sabato 26 novembre 2016

COMMENDATOR " MAMA AFRICA"

di Bruno Demasi
    Tra le numerose centinaia di nomine a commendatore della Repubblica dispensate dal Quirinale a destra e manca, specialmente negli anni scorsi, quella conferita nei giorni scorsi a Norina Ventre, ottantanovenne ex maestra d’asilo di Rosarno detta “Mamma Africa” “per l’impegno profuso nel corso della sua vita, in straordinarie opere per l’integrazione delle persone socialmente disagiate” è forse una delle poche che brillano di luce propria e non si ammantano di alcun sussiego . 

    “Mama Africa” come veniva e viene ancora oggi chiamata dagli Africani spalmati al freddo e alla pioggia negli immondezzai travestiti da tendopoli di Rosarno e San Ferdinando, già venticinque anni fa, da sola e senza alcun aiuto da parte di nessuno , men che mai da parte delle vestali della solidarietà di cui abbonda la scena associativa anche da queste parti, fondava “la mensa dei neri” di Rosarno, e da decenni si èbattuita con tutte le sue forze e con le sue tasche ad aiutare i bisognosi provenienti da ogni parte del mondo.
    Anche quest’anno a Rosarno gli Africani sono tornati in mass per la raccolta delle arance. Un lavoro faticoso, al freddo, in tuguri, quasi sempre senza godere di assistenza sanitaria, per la misera paga di 25 euro giornalieri. E lei, Norina Ventre, pur non potendolo fare più personalmente, ripensa con rammarico alla sua mensa per i poveri gratuita ed autogestita che per decenni ha sfamato migliaia di bocche. 

    La storia di Norina è un sospiro di sollievo per chi teme che questo paese si sia implacabilmente avvitato in una spirale di chiusura e di odio verso l'altro, verso il diverso. C'è ancora, eccome se c'è, chi non rivendica il cristianesimo come una semplice bandiera da sventolare polemicamente contro altre religioni, ma più semplicemente e più coraggiosamente lo vive, c’è ancora chi non si preoccupa di rivendicare una Fede che invece di farsi carne tra la gente, tra i poveri, sempre di più si fa spettacolo in tanto associazionismo ecclesiale fine a se stesso che del campanile fa scudo e pretesto soltanto…
    Nel casolare di famiglia, lungo la strada che conduce a Vibo Valentia, Mamma Africa per anni ha preparato e dispensato ogni sera centinaia di pasti caldi conditi con allegria e affetto per tutti gli africani tornati da queste parti. E quando nel gennaio del 2010 i vandali distrussero il suo capannone durante la famosa “rivolta”, lei lo rimise in piedi subito, attivando in men che non si dica una cucina di fortuna.
    Nessun pretesto per non fare la carità – quella vera – per vivere la carità senza foto, cartelloni, e fiumi di esibizione che in questi anni malati hanno inondato persino le menti della gente facendole dimenticare che la Carità non ha bisogno di orpelli di nessun genere. 

    Per tantissimi anni Norina ha accolto i suoi ospiti con baci e abbracci, enormi porzioni della sua proverbiale pasta al forno e pollo per secondo, aiutata soltanto da altre madri, da altre vedove, vicine di casa o amiche di altri paesi. Non s'è inventata nulla, ha semplicemente seguito la lezione di sua madre che teneva la porta di casa sempre aperta, e faceva il pane per i poveri. Ogni domenica addirittura giungeva a servire anche 250 pasti.
    Se solo l'avessero interpellata e chiamata in causa, nei giorni infuocati della rivolta del 2010, magari sarebbe riuscita a sedarla da sola, ma ha sempre  negato energicamente che gli abitanti di Rosarno siano razzisti. «Furono pochi “figghiolazzi” a scatenare la rivolta».
    Se solo l’avessero interpellata e chiamata in causa, magari avrebbe insegnato subito il vero mestiere della carità anche a coloro che ritengono di averne in tasca la laurea magari arricchita da qualche master e relativo album fotografico o ai politici calabri e ai faccendieri che dal loro letargo annoso alzano solo una palpebra quando l’odore dei soldi ne pizzica le narici o quando devono mettere in piedi i loro stantii e maleodoranti show elettorali.

