NEWS

Loading...

sabato 13 febbraio 2016

L'ANTICA ARTE CALABRA DEL CORTEGGIAMENTO

di Maria Lombardo

  Un tempo il corteggiamento era visto come l’inizio di un percorso importante nella vita di una giovane contadina in età da marito, un mezzo che le consentiva di avere visibilità sociale e di sentirsi importante. Ben altri tempi , quando ci si accontentava di poco. Era davvero dura la vita che dovevano fare i poveri corteggiatori: la ragazza non usciva mai di casa e ,se lo faceva, era sempre accompagnata. “‘A fhimmana non viduta, centu ducati e’ cchiù è valutata”, ragion per cui le schette, ossia le nubili, si potevano guardare solo in chiesa.
    Tuttavia era anche in uso che il giovanotto cercasse la donna nel suo paese. Quale buona occasione la domenica a messa o nelle feste di paese. Le donne da marito in quei giorni, smessi gli abiti quotidiani, tiravano fuori dal baule l’abito migliore magari cucito dalla madre. Il giovanotto frequentava la chiesa, ma solo per incrociare lo sguardo della ragazza scelta. A volte l’incontro amoroso, un po’più ravvicinato, avveniva nei campi , che spesso erano confinanti e coltivati dai rispettivi genitori, o nei boschi, dove la ragazza si avventurava a far legna, o alla fontanella rurale dove si recava a prendere l’acqua per bere, oppure alla fiumara dove andava per lavare i panni. 

    Succedeva poi che tra gli innamorati, magari mentre lavoravano i propri poderi, si sollevassero dei canti, canti inventati lì per lì, ma sinceri e carichi di sentimento. Per le valli e nei campi, al tempo della semina o del raccolto, si innalzavano nell’aria dolci melodie che accendevano i cuori palpitanti di giovani contadini e contadinelle di stirpe calabrese. Le più ardite nel canto erano le donne che davano sfogo alla propria ugola anche da sole o istigavano le compagne a farlo in coro per non farsi scoprire. Era infatti un andirivieni di melodie a botta e risposta imitate, in questo, da timidi giovani che con mottetti e serenate intessevano con le loro belle una storia semplice, intensa e commovente.
    Cantavano all’aria nova, diceva mia nonna, brani antichi a volte mutati in qualche forma. Qui ne riporto alcuni spezzoni nei versi nel nostro dialetto locale e leggermente adattati in modo da risultare comprensibili e di senso compiuto affidandoli rispettivamente ad un Lui e ad una lei ideali.
    Lei andava cercando il ragazzo e sperando di incontrarlo si affidava alla fortuna:” Io già jettai ’na vuci ‘ntà vallata mu viju si mi rispundi la furtuna”. Lui la incontrava emozionato: “Oi giuvinettha cu sti ricci attornu, no sbattire st’occhi ca mi fhai morire”.
    Capitava però che fosse lui ad errare per le campagne in cerca di Lei anche solo per un saluto:
    “Bella chi tieni ’nu garofalu a la rizzigghja ,chi ù dduri mi vena de trhi migghja". Lei ardeva dal desiderio di stare viciao all’amato e il non vederlo era fonte di dolore e sofferenza.
    Era questa la strada  bella, ma contorta che conduceva al matrimonio  le giovani contadine.

domenica 7 febbraio 2016

“CALABRIA VERDE” LA MASCHERA PERDE...

di Bruno Demasi
    In genere a Carnevale le maschere si indossano , ma in Calabria c’è invece chi le indossa tutto l’anno e poi va a perderle proprio nel tempo di Carnevale.
    “Calabria Verde” è la carnevalata erede dell’Arssa, l’importante agenzia che avrebbe dovuto incentivare la valorizzazione dei prodotti agricoli calabresi, erede anche delle Comunità Montane, nate per sostenere lo sviluppo della montagna e cresciute per sostenere l’immagine di politici ruspanti locali, erede infine dell’ Afor , che, con un gran numero di operai forestali, avrebbe dovuto salvaguardare il territorio montano dei cartoni animati calabresi dal rischio idrogeologico e dagli incendi .
     Un anno e mezzo fa la Regione Calabria molto poeticamente aveva unificato le competenze di queste tre grandi idrovore di denaro pubblico in un unico , nuovo e grande carrozzone dispensatore di doni e di foraggio di ogni genere, chiamato “Calabria Verde”, che da qualche mese è oggetto delle attenzioni della Procura di Catanzaro e della Guardia di Finanza. 

    Si stanno scrutando attentamente questi diciotto mesi di gestione di fondi e appalti da parte di questo ennesimo serbatoio di voti e di denaro, nel quale si è aperta una falla molto vistosa: la perdita di 33 milioni di euro di fondi europei destinati all’acquisto di mezzi per la Protezione Civile. 
   Il bando cancellato in fretta e furia, per motivi ancora non del tutto chiariti e la mole di fondi sprecati fanno intendere che la scelta di revocare la gara sia avvenuta in seguito a qualche pesante e misterioso problema che ha coinvolto il dipartimento Agricoltura, la Protezione civile e la Presidenza della giunta regionale che qualche giorno fa ha applaudito a Catanzaro il presidente Mattarella, il quale anzichè incavolarsi  sul serio per i miasmi respirati in terra di Calabrioa, propagandava alcune ovvietà sugli storici destini del suolo bruzio, trascurando, tra 

l’altro, anche  questa  carnevalata che di verde calabrese ha soltanto la bile della popolazione di questa regione spremuta come un limone per riempire le tasche dei faccendieri e dei politicanti di turno.
     L’unica speranza è che, in clima di  svendita di maschere, la Procura di Catanzaro che ha aperto un'inchiesta su tutti gli appalti indetti da Calabria Verde fin dalla sua costituzione riesca a far luce in tempi brevissimi su tutto. Anche sulla fretta con cui nei giorni scorsi si è dimesso il direttore generale dell'Azienda, Paolo Furgiuele e sui silenzi glaciali della giunta calabroplumbea.

martedì 2 febbraio 2016

LETTERA MOLTO APERTA AL PRESIDENTE MATTARELLA

di Bruno Demasi

     Gentile Presidente,
Le confesso che quando sento qualcuno affermare che “Sconfiggere la 'ndrangheta e' possibile. E' un dovere, che va posto in cima ad ogni programma di governo” che “La Calabria non e' sola. Lo Stato non e' lontano. La Calabria e parte integrante e inseparabile della vita dell'Italia", che "Il contrasto alla criminalita' organizzata e la battaglia per l'affermazione della legalita' restano pietre angolari di ogni progettualita' politica" sono indeciso se incominciare a fare finalmente salti di gioia o continuare a grattarmi il prurito che mi suscitano le dichiarazioni di principio alla camomilla, in genere, e quelle sui fatidici destini bruzi, in particolare.
   Propoendo  senz'altro per la seconda delle due ipotesi, vuoi perché la mia stanca età ormai mi consente poco di spiccare salti, vuoi perché il prurito diventa quasi insopportabile quando a rispolverare questi stanchissimi teoremi dell’ovvio è un presidente della Repubblica intelligente come Lei e, come Lei, gravemente provato negli affetti familiari proprio dalle efferatezze di quell’universo senza confini e senza fisionomia che da queste parti chiamiamo “Ndrangheta” e nella Sua Sicilia viene chiamato  in modo diverso, ma sempre Inferno è!
    Capisco che quando, qualche giorno fa a Catanzaro, Lei è andato a inaugurare la Cittadella Regionale, che la Regione calabra ha impiegato oltre 50 anni per costruire e una quantità dilagante di denaro che avrebbe potuto tappezzare molti sentieri impervi della Sila e dell’Aspromonte, qualcosa doveva pur dire.
     Capisco anche il Suo ardente bisogno di incoraggiare, noi Calabresi in grandissima parte ormai disillusi fino al punto di piangere quando ci raccontano barzellette o di ridere fino alle lacrime davanti alle tragedie quotidiane che condiscono la vita di questa gente.
    Ciò che – mi creda – non capisco è il Suo accenno alla libertà di stampa ( in Calabria come altrove), quando , nelle stesse ore in cui il Capo del Governo assumeva come sottosegretari certi personaggi che nel recente passato proprio qui in Calabria hanno chiuso giornali e tentato di soffocare voci indipendenti ,venivano a giurare nelle Sue mani. 

    Per carità, accettiamo l’assioma secondo il quale Ella afferma che "La presenza della 'ndrangheta in questo territorio nonche' le minacce ai componenti della stampa libera sono percepite nella comunita' a cui viene impedita la libera e piena crescita economica e sociale”, che “ Lo Stato e' al fianco di chi lotta per estirpare la pianta malavitosa", ma questa presenza dello Stato al fianco di chi lotta non mi pare di vederla ancora. O c’è e non la si vede? 
   E’ tuttavia vero che "l'Italia ha bisogno dello sviluppo del Sud” , che “ La rimonta della Calabria dipende anzitutto dai Calabresi, cosi' come per ciascuna delle regioni meridionali”, che “ La buona politica insomma ha molto da fare. Guai a nascondersi dietro vecchi alibi…”, ma ci domandiamo con angoscia se – dato che la rimonta dipende da noi- come mai:

· Si continua a rubare e a favorire amici e parenti negli appalti pubblici in modo diffuso, ma nessuno lo ammette;
· Si continua a sperperare il denaro pubblico in tante occasioni e  sotto gli occhi di tutti
e a smantellare  la Sanità pubblica;
· Si continua a gestire la rete scolastica regionale come farebbe Lucignolo nel paese dei balocchi;
· Si tollera a San Ferdinando e a Rosarno la persistenza di ghetti intollerabili nei quali sono ammassati migliaia di esseri umani affamati e infreddoliti , vessati da bastoni e dalle carote di tanti caporali di ogni genere, magari con le etichette attaccate sul taschino;
· Si accetta impunemente la depenalizzazione di decine di “reati minori” attraverso i quali la ndrangheta avvia ogni giorno al cursus honorum centinaia di giovani senza arte né parte;
· Non ci si scandalizza delle percentuali abissali di disoccupazione giovanile che affliggono da sempre queste terre;
· Non si ha la voglia di urlare davanti alle macerie materiali e morali di una terra abbandonata da secoli a se stessa e sfruttata fino al midollo;
· Non si ha il coraggio di incazzarsi, o almeno di ridere, davanti alle mille quotidiane bugie recitate davanti alla gente, agli studenti, alle persone di buona volontà, da tanti professionisti prezzolati della legalità.

