimo dipinto sul volto. Solo in quella occasione la si vedeva ridere.
    Durante la giornata era poi un viavai di Donna Meluzza che portava in continuazione viveri e vivande al ventre senza fondo della Sonnambula che, sottoposta al terribile stress di predire il futuro a cani e porci spesso puzzolenti che si avvicendavano davanti al suo trespolo, aveva bisogno continuo di rinnovare le energie col cibo.
    Per far star buono il manager della veggente era sufficiente un litro di vino, che già alle dieci di mattina lo stendeva per il resto della giornata.
    La frequentazione così fitta della Sonnambula, sia pure per due giorni all’anno, insieme al soprannome che ormai la fregiava, diedero a Donna Meluzza molto presto una nuova fama prima nel suo quartiere e subito dopo in tutto il paese:
- ‘Onna Meluzza sapi megghiu d’a Sonnambula!!!
    Fu un vortice immediato che fece il giro dell’abitato e dei paesi vicini: Donna Meluzza sapeva predire il futuro e non ne sbagliava una.
    Cominciarono a vedersi persone che bussavano alle ore più impensate alla casa dei Cosmi e presto il vicolo con cui la loro casa faceva angolo cominciò a pullulare di facce nuove che venivano da ogni dove per chiedere aiuto e consiglio alla Cosma, che inizialmente aveva mostrato molta ritrosia, ma ben presto cominciò a credere anche lei nelle proprie capacità predittive.
    L’unico che mostrava insofferenza e gelosia era il Cosmo cui dava fastidio il fatto che la moglie ormai spesso non lo accompagnava al lavoro, non badava più a nulla, neanche a cucinare, per dare udienza alle persone che in numero sempre più grande andavano a consultarla.
    Donna Meluzza riuscì però a rabbonire l’ometto promettendogli solennemente che avrebbe badato a lui come e meglio di prima, mostrandogli un’infinità di uova e di galline che la gente le portava per i suoi consulti e soprattutto cominciando a solleticare le sue paure di ipocondriaco predicendogli una vita lunghissima. 

    Il Cosmo ogni mattina partiva per la campagna, ormai da solo, sufficientemente rasserenato, ma durante la giornata di dura fatica covava un crescente rancore nei confronti della moglie e la sera glielo scaraventava addosso nel chiuso della stalla con strepiti di ogni genere. E non passò molto che l’uomo inizio a tempestare la moglie con una vera e propria mattana mattina, sera e notte: voleva assolutamente sapere con certezza fino a quale età sarebbe vissuto, lo attanagliava una curiosità spasmodica, voleva, doveva sapere… ma la donna temporeggiava.
    Una sera, particolarmente stanco e affaticato da una giornata di pompa alla vigna, chiese nervosamente alla Cosma quanto avrebbe vissuto e le impose di dirglielo subito altrimenti avrebbe fatto una strage . La donna , spaventatissima, gli azzardò all’orecchio che lui si sarebbe fatto di novantotto anni dopo averli sotterrati tutti.
    La sera dopo la scecca  del Cosmo arrivò di corsa sola a casa con una cofana legata e l'altra trascinata a terra e si infilò nella stalla spaventatissima , ragliando in modo raccapricciante . 
   Partì tutto il parentado alla ricerca del Cosmo e lo trovarono con i piedi nudi nella mastra dell’acqua vicino ai solchi dei pomodori, stroncato da un infarto.

domenica 5 febbraio 2017

5 FEBBRAIO: IL RICORDO STRUGGENTE DEL TERREMOTO NELLA FESTA DI SANT'AGATA


    di Bruno Demasi 

       Ogni 5 di febbraio la mente corre almeno a due grandi eventi ormai indissolublimente legati alla storia della nostra terra e della nostra diocesi: il tremendo sisma, che distrusse, tra l'altro, quasi tutti i paesi dell'attuale Piana di Gioia Tauro, e la memoria liturgica di Sant'Agata, la santa catanese che ha dato il primo prestigioso nome alla nostra Chiesa, HAGIA AGATHE.
      Sul terremoto , di cui ricordiamo tutti oggi con commozione, le innumerevoli e sconosciute vittime, esistono molte pubblicazioni più o meno valide, ma da qualche tempo anche una bellissima pagina facebook gestita dallo studioso Dr. Tonino Violi, che è più che interessante leggere e consultare per la miniera di informazioni che essa contiene. La pagina( raggiungibile anche da qui , cliccando sul link) si chiama "TERREMOTO DEL 5 FEBBRAIO 1783: Il Grande Flagello" e vale la pena entrarci e acquisire le notizie inserite instancabilmente dal curatore, cui va un unanime ringraziamento.
     Sulla tradizione bizantina di dare il titolo di un santo alle chiese locali e, in particolare, quello di Sant'Agata alla Théotokos di Oppido, ho già inserito qualche riflessione ( raggiungibile anche da qui, cliccando sul link) in questo blog ( l'antica chiesa diocesana oppidese dedicata a Sant'Agata ) , ma mi propongo, appena avrò del tempo, di continuare a cercare di capire perchè proprio questo nome venne dato dai Bizantini alla chiesa di Oppido e, per estensione, alla città e all'intera circoscrizione amministrativa coincidente grosso modo con l'attuale alveo del Metauro- Marro.

