sabato 9 dicembre 2017

La penna del Greco: COMPARE, FAVORITE !!

di Nino Greco
    L'arte del rispetto fra pari nella civiltà contadina  da molti ormai dimenticata in ossequio alle moderne lotte per la supremazia ora su questo ora su quello. L'arte  venuta meno nella civiltà dell'arroganza e della prepotenza. L'arte perduta che un tempo neanche tanto lontano costituiva il tessuto connettivo nelle società rurali della Piana di Gioia Tauro e specialmente nel contesto pedemontano : un'altra bella pagina di Nino Greco dove il racconto minimale degli eventi quotidiani non soffoca mai la vis narrativa condita da valori intramontabili , almeno per chi riesce ancora a riconoscerli.(Bruno Demasi)
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     Conoscevo di vista le vigne della “Pirara” di Don Pasco, quelle partite destre di sole si adagiavano fino all’affaccio sugli aranceti di Peri e del Banco; poi, oltre, la fiumara. Cielo e terra, terra e cielo; le reste sembravano disegnate. In estate e prima del vindigno quei filari formicolavano per i rimbalzi dei raggi di sole e per i colori; in inverno, e dopo la pota, parevano cimiteri di guerra. Nello spiazzo, dove faceva capolinea l’autobus di Puminoro, una sipala di spine impediva l’occhio e faceva mirare solo in parte il vigneto, ma dava sugose more impolverate e un’esigua ombra in quelle stanche attese estive. Quelle more le coglievo, le soffiavo e le mangiavo, come se quello sbuffo di fiato le rendesse mangiabili.
    Il vecchio palmento era lì, sembrava un monumento stanco; da un lato lo lambiva lo stradone, dall’altra parte resistenti tralci di spine lo avvinghiavano fin sopra la cuvertura e si tuffavano dentro da uno squarcio, tra le ceramide, provocato da una trave caduta.
     Ci curiosavo dallo sgagghjo della vecchia porta, un masso enorme e una trave intagliata a spirale erano le uniche cose riconoscibili tra luce filtrata e ombre. Non mi convinceva, non era come quello di Sanzo.
- Mamma, è questo il palmento della nuova vigna?- Chiesi a mia madre mentre aspettavamo l’autobus. Lei mi guardò, non rispose e continuò a chiacchierare con cummare Cuncetta, come a non volermi dare conto. In casa li avevo sentiti parlare della partita di vigna della Pirara.
   Il discorso, poi, venne fuori una sera di novembre:
- Il guardiano della Pirara oggi mi ha mandato una ‘mbasciata informandomi che il padrone ha acconsentito: il prossimo anno la vigna che era di ‘Cola la possiamo fare noi - disse mio padre mentre eravamo a tavola. 

    Era soddisfatto. La fiducia che gli veniva accordata da Don Pasco e dal guardiano lo inorgogliva; si sentiva considerato lavoratore serio e affidabile, ed era certo che quelle viti sarebbero andate a finire in buone mani.
- Questa vigna la terremo per un po’ di anni; il primo lavoro da fare, appena dopo la potatura, sarà quello di piantare i pali che reggono le reste, ne ho già pronti di legno di castagno, dovremo solo appuntirli e sbruschiare la parte che sarà piantata nella terra, poi tireremo il filo di ferro.
    Le sue parole lo dicevano chiaramente: aveva avuto modo di adocchiare già quei filari, e da buon conoscitore delle cose di terra sapeva già cosa c’era d’abbisogno per far rendere al meglio quelle viti.
   Per la nostra famiglia significava un altro carico di lavoro; avevamo già la vigna a Sanzo ed eravamo coloni nelle terre, per le colture estive, dai Generusi; poi c’erano le gabelle di Scriva e l’Acquavona; non poco per una famiglia come la nostra. C’era la necessità e la speranza di guadagnare qualche lira in più con la vendita del vino; e poi quella partita era un’occasione.
    Interessò anche a me la novità; la nuova vigna era ad un passo da dove faceva manovra l’autobus e non bisognava camminare oltre come quando si andava nelle terre o a Sanzo. Immaginavo già: sarei rimasto a casa poche domeniche, come già accadeva. La scuola media m’impegnava il giusto e mio padre non avrebbe fatto nulla per distrarmi dall’obbligo scolastico, ma nelle giornate libere e nei mesi della chiusura sarei partito anch’io per le terre, come ormai accadeva da qualche anno.
   Ero curioso di scoprire la nuova vigna e se vi fossero ficare e cerasare.
   A Sanzo ero ormai di casa e padroneggiavo ogni ‘mbrocca di albero, e di ognuno conoscevo il modo per ‘mpercicarmi fino in cima. Dalle ficare bifare aspettavo lo spuntare dei primi pajuni; conoscevo il loro tempo: “quandu canta la cicala vai e ‘ddunati a la ficara”, diceva mio padre, ma sapevo già che i primi di luglio, in concomitanza della Grazia, si potevano già cogliere i primi fichi bifari. Un giorno gli chiesi perché si chiamassero “bifare”, e lui sorridendo mi rispose:
- non ti sei mai accorto: vanno in frutto due volte all’anno, bifaro significa che liga due volte il frutto, anche se la seconda ligatura è un po’ forzata? Già, tu pensi solo a mangiare - sorrise ancora.
   Ragionai pure che le cerasara majatica di Sanzo dava cerase grosse già alla fine di maggio e la petrujarica si colorava a giugno ed erano più sode, ogni cosa aveva il suo tempo.
   Casa nostra forse era manchevole di tante cose, ma non scarseggiava la freschezza di questi frutti. Nelle giornate in cui alternavo ozio e lavoro fanciullesco capitava di chiedere a mia madre: - mamma,  mi faci fami, a chi ura mangiamu? 