    Tante altre domande potremmo avanzare, Presidente ...
    Soltanto domande  infatti, perché le nostre povere risposte ormai da tempo non hanno diritto di cittadinanza nei Palazzi e comunque  se l’è portate via il vento di Levante…

sabato 30 gennaio 2016

PIMINORO: L'INCANTO, LA PASSIONE E LA MEMORIA

   di Stelio Pandolfini
     Devo questo inedito e avvincente racconto di Stelio Pandolfini all'impegno devoto della nipote Ester Pandolfini , cui va la mia e - ne sono certo - la comune gratitudine e che da Roma, riprendendo con trepidazione carte ingiallite e gelosamente custodite, ne ha centellinato sulla tastiera le parole...una a una con la commozione di chi riscopre ad ogni virgola un universo dimenticato e inesplorato per ricordare ancora una volta l'arte nascosta di  questo grande narratore e poeta dell'Aspromonte.
    Stelio, che nella maturità aveva scoperto Piminoro non solo come luogo della memoria, ma come paradigma della Calabria tutta, aspra e amara, e come metafora di un'esistenza segnata da grandi sogni, delusioni e speranze di rinascita, rimane un punto fermo per la nostra letteratura, ma di quella vera, fatta più di silenzi e di riservatezza che non di accenti di vanità e di successi editoriali fini a se stessi.

    Piminoro è luogo di passione e di memoria per tanti di noi, è il perenne embrione di esistenza stentata e testarda su una montagna selvaggia e inospitale, ma è anche l'eredità di un popolo di pastori che dalla terra di Serra, Fabrizia e Mongiana è giunto  oltre due secoli fa da queste parti a trovare e a portare la vita. Un popolo di pionieri affamati di fatica e di pane, ma traboccanti  di orgoglio e di dignità che , ancora oggi, al pari della loro lingua avìta e mai spenta, danno colore e fisionomia a questa gente che "mi  appartiene" fino al profondo delle mie ossa...
    Sono commosso e onorato di ospitare in questo mio piccolo angolo dello smisurato Web queste pagine che riprendono amabilmente la relazione sociale umile e affettuosa con tutti di cui Stelio era maestro ( Vd. anche l'immagine istantanea intorno a una tavola di amici in una delle foto in bianco e nero che corredano questo pezzo) e  che, pur essendo datate, possono consentire ancora  a tanti Piminoresi di ritornare con la mente e con il cuore alla dimensione arcaica e sempre nuova di quella processione e di quell'incanto che costituiscono un unicum sempre nuovo per Piminoro e per la  nostra scabra montagna in ogni  seconda domenica di luglio.

(Bruno Demasi).
____________

La Pastorella è il gran giorno di Piminoro, piccolo borgo; la festa che fa esplodere una vitalità rimasta sopita lungo l’operosa monotonia d’un anno…
    Alcune file di casupole che salgono in mezzo a una scarsa vegetazione su per l’aspro declivio del monte, disposte come creature mostruose dannate a un’interminabile arrampicata: questo è Piminoro; poche centinaia d’anime, alcune ancora affaticate nell’assillo di richiedere ai minuscoli appezzamenti il difficile sostentamento, altre dedite alla pastorizia ormai morente, la gran parte dipendente dalle moderne soporifere fonti di sussistenza statale e dalle rimesse degli emigranti: questi i Prunarisi.
    L’origine della contrada, sebbene risalga a poco più di un secolo soltanto, è oggetto di pareri controversi. La sua identità non è ravvisabile negli elementi caratteristici di chi la popola: Ancora oggi essi si differenziano, nei tratti essenziali del fisico e del costume, da quelli che si possono osservare nelle contrade vicine, ma specie un tempo, nella foggia vistosamente policroma del vestire tradizionale e nella parlata, spiccatamente singolare, non denotavano somiglianza alcuna, inducendo a dedurne l’esistenza d’un ceppo diverso; pure, la provenienza di questa casata e la genesi prima del suo trapianto restano oscure e già si perdono fra le trame della favola. Né, per diradare tali ombre, giova gran che il ricorso all’indagine etimologica dei nomi: di essi, uno, “Piminoro”, denomina il paese come “Montagna di pastori”; l’altro, “Prunarisi”, che nell’appellare gli abitanti stranamente si discosta dal primo, deriva chiaramente dalla voce “Pruno”. C’è chi, partendo da quest’ultimo indizio, risale a una località della stessa regione denominata “Prunara”, da dove si sarebbero mossi i primi abitanti di Piminoro; altri, in mancanza del sostegno di dati più probanti, rigettano tale interpretazione e fanno dipendere l’appellativo dall’uso un tempo abituale di certi nodosi bastoni ricavati dai rami del Pruno.
   Gente semplice, forte e per la massima parte tranquilla, i prunarisi. Un’indole che sembra attingere orgoglioso riserbo dell’abitudine alla povertà, e serenità dalla voce profondamente silenziosa della montagna; una forza morale, temprata nella lotta incessante ingaggiata contro la natura selvaggia, che li rende tetragoni ad ogni avversità: sia che l’infuriare della tempesta squassi i deboli muri e scoperchi i tetti; sia che le stagioni sfavorevoli danneggino i raccolti e le greggi. Quale animo deve essere!, in questi tenaci montanari che non piegano la fronte dinanzi agli elementi scatenati, accettano la sfida e rimangono abbarbicati alla loro roccia … E sì che c’è da vacillare e lasciarsi afferrare dallo sgomento, quando la nebbia avvolge tutte le cose rendendo impervio anche l’amico sentiero; o quando le nuvolaglie s’addensano basse, e gli scrosci d’acqua, avventandosi sulle raffiche del Levante, sembrano voler divellere dalle fondamenta i gracili abitacoli; o quando ancora i fulmini si susseguono incalzanti, tra fiammate e schianti, e il loro fragore pare un ruggito di belva offesa uscente dalle gole dell’Aspromonte.

    Nell’inverno di qua, lungo, interminabile, che invade buona parte della primavera e dell’autunno, con la comparsa della neve s’affaccia l’insidia dell’isolamento, della desolazione, della fame. Quando lo spessore della bianca coltre rende proibitivo ogni passo, per giorni e giorni il villaggio rimane tagliato dal resto del mondo, sepolto in un’immobilità assoluta. E disgraziata ove sorga improvviso un bisogno di soccorso!: a Piminoro non v’è la farmacia, non v’è una levatrice; niente, che possa rendere meno dura questa solitudine. Ma i prunarisi non battono ciglio, non alzano un lamento.
   E’ a Oppido Mamertina, Comune di cui fanno parte, che vanno a curarsi, come pure a rifornirsi di quasi tutto. Per loro è come andare in città. Ora scendono ogni giorno, grazie alla giornaliera corriera o ai mezzi privati, e si notano poco. Una volta calavano la domenica, ed era un vero spettacolo vederli sciamare per le strade, nelle botteghe, al mercato: gli uomini con l’immancabile bastone, il vestito pesante e l’aria montanara; le donne con gipponi sgargianti, lunghe gonne sotto le cui pieghe ondeggianti spuntavano i vivi colori delle calze, e le voci dai cadenzati scoppiettii. Prima che sonasse mezzogiorno, carichi di provviste sparivano nella campagna, per prendere il sentiero che attraverso un vallone, con ardita impennata, portava in breve lassù in alto. Più che viottolo, salita da capre: un percorso scosceso da mozzare il fiato e da far venire il capogiro a persona inesperta, che non avesse come coloro l’andatura scimmiesca dinoccolata E’ stata questa, fino a poco tempo fa, l’unica via di collegamento. Adesso il sentiero è diventato ripida strada, mentre una via più lunga dai larghi tornanti permette di arrivare comodamente. Ed è arrivata, sin quassù, la ventata di modernità: c’è la scuola; qualche negozio di alimentari; un piccolo bar; fra i sassi disseminati sui tetti, posativi ad attutire col loro peso l’effetto sconvolgente del vento spuntano le antenne della televisione; persino i marocchini hanno scoperto il posto e ci salgono spesso, a ravvivarlo con le loro colorite chincaglierie. Ma quello che, in mezzo al nuovo, ha decisamente mutatole condizioni e le abitudini del luogo, è l’emigrazione. In passato, raramente da qui si partiva: per andare a fare il militare o la guerra; o quando il desiderio d’avventura, più che l’insofferenza al genere di esistenza, afferrava qualche spirito irrequieto. Ora, invece, si ascolta il richiamo della città, del lavoro che possa offrire un guadagno continuo e rimunerante; la visione di una vita più comoda è l’attrattiva seducente che, quale leva potente, riesce a scalzare i corpi dal vincolo degli effetti.