sabato 4 febbraio 2017

LA FORTUNA CALABRA DI ESSERE IN “CRISI NON COMPLESSA”

di Bruno Demasi
    Con trionfalistico comunicato di due settimane fa emesso dalla “Cittadella Regionale”, accompagnato _ si presume - da suoni e strepiti di molte bande bruzie, l’assessora regionale allo Sviluppo Economico Carmen Barbalace a proposito del rilancio economico e imprenditoriale della Calabria contenuto nel provvedimento relativo alla candidature delle “aree di crisi non complessa” adottato dalla Giunta regionale e riconosciuto con decreto direttoriale del Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, (nei pochissimi minuti che gli ha lasciato liberi l’elaborazione e il varo del faticosissimo piano anticorruzione per il biennio 2017/19), ha dichiarato : “La scelta di dare priorità ai comuni nei quali ricadono le aree industriali, è stata premiata”. A questo punto, la Calabria dispone di una delibera fondamentale per guardare alla crescita economica dell'intera Regione garantendo le agevolazioni finalizzate al rilancio delle attività produttive ed estese alle imprese di piccole e medie dimensioni e riguarderanno non solo il manifatturiero ma anche i settori di tutela ambientale, della produzione di energia, dei servizi alle imprese e dell’ attività turistica”.
    Secondo l’assessora Barbalace la validità assoluta del lavoro svolto è confermata ampiamente dal decreto del Mise emanato il 19 dicembre 2016, contenente l’elenco nazionale dei territori candidati alle agevolazioni previste, a valere sulla legge n. 181/89. 

    Adesso i comuni interessati ,  in tutto  123 su un totale di 409, indipendentemente dalla loro grandezza, possono cominciare a fregarsi le mani e a pensare cosa e come fare per presentare le domande di agevolazione secondo i termini che saranno successivamente definiti con apposito provvedimento regionale e ulteriore suono e strepito di molte bande bruzie.
    «Si tratta di un riconoscimento significativo perché rappresenta un’opportunità – aggiunge l’assessore allo sviluppo economico – soprattutto per tentare di dare risposte alla crisi economica e occupazionale del territorio calabrese. “Grazie a questo riconoscimento- conclude l’assessore- la Calabria diventa più attrattiva per gli investimenti. Bisogna, dunque, continuare a lavorare con impegno, stimolando anche il sistema imprenditoriale per garantire le condizioni efficienti per una fase di ripresa degli investimenti e il rilancio economico del tessuto produttivo della Calabria”.
     I comuni interessati, tutti rigorosamente considerati in situazione di  crisi “non complessa”, sono individuati senza nessuna ulteriore specificazione circa i criteri usati. 

     Per la Piana di Gioia Tauro sono soltanto quattro: Gioia, Palmi, Seminara e Rizziconi. Solo e soltanto essi sono destinati ad avere , come dice l’assessora” “attrattiva economica” per futuri investimenti
     Tutti gli altri – si evince con ogni chiarezza possibile – dato che sono tanti ( almeno il 70 %) e sono tutti in preda a una “crisi complessa “o molto complessa , che vadano a farsi… compiangere dai loro cittadini e la smettano di rompere continuamente… le righe per chiedere aiuti ed agevolazioni che sarà impossibile loro dare.
    Noi siamo molto contenti per l’adozione di questa “Delibera fondamentale” e, credo, i sindaci del 70% dei comuni calabri attanagliati da “ crisi complessa” pure.