    Lei con gli occhi cercava il sole e diceva: - è ancora prestu, vai e mangiati ‘ddu fica. E così facevo; la frutta colta al momento era spesso colazione, o pranzo o vesperi.
   Non iniziò un buon inverno per le olive, le levantine le avevano ‘rramazzate che ancora erano nozzulu, sia a l’Aquavona sia a Scriva. Una resa di olio povera, ma bastante per onorare la cabeja e il commitu di casa. Mio padre aveva incignato la scaza nelle vigne e mia madre, cirma ai fianchi, coglieva le olive per tutta la settimana poi, al sabato e alla domenica, le portavamo al trappito di Maiolo. Quelle costere obbligavano la raccolta a mano, la scopa di lafrace tornava utile dopo una forte venticata oppure in qualche rasula più ampia. Poi il crivo e tutto nei sacchi di zombara.
   Sulla varda di Rosina potevamo caricare fino a sei misure, due sacchi ai lati e uno sopra.
- Oggi vai tu a scaricare al trappito, la ci sono i machinanti scaricheranno loro le olive nello zimbuni, tu devi solo stare allerta per la rrejuta - disse mio padre. Fui contento.
   Era una delle poche cose che riuscivo a fare: reggere il sacco già legato alla varda da un lato, per non far patire la scecca con il peso sbilanciato, mentre lui legava l’altro, con le crope, dall’altra parte. Al trappito avrei dovuto fare il contrario: mi piegavo con la schiena sotto il sacco dal lato opposto a quello che veniva slegato e scaricato, poi scaricavano quello retto dalla mia schiena. Rosina restava immobile, buona e remissiva; mi sopportava, a volte subiva qualche mia prepotenza e percepivo la sensazione che anche lei usasse tanta bontà con me.
   Mio padre mi sorprese con la decisione di farmi fare i viaggi; fu perché da qualche tempo il ginocchio gli era tornato a gonfio e a fargli male, e mandando me, per lo scarico delle olive, voleva risparmiarsi lunghi tragitti a piedi; il medico gli aveva consigliato il riposo, ma non voleva né se lo poteva concedere. Eravamo in piena annata e poi le vigne gli stavano assorbendo tutte le forze.
   La guerra gli aveva lasciato una dolente eredità e un perenne ricordo, anche gli ufficiali medici dell’ospedale militare di Salerno ci avevano messo del loro: gli avevano ingessato la gamba senza preoccuparsi dell’allineamento della tibia. L’infortunio però non gli impedì d’imbarcarsi a Bari, direzione Durazzo, per trovarsi poi ricacciato, insieme a coloro che dovevano spezzare “le reni alla Grecia” in Montenegro, a combattere contro i partigiani montenegrini, insorti contro l’invasione italiana.
- Appena vedi spuntare compare Rocco, dal violo di là della Fejusa, chiamami che carichiamo, poi andrai via con lui fino al paese - mi comandò.
   Voleva che il primo viaggio con la scecca carica di olive lo facessi insieme a compare Rocco, lui, con la sua presenza mi avrebbe rassicurato fino al trappito. 

   Compare Rocco faceva il mulattiere di mestiere, aveva una piccola vatica di due muli e tutti i giorni passava nel violo che lambiva le costere di Acquavona, a ogni passaggio, sia all’andata sia al ritorno, trovavano il motivo di fermarsi per qualche breve chiacchiera; nelle brevi soste nei viaggi pomeridiani ci scappava anche il bicchiere di vino; e di vino ne teneva sempre qualche bottiglia interrata in un angolo della barracca, proprio per i mulattieri e per gli amici che passavano di là.
   Da quel violo ci passavano in tanti e con tutti c’era il saluto riguardoso; se capitava che qualcuno passasse nel mezzogiorno quando c’era la truscia aperta con qualche jhanco di pane e la camella, davanti al fuoco dentro la baracca, ripeteva l’invito: - compare, favorite!
   Una volta mi trovai a chiedere:
- Patri, come mai inviti tutti per un bicchiere di vino o a favorire?
- Sono persone amiche, e quando c’è terra sotto il sole benevolenza degli altri è ricchezza; se fossi passato io dalle loro terre avrebbero fatto lo stesso.
   Mi piaceva quella solennità del rispetto tra gli uomini e ne ebbi riprova quando una mattina, arrivati a l’Acquavona dopo che la notte il vento aveva soffiato deciso provocando la caduta di una buona mano di olive, mi accorsi che il violo che attraversava la nostra cabeja era stato spazzato con un ramo di lafrace, mi venne spontaneo chiedergli chi avesse potuto fare quel lavoro. - Il primo mulattiere che è passato - mi rispose - ha preso la rrama di lafrace e ha scostato le olive per non schiacciarle e poi è passato, evitando così che altri potessero calpestarle.

domenica 26 novembre 2017

VERSO LA BEATIFICAZIONE DELL' APOSTOLO DI REGGIO E DELL’ASPROMONTE, MONS. FERRO.