domenica 13 novembre 2016

U PARRARI E’ ARTI LEGGIA

di Mariastella Crupi
    Arriva dal Belgio questa piccola grande lettera che  mi riempie il cuore, non solo per i ricordi che suscita , ma per l'amore profondo per la nostra lingua che vi traspare e per il rispetto commosso  con cui Mariastella Crupi sa trattarla senza schernirla e senza piegarla a improbabili espressioni di colore. Grazie! (Bruno Demasi)

      Carissimo professore, l’ho ritrovata su un social network quando meno me l’aspettavo. Si ricorda di me? Metà anni ’80, mi pare , nel Sidernese: Lei giovane preside, io alunna di scuola media che detestavo libri e banco, ancora desiderosa com’ero di giocare e di correre per le rughe di quel piccolo paese dove ho lasciato l’anima e del quale la sera, prima di addormentarmi, avverto ancora nelle orecchie i suoni e i sibili del vento tra le rocce bianche che qualcuno chiama “Le Dolomiti del Sud”. Come se le nostre montagne con la loro orgogliosa bellezza avessero bisogno di scimmiottare i nomi di montagne più fortunate per avere un minimo di visibilità tra i pochi turisti che si degnano di visitare la Locride e i resti dell’antica Epizephiri.
    Da almeno venti anni la vita mi ha portata in Belgio, dove insegno Italiano in una scuola in cui si ama l’Italiano forse più di quanto non lo si ami nella nostra Calabria e dove , per un terzo della giornata faccio la mamma di tre figli ormai quasi grandi e indipendenti (Ahimè). 

    Torno spesso al mio paesello costruito su una frana che scende inesorabilmente verso Siderno e mi incanto ancora  quando rivedo quella scuola in cui Lei, annoiato di fare il Preside, non vedeva l’ora se mancava qualche professore, di entrare nella mia classe e di parlarci dei poeti e degli scrittori della nostra terra. Quelle lezioni mi sono rimaste stampate nel cuore. Quante volte ho ripercorso i sentieri dei personaggi di Saverio Strati, l’uliveto di Fortunato Seminara, le rughe spazzate dal vento raccontate da Mario La Cava, le risate delle commedie di Salvatore Filocamo, le montagne paurose e stupende di Corrado Alvaro.
    Quante volte mi riecheggia nelle orecchie la voce di mia madre (ancora vivente tra quelle pietre polverose) che quando le manifestavo i miei sogni, la mia voglia di andare via dalla Calabria, mi rimproverava dicendomi “U parrari è arti leggia”, come per dirmi che i progetti sono una cosa, ma la realtà è un’altra e che è difficile realizzare nella pratica ciò che il cuore e la bocca suggeriscono e dicono ai quattro venti.
    Eppure ce l’ho fatta. 

    E adesso che sono lontana, inesorabilmente lontana, perché ormai la mia vita è qui e perché qui è la vita dei miei figli, mi manca tantissimo la polvere di quelle case e di quelle strade, il sibilo frequente e insolente del vento, la sacralità di Prestarona, la magnificenza di Gerace, persino la paura dei lupi che , si raccontava, girassero ancora sulle montagne fino a trenta anni fa, ma soprattutto “U parrari”, il dialetto, la lingua cosi dolce e musicale della nostra gente, la cadenza strascicata che ci rimanda ai ritmi arabi e greci, la sonorità delle imprecazioni, persino la tristezza del pianto.
    E rivedo e risento il vecchio prete-massaro e contadino che con un muccaturi lercio e sciampariato si tergeva il sudore urlando parole irripetibili alle capre testarde più di lui che non volevano rientrare a sera nello jazzo ricavato dietro la sacrestia. Risento la sua voce nasale che invita i giovani archeologi della missione francese venuti a scavare pertusa in qualche anfratto tra le rocce a stare attenti alla sua suriaca che cresceva stentata e senza acqua e poi a mangiare la cardarata di pasta llevitata che lui stesso aveva preparato e condito con olio , polvere e casu friscu.
    E risento le nenie, i canti delle donne intente all’antica tessitura tra un colpo di navetta e l’altro in mezzo all’ordito o che con le tafarìe sulla testa trasportano l’uva ai palmenti e e le olive appena abbacchiate ai frantoi di Agnana e mi domando se la lingua che insegno io ai miei alunni belgi sia la vera lingua della nostra terra o almeno la MIA vera lingua, quella che i miei avi mi hanno donato e che io ho dimenticato. 