   E’ un destino migliore quello che si prepara per la borgata? Forse no: l’esperienza del mondo induce a riflettere sui vantaggi che il progresso può offrire, quando progredire significa lasciare le cose semplici per sostituirle con altre artificiose e complicate, al di fuori d’un giusto apprezzamento del sano e del bello. Ma tant’è: Il nuovo, il moderno, è ormai scoperto, con i suoi sfolgorii, le sue lusinghe; un fascino troppo forte, perché gli si possa resistere. Partono, a frotte; soprattutto i giovani. C’è chi torna, per ripartire: raramente per restare. C’è chi non torna più. Certo oggi a Piminoro non si vive solo di pastorizia e del frutto della terra; però la popolazione si va assottigliando in maniera impressionante. Risulta facile la previsione: Se non si darà il modo, a questa gente, di sfruttare le intatte ricchezze della montagna, di trovare in loco le risorse che garantiscano un vivere meno disagiato, verrà presto il tempo in cui il vento spalancherà tutte le imposte e soffierà da padrone dentro le case.
   Già parecchi, sono gli usci che non si aprono più. Una volta, allorché i suoi ciuffi crescevano indisturbati davanti all’ingresso d’una casa, l’erba era sinonimo di sventura, significava invariabilmente che quella famiglia s’era estinta.
   “Chimmu ti criscia l’erba avanti a la porta!...”: era l’esecrazione più temuta, che si soleva lanciare quando si toccava il parossismo dell’odio. Oggi non si usa più, maledire in maniera siffatta: ché l’erba spunta, dagli interstizi delle stradine tortuose e sconnesse, un po’ dovunque; e, anzi, ciò che prima era da interpretare come indizio di sorte avversa ora può essere addirittura un segno favorevole, avendo coloro che son partiti potuto raggiungere altrove la prosperità.
   Nel contrasto ormai accentuato del vecchio che sopravvive e del nuovo che incalza, mentre l’insofferenza a un’esistenza tradizionalmente stentata si fa sempre più manifesta, la maggior parte della popolazione prosegue con il solito andazzo. In un ambiente che va freneticamente evolvendosi, per indirizzarsi verso aspirazioni prima non sentite perché sconosciute e perché ritenute inaccessibili, s’intuisce che questo stato di cose non può durare a lungo. Si parla persino di traslocare l’abitato, o una sua parte, in una posizione migliore. Intanto, qualunque ventura gli riservi il futuro: conservi le sue vecchie mura, o le lasci per farle più belle in altro luogo, o vada in rovina, Piminoro continua a esistere. I suoi abitanti si muovono con gli stessi gesti pacati di sempre, salendo e scendendo per gli erti passi, curvi sui solchi o assorti dietro il tranquillo andare degli armenti; e seguitano a faticare e a misurare i bocconi, sognando abbondanti raccolti e greggi numerose. La loro fatica e la loro speranza si trascinano di stagione in stagione, per tutto l’anno, in un susseguirsi di giorni uniformi. Uniformità che è appena scalfita dal fugace mostrarsi giù in paese, e che neppure le maggiori ricorrenze riescono a spezzare. Anche quando arrivano le due più grandi festività, di Pasqua e di fine anno,pure se nelle case qualcosa di nuovo penetra sempre, e in seno alle famiglie si dedica più tempo alle effusioni dei sentimenti, non è che cambia molto, nel ritmo consueto: La primavera qua tarda ad arrivare, e i lunghi giorni invernali pesano ancora troppo perché la Pasqua possa venire salutata con piena letizia; in dicembre, poi, il tepore affettivo del Natale, se riesce a mitigare il freddo brumoso che giunge fino alle ossa, non può sgombrare del tutto il cumulo di sofferenza fisica e morale che grava sui sensi.
                                                                   …………………

    Solo la festa della Pastorella, ogni seconda Domenica di Luglio, ha il potere d’infrangere tutte le norme, sconvolgere le locali solitarie abitudini; solo la Pastorella è irresistibile richiamo per gli emigrati, che accorrono da luoghi vicini, lontani, lontanissimi. E’ come se nell’ebbrezza di poche ore, in un irrefrenabile impulso di ribellione allo stato di quiete troppo sopportato, questa gente volesse obliare le angustie dell’intero anno per dare finalmente sfogo ai propri istinti repressi e avviliti. E’ l’occasione bramata della rivalsa, che ripaghi in una volta sola dei mille stenti facendo affogare la miseria nell’abbondanza; è il momento in cui la spensierata allegria, mista al fracasso degli scoppi e al clamore degli strumenti , s’innalza come tripudiante saluto al sole dell’estate che benefico brilla.
    I preparativi, e con essi l’attesa fatta di giorni contati, di propositi affioranti, di programmi delineati, incominciano molto tempo prima. Man mano che il festeggiamento s’avvicina è l’argomento che occupa sempre più la mente e il conversare di ognuno. Finché nell’immediata vigilia, allorché i primi mortaretti annunciano l’imminenza del fausto evento, un’eccitazione quasi morbosa s’impossessa degli animi; il giubilo ancora trattenuto, ma già facente capolino dagli occhi rilucenti, è pronto a traboccare. Quando l’assordante inconfondibile insieme di spari, suoni, voci avvisa che l’alba del gran giorno è spuntata, una voglia di far baldoria prende tutti, grandi e piccoli, riversandosi in ogni dove. Le mandre vengono spogliate delle bestie più o meno tenere, gli odori uscenti sin dal mattino da ogni porta dicono che il pensiero della tavola non è davvero l’ultimo. Uno stomaco ben rigonfio, anzi, è per gli uomini, che nella gaiezza generale sono i maggiori protagonisti, la condizione più idonea a favorire un felice proseguimento dell’indimenticabile giornata; da questo avvio non si può prescindere, se si vuole ottenere una buona disposizione alle copiose ripetute libagioni. Numerosi bicchieri accompagneranno, a tavola, i quarti di capra bollita e i maccheroni di casa conditi col “marosticu” (sugo di carne ovina giovane dentro cui vengono messe a cuocere budella intere lasciate appositamente, per dare forte sapore, poco pulite), i pezzi di pecorino; cibi tipici, semplici e succulenti, che purtroppo vanno lasciando il posto ad altri importati da fuori, affatto genuini e meno saporiti. Più tardi, le bevute continueranno all’aperto, fra gli immancabili quattro salti che aiutano a digerire rapidamente la roba ingurgitata e a tenere lo stomaco ben disposto; poi, quando le gambe di molti saranno malferme, si finirà seduti davanti al palco della banda, con le mascelle occupate a masticare le leccornie delle bancarelle, lo sguardo sperduto nel brulicante spumeggiare di spiritose bevande. Intanto la festa procede, fra lo schiamazzo dei bimbi che si rincorrono, le schermaglie amorose dei più giovani, le risatelle delle donne che, sfoggiano le vesti e gli ornamenti più ricchi,indugiano sul sagrato, ai balconi, per i vicoli.
    Tanti sono coloro che qui convengono dal paese, da altri abitati, dai casolari sparsi per la montagna: parte giunge sin dal mattino, invitata in casa o del parente o del compare; la stragrande maggioranza arriva di pomeriggio, per trattenersi fino a notte, alla chiusura dei fuochi.

     In tutti gli altri giorni dell’anno, è raro che s’incontri una faccia di forestiero… L’altezza ideale, L’acqua medicamentosa, la quiete riposante, servendo di richiamo per coloro che, d’estate, amano o debbono soggiornare in luoghi tranquilli e salutari, potrebbero fare di questa località un posto di villeggiatura; invece, pur adesso che le esalazioni emananti dai mucchi di letame e dagli olivi non ammorbano più la purezza dell’aria circostante, è raro che qualcuno scelga per le vacanze questa dimora … Ma nel giorno della Pastorella, ecco un accorrere con ogni mezzo, anche a piedi, da tutte le parti. C’è chi viene perché devoto della Madonna che dà il nome alla festa; chi solo per svago, pensando alla musica, ai fuochi, alla tarantella, alla sbornia con gli amici; chi per l’uno e per l’altro, in una mescolanza di sacro e di profano semplicisticamente scrupolosa; però tutti con l’animo rivolto all’Incanto, l’attrazione senza dubbio più forte, che costituisce il punto cruciale della giornata e porta i festeggiamenti all’acme dell’emotività. E’, questo, una vera e propria gara di vendita, e serve a stabilire coloro che trasporteranno in processione la statua della Madonna. A contendersi l’ambitissimo privilegio sono le due categorie nelle quali si divide la popolazione, quella dei pastori e quella dei contadini, che per l’occasione assumono caratteristiche di fazioni accanendosi con grinta e astuzia. Nell’impegno di superarsi le due parti si fronteggiano più che con la disponibilità in denaro con la tecnica di sottili accorgimenti, volti a strappare all’avversario il segreto della sua forza monetaria. Si porta in posizione di vantaggio e risulta più vincente, difatti, chi può calcolare la somma occorrente basandosi sulla cifra dall’altro raggiunte, e nel contempo riesce a mantenere celato il ricavato della propria raccolta. Non viene tenuto alcun conto della slealtà che anima gli sviluppi della disputa: ogni mezzo, lecito o illecito che sia, viene impiegato, pur di riportare il successo; all’uopo può bastare una confidenza di amante, una vanteria di bimbo, una rivelazione di ubriaco. Succede anche che questo palesamento può non essere sincero, venire ordito con subdolo artificio sì da trarre in inganno l’opposto partito. Sicché non è rara la sorpresa, per coloro che si ritenevano sicuri della vittoria, di vedersela sfuggire all’ultimo istante; con quanta risentita delusione da una parte, e quale euforica esultanza dall’altra, è facile immaginare. Nascono i rancori, le diffidenze, i ripicchi; i cui termini non sempre rimangono nell’ambito di questa particolare discordia, ma di anno in anno si allargano a contaminare gli altri aspetti della comunità, scavando dei solchi di disagio e creando stati di profondo durevole risentimento. Gli strascichi, sotto forma di inimicizie, sgarbi, dispetti, si trascinano nel tempo; sovente, però, è a distanza di poche ore dal dissidio, sotto l’influenza dell’alcool, che sorgono le prime offese e scoppiano le prime liti.