di Bruno Demasi
     A poco più di otto anni dall’apertura (2008) della fase diocesana di beatificazione, si è svolto a Reggio Calabria sotto gli ottimi e fervidi auspici di Mons. Giuseppe Fiorini Morosini e con l’impegno dell’instancabile Mons Giovanni Latella, postulatore della causa, un convegno di grande spessore sulla figura e sull’opera di uno dei più grandi vescovi di Calabria, mons. Giovanni Ferro.
      Nato  nel 1901 a Costigliole d’Asti, morto nel 1992 nella sua amata Reggio, arcivescovo dal 1950 al 1977 della Città dello Stretto, ben a ragione è definibile anche come il Presule dell’Aspromonte non solo per essere stato dal 1950 l 1960 e successivamente, dal 1973 al 1977, vescovo di Bova , ma anche amministratore apostolico della diocesi di Gerace tra il 1951 e il 1952 e quindi dell’ originaria diocesi aspromontana di Oppido Mamertina che gli venne affidata dalla Congregazione vaticana nel gennaio del 1965 e alla quale, sul finire del 1967 egli stesso, dopo quasi tre anni di fervido governo, delegò Mons. Santo Bergamo, che consacrò personalmente vescovo agli inizi del 1970.
    La delega per la diocesi aspromontana affidata a Mons. Bergamo non costituì tuttavia il termine per le cure pastorali da parte di Mons. Ferro di questa minuscola e tormentata diocesi che Roma voleva cancellare dalla mappa delle diocesi italiane ed aggregare a Reggio Calabria – Bova. Egli infatti continuò a occuparsene con grande impegno. Tanto che anche negli undici anni che intercorrono dalla delega a Mons. Bergamo fino alla conferma e all’ampliamento dell’originaria diocesi di Oppido Mamertina, avvenuta nel 1979 col decreto apostolico “Quo aptius”, furono frequenti e incessanti le visite di Mons Ferro a Oppido e i suoi viaggi a Roma per riferire le angosciate richieste della gente oppidese che, non certo per motivi campanilistici, non voleva rinunciare alla propria antichissima sede diocesana, molto ben rappresentata dal garbo, dalla competenza e dall’alto spessore di fede di persone come il giudice Antonino Pignataro, i grandi sacerdoti don Formica, don Zappia, don Blefari, l’insegnante Mimma Sinicropi, il prof. Antonino Tripodi, i quali , senza grandi risonanze esterne, lavoravano in silenzio e nel rispetto assoluto delle prerogative vescovili. E Mons. Ferro, vero apostolo dell’Aspromonte, li assecondava con la stessa sollecitudine perchè si rendeva perfettamente conto di cosa significasse per questo territorio aspromontano perdere la sede diocesana e precipitare in una nuova barbarie. Più o meno ciò che si è verificato in passato quando si volevano chiudere a Oppido le scuole superiori o l’ospedale e si riuscì con sacrifici enormi a salvaguardarne la sussistenza e a rilanciarli, più o meno quanto si sta verificando oggi nel silenzio  della gente ormai incapace di indignarsi.

    Non è peregrino affatto pensare che una grande parte del merito per cui questa diocesi , non solo sia rimasta , ma dal 1979 in poi abbia aggregato a sé quasi tutto il territorio della Piana, sia da attribuire a Mons. Giovanni Ferro, il metropolita consapevole del proprio ruolo che non lesinò sacrifici personali enormi, ma neanche il carisma che egli esercitava sulle congregazioni romane dall’alto della sua enorme preparazione teologica e pastorale che non svendette mai in occasioni peregrine di esibizionismo fine a se stesso, ma coltivò con serietà e prudenza assolute in ogni occasione quotidiana del suo apostolato.
    La sua prima conoscenza delle variegate e depresse realtà dell’Aspromonte si esplica in buona parte durante gli anni durissimi del Dopoguerra, nei quali la mancanza quasi assoluta di strade, ospedali, scuole ( peraltro non molto dissimile da quella che stiamo vivendo oggi), l’emigrazione di massa rendevano i contesti e i contrasti sociali estremamente aspri. Il suo carisma somasco, tutta la sua persona apparentemente fredda, ma traboccante di carità, lo facevano schierare senza se e senza ma dalla parte degli ultimi e le sue visite agli ospedali, ai poveri erano frequentissime e silenziose. E come ogni sua celebrazione era improntata all’austerità asciutta e sublime di chi è consapevole del Sacrificio che sta celebrando senza indulgere mai verso scenografici abbandoni, altrettanto silenziosa e riservatissima era ogni sua forma di carità, e non solo nelle parole e nei proclami, ma nei fatti che ancora oggi parecchie centinaia se non migliaia di persone anonime potrebbero raccontare…

    Tratto distintivo della sua azione pastorale, oltre al garbo, alla parola fluente e decisa e mai ridondante, all’eleganza del portamento, connaturati al suo carattere e alla sua formazione ,che si esplicavano in modo austero e sobrio in tutte le occasioni, erano il coraggio e la chiarezza con cui era solito affrontare a viso aperto tutte le situazioni, persino quelle più difficili, senza il benchè minimo timore di urtare la suscettibilità o gli interessi di gr4uppi di potere, legale o illecito che fosse, molto arroccati al proprio tornaconto e alle proprie prerogative che non mancavano affatto nemmeno in quegli anni. E la stessa risolutezza paterna riservava ai suoi sacerdoti, specialmente a quelli più riottosi, nessuno dei quali comunque osava mai mettere in discussione la figura , il ruolo e le indicazioni del proprio Pastore. Altri tempi… 
   Credo infine non si possa trascurare un elemento che indica visivamente l’enorme apertura di questo grandissimo vescovo verso tutti: il suo modo di proporsi alla gente a braccia spalancate, il suo desiderio espresso in più occasioni che persino le chiese e tutti i luoghi di culto si aprissero anche architettonicamente verso il popolo di Dio secondo i dettami poi autorevolmente ripresi da appositi documenti del Vaticano II. Un po’ il contrario di quanto invece avviene oggi in alcune realtà locali con costosissimi fortilizi, impropriamente adibiti a chiese, significativamente privi di finestre e con le porte ridotte a feritoie…quasi a mostrare che la Chiesa in certi contesti sta indiscutibilmente subendo un pauroso processo di involuzione, forse di arroccamento in se stessa e di conseguente chiusura verso la gente e i suoi reali bisogni di aiuto e di rievangelizzazione.