    Poi quando vedo che sul Suo blog qualche bravo scrittore, come Greco, non ha vergogna di ritornare alle parole antiche, allora il mio cuore sussulta e si colma di gioia e capisco che le parole che mi diceva mia madre erano proprio vere: “U parrari è arti “! Leggia o pisanti, non ha importanza, ma è arti.
    E ringrazio mia madre e ringrazio ancora anche Lei perché mi ha insegnato il cuore della Calabria e perché prima non lo avevo mai fatto. 
    E La saluto di cuore.

sabato 12 novembre 2016

MA CHE CALDO FA IN CALABRIA...!

di Bruno Demasi

   Stavolta, malgrado tutte le acrobazie linguistiche di cui sono maestri i media di regime, sarà difficile dare la colpa agli ingrati Romani che si dimenticano di noi: la Calabria è esclusa dai finanziamenti dei piani energetici, mentre tutte le altre regioni del Sud ottengono molti milioni di euro fregandosi le mani.
   Il governo regionale che non più tardi di qualche settimana fa nell’euforia lacrimosa di madame Roccisano ha restituito al Governo ben duemilionisettecentomila euro non spesi nel 2015 per il diritto allo studio e l’integrazione scolastica dei diversabili, si è ancora una volta assopito quando occorreva presentare i piani energetici e partecipare ai tavoli di programmazione, disertandoli. Saremo gli unici nel Sud a non accedere ai fondi per la realizzazione di reti intelligenti. Sicilia, Puglia, Campania e Basilicata ringraziano e si dividono una “torta” milionaria
   Non si riesce a capire come mai dopo quest’ennesima figura da cani il governo regionale non corra a comprare uno stock dei classici crivi per coprirsi la faccia: non ha nemmeno provveduto a inserire questi investimenti nel Por Calabria , diventato ormai la parodia di se stesso, e ha disertato le riunioni dedicate all’argomento. Dunque non avrà quei denari perché non li ha richiesti.

   E non ci potranno essere giustificazioni: i documenti parlano una lingua chiarissima anche stavolta
Il primo è un’aggiornamento sullo stato di attuazione del Pon “Imprese e Competitività” 2014-2020. In particolare si tratta dell’Azione 4.3.1, la realizzazione di reti intelligenti di distribuzione dell’energia (smart grids) e interventi sulle reti di trasmissione strettamente complementari e volti a incrementare direttamente la distribuzione di energia prodotta da fonti rinnovabili. Fondi alle imprese per produzioni sostenibili: se ne parla da anni. Però, al momento di agire – almeno in Calabria – manca qualcosa.
   Il risultato dell’inerzia è contenuto nella nota conclusiva dell’aggiornamento. Che è un riepilogo degli aiuti che andranno alle Regioni del Sud. Premessa: lo stanziamento è di tutto rispetto, 321 milioni di euro ai quali si potranno sommare «ulteriori risorse finanziarie messe a disposizione da ciascuna delle cinque Regioni interessate». Com’è andata? La Sicilia prevede di utilizzare 97 milioni, la Puglia 30, la Campania 24,7 e la Basilicata 16. E La Calabria? «Il Regime di aiuto 4.3.1 – si legge nel documento del ministero – non è presente nel Por Calabria». 

   Il governo regionale ( ci si passi ancora l’eufemismo) non ha nemmeno partecipato alle riunioni chiave (come quella dello scorso 27 giugno). O, se ha partecipato, dormiva. O, ancora, se non dormiva, avrà pensato che nel Por non ci fosse bisogno di pensare al riefficientamento energetico e alle aziende che avrebbero potuto usufruire degli incentivi europei. 