    E’ proprio la possibilità sempre esistente di sorpresa finale, a rendere avvincente il clima della competizione: Sia che nessuna voce trapeli, sulle capacità finanziarie degli antagonisti, sia che le somme raggranellate vadano di bocca in bocca, l’eventualità di imprevedibili colpi di scena tiene la folla con l’animo sospeso.
    Nella storia dell’Incanto, a prevalere sono di gran lunga i pastori. La pastorizia non è soggetta, o almeno non come chi lavora la terra, ai flagelli delle intemperie e delle tasse. V’è, poi, che l’azione dei pastori viene condotta con una certa dose di spavalda malandrine ria; ed essa, riecheggiando lo stile intimidatorio della ‘ndrangheta, cerca con le brusche maniere di giungere laddove con le buone non le riesce pervenire. Comportamento valido tuttora, pure se la demarcazione delle due categorie non riflette più che in parte la reale consistenza della popolazione.
      Da qualche anno, comunque, i contadini mostrano di aver ritrovato quella velleità di vittoria che sembrava avessero definitivamente lasciato: perdono ugualmente, ma in luogo di venire umiliati, come quasi sempre accadeva nei tempi andati, si difendono bene, addirittura fino a sfiorare il successo.. E’ accaduto che, fatto appello alla solidarietà dei contadini emigrati, questi hanno pienamente risposto rialzando le sorti della loro categoria. Il guaio per i poveri zappatori, è che la somma raccolta, anche se non arriva ad ottenere quanto sperato, non si sa come sparisce lo stesso (Chi dice venga utilizzata dai perdenti per consolarsi della sconfitta; chi dice finisca nella cassa della parrocchia, ad impetrare per altra via la grazia celeste); non fosse così, la cifra addizionata in due anni raggiungerebbe senza meno lo scopo.
     Quest’anno, se è vero quel che in giro si sussurra, il gruzzolo arrivato da Ventimiglia, oltre che da altre parti d’Italia e dall’estero, è più rilevante dei precedenti; tale, insomma, da poter dare un brutto dispiacere ai burbanzosi pastori, rompendo la loro egemonia. Pare che sia stato Melo “ Due teste”, il giovane manovale arrivato giorni fa al capezzale della mamma malata, a portare la moneta. Da più parti si è cercato di vincere il suo riserbo e farlo parlare, per strappargli il segreto dell’ammontare; ma egli si è bravamente destreggiato,dicendosi all’oscuro della cosa.
    Pure mastro Sebastiano, a detta di molti, parteggia per i contadini; si asserisce che ha contribuito a favore di quelli con un bel mazzetto di dollari. E’, Sebastiano, uno che qua si destreggiava in lavori di falegnameria, e se la cavava anche abbastanza bene. Ma le ordinazioni erano scarse, non tutti pagavano, sicché pensò di emigrare avendo la fortuna di essere chiamato, franco di ogni spesa, da un parente che risiedeva in Canadà. Questo avvenne molto tempo fa …Ora è tornato, per la prima volta dopo tanti anni, a far conoscere ai parenti la moglie, una figlia di italiano colà conosciuta, e alla moglie il proprio paesello natio. Basta un’occhiata, per sincerarsi della trasformazione che l’ha completamente mutato; tanto mutato, anzi, che parecchi non l’hanno nemmeno riconosciuto, e, quando hanno saputo chi era, sono rimasti a bocca aperta e si sono fatto il segno della croce. In verità, riconoscerlo è tutt’altro che facile: A parte il colore del viso, prima pallidastro ora rubizzo, e l’aspetto generale rinvigorito, dove c’era la scolorita berretta è una candida paglietta, dove c’era la stinta e sporca camicia è un attillato panciotto dai cui taschini penzola rilucente una grossa catenella; un’elegantissima lente finemente orlata è comparsa a sormontare il naso rubicondo; un sigaro interminabile ha preso il posto della solita cicca, che tempo, prima di finire in fondo a una tasca, faceva la spola fra l’orecchio e le dita.

Certo che se volesse veramente, mastro Sebastiano, i pastori rimarrebbero questa volta impotenti e scornati … Quelli, ad ogni modo, non sembrano per nulla preoccupati: fieri della lunga tradizione favorevole continuano ad ostentare la massima sicurezza; e non tralasciano occasione per punzecchiare con la loro arroganza.
     Proprio per questa animosità, che alla festa giunge acuita e pronta a sfrenarsi, per poco non si veniva alle mani, stamattina, davanti alla chiesa …Fra l’altro, in quel momento era finita una messa, e non poche donne che erano sul sagrato si presero un grande spavento.
    La scintilla partì dalla frotta di bimbi, che giocavano a rincorrersi sotto e sopra il palco della banda. A un certo momento, un alto schiamazzo richiamò da quella parte l’attenzione degli astanti. Si vide un groviglio di bambini che rotolavano per terra, scambiandosi morsi e pedate; un accorrere di gente vociante. La solita baruffa infantile, con i due più riottosi che, mentre tutti gli altri si sparpagliavano all’avvicinarsi dei grandi, rimanevano avvinghiati e continuavano a darsele di buona lena. Combinazione volle – ma fu solo combinazione? – che i due bellicosi ragazzini appartenessero a famiglie notoriamente in urto: l’uno è il figlio di Angelo “L’incantatore”, così nomato perché è lui che ogni anno, durante la gara, dà la sua voce alle offerte degli zappatori; l’altro è il figlio di massaro Nicola, il maggiore esponente dei pastori, tenuto come elemento collerico e facinoroso.
     Di massaro, veramente, a Nicola è rimasto solo l’appellativo: anche da come si veste si capisce che la sua posizione economica non può essere quella di un comune pecoraio. Prima sì, che era come gli altri: menava il suo gregge al pascolo; lavorava il latte, facendo dell’ottimo formaggio; e ogni mattino sua moglie era giù in paese, con un paniere di candide ricotte allineate fra il verde delle felci, e le bottiglie di siero che spuntavano da un secondo cesto. Poi il suo bestiame andò rapidamente crescendo, quasi moltiplicato per dono soprannaturale; finché, fra la meraviglia e l’invidia del prossimo, divenne così numeroso che tutte le altre greggi del contado messe assieme non avrebbero raggiunto la sua forza. E più che la sua masseria ingrandiva, meno Nicola faceva il massaro: adesso le bestie c’era chi gliele pasturava; il latte c’era chi glielo lavorava; per la vendita delle ricotte e del siero, nemmeno la moglie più s’interessava. Nel frattempo aveva allargato la casa, costruendo su uno spiazzo retrostante alla vecchia abitazione; e proprio all’uscita della borgata, vicino alla sorgiva di un’acqua ritenuta medicinale, era entrato in possesso di un piccolo podere spianato come una tavola: un orto ch’era un incanto, e dove cresceva ogni ben di Dio.

     Donde e come era venuta, quella grazia, era a conoscenza di tutti; ma nessuno osava farne apertamente parola: perché se la rapida ascesa di massaro Nicola suscitava meraviglia e invidia, l’asprezza del suo carattere incuteva timore e soggezione. E’ appunto sul sentimento riguardoso derivante da questa condizione ambientale, che lui ha saputo costruire la propria ricchezza. Se la natura l’ha fornito di un cuore di pietra in un petto da gladiatore, di due braccia villose nerborute, d’uno sguardo bieco cui ben s’intonano gl’ispidi baffi, perché non profittare di queste qualità e farne una dote? Nella malizia di quegli occhi scuri, ammiccanti sotto il ciglio setoloso, si legge l’espressione di una spregiudicata filosofia. “Bè!: “, pare dicano quelle pupille mobilissime, “Ognuno deve saper usare le qualità avute dalla sorte: c’è chi ha grande intelletto, e per costruirsi un avvenire prospero deve servirsi dell’ingegno; c’è chi, come me, ha forza di muscoli e animo, e della vigoria deve giovarsi, se vuol farsi avanti. “. E chi si permette di contraddire la fierezza di quello sguardo? Nessuno; sul luogo e nei dintorni. Quando massaro Nicola si presenta a esprimere un desiderio, a chiedere qualcosa, si fa buon viso e l’impossibile per accontentarlo con premura. Del resto, non è che egli pretenda regali: mentre al piccolo prende senza chiedere, al grosso chiede quello che, dice, gli spetta come compenso alla sua prestazione né più né meno. Soltanto che vuol essere egli stesso, a trovarsi l’impiego, perché nessuno meglio di lui può saper discernere la capacità di cui è in possesso; così come ha l’abitudine, e nemmeno su questo suole transigere, di scegliersi il datore di lavoro e di fissare la ricompensa. Tolte queste singolari pretensioni, non v’è altro che gli si possa rimproverare: se, per esempio, in un fondo non tutto andava per il verso giusto, capitando che una mandria, entrata furtivamente a brucare nel frascame, danneggiasse i virgulti, oppure che un ladruncolo penetrasse a rubare i frutti, o addirittura che si verificasse qualche sfregio, una volta che massaro Nicola ha assunto le sue responsabilità di guardiano non accade niente più; se, altro esempio, prima le raccoglitrici di ulive e gli zappatori indugiavano a muovere le mani, specie quando intendevano tacitamente protestare per il basso salario o una qualsiasi soperchieria allorché hanno da fare i conti con massaro Nicola sanno di dover filare diritto, e, caso mai, cercano fargli omaggio con qualche mezza misura e qualche colpo di zappa oltre il giusto della giornata. E non che egli si affanni a vigilare di persona sulla campagna (non lo fa per la sua stessa roba figuriamoci per quella degli altri!) : non c’è né bisogno; gli basta degnarsi di fare una capatina, di quando in quando, tanto per un avviso alle memorie. La sua presenza occorre altrove; per i mercati di bestiame e per le fiere; laddove tanta gente sempliciotta nella schermaglia del contrattare, abbisogna d’essere aiutata da una mente agile e da una voce ferma. Là sì!, che c’è da stare attenti e da sudare: la concorrenza è temibile, venendo da tipi altrettanto svelti e abili; se non si sa lavorare, ci si ritrova a dover spartire in troppi il faticato guadagno.

     Si sussurra, malignamente, che il giro d’affari del massaro si trasforma, ad un certo punto, in gita galante, e che egli non sa come dividersi fra le diverse amanti dislocate un po’ dovunque nelle località della pianura e della montagna. Ma tanto!: a Piminoro vanno a gara, per badargli le bestie o curargli la terra o servirlo in qualche cosa; cosicché per le sue escursioni, di affari o di piacere che siano, ha tutto il tempo che vuole. Insomma, più che del massaro fa la vita del pascià e sono davvero pochi, quelli che non si sentono in dovere di tirare ancor più la cinghia per offrirgli l’espressione tangibile del proprio ossequio; pochissimi, quelli che osano mostrarglisi indifferenti. Uno di questi è Angelo “L’incantatore”; il quale non sempre trova terra d’altri da zappare, sicché il minimo vitale deve strapparlo fatigando su quei due palmi che ha di suo e sfruttando al massimo il premio in denaro portato da ogni crescita della figliolanza. Crescita che però, dopo il frutto immediato, ha l’effetto duraturo di rendere sempre più grave l’assillo delle tante bocche da sfamare. Si danno da fare, i figli, andando per i boschi a raccogliere asparagi, fragole, funghi, origano, secondo le stagioni; ma è un lavoro che richiede molto tempo e molta fatica per offrire magra ricompensa: questi frutti squisiti sono molto ricercati, sì; sennonché, per il fatto che crescono liberamente, cioè in luogo aperto e senza coltura, nella zona vengono pagati a prezzi irrisori, quasi pretesi in regalo. Pure la moglie, sebbene nel fisico malandato e precocemente invecchiato accusi le molestie dei troppi patimenti, s’arrabatta in qualche modo: spesso, quando non trova lavoro nei campi, la si vede scendere dalla montagna con in bilico sulla testa una fascina di sarmenti; e anche con questa fatica supplementare non si riesce a racimolare che una miseria. Tuttavia, sono piccoli espedienti che contribuiscono, nel loro insieme, a rendere meno spinosa la situazione economica dell’abbondante famiglia. I sicuri mezzi di sostentamento, ad ogni modo, restano le mani di Angelo e quei pochi solchi che anno per anno, ora più ora meno, buttano fuori sacchi di fagioli e patate. Di questa roba, poi, una parte viene serbata per il fabbisogno domestico, il resto serve per procurarsi quel che occorre. Immaginabile, perciò, quale amorevole cura viene da Angelo profusa, su quelle zolle. Altrettanto logico, nelle sue condizioni, che non potesse, quand’anche l’avesse voluto, volgere un pensierino di complimento alla persona di massaro Nicola. Ma – c’è da crederlo – in nessun caso l’avrebbe voluto: L’indifferenza, intrisa di acredine, gli sorgeva come impulso naturale, forse derivando dal confronto spontaneo fra la sua povertà troppo sofferta e la ricchezza troppo facile dell’altro. Indifferenza, d’altra parte, che non poteva sfuggire all’occhio grifagno del massaro, né mancava d’irritare la sua permalosa alterigia. E, una volta che quegli prende di mira qualcuno, si può essere sicuri che prima o poi giunge al bersaglio: basta che si presenti l’occasione …
     L’occasione che gli desse l’appiglio da cui partire per l’esemplare punizione, maturò proprio quell’ultima volta che gli zappatori ardirono vincere l’incanto e Angelo, preso dall’entusiasmo, dopo aver urlato un “evviva!” improvviso ai piedi della Madonna un frenetico ballo. Proprio lui!: l’irriverente! L’affronto era troppo grave, perché lo si potesse sopportare. Ingollò amaro, il massaro, in quel momento; ma lo sguardo velenoso che si posò sull’ignaro Angelo era gravido di minacciose intenzioni.