domenica 19 novembre 2017

UN CALABRESE SPIEGA AI MASSONI: “SIETE SCOMUNICATI!”

di Michele Scozzarra e Bruno Demasi
    “Ho spiegato loro che per la Chiesa del Concilio Vaticano II, la Chiesa del dialogo, loro non sono né vicini né lontani, sono totalmente fuori. Sono fuori della comunione cattolica, sono scomunicati.”
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     In questa stagione di desolante mediocrità e di incertezza sui destini della società e di molte chiese locali che operano forse senza rendersene conto in territori marginali e di grande povertà morale oltre che economica è toccato proprio a un calabrese esplosivo, il Vescovo di Noto, Mons. Antonio Staglianò, rendere finalmente onore alla Chiesa italiana ed al Collegio Episcopale con una lectio magistralis di elevato spessore storico, teologico ed ecclesiologico nel convegno promosso dal locale Grande Oriente d’Italia su “Chiesa e Massoneria…” celebrato qualche giorno fa a Siracusa.
    Si sapeva che vi avrebbe partecipato un vescovo della Chiesa Cattolica, Mons Staglianò appunto, e da più parti si erano affilate le armi per stigmatizzare questa partecipazione a un convegno che già nella locandina presentava larghi margini di ambiguità e di commistione tra le verità di Fede e l’armamentario iconografico massone. I grembiulini siciliani ne avevano approfittato subito e per pubblicizzare l’incontro, unico per certi versi, tra Chiesa e logge del Grande Oriente, hanno utilizzato proprio l’icona del Cristo ricurvo intento col compasso in mano a disegnare il mondo. Un’immagine medioevale raffigurante il Dio creatore in imago Christi riferibile a un’ illustrazione della Bible moralisée, la cosiddetta Biblia pauperum. Non a caso le logge se ne sono appropriate per accreditare l’idea che ci pssa essere una sorta di avvicinamento o di compatibilità tra l’essere massone e cattolico al tempo stesso. Quella stessa “compatibilità” che la Chiesa ha invece sempre rifiutato sdegnata e risolutamente ferma con innumerevoli encicliche, dichiarazioni e atti ufficiali. 

    Un avvicinamento silenzioso e ambiguo che invece si è registrato spesso nelle simpatie di tanti laici sedicenti cattolici o addirittura di sacerdoti e vescovi che incautamente incoraggiano certi settarismi o partecipano senza remore a convegni ed eventi di stampo e di derivazione massonici o pseudomassoni camuffati da occasioni culturali o di filantropismo sui generis, compresa la consegna di targhe, premi riconoscimenti, patacche di ogni genere dalle quali gli uomini di Chiesa dovrebbero stare lontane mille miglia…
    Mons. Staglianò, al contrario, non ha esitato a partecipare a viso aperto proprio al convegno organizzato dalla Massoneria e ne ha dato ragione nei giorni precedenti affermando: “Non farò altro che fare come Gesù che andava dai pubblicani e dalle prostitute, annuncerò Cristo, il kerygma, l’annuncio cristiano, poi saranno loro, i massoni, a stabilire quanto sono lontani o vicini da questo annuncio. Dirò perché non potrò mai essere massone, altro che essere accusato di cercare agganci con loro, che modo stupido, superficiale e integralista di affrontare le cose! Io voglio soltanto dare fiducia, rendere ragione della speranza che è in me, mettere in atto quello che chiede Papa Francesco… io sono un vescovo della Chiesa cattolica nato nel 1959 e cresciuto con le affermazioni del Concilio Vaticano II. Come non posso più citare il Sillabo di Pio IX per parlare di progresso (sic!), così è per la Massoneria, quindi, con tutto il rispetto per Leone XIII, parlerò invece di Paolo VI e San Giovanni Paolo II”. 
 
    La sua lectio magistralis merita di essere riletta e meditata, perché nell’odierno mondo, anche episcopale, dell’ approssimazione e della ricerca spasmodica di consenso, capita sempre più di rado di udire, come autentica musica soave per le orecchie, un vescovo che nelle sue parole incarna il divino monito: “Sia il vostro parlare si quando è si e no quando è no, perché il di più, proviene dal Maligno”. Con amabilità e profondo spirito cristiano , ma senza mezzi termini, ha spiegato ai Massoni che se un cattolico è iscritto alla Loggia ed appartiene alla Massoneria, deve ritenersi scomunicato latae sententiae, una scomunica che non è un retaggio della “vecchia Chiesa” del Beato Pio IX, ma rimane tutt’oggi valida anche nella Chiesa posteriore al Concilio Vaticano II.
    E a quanti continuano ad affermare con sufficienza che la Massoneria è stata sempre presente in qualche modo nel mondo ecclesiale (basti osservare i simboli massonici di cui abbondano tante chiese) e che non è strano ormai che ci siano diversi cattolici affiliati in qualche modo alla Massoneria il vescovo di Noto ha ricordato: “Come fanno a conciliare con la scomunica la loro appartenenza alla massoneria con l’andare in Chiesa e magari cibarsi anche dell’eucarestia? Non è possibile. Se poi come dicono alcuni appartengono alla massoneria alcuni preti e alcuni vescovi mi pare che qui c’è proprio bisogno di una presenza autorevole di un vescovo che dicesse loro: guardate, queste cose non sono possibili. Perché se uno che è prete o addirittura vescovo aderisce alla Massoneria vuol dire che della scomunica se ne fa un baffo…”.
    Un monito, una chiara denuncia indiretta di situazioni aberranti che si vivono quotidianamente in certi contesti, anche ecclesiali , per la latente vicinanza alle posizioni massoniche camuffate da iniziative “culturali” o sociali o caritatevoli fini a se stesse, per l’indubbia e sfacciata “ comprensione” per tante tesi e pratiche massoniche , per l’asservimento ad esse con la collocazione in posti chiave e in tanti incarichi, amministrativi, “estetici”, educativi che ruotano intorno anche al mondo ecclesiale di persone funzionali al deleterio connubio ndrangheta – massoneria che è stato ormai ampiamente documentato dalla D.I.A. e che continua quasi indisturbato a devastare la convivenza civile. 
    I corollari di questa sommersa azione di rinuncia alla propria identità realmente cattolica, denunciata ad alta voce da Mons Staglianò , sono a loro volta assurdi, come quello di pretendere di costruire in vari contesti quelle che il cardinale Ratzinger già nel 1972 chiamava “ecclesiae in Ecclesia” sottolineando il significato dell'ufficio episcopale e della Chiesa Universale in rapporto alla nuova tendenza di “autonomia della chiesa locale” e alla pretesa di costruire “ teologie” centrifughe attraverso un lavorìo intellettuale – spesso anche incomprensibile ai più – che travalicherebbe il significato stesso della Missione in terre di frontiera, proprio là dove il connubio Mafia-Massoneria si esprime in maniera virulenta in un quasi generalizzato abbandono da parte dello Stato, per non parlare di altro… 
 
