mercoledì 16 agosto 2017

ON THE ROAD NEL PURGATORIO SCOLASTICO DELLA PIANA DI GIOIA TAURO

 di Bruno Demasi
  Se non fossi rispettoso almeno un po’ del politically correct, più che di purgatorio dovrei parlare di inferno scolastico nella Piana di Gioia Tauro, ma farei torto sicuramente a quelle poche, pochissime realtà scolastiche di eccellenza, o comunque coscienti del lavoro che devono svolgere, che malgrado tutto ancora esistono in questo lembo ( o limbo) di mondo invaso da sterpi ed erbacce di ogni genere, e non solo metaforiche.
    Fosse stato per la Provincia di Reggio Calabria, proditoriamente uccisa dagli ultimi governi, ma costosamente rinata dalle sue ceneri come l’araba fenice col nome pomposo e maldestro di “Città Metropolitana”, oggi la scuola nella piana di Gioia Tauro, se si escludono al massimo non più di una decina di realtà vivibili o quasi, sarebbe completamente smantellata. Ed è solo grazie all’eroismo di alcuni dirigenti scolastici e di alcuni docenti che continua a meritare l’appellativo di “scuola” detestato, chissà perché, dai nostri politici che hanno fatto di tutto e di più nel tempo, in combutta con la politica nazionale, per ridurla a un polpettone velenoso .
    Ma vediamo come si vive tra i banchi (dove ancora esistono e sono meritevoli di questo nome) da queste parti.
                                                                      SCUOLE “SUPERIORI”

    Tutta la  numerosa popolazione scolastica della Piana compresa tra i 13/14 e i 18/19 anni dispone ormai di un’offerta formativa ( il più delle volte ripetitiva e concorrenziale) articolata in appena otto (!)  miserrimi istituti autonomi così dislocati:

CITTANOVA
Due licei tra loro eternamente separati: uno, quello scientifico, ancora autonomo; l’altro, quello classico, ormai sottodimensionato malgrado l’accorpamento contro natura con l’Istituto d’arte. Due rivalità insulse che un piano serio di dimensionamento avrebbe dovuto evitare già da anni, creando un unico istituto superiore degno di questo nome e al sicuro dai sempre temibili problemi di sottodimensionamento. 

GIOIA TAURO
Un istituto Tecnico Economico, ma anche industriale e nautico, fortemente ripopolato negli ultimi anni - onore al merito - dopo decenni di declino al quale però inspiegabilmente è stato accorpato come pendant inutile l’Istituto d’Arte di Palmi che in quella città, come vedremo, potrebbe ancora svolgere un ruolo di primo piano.

Un liceo linguistico paritario di estrazione cattolica che riesce a sopravvivere tra vari problemi perché evidentemente ha ancora una propria funzione in una città inspiegabilmente priva di altri licei (!).

OPPIDO MAMERTINA - TAURIANOVA
Un liceo scientifico e un Istituto tecnico Industriale per l’elettronica e l’Informatica che nell’ultimo settennio hanno visto un progressivo e consistente calo di iscrizioni. Due istituti gloriosi che dall’anno scolastico 2000/2001 formavano un istituto comprensivo medio superiore con una fisioniomia invidiabile e con una popolazione scolastica molto più abbondante dei 900 alunni prescritti dalla legge , smantellato poi a sorpresa dalla Provincia di Reggio Calabria e quindi dalla Regione Calabria smembrando da esso la scuola media e accorpandola scioccamente alla locale scuola elementare. L’accorpamento dei due istituti superiori oppidesi all’istituto superiore di Taurianova, a sua volta in caduta libera per iscrizioni, è stato il peggiore dei rimedi possibili per questioni di ordine geografico, sociale, culturale, logistico : non si accorpano e snaturano due istituti badando solo ai loro numeri e trascurandone totalmente le rispettive vocazioni e peculiarità.

A Oppido ancora, e malgrado tutto, funziona un liceo classico paritario, il liceo “San Paolo”, istituito nel lontano 1986, cresciuto in termini qualitativi e quantitativi per parecchi anni e poi in declino progressivo nel tempo , tanto che solo l’eroismo dei suoi docenti e dei suoi dirigenti scolastici, soprattutto quello attuale, ha impedito si chiudesse. E se ciò avvenisse sarebbe un vero peccato perché si tratta sostanzialmente dell’unica scuola superiore paritaria con precisa connotazione cattolica operante nella Piana che dovrebbe invece essere rilanciata e riproposta con nuovo entusiasmo , ma adeguandola alle vocazioni formative imposte dai tempi e dal contesto territoriale.