   Qualche decina di milioni di euro in meno: che sarà mai? Il record, intanto, è raggiunto: la Calabria sarà l’unica regione del Sud a non aver accesso a questi fondi. 

sabato 5 novembre 2016

IL PIO SODALIZIO MN (MASSONERIA-NDRANGHETA)

      di Aaron Pettinari e Giorgio Bongiovanni
      Il sodalizio non è nuovo, tutt'altro! Ma ieri celebrava i suoi fasti e i suoi affari propugnando il  bene comune, tant'è - come osserva Nicola Gratteri -  che ancora oggi molte strade principali e piazze delle città calabre recano il nome di celebri massoni, dai Pellicano, agli Arcovito, ai Marvasi, ai Camagna.
     Oggi invece lavora più  in silenzio e sottotraccia nel chiuso dei palazzi,  allocando i suoi pupilli al potere e, più spesso, facendo gestire i poteri locali ad emerite schiappe non solo manovrabili, ma addirittura incapaci di comprendere i meccanismi che azionano le loro stesse fragili rotelle. In questo studio Aaron Pettinari e Giorgio Bongiovanni ne fanno una sintesi molto eloquente. (Bruno Demasi)

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    In Calabria, e non solo, c'è una fitta rete di “Invisibili” a stretto contatto le criminalità organizzate assicurando lucrosi affari e guadagni milionari. E' questo il quadro che emerge dalle indagini condotte dalla Procura di Reggio Calabria, guidata da Federico Cafiero de Raho. I pm titolari delle indagini, Giuseppe Lombardo e Stefano Musolino, sono stati sentiti le scorse settimana di fronte alla Commissione parlamentare antimafia ed hanno descritto uno spaccato in cui Stato ed antistato sono a strettissimo contatto, confondendosi e mescolandosi l'un l'altro. L'esistenza di questo nefasto grumo di poteri viene supportato dalle dichiarazioni di diversi pentiti, calabresi e siciliani, che stanno consentendo all’ufficio di Procura di Reggio Calabria di fare luce sugli interessi delle organizzazioni criminali e proprio su quella rete di invisibili che ne permette la protezione e la “scalata” sociale.
Proprio i collaboratori di giustizia hanno raccontato l'esistenza di un ulteriore livello criminale, a cui possono accedere soltanto i vertici della 'Ndrangheta reggina, che si è sviluppato intessendo rapporti con settori della politica, della finanza e, soprattutto, della massoneria. “Gallace Vincenzo, Ruga Andrea, Guardavalle e Monasterace – ha detto il pm Giuseppe Lombardo di fronte alla Commissione – ci hanno fatto capire che la ’ndrangheta che conta davvero (ecco l’intraneità a quel sistema criminale) sta lì, dentro un ambito massonico, è lì che si interfacciano una serie di soggetti e lì non si è più nemici dello Stato (lo dice in questi termini, cerco di riportarvi fedelmente le sue parole), ma lì lo Stato deve essere necessariamente amico, perché altrimenti il sistema criminale si inceppa e non si arriva a perseguire gli obiettivi prefissati”. Dunque una componente riservata in grado di entrare in contatto direttamente con il mondo della politica e dell'economia. Una divisione tra “'Ndrangheta dell'appartenenza” e “'Ndrangheta della sostanza” di cui hanno parlato dal 2010 pentiti come Roberto Moio, Consolato Villani e Antonino Lo Giudice, le cui dichiarazioni sono sotto la lente d'ingrandimento della magistratura.

Cosa nostra e la “componente riservata”

Ad essere inserita in questa sorta di élite criminale non vi sarebbero solo soggetti appartenenti alla 'Ndrangheta ma anche a Cosa nostra. Elementi in questo senso sono emersi dall'inchiesta “Mammasantissima”, così anche la mafia siciliana ha creato una struttura simile a quella calabrese per entrare in contatto diretto con quelli che il pm Giuseppe Lombardo chiama gli “ambienti strategici” della società. Il pm reggino ha così riferito che questa struttura ha collegamenti “con gli apparati istituzionali, con la pubblica amministrazione, con i professionisti, con le imprese che contano, con il sistema bancario, finanziario e con tutto quello che ne deriva, anche – permettetemi di sottolineare, perché è un tassello indispensabile – con il sistema informativo. Con sistema informativo mi riferisco non al sistema mediatico, ma al sistema che fornisce informazioni non di seconda mano, ma di primissima mano, soprattutto quelle che riguardano l’attività investigativa”.