sabato 28 gennaio 2017

LA MULA DI RIFEPI

di Bruno Demasi

    Scapolava all’improvviso quando meno te l’aspettavi , punta da un tafano o impaurita dal salto di un topo nella paglia. E non c’era cavezza che tenesse davanti a una bestia di quasi cinque quintali capricciosa e permalosa come non mai che saltava come una scheggia impazzita nonostante la sua mole.
    E partiva con larghi e velocissimi  giri sulla strada incurante di tutto ciò che incontrava al suo passaggio, fossero sedie e persone buttate fuori dal caldo d’estate, oggetti di ogni genere e persino le pochissime automobili che cominciavano ad apparire di tanto in tanto. Vi si avventava sopra col fragore di una fiumara in piena alzando le zampe anteriori e distruggendo quanto le capitava a tiro durante il suo folle giro per il paese o per le campagne circostanti.
    Era diventata la leggenda e il terrore e non solo del quartiere, ma dell’intero paese da quando Cenzo Ncianci, che vantava una grande conoscenza e capacità di gestione dei quadrupedi, aveva osato temerariamente, una delle prime volte,  piazzarsi sulla strada al suo passaggio per tentare di bloccarla confidando sul proprio, collaudato carisma asinino, ma aveva ricevuto una feroce zampata nelle sue parti basse e si era fatto accompagnare dolorante dalla moglie al vicino ospedale urlando bestemmie che facevano accapponare la pelle alternate sottovoce a rassegnati “Ti lavasti ‘i mani” rivolti alla consorte che, a sua volta,  imprecava in silenzio. 

    Quando dalla parte alta di Via Annunziata si avvertiva il primo tafferuglio misto al suono disarticolato di zoccoli sul selciato sconnesso, la voce partiva subito inarrestabile come un bollettino di guerra:

   -Scapulau ‘a mula ‘i Rifepi!!!

    Un fuggi fuggi generale che in pochissimi minuti faceva il giro di tutto il paese e del paese attaccato ad esso da sempre morto d’invidia perché non era a monte, ma a valle, seguito a ruota dal crescente rumore sincopato della mula dietro cui arrivava un grosso bolide di pelo rossastro che lasciava una scia puzzolente e verdastra sul selciato al suo passaggio.
    Era un rincorrersi di grida impaurite, porte sbattute, calascindi che per la fretta si staccavano lasciando fuori dai bassi gente tremante che chiedeva asilo ai vicini, bambini riottosi e testardi che non capivano inseguiti e malmenati dalle mamme urlanti, mentre sul corso e nella piazza grande, allertati dalle serve, i gnuri si affacciavano grondanti noia e grasso e  ingordi di novità ai loro balconi per assistere alla scena, mentre l’animale, reduce da un rapidissimo tour nelle periferie del paese, concludeva il suo giro trionfale sul corso inseguito dai figli di Rifepi ,armati di pali, e dalle loro urla disumane che non gli facevano né caldo né freddo. 

    In una sola estate le performances della mula furono tre, di cui una notturna , una più paurosa dell’altra: sembrava che l’animale quell’anno volesse vendicare da solo generazioni e generazioni di quadrupedi costretti a portare la soma.
    La gente esasperata chiese e ottenne che il maresciallo dei carabinieri prendesse provvedimenti.
    Rifepi, che non era né pavido né ignorante, rifiutò di abbattere la mula che per lui era preziosa in quanto svolgeva da sola in campagna il lavoro di almeno tre asini. Promise soltanto che avrebbe costruito una nuova stalla in cemento armato con porta in ferro per evitare scapolamenti improvvisi e incontrollabili, specialmente di notte.
    Le maestranze iniziarono un meticoloso lavoro di costruzione della nuova stalla ai primi di ottobre, ma a Natale erano ancora lì a dissanguare le tasche e a proscigare le botti di Rifepi con la complicità della mula che ogni notte sistematicamente spazzava via il lavoro che veniva fatto di giorno, tanto che ormai qualcuno dei pochi istruiti del paese aveva battezzato l’animale “Penelope”.
    Una sera  molto sul tardi le mogli dei due muratori e del manovale che lavoravano alla stalla si recarono in cantiere spaventatissime dal fatto che i loro mariti non fossero rientrati a casa e si aprì davanti ai loro occhi una scena terribile: i tre poveracci giacevano a terra, pur visibilmente in preda al vino, si lamentavano urlando del dolore terribile che avvertivano alle parti basse. Rifepi invece, tranquillamente seduto su una cofana, fumando il suo sigaro, mentre dalla stalla vecchia saliva il ronfare altissimo delle narici dell’animale, si giustificava :
-  Chi voliti? Fu ‘ a mula!

mercoledì 25 gennaio 2017

IL FANTASMA DEI POMERIGGI A SCUOLA



di Bruno Demasi

L'ABBANDONO SCOLASTICO MASCHERATO COME SCELTA...