PALMI
Progressive “soluzioni” ubriache di dimensionamento hanno ridotto gli istituti superiori, un tempo gloriosi, di questa cittadina a uno soltanto provvisto di autonomia ! Si tratta dell’Istituto Superiore “Pizi” formato da liceo scientifico e liceo classico. Gli altri istituti hanno perso tutti la loro autonomia, a partire dall’Istituto d’arte accorpato ( chissà per quale scommessa) al Tecnico di Gioia Tauro, per poi passare all’ex Istituto Magistrale (Oggi Liceo Linguistico e delle Scienze Umane inspiegabilmente lasciato staccato dagli altri licei) fino all’obbrobbrio contronatura costituito fino a ieri da Istituto tecnico economico, Istituto Tecnico Agrario e istituto professionale per l’Industria e l’Artigianato che ha subito un crollo di iscrizioni e che dal prossimo I settembre perderà la propria autonomia. E pensare che sarebbe bastato staccare l’Istituto d’Arte da Gioia Tauro per unirlo all’obbrobbio di cui parlavamo per restituire almeno autonomia a questo carrozzone .

A Palmi opera anche qualche istituto paritario non meglio conosciuto da chi scrive.

POLISTENA
Come per la sanità, anche per la scuola superiore Polistena continua a fare intelligentemente la parte del leone: è l’unico centro della Piana che mantiene ben tre autonomie nell’ambito delle scuole superiori: L’Istituto “Renda” che assembla un professionale per il commercio con l’ Istituto alberghiero; l’Industriale “Michele Maria Milano” in crescita di alunni e di eccellenze; l’ex Magistrale, riciclatosi per legge in liceo con varie specializzazioni, tra cui quella musicale funzionante nella vicina Cinquefrondi. Il tutto senza contare le ulteriori due autonomie del I ciclo: i santi in paradiso servono pure a qualcosa....!

Anche a Polistena opera qualche istituto paritario non meglio conosciuto da chi scrive.

ROSARNO
Anche in questo grosso centro della Piana una sola autonomia scolastica superiore: il liceo scientifico, languente per molto tempo e da alcuni anni riportato intelligentemente a una relativa sucurezza numerica, unito al locale istituto per l’agricoltura e all’Istituto tecnico funzionante a Laureana di Borrello.

S. EUFEMIA D’ASPROMONTE
Appena una “succursale” di liceo scientifico dell’Istituto Superiore di Bagnara, quando ogni logica territoriale oltre che didattica avrebbe imposto da anni la sua dipendenza dal più vicino centro di Palmi languente, come s’è visto, per progressiva estinzione di molte delle scuole superiori storicamente esistenti.

                           ISTITUTI COMPRENSIVI DI SCUOLA DELL’INFANZIA, PRIMARIA 
                                                       E SECONDARIA DI PRIMO GRADO

                                                 
     I guazzabugli pietosamente denominati “istituti comprensivi”, nel senso che vi si fa quotidiano esercizio di comprensione verso le proprie e le altrui manchevolezze, il più delle volte indotte da un sistema educativo becero e ripetitivo che non accenna nella grande maggioranza dei casi a mettersi al passo con le più efficaci metodologie e tecnologie didattiche, sono tutti rigorosamente pedantemente costituiti da scuole dell’infanzia , scuole primarie e scuole secondarie di I grado, quasi tutti marchiati da dati INVALSI deprimenti ,  quasi tutti privi di un minimo di fantasia geografico - organizzativa ,  così dislocati:

ANOIA INFERIORE – ANOIA SUPERIORE– MAROPATI – TRITANTI - GIFFONE : malgrado il numero infame di località scolasticamente “accorpate” è un istituto sottodimensionato, quindi destinato al limbo delle reggenze e dei dirigenti scolastici e dei dirigenti amministrativi.

CINQUEFRONDI: una delle due località di tutta la Piana inspiegabilmente lasciate “sole”. Istituto inevitabilmente sottodimensionato: vedi sopra.

CITTANOVA - SAN GIORGIO MORGETO: poche classi di scuola primaria di Cittanova strappate al resto e lanciate come scialuppa di salvataggio al fu istituto comprensivo di San Giorgio Morgeto che, malgrado il loro pietoso sacrificio, ha perso ugualmente l’autonomia: vedi sopra.