    Aspettò con calma, massaro Nicola, a scegliere il momento propizio; al punto giusto non mancò. Era il tempo di raccolta delle patate. Angelo, piegato in due, andava rovistando i solchi in cerca dei tuberi preziosi, quando avvertì la presenza di qualcuno. Alzò gli occhi e se lo vide davanti: immobile a pochi passi di distanza, la doppietta in spalla, a fissarlo con un atteggiamento fra lo sprezzante e il beffardo.
     Nel drizzarsi, appoggiato sulla zappa, Angelo cercò di dominarsi; ma non poté impedire che il suo volto abbrustolito sbiancasse alquan
- Salute!, compare Angelo
- Salute a voi!, massaro…
I due ristettero a studiarsi, cercando di frugare nel pensiero dell’altro; finché la voce schernevole del massaro tonò di nuovo:
- Sapete perché sono venuto?, compare Angelo …
- No …Se non parlate … asciugandosi la fronte con l’avambraccio, mentre la mano mandava la berretta indietro sulla nuca.
- … E’ da tanto tempo … - misurando le pause con visibile compiacimento – che vado in cerca di un poco di patate buone … So che le vostre sono di qualità eccellente …
Si avvicinò, si chinò a raccogliere un tubero, lo tastò e lo grattò con aria d’intenditore.
- Invece le mie …- riprese, scagliando lontano, stizzosamente, la patata – da qualche anno a sta parte sono buone solo per i porci … Accattare, si devono; meglio da un amico come voi che da un altro …
Angelo, anche se non era per niente rassicurato, tentò di fare buon viso:
- Se è per questo, potete stare sicuro che non rimanete scontento: Qualità e buon peso …
- E buon prezzo no?... – lanciandogli un’occhiata pungente.
Angelo trasalì, seppure ebbe la forza di sostenerne lo sguardo. “Ci siamo …”; pensò, stringendo istintivamente il manico della zappa.
- Che prezzo mi vorreste fare?, sentiamo. – incalzò quello, con accento di aperta provocazione.
- Su questo tono non possiamo ragionare, massaro Nicola … quanto vanno lo sapete meglio di me. Ve l’ho detto: dove vi posso trattare è sulla qualità e sul peso; ma a perderci … Il mio bisogno lo sapete …
- Voi non sapete trattarle persone per come meritano, compare Angelo … - nella voce del massaro c’era un’inflessione penetrante di minaccia.
- Vi sbagliate. Se posso un favore non lo rifiuto mai. Ma qua è diverso: mille lire a voi non fanno niente … una sigaretta; per me sono tante. Queste cose qua … - facendo rotolare con il piede un grosso tubero – per voi sono patate e basta; per noi, invece, sono pure farina, olio, pasta … Io ci ho famiglia, con una catoiata di figli; quando i miei figli cercano pane, se aprono la credenza e la trovano vacante non è che posso venire da voi, o andare da un altro, a cercare l’elemosina …
- Mentre Angelo parlava, il massaro sembrava non ascoltarlo nemmeno: l’occhio sempre più torvo, le labbra sfiorate da un fremito nervoso sulle mascelle contratte, tormentava con le dita pelose la cinghia del fucile.
- Io vi dico che vi state regolando male, compare Angelo!... – profferì cupamente.
- E io v’assicuro che sono povero ma mi sento più omo di tanti altri!... – e qui battè con energia sul manico della zappa – Voi mi potete ammazzare, ecco qua; - lasciando cadere l’arnese e incrociando le braccia sul petto – ma se volete le mie patate me lo dovete pagare per com’è giusto …
- Non vale la pena, sprecare così le cartucce. – sibilò sarcastico il massaro, facendo l’atto di allontanarsi – Tenetevele care!, le vostre patate … e buon raccolto!...
Angelo rimase fermo a seguirlo mentre s’allontanava, fino a che scomparve. Si levò la berretta e con un lembo di camicia, tirata fuori dai pantaloni, terse sudore e polvere dal viso. Non sospirò di sollievo: sapeva di che pasta quello era fatto, ed era perciò sicuro che l’offesa sarebbe arrivata.
Così presto, però, non l’avrebbe mai pensato …
Di pomeriggio arrivò la moglie, a portare l’asinello che un parente gli prestava perché trasportassero in paese le patate.
     Il primo ombreggiare della sera li colse che non avevano ancora finito. Rimanevano da fare due viaggi, e Angelo, che dopo quanto era successo non si fidava di camminare per la campagna con la notte, decise che avrebbe completato il trasporto l’indomani. Lasciarono le patate ammucchiate dentro il pagliaio e rientrarono con l’ultimo carico.
    Quando, spuntata l’alba, si portarono sulla terra, un’amarissima sorpresa era ad attenderli: La porticina della capanna era sgangherata …Le patate erano lì; ma schiacciate, tagliuzzate, frantumate: come se un essere malefico si fosse accanito a camminarvi sopra, pestando e menando fendenti.
   La disperazione di marito e moglie fu grande. Solo che Angelo, passato il primo momento di rabbia, accolse il misfatto come cosa che doveva avvenire; fors’anche con un senso di liberazione.
     In giro non si seppe niente, dell’accaduto. Si sapeva che fra i due non correva buon sangue, e null’altro.
     Da allora, Angelo e massaro Nicola si erano evitati, mai più ritrovandosi faccia a faccia. Poi stamattina …
    Erano in mezzo alla gente accorsa sul posto della mischia. Sicché fu senza accorgersi che si videro l’uno di fronte all’altro, accanto ai loro figliuoli scalpitanti.