    Lo stesso Papa Francesco, che ha istituito la “Giornata dei Poveri” non a caso, ma per richiamarci come Chiesa Universale a un rinnovato fervore verso la dimensione evangelica della Povertà, ci avverte che “Va bene studiare ma la puzza di pecora non va trascurata” proprio per indicare quelle vaste aree delle “periferia del mondo” (e alla Piana questa dimensione geosociale è stata imposta ignobilmente da tempo dai potenti di turno), in cui le mille “teologie” possibili potrebbero se non altro rischiare di far perdere di vista il vero annuncio del Vangelo della Carità.
   Al di là di questi propositi, che spesso sono estranei ai reali bisogni delle realtà nelle quali viviamo, e il più delle volte sono dovuti solo a preoccupazioni pratiche che niente hanno a che fare con la testimonianza della presenza cristiana nel nostro ambiente… si pone in termini nuovi il problema dell’unità di fede: oggi tutto fa brodo nel turbinio delle parole e degli eventi costruiti a tavolino e l’unità della fede viene sempre più, come una minestrina insipida, rimandata alla sua sola espressione liturgica, sempre meno identificata nella testimonianza che la fede genera, o dovrebbe generare, nei nostri esplosivi contesti sociali e geografici.

sabato 11 novembre 2017

NDRANGHETA, MINORI E PEDAGOGIE MAFIOSE

di Maria Zappia
   Recentemente il Consiglio Superiore della Magistratura, riprendendo una buona prassi avviata dal Tribunale minorile di Reggio Calabria, ha sollecitato il Parlamento Italiano ( o quel che istituzionalmente ne resta) ad introdurre come pena accessoria del delitto associativo di stampo mafioso la vera e propria decadenza dalla potestà genitoriale, almeno nei casi di accertato coinvolgimento del figlio minore nelle attività mafiose del condannato.
    Ciò ha fatto stracciare le vesti a molti meridionalisti nostrani di ritorno che continuano a gridare allo scandalo senza chiedersi cosa esattamente ci sia in discussione e dimenticando che la vigente legislazione minorile già prevede il potere del Tribunale per i Minorenni di decretare la decadenza della potestà genitoriale nelle situazioni in cui, sulla base di congrui accertamenti effettuati anche da specialisti in materia psicologico-sociale, la permanenza del vincolo genitoriale risulti pregiudizievole alla crescita del minore.
    Un dibattito assolutamente sofferto, serio e importante che interessa da vicino molte situazioni nella piana di Gioia Tauro, e non solo, sul quale l’avvocatessa Maria Zappia -  che ringrazio di cuore per la sua spontanea e autorevole collaboraziopne a questo blog -  valente collaboratrice di testate giornalistiche di settore, interviene in maniera puntuale e assolutamente libera da pregiudizi riportando tutto il discorso nell’alveo della razionalità e del buonsenso al di là del polverone sollevato ad arte dai tanti che per desiderio compulsivo di pubblicità confondono immancabilmente le acque (Bruno Demasi).

“ L’affiliazione dei minori avviene con modalità diverse a seconda dei territori e delle organizzazioni operanti, così come il loro coinvolgimento nelle attività delittuose varia a seconda del contesto di riferimento: talvolta i giovani sono impiegati nello spaccio di droga o nel compimento di atti estorsivi e vandalici, in altri territori sono perfettamente coinvolti nelle dinamiche associative e impiegati anche per la commissione di omicidi. In questi casi la “cultura” di mafia, con i suoi valori e le sue gerarchie opera una forte attrazione nei confronti di giovani alla ricerca di un facile arricchimento e di un modello appagante per la realizzazione di sé. Si tratta, infatti, di ragazzi che respirano sin dalla nascita la cultura mafiosa che esercita sugli adolescenti un forte potere attrattivo, immettendoli senza il sacrificio dello studio o del rispetto delle regole in un mondo di potere, di leadership tra coetanei e di disponibilità economica; si tratta soprattutto di una cultura che distorce il rapporto con le istituzioni che sono viste come nemiche.”