CITTANOVA “CHITTI”: un coacervo pastoso di sezioni e di plessi con il pregio di funzionare quasi tutti nello stesso centro e di mantenere almeno l’autonomia:

DELIANUOVA – SCIDO – COSOLETO – SITIZANO: quattro povertà ( di numeri scolastici) tenute insieme dal pietosi escamotage di sopravvivenza scolastica elaborati dai rispettivi sindaci con docenti girovaganti e qualità della vita ( scolastica) come minimo difficile.

LAUREANA – SERRATA – CANDIDONI - GALATRO – FEROLETO DELLA CHIESA – PLAESANO: non so più quanti plessi collegati da buche e sassi assurti pomposamente alla dignità di strade percorse quotidianamente dalle gimkane dei docenti.

GIOIA TAURO “PENTIMALLI” E GIOIA TAURO” PAOLO VI”: due autonomie per altrettanti istituti comprensivi in perenne concorrenza tra loro: perché non farne uno, ma buono e con strutture di eccellenza?

MELICUCCO: la seconda delle due località di tutta la Piana inspiegabilmente lasciate “sole”. Istituto inevitabilmente sottodimensionabile : vedi sopra.

OPPIDO MAMERTINA – MESSIGNADI – CASTELLACE – PIMINORO – SANTA CRISTINA D’ASPROMONTE – VARAPODIO – TERRANOVA - MOLOCHIO: solo la lettura ad alta voce dei numerosissimi centri e plessi di cui consta questo mastodonte geografico diventa asfissiante. E non è finita qui ! Pare vogliano accorparvi, lasciando “intatto” l’esistente, anche liceo scientifico e ITIS di Oppido giusto per completare un minestrone già immangiabile oppure per sperimentare come possono esplodere per autocombustione le scuole risolvendo così in un baleno tutti i problemi in una volta con grande tripudio dei politici!

PALMI “DE ZERBI- MILONE” ( con l’avallo numerico di Seminara , S.Anna e Barritteri , centri ridotti al rango di portatori d’acqua) e PALMI”SAN FRANCESCO”: due autonomie “comprensive che potrebbero benissimo essere una sola, risparmiando qualche risorsa per i centri abbandonati a se stessi nell’entroterra…. o per qualche istituto superiore cittadino dismesso perchè sottodimensionato.

POLISTENA “F.IERACE” e POLISTENA”Brogna” : anche qui due autonomie “comprensive” che potrebbero benissimo essere una sola, risparmiando qualche risorsa per i centri abbandonati a se stessi nell’entroterra.

RIZZICONI - DROSI  e borgate varie:  Istituto inevitabilmente sottodimensionabile : vedi sopra.

ROSARNO “Marvasi” e ROSARNO “Scopelliti –Green”: forse l’unico centro che, insieme a Bosco e a San Ferdinando merita, chiaramente solo per l’entità della popolazione scolastica complessiva” queste due autonomie.

S.EUFEMIA – SINOPOLI – SINOPOLI VECCHIO – SAN PROCOPIO – MELICUCCA’: no comment. 

TAURIANOVA “Monteleone” e borgatelle varie  e TAURIANOVA – SAN MARTINO AMATO “Alessio – Contestabile” e bagattelle varie: due autonomie poco equilibrate, ma equilibrabili per numeri , una delle quale potrebbe comprendere ragionevolmente, quale istituto omnicomprensivo, anche la locale scuola superiore: chissà se i cervelloni provinciali ci stanno un po’ pensando?
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     Poi c'è la rifiorente  scuola della ndrangheta , ma sulla serietà di  essa, come dice don Giacomo Panizza, non abbiamo nulla, ma proprio nulla da eccepire...!