    Si misurarono con sguardi roventi, le narici che vibravano, quasi ad azzuffarsi fossero stati essi stessi.
- Vostro figlio ha le mani lunghe!, compare Angelo …- ringhiò l’uno.
- Mio figlio le mani le sa tenere a posto!, massaro … - ribatté l’altro – E se qualche volta sbaglia, paga. Perché è questa, la creanza che gl’insegno io!...
- E allora che aspettate a fargliela pagare? Mostratecela!, la vostra creanza …
- Non prima di sapere come stanno le cose …
- Le cose stanno come tutti hanno visto: Mio figlio …guai a chi me lo tocca!
- E che ci ha di speciale?, vostro figlio, forse ch’è figlio della gallina bianca?
- E’ figlio della gallina bianca, certo! –facendosi avanti – E se qualcuno si permette di mettergli le mani sopra, io gliele taglio …così… - trinciando l’aria davanti a sé.
- Le mani dei cristiani non sono patate, massaro!... Voi sapete, quello che voglio dire … - Angelo sorrise beffardo.
- Ed io ti faccio vedere, cosa brutta!, - urlò massaro Nicola, gettando a terra il berretto e cacciando la destra in una tasca della giacca – che per me non vali più d’una patata.
- S’ammazzano!...Teneteli!... – qualche donna si mise a gridare terrorizzata; portando le mani sui capelli.
- Fermateli!... In nome di Dio!... – il vocione del parroco sovrastò il trambusto; si vide la nera palandrana di don Battista attraversare il sagrato in una folata.
     Agguantato da dieci braccia, gli occhi iniettati di sangue, il massaro si dibatteva come un’energumeno, digrignando i denti e schiumando di rabbia:
- Il cuore gli mangio! A st’indegno …
- Tu il malandrino non lo fai!, con me …
- Gli faccio la testa ‘na frittella e i fianchi buchi buchi! ...
- Cane di pagliaro sei!...
    Mentre Angelo, livido in volto, opponeva anch’egli resistenza a coloro che cercavano di trascinarlo via, don Battista piombava lì in mezzo, con i pugni serrati gesticolanti.
- In nome di Dio!... – li investì, dardeggiando occhiate imperiose – Propio oggi!, davanti agli occhi della Pastorella!...Compare Angelo!...Massaro Nicola!...Questo è sacrilegio!
    Intorno si fece silenzio. I due, lasciati liberi, abbassarono gli occhi, voltarono le spalle, e muti s’allontanarono in direzioni opposte.
     La festa era salva …Ma per tutta la mattinata non si parlò d’altro; Il brusio uscente dai capannelli che si formavano ai cantoni delle stradette faceva intendere il medesimo argomento. Cosicché al parroco parve opportuno approfittare della messa di mezzogiorno per cercar di rasserenare gli animi con una predica acconcia.
    Nello sfollare della chiesa, sparpagliandosi sulla piazzetta, la gente scorgeva Angelo tranquillamente seduto a un tavolo del bar, solo, con in mano una bottiglia di birra che di quando in quando portava alle labbra. Aveva l’apparenza di colui che vuol mostrare agli altri di non aver paura, e nello sforzo persuasivo finisce col suggestionare sé stesso e trovare quella dose di coraggio che altrimenti gli mancherebbe. Indubbiamente, la sensazione di tutti quegli sguardi concentrati sulla sua persona, e l’eccitazione procurata dagli spari dei mortaretti confusi al frastuono di una piccola fanfara disposta sul sagrato, gl’infondevano forza e decisione.
    Di massaro Nicola, invece, nemmeno l’ombra. C’era da sbalordire! Era la prima volta, che accadeva una cosa simile: che qualcuno gli mancasse di rispetto, tenendogli testa pubblicamente. L’onta era troppo grave, perché potesse essere digerita disinvoltamente …
                                                          ……………………………
   Davanti ai deschi imbanditi l’episodio venne dimenticato. E quando l’allegria si diramò in cento rigagnoli, spargendosi per le viuzze al suono degli organetti e al ritmo della tarantella, fu come nulla fosse accaduto.
   S’incominciò a giocare a carte e a trincare su ogni poggiuolo, su qualche spiazzo a ballare.
   Dove si balla la migliore tarantella è sul largo di massaro Serafino. Convenendo qui i più abili ballerini, la gente vi si raggruppa a godersi lo spettacolo: si dispone in cerchio tutt’attorno e non si stanca di seguire, ammirata, le coreografiche evoluzioni. Davvero c’è di che godere. Il ritmo imposto dai sonatori, fisarmonica e tamburello, è indiavolato; man mano che i muscoli si sciolgono, anzi, diventa ancor più frenetico, mettendo a dura prova l’agile valentia dei danzatori. Questi si presentano in una sola coppia, alternandosi a comporla e scomporla uno alla volta, seguendo le chiamate del mastro di ballo. Ora si adagiano in figurazioni espressive ma contenute, eseguite con movenze maliziose, di una intenzione appena accennata; ora, con passaggio repentino, si scatenano in movimenti turbinosi, spiccando salti con la levità delle capre.
    Le forme mutano in continuazione col variare dei componenti la coppia. “Fora u primu!...” grida il mastro di ballo; un ballerino si ritira, scambiando un cenno di saluto con quello, che ne prende il posto, per consegnarlo dopo un po’ a chi viene di turno.
   Mentre che davanti alle case si giuoca, si balla e si beve, gruppi sempre più folti di persone salgono e scendono per la strada principale, diretti verso la piazza. Qui la folla, ingrossata dalle comitive di forestieri, si va addensando rumorosa.
    Via via che il sole cala dietro la chiesa, allargando la sua ombra sul piazzale, la gente tende ad assieparsi davanti al sagrato. Ormai è vicino il momento in cui la Madonna della Pastorella sarà portata all’aperto; e ognuno cerca di occupare un posto dal quale meglio seguire le fasi dell’Incanto.
   La banda è già pronta sul palco; con un nugolo di ragazzini appollaiati su per la scaletta o arrampicati sulla balaustrata ad ammirare rapiti gli ottoni luccicanti, il cui suono fingono di imitare soffiando su dei pezzi di legno.
   Si ode lo scoppio di un petardo, e i ritardatari, spuntando dalle viuzze, affrettano il passo; un altro scoppio, un altro ancora; compaiono in cielo altrettante nuvolette, batuffoli che nello sciogliersi si colorano di rosa. Fanno eco assordante le campane. I musicanti danno fiato e vita agli strumenti, attaccando una svelta sonata.
     Ecco!: nel vano del portale è apparsa sorridente la Pastorella, vestita di pieghe bianco celesti, il bambinello in braccio e attorno le pecorelle.
    Chi si segna bisbigliando una breve invocazione che si curva in un inchino chi si scopre …I bambini battono le mani, vociando nel districarsi fra i calzoni e le gonne dei grandi.
    La statua si muove ancora, traballando … Viene avanti, fendendo la calca, fin quasi in mezzo alla spianata … si ferma.
     La moltitudine, ondeggiando e rumoreggiando, si stringe sul davanti e ai lati della barella.
     L’incanto è per cominciare …

    Accanto ai vivi colori della Madonna è comparsa la nera veste di don Battista, che regge un microfono e si scalmana a impartire dall’alto le ultime istruzioni. Quindi, fra grida d’incitamento, spuntano le prestanti figure di Angelo e dell’altro concorrente, Michele, un giovane massaro dal viso rossiccio.
     La banda ha smesso l’allegra marcetta …Tutti gli occhi son volti all’in su.
   Si vede il parroco avvicinare il microfono alla bocca per dire qualcosa; ma le parole giungono incomprensibili, perdendosi nel trambusto che ancora permane.
   Di colpo, la folla diventa silenziosa: il microfono è ai due contendenti e passa in rapida successione dalle mani dell’uno a quelle dell’altro, a portare l’alternarsi delle offerte.
- Massari trentamila…
- Zappatori quarantamila…
   Le voci stentoree, ingrossate dall’amplificazione, si susseguono, si incalzano, si superano; e la cifra prende quota, sale velocemente.
- Zappatori sessantamila…- grida Angelo.
- Massari settantamila… - controbatte Michele.
   L’emozione che trasparisce dai lineamenti tirati dei due gareggianti, serpeggia fra i muti spettatori, monta col crescere del prezzo vicendevolmente proposto.
- Massari trecentocinquantamila…
- Zappatori trecentosessantamila…
- Massari quattrocentomila…
   Assiso dietro i due, le mani ai fianchi, don Battista occhieggia soddisfatto.
    Angelo e Michele stanno seduti sull’orlo della barella, le gambe penzoloni. Senza mai guardarsi, col volto acceso, muovono solo le labbra e le mani, per lanciare l’offerta e passarsi il microfono con violente strappate.
- Zappatori seicentomila…
- Massari settecentomila…
   Ora il silenzio, intorno, non è più perfetto, rotto qua e là da un’esclamazione, da un breve mormorio. La folla sente che la conclusione s’approssima e non sa contenere la sua eccitazione.
- Massari settecentotrentamila …
- Zappatori settecentoquarantamila …
   L’agitazione s’è comunicata ad Angelo e Michele, che hanno perso la loro compostezza e accompagnano ogni cifra con gesti smaniosi, come per darle maggiore compostezza e accompagnano ogni cifra con gesti smaniosi, come per darle maggiore consistenza. Le voci non escono più ferme e spedite, ma arrochite e rallentate dalla trepidazione.
- Massari settecentonovantamila … - vocia Michele.
- Zappatori ottocentomila … - urla Angelo, volgendosi a scrutare il rivale in un moto di disperazione.
   Michele, dopo un attimo di sorpresa, capisce che l’altro è giunto allo stremo delle sue possibilità. Afferra il microfono, con un lampo di trionfo negli occhi, e concitatamente replica:
- Massari ottocentodiecimila …
   Mentre la folla, intuito che la contesa volge all’epilogo, trattiene il fiato, Angelo istintivamente fa per allungare una mano; poi la lascia cadere mestamente, con fare rassegnato.
   Si vede Michele saltare in piedi, gridando a squarciagola:
- Evviva i massari!! ...
- Evviva i massari!!!... – fanno eco cento bocche, frammezzo al clamore che si leva dalla piazza.

   Ma che accade?: don Battista agita le braccia, sporgendosi grida qualcosa …Di quello che dice non si può udire nulla; però si capisce che cerca di richiamare l’attenzione della gente, infervorata ad esprimere variamente le divergenti opinioni: con l’indice teso addita il vicino, sotto il palco della musica. Anche Angelo e Michele, per rendersi conto di ciò che sta succedendo, guardano da quella parte. Poi, qualcuno si accorge dell’indicazione e allunga il collo; altri seguono la stessa direzione; sicché in pochi istanti tutti gli sguardi sono concentrati in un sol punto, laddove si scorge un movimento confuso.
      Quelli che stanno più distante, dopo essersi inutilmente sforzati di scorgere alcunché vogliono sapere domandando a chi si trova avanti; ma nessuno sa niente. Un interrogare continuo percorre la massa irrequieta, arrivando sino ai fortunati che accortamente si erano collocati nei posti migliori e possono seguire quanto accade. Qui pervenuto, l’interrogativo trova una risposta; che rimbalza indietro, giungendo per ogni dove. In un baleno, non v’è altro su tutte le bocche:
- Mastru Sebastiano! ... Mastru Sebastiano! ... Difatti è la figura rotondetta di quello che si fa largo tra la calca, dirigendosi verso il palchetto. Mentr’egli avanza, il parroco si sbraccia a zittire la folla, invitando a lasciar passare e ad aspettare.
   Finalmente, sbuffando e stillando sudore dal cranio lucente, mastro Sebastiano riesce a spuntare ai piedi della Madonna. Con una mano agita la paglietta, a mandarsi un pò di fresco sul viso paonazzo; con l’altra tiene in alto, ben distesi, due fogli da centomila lire.
- Per gli zappatori!... Per gli zappatori!... – vociano attorno.
- Calma!... Calma!... – invita don Battista, il volto in fiamme – invita don Battista, il volto in fiamme – L’incanto continua …
   Angelo acchiappa a volo i preziosi biglietti, li fa sventolare roteandoli sulla sua testa, quindi prende il microfono e vi grida dentro:
- Zappatori un milione!...
   Le braccia dello sbigottito Michele rimangono inerti.
   Evviva gli zappatori!!... - risuona ancora, esultante, la voce di Angelo. 
  La folla esita un attimo, come se attendesse un ulteriore colpo di scena; poi, convinta dal risoluto gesticolare del parroco, esplode in una salve di evviva e di applausi.
    Questa volta l’incanto è finito davvero.
   Però, mentre la maggior parte della moltitudine si distrae, spargendosi per la piazza, la ressa i8ntorno alla statua non accenna a sciogliersi. Il finale a sorpresa non poteva non lasciare gli animi accesi. Esclamazioni gioiose e imprecazioni smozzicate si confondono. Alla contentezza degli uni, che circondano e festeggiano il loro salvatore, fa riscontro la rabbia degli altri, che si son vista sfuggire la vittoria di mano quando ormai si ritenevano sicuri.
    Sotto i piedi di don Battista ribelle lo sdegno, in una protesta di voci urlanti e di braccia alzate. Sbraitando a più non posso i massari si dichiarano defraudati del successo, dato che l’incanto era da considerarsi terminato a ottocentodiecimila lire, e quel disonesto di mastro Sebastiano era intervenuto quando gli zappatori si erano già ritirati.
- Giusto!, giusto!... – saltò su Michele, che mogio mogio se n’era rimasto sulla barella.
- E va’!, tu … - gli dà uno spintone don Battista, innervosito dal bailamme. Perduto l’equilibrio cerca di reggersi sull’orlo del palchetto, non ce la fa e piomba giù goffamente, scomparendo nel mucchio dei suoi delusi sostenitori.