    E’ quanto afferma , tra l’altro, il Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, approvando recentemente una importantissima risoluzione al fine di rendere effettiva la tutela dei minori il cui percorso di crescita ed  educativo si svolge all’interno di famiglie “di mafia”. Il documento si fonda, traendone importantissime conseguenze, su una prassi virtuosa intrapresa dal Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria i cui risultati, hanno determinato il plauso sia da parte degli studiosi della materia e sia da parte di tutti gli operatori del diritto i quali, soprattutto nelle regioni colpite da fenomeni di criminalità organizzata particolarmente gravi, si sono spesso interrogati sulle misure da adottare al fine di estirpare alla radice una sottocultura che mina dall’interno il tessuto sociale rendendolo fragile ed arretrato. L’adozione della risoluzione è stata dunque l’occasione per estendere la prassi evoluta adottata dalla Corte Calabrese e definita nello stesso testo “pionieristica” in tutto il territorio nazionale e per dettare i principi metodologici utili la pratica applicazione della tutela.

   L’idea sostanziale, il substrato ideologico dell’interno documento, è veramente idoneo a capovolgere un intero sistema di valori sui quali le strutture mafiose fondano il consenso e cioè il ritenere la famiglia mafiosa una famiglia abusante, quindi pericolosa e nociva per il sereno sviluppo della personalità del minore. Partendo dal presupposto che la famiglia mafiosa sia da parificare, quanto alla nocività, alla famiglia nella quale vi siano soggetti alcolisti o drogati, ed accertato poi in concreto e caso per caso, il pregiudizio per il minore, il magistrato minorile, procederà all’adozione di un provvedimento che limiterà la potestà dei genitori o di quel genitore che, con scellerate scelte di vita imposte o subite, hanno impedito al minore una crescita libera e dignitosa.

    Il documento è particolarmente esaustivo circa gli strumenti di intervento, modulati, lo si ribadisce, caso per caso e mirati anche al recupero della genitorialità ove vi sia una reale dissociazione dai metodi criminali. Non si tratta infatti  di provvedimenti aventi carattere punitivo nei riguardi di chicchessia, ma ispirati alla tutela dei minore, volti a preservarne la crescita, non ad arrestarne lo sviluppo. Non si applicano le norme del codice penale bensì i rimedi civilistici previsti nei casi in cui lo sviluppo della personalità del minore è messa in pericolo. In ogni momento è garantito l’ascolto del minore anche per il tramite di psicologi e viene reso possibile anche un “recupero” della genitorialità nei casi di effettiva dissociazione.

    Se attuati nei termini auspicati dalla risoluzione e con i giusti raccordi tra le varie autorità, gli interventi diventano scelte da apprezzare perché provenienti da magistrati sensibili che colgono le istanze provenienti da ambiti territoriali degradati e senza attendere interventi legislativi, di propria iniziativa, si sono coordinati al fine di incidere energicamente e demolire l’origine del fenomeno delinquenziale, l’area nella quale opera la trasmissione dei valori: la famiglia. Da questo punto di vista, proprio per la concezione puerocentrica che ispira il provvedimento il Tribunale per i Minorenni, va considerato un organo - avanposto per la “cura del minore” per l’elevazione spirituale e la crescita, una sorta di pronto soccorso di prima linea che accoglie le ferite di una società in via di trasformazione ma con degli aspetti purulenti che vanno adeguatamente sanati.

   E’ questa la vera identità della Corte di Reggio Calabria che negli anni, silenziosamente, senza ribalte mediatiche, nell’ambito di una ristretta cerchia di addetti ai lavori composta perlopiù da giuristi, ha interpretato il proprio ruolo istituzionale, in maniera esemplare giungendo a farsi portavoce di un orientamento giurisprudenziale audace e innovativo. Appare pertanto superficiale e del tutto slegata dalla reale percezione del fenomeno l’affermazione di alcuni che lo Stato operi d’imperio, che violi il sacrosanto diritto dei genitori di educare i propri figli. Per contro la scelta dei magistrati reggini è finalizzata ad arrestare il perpetuarsi di modelli culturali erronei ed antisociali intervenendo nella giusta prospettiva temporale proprio durante gli anni formativi della personalità allorquando il soggetto, privo di capacità critiche imita modelli di comportamento che trova in famiglia e ripudia quelli più corretti che provengono dalla realtà esterna.

sabato 4 novembre 2017

LA RINOMATA VACCA CALABRA

di Bruno Demasi

   E' bene riprendere, sia pure in  sintesi essenziale, il discorso  sulla rinomata e celebre vacca calabra che sicuramente non potrà mai definire completamente la grande varietà di questa razza sopraffina a torto ignorata dai più, ma potrà almeno individuare  le più importanti sottorazze che allietano il paesaggio calabro, in particolare quello subaspromontano,  e lo riempiono di meravigliosi effluvi:

                                                                                                               LA VACCA FANFANIANA


    E’ discendente nobile in linea diretta dalle vacche che negli anni Cinquanta del secolo scorso venivano continuamente spostate da un luogo all’altro al passaggio dell’allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani in modo che lo statista, grande di fama e di gloria, ma assai minuscolo di statura, saltellando su apposite scalette di legno, anch’esse riciclabili, vedesse tangibilmente negli occhi o nelle code i frutti della zootecnia meridionale.
     La vacca fanfaniana oggi insieme con le sue consorelle è stanziale solo a bordo di appositi camion attrezzati a stalle che le scorrazzano in continuazione da una fattoria all’altra finanziate con fondi europei o da una scuola all’altra, anch’esse finanziate con fondi europei, di modo che il loro latte, aggiunto all’abbondante produzione delle ginocchia del contribuente calabrese venga raccolto e trasformato in prodotti   gustosamente acidi che – si dice – il mercato europeo stenta ad assorbire. 