martedì 15 agosto 2017

L'AMORE DELLA CALABRIA PER L’ASSUNZIONE DI MARIA IN CIELO

di Bruno Demasi

      Frammenti di culto bizantino calabro sulla dormizione e l’Assunzione in cielo della Madonna è possibile trovare qui in Calabria  in tanti segni  silenziosi, ma eloquenti . Intanto nelle chiese, e in particolare nelle chiese cattedrali, dedicate all’Assunzione, come quella della vecchia e della nuova Oppido e poi in culti oggi quasi abbandonati, retaggi di una grande tradizione, nella quale era consapevolezza comune e ferma che nel giorno dell'Assunzione della Vergine anche l'Inferno si fermi attonito e molte anime vengano liberate dalla pena del Purgatorio.
           E’ possibile ammirare, ad esempio,la statua della Madonna morta nella Cattedrale di Squillace. E, da qualche tempo, un’altra statua è stata pure ritrovata nella Chiesa matrice di Tiriolo, dedicata alla Madonna della Neve. Da Squillace a Tiriolo, insomma, nell’istmo della provincia di Catanzaro che divide le acque dei mari Jonio e Tirreno, la presenza di alcune icone che riproducono la “dormitio” di Maria sono la testimonianza del trascorso bizantino di parte del Sud della nostra penisola. È documentato, infatti, che dal 776 al 1096 le diocesi calabresi passarono sotto il patriarcato di Costantinopoli e quindi furono assoggettate al rito orientale.

Aggiungi didascaliaLa statua venerata a Squillace


   A Squillace la Madonna morta si è solennemente venerata fino al 1950: anno della proclamazione del dogma dell’Assunta da parte di Pio XII e a cui ha preso parte anche l’allora vescovo di Squillace e ausiliare di Catanzaro Armando Fares. Ad onor del vero il dogma dell’Assunzione gloriosa in Cielo di Maria in corpo e anima non si pronuncia sull’eventuale morte terrena della madre di Gesù. Ma Giovanni Paolo II, nel 1997, ha sottolineato che “il fatto che la Chiesa proclami Maria liberata dal peccato originale per singolare privilegio divino non porta a concludere che Ella abbia ricevuto anche l’immortalità corporale… L’esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all’ora suprema della vita”.

   Le parole di Papa Wojtyla sono un conforto per il culto che la pietà popolare calabrese riserva alla “dormitio” di Maria. L’antico culto che si effettuava nella cattedrale di Oppidum, le icone di Squillace e di Tiriolo ricordano un passato glorioso, una fede intensa, una spiritualità vissuta sotto il Patriarcato di Costantinopoli, di cui restano tracce tutte da riscoprire.
   Al di là della secolare disputa incentrata sulle sottili differenze tra la dormizione o la morte fisica della Vergine Maria prima dell’Assunzione, vale la conclusione di uno dei più grandi mariologi, Renè Laurentin che afferma: « La morte di Maria è verosimile, senza dubbio, verosimiglianza resa rispettabile dall'ondata di autori che l'hanno accettata. Ma si è in diritto di pensare, con Epifanio, che la fine di Maria resti un mistero, nascosto in Dio, e che bisogna che noi ci rassegniamo a ignorare quaggiù». 


    E' magnifico rileggere le struggenti pagine relative alle visioni del 14 .08.1821 della monaca tedesca Anna Caterina Emmerick, la quale localizza (con il successivo conforto di molti archeologi e la visita di alcuni papi) l’ultima casa di Maria ad Efeso, in Turchia, dove la Madonna sarebbe stata fatta rifugiare dall’apostolo Giovanni dopo la Crocifissione e Resurrezione di Cristo. In questa casa, oggi meta di un enorme pellegrinaggio mariano, la Madonna avrebbe concluso, secondo la Emmerick, la propria missione terrena:
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Aggiungi didascaliaLa casa della Madonna a Efeso

   “Vidi l'ancella della Vergine affranta dal dolore; si aggirava per la casa in cui regnava la più profonda tristezza. La morte si accostava visibilmente alla Madonna; Ella riposava sul suo giaciglio nell'attesa trepidante di ricongiungersi col Figlio. Il velo che copriva la sua testa era rialzato sulla fronte, Ella l'abbassava sul viso quando parlava agli uomini; anche le sue mani erano scoperte quando era sola. Per tutto questo tempo continuò a nutrirsi solo con qualche cucchiaio di quel succo giallo. Giunta la sera, la Santa Vergine, conformemente alla volontà di Gesù, si dispose a congedarsi e a benedire gli Apostoli, i discepoli e le pie donne. La vidi seduta sul letto, bianchissima in volto. La sua stanza era aperta da tutti i lati. Maria Santissima pregò; poi benedì separatamente ogni Apostolo toccandogli la mano. Infine parlò a tutti insieme. Poi Ella diede a Giovanni le disposizioni da prendere per il suo corpo, incaricandolo di dividere le sue vesti tra l'ancella e una giovinetta che spesso le era vicina. Vidi Pietro che le si avvicinò con un rotolo di carta per scrivere. Poi la Santa Vergine indicò col dito un grosso armadio contenente le sue vesti; allora potei vederle ed esaminarle tutte. Compresi profondamente i significati spirituali racchiusi in esse. Essendosi gli uomini ritirati nella parte anteriore della casa, le donne vennero ad inginocchiarsi dinanzi al letto di Maria per essere benedette a loro volta.