   Il parroco, indaffarato a fronteggiare com’è lo schiamazzo, non se n’è accorto nemmeno.
- Non è vero!...Non è vero!... – rosso come un gambero cerca di coprire con la sua le voci che gli si levano contro da tutte le parti.
- Tener testa a quelle furie è impossibile. Non le lasciano parlare, non vogliono sentire ragione: per centonovantamila lire fetenti, sono stati offesi; siano restituiti i suoi soldi!, a quell’americano, e sia resa giustizia ai massari dando loro l’incanto.
- Non posso!, non posso!: - si difende don Battista, facendo intendere con la sua aria scandalizzata di non sentirci da quell’orecchio – I soldi di mastro Sebastiano valgono quanto quelli di qualsiasi altro … Ma insomma!, - indignatissimo – ce la lasciate fare questa processione?! Finitela!, che la Madonna vi guarda …
- E che Madonna e Signore! – si sente un vocione sghignazzante sovrastare la baraonda – Vi riesce, piuttosto, che non c’è massaro Nicola, se no qua non finiva così: più d’uno faceva ballare! Stasera …Ma fatevela voi!, la processione. Noi ce ne andiamo, e la Madonna ci perdoni!
- Andiamocene! Andiamocene!... – incitano alcune voci.
   Si vede quel gruppo di massari voltare le spalle come un sol uomo e allontanarsi.
   Movendo al loro indirizzo un gesto spazientito don Battista si rivolge agli altri:
- Ma che vonno!, sti scemi … Hanno perso, e vanno cercando finocchi di timpa!,… Andiamo!, presto!...Und’è a banda “pilusa”?...Avanti!, incominciamo!
- I sonatori!... I sonatori!... – si cerca.
- Compare Luca!... Compare Gaetano!... – chiama.
- Dove si sono cacciati?, quei quattro ubriaconi … va in collera don Battista - Volete vedere che stanno facendo benzina in qualche cantina?...
- Chi cercate?, i sonatori? – si fa avanti un ragazzino – Proprio un minuto fa li ho visti entrare nella cantina di compare Donato.
- Ve lo dicevo!, io … - geme il parroco – Noi li stiamo aspettando, e quegli incoscienti vanno e s’imbriacano …Correte a chiamarli! – prorompe – Ditegli che se lasciano la Madonna senza musica, di tutta la festa non pigliano manco un soldo!
- Ma lasciateli stare!, reverendo … - suggerisce un vecchietto – Non è meglio fare la processione con la sola banda?
- Nossignore! Il contratto parla chiaro e va rispettato. E poi che son queste novità?! Se si fece sempre così 
Eccoli che stanno arrivando!... – viene annunziato.
    In mezzo alle risate della folla si vedono giungere, avanzando a sbieco, alcuni figurini dall’aspetto tutt’altro che lindo, muniti di anneriti e scorticati strumenti. E’ la locale fanfara, messa su con un cembalo, un organetto e qualche altro arnese antidiluviano, e che ha preso il nome di “pilusa” dagli abiti di lana pelosa originariamente indossati dai suoi componenti. V’è Luca, che maneggia il tamburello, e in qualità di capobanda conserva sempre la testa del drappello; Gaetano, l’organettista, è l’impresario, e la saccoccia che porta cucita all’interno della camicia è la cassa della società; sotto il peso del tamburo c’è Damiano, il quale stenta a regolare il passo claudicante sul ritmo di marcia; Biagio, col suo occhio di lepre sempre ammiccante dietro lo scrosciare dei piatti;

   Girolamo “L’insonnicchjatu”, così soprannominato per l’aria addormentata che mantiene nel mentre va tintinnando sul triangolo; infine Martino, allampanato, tutto collo e gambe, che non si capisce da dove può tirare quella quantità di fiato dentro il piffero. Il caratteristico complessino è famoso in tutti i paesi sella zona circostante. Si può dire non v’è festa o festicciola, per un lungo tratto dei due versanti aspromontani, che non si abbellisca della sua nota di colore; ma la sua nota d’orgoglio è d’essersi esibito, nel lontano passato, nientemeno che a Roma in occasione di un matrimonio regale. Per l’ingaggio, oltre il trattamento, consistente in qualcosa consumato all’osteria e in un pagliericcio buttato dentro un portone, bastano i pochi spiccioli sufficienti a passare un po’ di pomeriggi da compare Donato; e la compagnia arriva con le prime luci del giorno fissato, disposta a strimpellare da mane a sera senza tener conto del numero delle sonate. In una sola cosa non transigono, i sei comparoni: il bottiglione del vino bisogna averlo sempre a portata di mano; perché quando li afferra la sete, ciò che avviene spesso, se non gli si permette d’ingannare la voglia con un ottavino non c’è verso di farli camminare. I guai cominciano se questa voglia li assale nei momenti meno indicati; oppure se, vicino all’ora della processione o di altro importante servizio, sotto gli effetti dell’alcool le gambe si son fatte malferme. In tali casi piovono le multe, e lo striminzito salario diventa ancora più misero. Una volta accadde di peggio, in un paesino oltre la montagna famoso per le sue berrette storte: non solo non gli venne corrisposto niente, dalla mercede pattuita, ma al posto dei soldi buscarono le botte, con un’intera popolazione infuriata alle loro calcagna.
    A giudicare da come s’appressano sotto lo sguardo bruciante del parroco,è chiaro che anche adesso non sono sicuri del fatto loro.
- Bravi!... li accoglie quello ironicamente – Senza fretta!... Col vostro comodo!... Vedete di non sudare!... Ma guardatelo!, come s’è combinato: - cambiando tono nell’indicare Biagio, il quale, poveretto, fa fatica a reggerei piatti – Voglio vedere come fai a sonare!, ridotto in questo stato. Mmmmah!...
- Attacchiamo!... Attacchiamo!... – si scuote Luca, che dei sei appare il più lucido, prendendo una posa autoritaria nel battere il tempo sul tamburello.
- Ma che ti vuoi attaccare! – scrolla la testa don Battista – Non vedi che non si reggono in piedi?!...
   Luca insiste, incitando col suono e con la voce.
   Lentamente anche gli altri entrano in azione, in un’indecifrabile cacofania di stonature, andando a disporsi dietro la statua fra gli incoraggiamenti della gente divertita.
- Mamma mia! … Mamma mia!... Mamma mia!... – si lamenta don Battista, prendendosi la testa tra le mani, mentre s’affretta a rientrare in chiesa per indossare i paramenti.
    Il corteo sta per muoversi. Intorno alla barella gli zappatori si danno da fare a stabilire l’ordine di avvicendamento, pronti ad alzare il pesante simulacro non appena verrà il comando del parroco. Angelo, gongolante, è al suo posto accanto alla Madonna: anche lui sarà trasportato, durante tutta la processione, dovendo badare alla raccolta delle offerte che giungeranno via facendo. La banda prende posizione appresso alla fanfara, con la quale si alternerà nelle sonate.
    La statua finalmente si muove … si solleva … s’incammina tra la folla, che come avviene superata s’accoda alla banda.
    Avanti è il parroco, fra chierichetti e standardi. Più indietro uno zappatore, il mastro di festa, camminando a ritroso dirige i passi dei portatori e ne regola l’andatura.
- Mastru Sebastianu!... Mastru Sebastianu!...Mastru Sebastianu!, si, si!... – si sente gridare da un punto del corteo.
   Si scorge mastro Sebastianu stretto in un mucchio di persone, alla cui pressione insistente oppone resistenza.
- No … No … - si schernisce – Lasciatemi stare!, se volete … Da capo non si torna. Lo volete sentire che sono vecchio?...
   Gli altri non lo lasciano, e spingendo lo trascinano quasi di peso davanti alla barella, che procede lentissima.
- Ci dovete fare quest’onore, mastru Sebastianu.- dice uno del gruppo – Il merito è tutto vostro, e questo posto vi tocca di diritto. E’ vero?, Rosariu… - rivolto allo zappatore che guida la marcia.
- Come no! – risponde questi, facendo l’atto di mettersi da parte – E chi meglio?!
   Quando don Battista trova modo, frammezzo al salmodiare, di sbirciare dietro per spiegarsi quel brusio, non può trattenere un moto di meraviglia nel vedere mastro Sebastiano, tutto preso dalla sua nuova mansione, che s’affatica per far mantenere ai portatori un passo sicuro.
    Non è che sia un compito tanto comodo, per il mastro di festa, manovrare la processione lungo gli acciottolati di queste stradicciuole che salgono e scendono Bisogna badare al fondo sconnesso traditore, ai fili della luce da evitare, a operare i cambi in maniera che i portatori non si stanchino, a portare la statua ora sull’uno ora sull’altro lato della via, affinché i donatori porgano l’offerta alla Madonna con le loro stesse mani sporgendosi dai davanzali. Fra poco, una volta lasciata la piazza, per mastro Sebastiano sarà un bel da fare. Intanto sembra cavarsela abbastanza bene, affatto imbarazzato dall’attenzione curiosa che su di lui s’è accentrata; anzi, nelle sue espressioni si scorgono i segni di un’estrema soddisfazione.
    Attento!; Sebastiano, ché adesso viene il difficile … Si sta uscendo dal piano, per imboccare la prima stradina … E proprio lì all’angolo si sporge una donna con qualcosa in mano …
- Cummari Cuncetta!..- Cummari Cuncetta!... – si avverte dalla strada.
   E’ la prima offerente, per raggiungere la quale ci vuole una vera acrobazia.
    I portatori tendono i muscoli, nello sforzo di annullare il dislivello della ripida discesa; quelli che stanno dietro inarcano maggiormente la schiena, gli altri frenano l’andatura puntando i piedi irrigiditi.
    Si ode in alto, fra le note della fanfara, un tintinnare ripetuto: sono i ceci che una venditrice di dolciumi lancia a manate all’indirizzo della Pastorella, e dopo aver colpito la statua, o l’aureola di metallo indorato che l’incornicia, ricadono sulla testa di Sebastiano, di Angelo e dei portatori.
   La Madonna sosta, sfiorando la coperta damascata di cui il balconcino s’adorna.
   Cuncetta si sporge dalla ringhiera, gli occhi luminosi di commozione; le sue mani tremanti si protendono, a infilare una moneta di carta nella bacchetta di ferro filato che Angelo porge.
- O Madonnella mia! – invoca la donna con accenno di pianto- Questo poco con tutto il cuore!, ma se me lo fai tornare sano e salvo una bella collana d’oro ti prometto …