La Procura di Reggio ha ripreso in mano vecchi atti di indagine, dando anche un'ulteriore chiave di lettura su certi fatti che hanno caratterizzato la storia del Paese.
Così sono stati ripresi in mano ben 52 procedimenti e tra questi anche l'assassinio del giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto del 1991 da killer reggini su mandanto di Cosa nostra siciliana, ma anche l'uccisione di alcuni carabinieri, sempre nei primi anni Novanta.
L'intenzione, ha spiegato sempre Lombardo, è quella di “dare ulteriori risposte su fatti di particolare gravità consumatisi in Calabria molti anni fa”.
Dalle inchieste è così emersa l'esistenza di una struttura sovrordinata alle tradizionali mafie già dal 1996.
Tra le dichiarazioni raccolte dai pm reggini vi sono quelle di Antonino Fiume, pentito dell’ala destefaniana, che, parlando della Lombardia e delle frizioni che si erano create nella gestione del traffico di stupefacente, ha spiegato come fosse stata trovata un'intesa tra Cosa nostra e 'Ndrangheta e che in Italia “il sistema delle mafie è una cosa sola”.
E' da questo spunto che i pm della Dda reggina hanno ascoltato diversi pentiti siciliani i quali hanno riferito dell'esistenza di una doppia compartimentazione ed un livello riservato composto da Riina, Bagarella, Messina Denaro i fratelli Graviano e il defunto Antonino Gioè, morto in circostanze misteriose in carcere nell'estate del 1992.
Boss mafiosi che avrebbero mantenuto stretti contatti con i pari grado calabresi, passando dai De Stefano ai Piromalli fino ai Nirta Pelle, anche detti Nirta La Maggiore.
Il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, l'uomo che schiaccio il pulsante del telecomando il giorno della strage di Capaci, ha fornito importantissimi elementi: “Io avevo un ruolo di grande peso all’interno di cosa nostra, però, se voi mi chiedete episodi specifici che collegano ’ndrangheta e cosa nostra, in questo momento non ne ricordo. Io ricordo soltanto una cosa: che già ai tempi di mio padre quando si parlava di ’ndrangheta non si parlava di ’ndrangheta, si parlava di De Stefano e sostanzialmente si diceva che esistevano rapporti di altissimo profilo tra Stefano Bontade e i fratelli De Stefano”. Anche Gaspare Spatuzza, il pentito che ha contribuito a riscrivere parte della storia sulla strage di via d'Amelio, ha fornito ulteriori spunti in questo senso, raccontando dei rapporti tra i Graviano ed i Nirta, soggetti da cui Cosa nostra acquistava armi pesanti.

A confermare l'esistenza non solo dell'asse tra Sicilia e Calabria, ma anche della struttura segreta, vi sono anche collaboratori di giustizia più vicini all'ala corleonese di Leoluca Bagarella.
Tra questi vi è, ad esempio, Antonino Calvaruso (autista di Bagarella) che ai pm ha fatto proprio i nomi dei membri di questa struttura segreta all'interno di Cosa nostra: “Guardi che, se lei va a chiedere a cento collaboratori di giustizia che non erano all’interno del nucleo ristretto di cui si avvalevano questi soggetti – e ci fa i nomi: Riina, Bagarella, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano e Antonino Gioè, che muore suicida nel carcere di Rebibbia nell’estate del 1993 – le diranno che i rapporti non ci sono, perché non è questo un rapporto che deve essere conosciuto dal livello medio-basso. Le dico invece io, che di Bagarella ero autista, che questo rapporto esiste e il tramite (perché il tramite è sempre ben individuato, non è casuale) con la componente riservata della ’ndrangheta e quindi tra le due componenti riservate per quanto riguarda noi sono i Graviano”.