     Tempo di iscrizioni scolastiche anche per le scuole della Piana: è scattata la corsa a ostacoli tra le scuole di serie A e quelle di serie B che fanno a pugni tra loro per accaparrarsi un posto nella serie Zeta.
    Il grande scandalo annuale fatto di promesse, ammiccamenti, sventagliate di merce stantìa, olezzi persistenti di scopiazzatura verbale e pubblicitaria per accaparrarsi alunni è partito alla grande anche quest’anno malgrado il freddo e la pioggia che fa ammuffire perfino i cervelli e che si sta mangiando quel poco che resta delle piste di fango che la Provincia, pardon la Città Metropolitana, si ostina a definire strade sul proprio sito web.
     Vinceranno, come al solito, in piccola parte le pochissime e vere scuole di eccellenza, quelle che, per intenderci, non strombazzano merce avariata, ma in grandissima parte vinceranno le scuole venditrici di fumo che si qualificano come paesi dei balocchi in grado di attrarre facilmente e gioiosamente i Pinocchi e i Lucignoli di turno.
    Uno scandalo serio, a causa del quale queste generazioni sfortunate vanno alla ricerca di un nulla che attraversa trasversalmente ormai tutte le scuole secondarie di II grado, illusi di poter ricevere il più e il meglio per poi approdare al vuoto assoluto del post diploma. 

     Ma c’è uno scandalo ben più grave e pericoloso, perché silente, subdolo, nascosto.
No, non mi riferisco al puzzle infantile senza capo né coda in cui i cervellotici giochi di potere della cosiddetta ex Provincia hanno ubicato le unità scolastiche della Piana con dannosissimi piani “di razionalizzazione”( dei quali si potrebbe parlare e ridere  per un anno), mi riferisco al crollo in verticale registratosi negli ultimi tre anni della scuola a tempo prolungato relativamente alla scuola secondaria di I grado e alla scuola Primaria.
    Un crollo voluto e colpevole, i cui effetti si leggeranno già fra qualche anno non solo nel calo dell’occupazione docente, ma soprattutto negli effetti devastanti che “il ritorno nella strada” di migliaia di bambini e ragazzini avrà sulla loro crescita e sulla società nel suo insieme.
    Voluto da centinaia di docenti beceri ed egoisti che hanno fatto di tutto per far fallire nella scuola dell’obbligo le esperienze di tempo prolungato, assegnando a dismisura compiti per casa ( quando il docente non è tale, usa il libro e l’assegno dei compiti domestici come un’arma), squalificando la portata e l’utilità del “fare scuola” “dentro” la scuola. Quale senso possano avere i compiti assegnati per casa a vagonate in classi pletoriche in cui i docenti non hanno neanche il tempo di controllare quanto hanno scritto o suggerito eserciti di genitori, nonni, zii, comari e compari.
    Quale senso ha pretendere che i più disperati che non dispongono a casa di tali aiuti riempiano le stesse pagine che i Pierini di buona famiglia si fanno riempire dalle loro piccole corti dei miracoli?

     E  quale seria azione di orientamento svolgono le scuole per evitare che il tempo scuola si riduca ancora, diventando minimale, solo antimeridiano, abolendo attività preziose di recupero e di consolidamento sotto l’occhio del docente, assecondando la stupida vanità di mille genitori che non possono soddisfare il proprio prurito competitivo se non riescono a sbandierare che il proprio figlio di pomeriggio deve andare al tennis, a scuola calcio, in piscina, a scuola di musica, in palestra ?
    Sappiamo bene che queste attività pomeridiane nascondono quasi sempre l’orrida realtà di bambini e ragazzi che ormai bivaccano tutto il pomeriggio, o quasi, per le strade ad imparare ciò che è sotto gli occhi di tutti nei loro beceri e squallidi comportamenti irriguardosi, stanchi , infelici.
    E intanto le classi a tempo prolungato chiudono facendo il gioco sciacallesco di chi se ne infischia della reale formazione dei ragazzi e, perché no?, della ricaduta orripilante sui posti di lavoro e sulle piccole economie dei paesi. 
    Il tutto condito anche da queste parti dalla retorica dolciastra e maleodorante di tanti progetti e iniziative di “buona scuola” utili solo agli addetti ai lavori.