   Su altri balconcini, addobbati dei fiori di drappi fiammanti, altre donne attendono: donne in ginocchio o in piedi, in adorazione silenziosa o preganti fra singhiozzi accorati; braccia incrociate a battersi il petto, braccia che avvincono un bimbo per offrirlo alla grazia celeste, braccia distese a implorare; mani che stringono una corona di rosario, mani aperte sul viso, mani giunte supplicanti, mani che porgono ori e denaro.
    La statua si avvicina a tutte, accostandosi ai fianchi della strada.
   Angelo saltella, ridente, felice come se le offerte, invece che alla Madonna, andasse proprio a lui. Il filo di ferro che tiene in mano si va riempiendo di carta svolazzante, mentre sul petto prima nudo della Madonna luccicano collanine, orecchini, spille, buccole e altri ciondoli.
    L’offerta più ricca, però, deve ancora venire: Si sa da tempo che comare Rosa, la moglie di Natale Agresta, ha fatto voto di una pesante catena d’oro massiccio, tutta pendenti e medaglioni; tesoro tenuto in gelosa custodia da madre in figlia, che persino dalla carestia di guerra era stato salvato. Ha fatto promessa quando Pasquale, l’unico figlio maschio, colpito da morbo oscuro era più morto che vivo, tanto che il medico s’era licenziato. Non c’era medicina che non avessero provato; pure una vecchia maga, che si diceva operasse miracolose guarigioni come una santa, era stata portata da un paese lontano. Soldi buttati al vento, nessun risultato. Sino a che Rosa, ormai disperata e convinta che solo un prodigio poteva salvarle il figlio, non si rivolse alla Pastorella, facendo voto di donare la catena e di andare a ringraziare camminando sui ginocchi sino all’altare. Il ragazzo cominciò a stare meglio; in poco tempo la febbre sparì, misteriosamente così com’era venuta. E tutti opinarono che d’un vero miracolo doveva trattarsi. Appena fu certa chela grazia era stata accordata, Rosa s’affrettò a pagare una parte del suo debito di riconoscenza. Non aspettò nemmeno un giorno di sole, per realizzare il suo breve pellegrinaggio: inzaccherandosi tutta e lacerandosi i ginocchi sulle pietre sconnesse, seguita da un codazzo di gente compì lo scabroso tragitto. Per la consegna del monile aspettò il giorno della festa, ché tutto il mondo doveva sapere che sorta di miracoli grandi compiva la loro Madonna…
   Finita la discese, nel momento che il corteo gira intorno a una curva pianeggiante per imboccare una stradetta che con brusca salita riporta su, mille sguardi si alzano verso il balcone degli Agresta. Rosa è lì in attesa, accanto al marito, e con altera espressione fa brillare nelle mani il prezioso metallo. La ringhiera è libera, per non coprire la vista allo smunto bambino che se ne sta dietro seduto.
   La statua s’avvicina…
- La vedi?!, La vedi?! chi t’ha salvato …- indica la donna, inghiottendo lacrime, nel carezzare il figlio. Questi annuisce, con un sorriso che ne mette in risalto l’estrema magrezza.
   La catena passa fra le dita di Angelo, che la leva in alto per farla meglio ammirare alla folla, e quindi sul petto della Madonna, fra gli altri gioielli.
   Ora si sale; sono i portatori davanti incurvarsi ancora, e quelli che stanno dietro a irrigidire i garetti.
   Mastro Sebastiano ha la pelle arrossata che trasuda abbondantemente; il fazzoletto che gli si vede quasi continuamente in mano è molle di sudore.
   Luca e il resto della fanfara arrancano come possono, emettendo suoni scordati, e quando l’uno quando l’altro, senza badare al rispetto degli intervalli musicali, si concedono brevi pause di riposo.
   Dopo un tratto di salita serpeggiante, da uno strettoio maleodorante di stallatico si esce nuovamente sulla strada per la quale il corteo era disceso.
   Calano, frattanto, le prime ombre della sera. La montagna muta di continuo le sue tinte; sotto il manto ceruleo si vanno smorzando i colori della vallata; il sole incendia l’orizzonte cospargendo un largo tratto del cielo di candide pecorelle.
   Intorno al capo della Madonna, quasi contemporaneamente alle rade luci penzolanti sulle viuzze, si accende un cerchio luminoso, che fa sfavillare il mucchio dell’oro e il sorriso di Angelo.
    All’imbocco della piazza splende un arco di lampadine variopinte.
   Sui balconi, prima di scendere per unirsi alla processione e raggiungere la chiesa, fra il borbottare delle preghiere fanno approssimative valutazioni delle offerte raccolte dalla Madonna.
   Frotte di bambini, che per tutto il percorso hanno scorrazzato ai lati dei musicanti seguitando a usare pezzi di legno come strumenti, adesso abbandonano le loro serie positure e si slanciano chiassosamente in avanti, sotto le occhiate severe di don Battista.
   Dallo spiazzale si affacciano le poche persone rimastevi.
- Arriva!... Arriva!... – si sente gridare.
   I portatori tirano sugli ultimi metri con lena rinnovata.
- Forza! che siamo arrivati … Coraggio!... – sprona mastro Sebastiano – Stasera offro a tutti, in gloria della Madonna.

   Al termine della via si presenta uno spettacolo magnifico: centinaia e centinaia di lampadine inondano di luce la piazza inseguendosi per le volte gigantesche sovrastanti ogni uscita di strada, illuminano sfarzosamente il palco della musica, disegnano sulla facciata della chiesa una zampillante fontana.
   Le campane suonano festose. I ragazzini, invaso in un subito il palco, intrecciano danze e scherzano, levando un rimbombo di passi sul tavolato.
   Nel tripudio della moltitudine che sciama, disgregandosi, per il pittoresco scenario, anche il ritmo della fanfara sembra ravvivarsi.
   Don Battista conduce il corteo oltre il centro dello spiazzo, indi si ferma. Sostano i portatori, posando sul palchetto rimasto approntato la barella. Mastro Sebastiano, che del meritato riposo appare il più lieto, si asciuga il sudore e nel contempo si fa vento con la paglietta.
   Sale il mortaletto, nella direzione del campanile. La nuvoletta dello scoppio non s’è ancora dissolta che lì vicino alla folla, in un angolo del sagrato sporgente sulla campagna, si mette a rotare sibilando la girandola; poi se ne accende una seconda, e poi una terza. Si dipartono fasci di fuoco vivissimi, che turbinando in un crescendo veloce si mischiano in giuochi dai mutevoli colori, e sprizzando copiose scintille fanno arretrare le prime file di spettatori.
   Esclamazioni di godimento rompono il silenzio della gente; gli sguardi sono rapiti dal vorticoso mulinello sprigionante tinte stupende.
   Quando le figurazioni, dopo aver raggiunto il massimo della loro intensa bellezza, vanno perdendo rapidamente il tono della forza e del colore, un triplice scoppio ne schianta le delicate strutture riducendole ad un ammasso di canne fumanti. Quasi nello stesso istante, non lasciando alla folla neppure il tempo d’intendere ciò che è finito e ciò che sta per cominciare, un susseguirsi di potenti esplosioni lacera l’aria e fa tremare la terra rumoreggiando cupamente giù per la valle. Dietro al fumo delle girandole ormai spente, fra lampeggiamenti multicolori e miagolii di abbaglianti petardi che salgono vibrando si alzano fiammate fragorose. Una densa nube si va stendendo sulla piazza e lascia cadere sulla testa un acre pulviscolo.
   Il tonare insistente, ingigantito dalla vicina risonanza, produce l’effetto d’un impeto che cresce avanzando. Dapprima corre sulla piazza un brivido di meraviglia, e qua e là voci femminili mandano strilli soffocati di leggiera paura; quindi la gente dà segni di turbamento e lentamente indietreggia, soggiogata dalla sensazione di pericolo che pare sovrastare.
    Sul sagrato s’è fatto il vuoto. Davanti alla statua sono rimasti, i volti raggrinziti per il balenio e il rintrono degli spari, don Battista, mastro Sebastiano, i portatori, e i componenti la fanfara che imperterriti continuano a sonare. Angelo, terminato il suo compito, s’è mischiato alla folla.
   Ma … che ha mastro Sebastiano?: si porta le mani alla testa, come per proteggerla da una minaccia improvvisa, poi stramazza senza un lamento con la faccia in avanti. La paglietta schizza via, rotolando in un ampio semicerchio prima di fermarsi.
   Don Battista e altri gli sono subito sopra. E’ un accorrere confuso, fra domande e risposte affannose:
- Chi ffu?... Chi ffu?...
- Si senti mali mastru Sebastianu.
- Chi succediu?...
- Nci pigghjau ‘na cosa, amaru cristianu…
    Il rimbombo continuo dei petardi non basta a coprire l’urlo di raccapriccio ch’erompe dalle gole di coloro che hanno visto.
   La fanfara tace. La folla ammassata dietro, che non si rende conto dell’accaduto, interroga incerta, senza più curarsi dei fuochi d’artificio.
- L’hannu ammazzatu!... L’hannu ammazzatu!...
- Hannu ammazzatu mastru Sebastianu!...
- Focu randi! Si stannu ammazzando!...
- Curriti! Nd’ammazzanu!...
- Lo spavento fa sbarrare le pupille e illividisce le sembianze, comunicandosi fulmineo da un capo all’altro della piazza. La moltitudine, ormai preda del panico, ha qualche attimo di sbandamento, poi si rovescia in un fuggi fuggi precipitoso cercando scampo nelle case più vicine, nella chiesa, nelle vie laterali.
- O Madonna bella!...
- Gesù mio misericordia!...
- O Vergine santa.
    Invocazioni angosciose e singhiozzi sgomenti accompagnano lo sbattere delle imposte.
    Le mille lampadine colorate illuminano la piazza deserta, squassata dalla sarabanda dei petardi che ancora sibilano e scoppiano. Solo, dinanzi a quella barriera di bagliori e schianti, il corpo immoto di mastro Sebastiano. Su di lui la Pastorella, attorniata dalle sue pecorelle, stringe al petto il Bambino ed ha un mesto sorriso.