Lombardo, in Commissione, ha spiegato il motivo per cui si è deciso di ascoltare proprio i pentiti più vicini a Bagarella: “Avevamo delle indagini svolte in parte in Calabria, ma soprattutto in Sicilia nell’ambito dell’indagine Sistemi Criminali della seconda metà degli anni ’90 su Palermo, che ci spiegavano come una serie di progetti politici di matrice separatista avesse interessato soggetti che sapevamo essere parti della componente riservata, tra cui Paolo Romeo, e soggetti di vertice di cosa nostra”.
Altri soggetti ascoltati dai magistrati calabresi sono poi stati l'ex imprenditore Tullio Cannella, che ha parlato dei rapporti politici intessuti fra la mafia siciliana e quella calabrese in particolare nell'ambito del disegno separatista che si voleva promuovere soprattutto negli anni 'Novanta, e Gioacchino Pennino. Quest'ultimo, ex Dc, ha ricostruito i suoi viaggi d’infanzia al fianco dello zio che ogni quindici giorni andava in Calabria per partecipare a riunioni segrete di un enorme comitato d’affari, in cui si incontravano 'Ndrangheta, Cosa nostra, pezzi delle istituzioni, pezzi delle professioni ed appartenenti infedeli dei servizi di sicurezza. Sempre Pennino ha poi ricordato come fu Stefano Bontade a spiegargli che la rete di invisibili in Calabria era operativa da tempo e che in Sicilia, invece, era in fase di formazione nei primi anni Novanta.

'Ndrangheta e penetrazione economica 

A spiegare, invece come l'organizzazione criminale calabrese sia capace di penetrare la vita politica ed economica del Paese è stato il pm Stefano Musolino, partendo proprio dalle indagini più recenti: “Si tratta evidentemente di situazioni nelle quali la 'Ndrangheta tenta sempre di entrare, lo fa con le modalità che le sono tipiche, che non sono l’esercizio dell’intimidazione aggressiva tipica della mafia siciliana, ma con quella che abbiamo definito nei nostri provvedimenti e ribadito nei provvedimenti dei giudici che ce l’hanno accolta, come una sorta di intimidazione dolce, in cui la 'Ndrangheta viene riconosciuta come parte integrante del sistema di potere dominante con il quale scendere a patti per poter portare avanti una serie di situazioni”. “Va detto anche – ha aggiunto - che per fortuna abbiamo trovato all’interno della pubblica amministrazione non soltanto una serie piuttosto numerosa di pubblici amministratori infedeli, ma anche qualche pubblico amministratore che si è preso la briga di provare a mettere dei paletti a questo strapotere dominante in particolare di Paolo Romeo che, come vi ha già detto il procuratore, è stato capace di costruire una rete relazionale che, a partire dal Parlamento italiano, è giunta fino al comune di Reggio Calabria e ai funzionari del comune di Reggio Calabria con un controllo anche attraverso la gestione di queste relazioni e di una serie di relazioni legate ai controlli di varie società anche a partecipazione pubblica che operano sul territorio, attraverso una serie di assunzioni, circostanza che trova il suo gemello anche nell’operazione Mammasantissima, ed è in grado di condizionare significativamente le competizioni elettorali”.
Il quadro che emerge dalle audizioni dei magistrati è chiaro ed è ancora più inquietante se si accosta anche ad indagini e processi, del passato e del presente (Dell'Utri, Contrada, trattativa Stato-mafia, Matacena, tanto per citarne alcuni). Non vi sono solo “teoremi giornalistici” o favole, ma atti e prove giudiziarie. Cosa nostra e 'Ndrangheta si ritrovano e stringono alleanze con i medesimi soggetti in un'unica struttura, un'unico Sistema criminale integrato che ha condizionato, e condiziona pesantemente, il nostro Paese.

martedì 1 novembre 2016

'A FERA DI TUTTI I SANDI A PIZZO

 di Maria Lombardo
    Di fiere nuove che cercano di scimmiottare le vecchie per motivi più o meno turistico-promozionali ve ne sono tante in terra bruzia. Nessuna però può eguagliare in spontaneità e ricchezza popolare le fiere vere, quelle che sopravvivono alle mode false dei tempi. Quelle che, come la fiera di  Ognissanti a Pizzo preparano sul serio la festa atavica i cui si commemorano i defunti. Grazie a Maria Lombardo per questa rievocazione .(Bruno Demasi)