     Vidi la Santa Vergine abbracciare una delle pie donne che si chinava su di lei. Pietro, con un magnifico paramento sacerdotale, celebrò la Santa Messa. Fu simile a quella che egli celebrò subito dopo l'Ascensione di Cristo nella chiesa della piscina di Betsaida. Pietro aveva appena iniziato la cerimonia che vidi giungere Filippo, arrivava dall'Egitto con un discepolo e si precipitò subito al capezzale della Madre di Dio per riceverne la benedizione. Intanto Pietro terminò la cerimonia, consacrando e ricevendo egli stesso il Corpo del Signore. L'aveva distribuito agli Apostoli, ai discepoli e a tutti i fedeli li presenti. Maria non poteva vedere l'altare, ma finché durò la cerimonia rimase assisa sul suo letto assorta in meditazione. Vidi che Pietro, dopo aver dato il Santissimo Sacramento a tutti gli Apostoli, si avviò dalla Vergine per darle per l'ultima volta il Pane Eucaristico e l'Estrema Unzione. Si svolse allora la cerimonia finale di commiato dalla Madonna: tutti gli Apostoli accompagnarono Pietro in processione solenne. Precedeva il corteo Taddeo con l'incensorio; seguiva Pietro con l'Eucaristia nel vaso a forma di croce; veniva poi Giovanni che aveva in mano un piatto sul quale c'era il Calice col prezioso Sangue e alcune scatole. il Calice era simile a quello della santa Cena. L'ancella di Maria Santissima aveva portato presso il letto della Madonna il tavolo, adibito ad altare, coperto dalle tovaglie cultuali sul quale erano lumi e candelabri accesi. La Vergine, senza proferire parola, continuava a guardare in alto rapita in estasi profonda. Era pallidissima ed immobile. Pietro La unse con gli oli santi, sul viso, sulle mani, sui piedi e sul costato, dove la sua veste aveva un'apertura, così non ebbe bisogno di venir scoperta; infine le diede la Santa Comunione. Frattanto gli Apostoli recitavano sottovoce le preghiere. In quel momento vidi un bagliore di luce celeste invadere Maria, avvolgerla tutta ed entrare nel suo corpo. Poi la Vergine cadde in un'estasi profonda. Solo alcune donne erano rimaste presso di Lei perché gli Apostoli erano tornati sull'altare.

    Più tardi questi ultimi, insieme ai discepoli, tornarono intorno al letto di Maria per pregare. Ebbi frattanto un'altra visione stupenda: il tetto della stanza della Madonna non esisteva più e dal Cielo aperto scesero numerose figure di Angeli. Tra questi si stagliò una Via luminosa che guidava fino alla Gerusalemme celeste. Allora vidi la Madonna stendere le braccia verso quella Via, subito due Cori di Angeli su nubi splendenti avvolsero la sua anima separandola dal Santo Corpo, il quale ricadde inanimato sul letto con le braccia incrociate sul petto. Seguii la sua Santissima Anima che, accompagnata da numerosi Cori angelici, salì nella Gerusalemme celeste e assurse al trono dell'adorabile Trinità. Qui le andarono incontro con grande venerazione tutte le anime dei Patriarchi dell'antichità. Vidi tra queste Gioacchino, Anna, Giuseppe, Elisabetta, Zaccaria e Giovanni Battista. Poi vidi pure Gesù che, accogliendoLa con il suo amore divino, le porse tra le mani uno scettro e le mostrò la terra sotto di Lei, come per conferirle un potere speciale. Così vidi entrare la Madonna nella Gloria celeste, mentre tutto ciò che era sulla terra intorno a Lei scomparve ai miei occhi. Forse Pietro, Giovanni e alcuni discepoli ebbero la stessa visione perché non potevano distogliere lo sguardo dal Cielo. La maggior parte di loro erano inginocchiati. Vidi una luce intensa inondare di splendore il Cielo e la terra come nel giorno dell'Ascensione di Cristo. Quello fu il momento in cui Maria Santissima, più bella che mai, assurse al Cielo seguita da molte anime liberate dal Purgatorio. Anche oggi, nell'anniversario della sua morte, ho visto numerose anime assurgere al Paradiso. Molte anime entrano in Cielo ogni anniversario della morte della Madonna. A questa grazia sarebbero ammesse anche quelle dei suoi devoti. Quando rivolsi lo sguardo sulla terra vidi il Corpo della Santa Vergine riposare al suo posto, illuminato di splendore, col volto fiorente soffuso di un tenue sorriso, le pupille chiuse e le braccia incrociate sul petto.