LA VACCA ASPROMONTANA

     La vacca aspromontana, dalle carni sode e pare anche ricchissime di sostanze proteiche, specie particolarmente protetta dalle prefetture particolarmente sensibili alla zootecnica locale , è adusa a continui esercizi ginnici quotidiani e , specialmente nelle stagioni autunnale e invernale , a spericolate corse sui tornanti delle strade di montagna attraverso le quali raggiunge a branchi gli uliveti di pianura appositamente addobbati al suo nobile passaggio con tappeti di reti distese per la raccolta delle olive. Essa ama infatti esibirsi in lunghe e pesanti danze su tali tappeti fino a ridurli allo stato di vere e proprie stringhe da scarpe con grande gioia degli agricoltori che manifestano il loro plauso imbracciando pali e forconi correndo invano  come pazzi e lanciando disumane urla e vocalizzi senza senso per farle girare al largo dai loro poderi.
     La vacca aspromontana è la creatura prediletta degli ambientalisti che pare vogliano effigiarla sulle loro magliette e sui loro stendardi con cui sovente manifestano davanti alle prefetture al fine di difendere da ogni possibile attacco umano questo grazioso animale.


LA VACCA ELETTORALE

     E’ una sottorazza indotta da quella tosco-chianina.. Le contrade calabre ne vengono continuamente ripopolate in periodi di competizione elettorale a livello nazionale durante le quali le effigi di questa specie che viene a candidarsi in Calabria vengono adoperate per abbellire i manifesti elettorali insieme a quelle di alcuni ronzini di minore importanza, ma tuttavia funzionali coi loro ragli al controcanto dei muggiti di cui abbonda la terra bruzia.A tal uopo la nuova legge elettorale, testè graziosamente firmata da un presidente della Repubblica molto attento ai vagiti e ai muggiti di tante creature politiche, consentirà il proliferare delle vacche elettorali e la prosperosa industria calabra del letame ormai superbamente decollata.

LA VACCA RELIGIOSA O QUARANTANA 

   Si aggira instancabile e asessuata per sacrestie, chiese, sagrati e luoghi sacri in silenzio e umiltà totale, ruminando in continuazione incomprensibili giaculatorie a mo' di sospiro e inseguendo una per una le innumerevoli occasioni di tripudio e di incontro sottolineate sempre ora da peti pirotecnici di rara bellezza ora da peti e basta.
   E' sicuramente la sottorazza più intelligente fra tutte e spesso qualche esemplare si rifugia nelle borgate di campagna nei cui pascoli avvelenati dai diserbanti non alza mai lo sguardo dall’erba di cui è ghiotta e che , in perfetto equilibrio naturale, malgrado lo spegnersi di molti riflettori, provvede ancora a concimare le valli del Marro con le sue abbondantissime deiezioni che da queste parti qualcuno definisce “bracierate”.

     In ogni caso questa sua mancata attitudine ad alzare lo sguardo, unita alla sua grande umiltà, le impedisce di avere visioni di sorta e richiama senz'altro alla memoria l’asin bigio di carducciana memoria allorquando essa ...
….rosicchiando un cardo
 rosso e turchino, non si scomodò.
Tutto quel chiasso non degnò d’un guardo
 e a brucar seria e lenta seguitò…

mercoledì 1 novembre 2017

Hagia Hagathè (Oppido): L'ENIGMA E LA STORIA


di Bruno Demasi

    Storiograficamente sembra proprio che per il territorio della cosiddetta Tourma delle Saline la linea di demarcazione tra un’età nebulosa e priva di connotati chiari e una fioritura economica e sociale non indifferente sia il declino dell’anno Mille e l’inizio dell’ XI secolo. La situazione geostorica del meridione della Penisola in questi anni presenta tuttavia diverse realtà politiche in perenne conflitto tra loro: i Musulmani padroni di gran parte della Sicilia, desiderosi di espandersi in Calabria e in Campania; i Longobardi di Capua, Salerno e Benevento ; i Bizantini che governano mediante un “catepano” gran parte delle odierne Calabria, Basilicata e Puglia.
    Su questo quadro si innesta all’interno del cosiddetto Tema di Calabria quella che  con parecchie semplificazioni viene definita Tourma ( o "Valle")  delle Saline da quando Andrè Guillou nel 1972 ha pubblicato 47 pergamene greche riguardanti altrettante donazioni al vescovo di Hagia Hagathè (Oppido) verosimilmente responsabile della tourma stessa ,articolata, a sua volta, secondo l’uso amministrativo bizantino, in Drungoi, dei quali, appare nei documenti pubblicati dal Guillou (gli unici sinora conosciuti) quello di Boutzanon (località verosimilmente coincidente grosso modo con l’attuale Castellace), centro non solo rurale, ma anche amministrativo e “politico” di un territorio geograficamente importante, tanto da essere difeso da una torre di guardia con relativi annessi (pyrgos). 

    Il Guillou sulla base dei documenti greci da lui attentamente analizzati, considerando anche la Cronaca di Goffredo Malaterra e non trascurando alcune tra le più autorevoli ricerche condotte da studiosi locali prima del 1970, delinea i confini della Tourma delle Saline identificandola prima con il bacino del fiume Petrace e, subito dopo, generalizzando forse un po’ troppo, con l’attuale piana di Gioia Tauro che, come si sa, per la sua estensione fino al monte Poro, oltre a comprendere orograficamente il bacino del Petrace, comprende almeno l’altro grande bacino del Mesima, che probabilmente sarebbe aleatorio inserire geograficamente nel territorio della tourma delle Saline vera e propria.
    Tornando comunque su quest’ultima e sulla sua articolazione in drungoi , si nota con ogni evidenza negli atti greci di riferimento che all’incirca nel 1044 esisteva il kastron di Oppido ricostruito (dunque preesistente) e ripopolato e il Guillou, dopo una serie di congetture giocate su fonti locali o comunque della tradizione riguardanti la stratificazione nella stessa aurea non di due , ma di tre abitati in epoche diverse, preferisce fermarsi su un dato certo documentato nel 1044: una città fortificata bizantina costituita all’interno dello stesso territorio che aveva visto il fiorire di una città greca (Mamerto), poi quello di una fortificazione romana (Oppido), infine un a cui era stato dato il nome di Hagia Agathè , Sant’Agata. 