  A Pizzo Calabro  una delle ricorrenze più attese dai Napitini  è “ 'A fera i tutti i Sandi”.
      Un tempo la cittadina di Pizzo svolgeva tre importanti fiere che richiamavano molta gente, la prima questa fiera dei Santi , poi quella del 23 aprile ed infine quella di “Menzagustu”il 15 agosto.
   La fiera di Tutti i Santi è quella che è riuscita a resistere al progresso ed alle nuove richieste consumistiche.
    Tutti i napitini attendono questa giornata! La vista delle bancarelle incanta sempre. I banchi di vendita sono disposti intorno al perimetro di un  grande spazio, lasciando quasi libera la parte centrale, dove i visitatori passano e scrutano ogni merce esposta.
    La tradizione va onorata e quindi comprare è d’obbligo, anche una sciocchezza ma si deve portarla a casa. I commercianti sono organizzatissimi secondo le disposizioni, tutti hanno il loro posto da anni. Nello Spuntone, erano esposti tipici prodotti artigianali in vimini e simili. Dietro la Piazza, tutto lo spazio era occupato da artigianato del cotto, con grandi vasi e anfore di tutte le fogge. Anche i negozi sono aperti in questo giorno perché a Pizzo i turisti ci sono tutto l’anno anche se già si pensa al prossimo Natale con l’esposizione dei presepi artigianali. Mancano ormai gli spazi abibiti alla vendita del bestiame, ma il progresso ha evoluto questo spazio cancellandolo.

    C’è veramente un fiume  di gente fino a sera e tutti sono soddisfatti di vivere la tradizione e di vedere la cittadina gremita.
   Spendere anche poco è imperativo! Un tempo c’era la consuetudine di fare un dono ad amici; oggi si assiste un po’ di meno a questa abitudine, ma sono i tempi.
   I giovani aspettavano questa festa per dichiararsi alla ragazza e usavano come pretesto  quello regalare un pegno (fiera) che se veniva accettato acquisiva il significato di una vera profferta di fidanzamento.
    La fiera di Pizzo è molto fruttuosa per il comprensorio e molto sentita.
   Vorrei concludere con una bella poesia di Rocco Greco poeta napitino e perfetto vernacaloiere con l’augurio che questa tradizione si conservi.

   ‘A fera ‘i Tutti i Sandi! (di Rocco Greco) 
‘A giarra, ‘a gozza, u testu e ‘a seggetteja 
‘A limba, u cernigghju e ‘a majijia 
‘A rota du vračeri e ‘a valorara
 ‘A grasta, u pirettu e ‘a damigiana 
‘A fera ‘i Tutti i Sandi s’aspettava
 Pe’ attrezzi di fatiga e animali 
Pe’ ciciari, suriaca e mustazzoli 
E turrijuni ‘i mmenduli e nuciji! 
A chjazza si linghja comu no’ mai 
Chi no’ capìa nu cocciu di ranu 
Venénu foritani nzinifini 
Venénu di vicinu e di lundanu 
M’accattanu, o vindìri nzocc’avenu! 
Nde guccerii u porcu era u rrè, 
Zziringuli, sazizzi e sangunazzu
 Eranu abbondanza e ricchizza
 Scacciavanu ‘a miseria cu allegrizza!
 Pe’ fera ‘a ‘nnamurata s’aspettava
 U cori ‘i mustazzola di Surianu
 Pe’i ziteji, mbeci, era u cavaju
 Di mustazzola e u caruseju! 
U mundu, oramai, è tuttu ‘na fera
 E Tutti i Sandi no’ s’aspetta cchjù.

domenica 30 ottobre 2016

TI RACCONTO L’ AZIENDA IMMIGRATI & C.

di Bruno Demasi
    Per ogni immigrato , anche se clandestino, accolto in un istituto lo Stato elargisce 35 euro giornalieri, che diventano 45 se è un minorenne non accompagnato.