    I documenti pubblicati dal Guillou e le ricerche conseguenti non hanno ancora fornito i dati necessari per individuare con precisione la data di nascita del vescovado di Hagia Hagathè, ma ci consentono senz’altro di affermare che nel 1051 (data dell’atto che ne parla per primo) era già stato fondato il vescovado di cui trattasi, la cui cattedrale era stata dedicata alla Théotokos, la Gran Madre di Dio, il titolo della Santa Vergine che i padri del Concilio di Efeso avevano voluto con forza.
    Ma perché la denominazione della “nuova” città fortificata di Oppido “ Sant’Agata” ? Perchè la venerazione della martire catanese era fortemente legata a questa terra? Perchè il 5 febbraio, giorno del martirio della Santa, è diventato anche, storicamente, il giorno orribile del martirio di un'intera città, Oppidum, irrimediabilmente distrutta proprio un 5 di febbraio ( 1783) da un sisma rovinoso e sconvolgente?
    Sono tutte domande legittime e, almeno per il momento, prive di degne risposte sul piano storico-ecclesiale. Possiamo però cercare di capire quanto e come il culto della martire catanese sia stato e sia ancora grande e diffuso, tanto da far pensare che chi fondò questa nuova città importantissima a livello amministrativo sulle colline aspromontane che dominano la Piana abbia voluto in cuor suo porla sotto la protezione di una santa molto acclamata e venerata, per sottolinearne quasi non solo l'importanza strategica sul piano civile, ma anche quella di polo di evangelizzazione per una terra che ancora disconosceva in gran parte l'annuncio evangelico.
. . .
    Il martirio di Sant’Agata, oltre a testimoniare come a Catania sicuramente dal III secolo esistesse una comunità cristiana , per l' immediata diffusione del suo culto dopo la sua morte, non solo in città, ma anche fuori dal territorio etneo ci riporta a qualcosa di straordinario. Si ricorda a tal proposito anche l’iscrizione rinvenuta ad Ustica (Palermo), databile alla fine del III secolo dove si accenna ad una persona morta "il giorno di Agata". Circa la diffusione immediata anche in oriente interessante è la testimonianza di Metodio, Vescovo di Olimpo in Licia, morto nel 311 che nella sua opera “Simposium” fa riferimento ad Agata presentando la sua vita come modello di vita cristiana.
    La storia primitiva della chiesa di Catania registra al tempo della persecuzione di Decio nel 251 il martirio della vergine Agata. La martire viene non a caso segnata nel martirologio geronimiano e nel sinassario costantinopolitano e la sua fama diviene presto vastissima, tanto che già nel V secolo si erigono chiese in suo onore in Roma oltre che in tutta la Sicilia e in tutto il Meridione d' Italia...


      Un rapido excursus sulla diffusione del culto di Sant'Agata ci fa scoprire che in Italia la martire è patrona di 44 comuni, dei quali 14 portano il suo nome. Il titolo più antico di patrona lo detiene Catania. Qui la devozione è ovviamente più profondamente radicata e il nome di Agata, invocato a gran voce, implorato, glo­rificato, riecheggia quasi sempre nella storia della città. 

    All'estero sant'Agata è compatrona della Repubblica di San Marino e di Rabat, a Malta, dove una tradizione locale vuo­le che Agata si fosse rifugiata durante le per­secuzioni di Decio.  In Spagna Agata è la patrona di Villalba del Alcor, in Andalusia, dove esiste un simulacro ri­vestito di preziosi broccati. Sant'Agata è ve­nerata anche a Jeria, in provincia di Valencia, mentre a Barcellona le è stata dedicata la cap­pella del Palazzo reale, dove i re cattolici rice­vettero Cristoforo Colombo di ritorno dalla scoperta dell'America.  In Portogallo sant'Agata (in portoghese Agueda) è patrona di una cittadina che porta il suo nome, nella provincia di Coim­bra. In Germania è patrona di Aschaffemburg. In Francia molte sono le località sotto il pa­tronato di Agata: a Le Fournet, una città im­mersa nei boschi della Normandia, nel cui stemma cittadino, in onore della santa, sono raffi­gurate la palma, simbolo del martirio, e la te­naglia, strumento con cui venne torturata. In Grecia molte località portano il nome di Aga­ta e la santa si invoca per scongiurare i pericoli delle tempeste. In Argentina, dove è la protettrice dei vigili del fuoco, le è stata dedicata la cattedrale di Buenos Aires. In diversi altri punti del piane­ta ci sono luoghi di venerazione agatini, persino in America, dove esistono una Sainte Agathe des Monts nel Québec e una Sainte Agathe en Monitoba presso Winnipeg, in Canada. Ma an­che in India, a Viayawala, c'è un santuario a lei dedicato. 

    Stabilire comunque in modo esatto quanti sono in tutto il mon­do i luoghi di culto e i devoti di sant'Agata è un'impresa forse impossibile. A noi bastano però queste scarne notizie non certo per riempirci di stupido orgoglio se la nostra città primigenia era dedicata a questa Santa, ma per sentirci forse meno provinciali e un po' di più segmento di una cristianità amplissima che si sforza realmente di annunciare il Vangelo con la vita, come forse avveniva su queste terre già più di un millennio fa, come sicuramente non avviene oggi  quando  annunciamo  chissà quale vangelo e  in tutt'altro modo...