    La straziante vicenda degli ultimi 12 morti asfissiati sui barconi, le cui salme sono state sbarcate tre giorni fa al porto di Reggio Calabria insieme con molte centinaia di altri disperanti che vanno ad ingrossare le fila di una merce  umana sempre più redditizia per gli speculatori, ci ripropone una domanda elementare: i 35 euro che dà lo Stato possano bastare per il mantenimento di un profugo?
   Secondo varie analisi convergenti effettuate nelle settimane scorse da alcuni quotidiani (Libero, Il Fatto Quotidiano e persino La Repubblica) la risposta è chiara: non solo bastano, ma avanzano anche.
    Prima di tutto occorre fare una distinzione tra gli istituti che ricevono la beneficenza e quelli che vanno avanti senza alcun tipo di aiuto. Per i primi, naturalmente, il guadagno è anche maggiore, mentre per i secondi il profitto è minore. Comunque parliamo di un "utile" di circa 8 euro al giorno. Come si arriva a questo risultato? È presto detto. Un pasto scolastico o nelle mense cliniche costa, mediamente, 4 euro, e dato che gli istituti forniscono tre pasti al giorno, il totale è di 12 euro.
    Dopo aver sentito un ospedale, inoltre, si apprende che il costo per lenzuola e coperte è di circa 2 euro al giorno. A questi vanno aggiunti 2,50 euro di pocket money (il denaro per le piccole spese), e 2,50 euro al giorno (75 euro al mese) per scarpe e vestiti. In più bisogna calcolare le spese di gestione degli edifici - acqua, luce e gas - che ammontano a 6 euro al giorno e le spese per l'igiene personale, circa 2 euro. Il totale è di circa 27 euro al giorno. Cioè 8 euro in meno rispetto ai soldi che lo Stato fornisce. Dunque, al mese, fanno 240 euro di introiti.
    Questa cifra, comunque, può naturalmente lievitare in due casi. Il primo: se l'immigrato è un minorenne non accompagnato lo Stato sborsa 45 euro al giorno, che porta il guadagno a 540 euro al mese. Il secondo: se l'istituto di accoglienza accetta anche la beneficienza, i costi di gestione giornalieri sono minori rispetto a quanto precedentemente calcolato. Per fare un piccolo esempio, infatti, le spese riguardanti le scarpe e i vestiti sono spesso pari a 0 visto che quasi sempre  sono i cittadini a fornirli. 

1) 35€ non sono i soldi che finiscono nelle tasche dei migranti. Sono i soldi (provenienti in gran parte dal Fondo per i rifugiati dell'UE) che vengono destinati al centro di accoglienza per ogni immigrato ospitato (e non sono sempre 35€, di solito è meno). Con quei soldi il centro d'accoglienza si occupa di tutto: cibo, energia elettrica, acqua, medicinali, stipendi degli impiegati, eventuale affitto.
2) In tasca ad ogni immigrato vanno circa 2.5€ al giorno. Il cosiddetto "pocket money".
3) Gli immigrati sono accolti nei centri di accoglienza, non negli hotel. Quelli negli hotel sono una frazione minima del totale.
    E funziona così: il proprietario di un hotel, che magari si ritrova diverse stanze vuote, CHIEDE allo Stato di mandare gli immigrati anche nella propria struttura, facendosi corrispondere un totale di 35€ (circa) per ciascuno.
    Non è lo Stato che "li mette negli hotel", quindi, sono gli hotel che fanno richiesta di ospitarli.
    E lo richiedono perché conviene. 

    Detto questo, mentre gli imbecilli "si danno da fare per il proprio paese" imbrattando migliaia di pagine web di post contro gli immigrati, i richiedenti asilo di Gioiosa Ionica hanno deciso di donare tutto il loro pocket money (ovvero 2.5€ a testa, come dicevamo) in favore dei paesi colpiti dal terremoto.E venti richiedenti asilo del GUS (Gruppo Umana Solidarietà) di Monteprandone (nelle Marche) sono partiti alla volta di Amandola, uno dei centri colpiti dal terremoto, per andare a dare una mano ai soccorsi.
    Perché chi ha conosciuto da vicino la sofferenza e il dolore, chi li ha guardati negli occhi, solitamente è il primo a correre quando si tratta di aiutare davvero chi soffre.
    Mentre la brava gente, nel frattempo, si dedica ad indignarsi  o a piangere lacrime di coccodrillo (che fa lo stesso) su Facebook.