Le esequie - Il sepolcro della Santa Vergine

   Quando la Santa Vergine lasciò il Santo Corpo era l'ora stessa in cui era spirato il Salvatore. L'ora nona. La Madonna era rimasta coperta soltanto con una lunga camicia di lana...

   Le tagliarono le belle ciocche per tenerle come reliquie. Vidi due donne lavare le sante spoglie, credo che avessero nelle mani una spugna. Con rispettoso timore e venerazione il Corpo fu tutto lavato, ogni parte dopo essere stata lavata veniva subito ricoperta; il Santo Corpo rimase sempre coperto e le donne ebbero cura assoluta di non far mai apparire la più piccola nudità. Vidi il bacino dell'acqua vuotato in una fossa presso la casa e venir di nuovo riempito con acqua fresca. Alla fine le sacre Spoglie furono rivestite di una nuova veste e collocate su un tavolo. La Madonna fu interamente fasciata, tranne la testa, il petto, i piedi e le mani. Dopo la Messa solenne pronunciata da Pietro, e dopo che il Santissimo Sacramento fu distribuito a tutti, vidi Pietro e Giovanni, ancor vestiti con i paramenti solenni, entrare nella camera mortuaria. Giovanni portava un vaso d'unguento; Pietro, mentre recitava le preghiere d'uso, vi immerse il pollice della mano destra e unse la fronte, il centro del petto, le mani e i piedi di Maria Santissima. Sulla fronte e sul petto le fece il segno della croce. Questa però non era l'Estrema Unzione, che Maria aveva già ricevuto ancora in vita, ma credo che fosse una dimostrazione d'onore resa al Santo Corpo, simile a quella praticata anche in occasione della sepoltura del Redentore. Quando le donne ebbero finito l'imbalsamazione, Le incrociarono le braccia, avvolsero il cadavere stretto nelle fasce e poi Le stesero sul volto un gran sudano trasparente, il quale appariva bianco splendente tra le erbe aromatiche.
    Deposero allora il Santo Corpo nella bara, simile ad un letto di riposo. Era una tavola con un bordo poco elevato, e un coperchio rigonfio e molto leggero. Le misero sul petto una corona di fiori bianchi, rossi e celesti, simbolo della verginità. Tutti quindi si inginocchiarono, versando copiose ma silenziose lacrime. Poi toccandoLe le mani, come per rivolgerle l'ultimo saluto, coprirono con un velo il viso santo e chiusero il coperchio della bara. Sei Apostoli ne portarono il peso sulle spalle mentre gli altri Apostoli, i discepoli, le pie donne e tutti gli altri aprivano e chiudevano il corteo funebre. Vidi Giacomo il Minore, Bartolomeo e Andrea, Taddeo, Mattia e un altro che non ricordo, portare la bara. La sera era già calata e il corteo si illuminava alla luce di quattro torce. Il cammino era diretto verso la Via Dolorosa. La bara fu posta nella tomba da quattro uomini. Poi, tutti, ad uno ad uno vollero entrare, piangere, accomiatarsi ancora una volta e lasciare fiori ed aromi alla Madre di Dio. Molti rimasero inginocchiati nella più profonda tristezza. Quando il tributo di lacrime e di preghiere fu lasciato in misura abbondante, era già notte inoltrata e gli Apostoli chiusero l'entrata del Sepolcro. Tutto era finito. L'ingresso fu occultato con una grande siepe intrecciata da diversi verdeggianti arbusti, parte fioriti e parte carichi di bacche. Fecero infine passare ai piedi della siepe l'acqua di una vicina sorgente. Così in breve non si poté più scorgere traccia dell'ingresso. Separatamente presero tutti la via del ritorno, tranne alcuni che rimasero vicino al Sepolcro per la preghiera notturna. Scendendo dalla Via Dolorosa molti si fermavano a pregare lungo il cammino.

Assunzione della Madonna al Cielo

   Mentre alcuni Apostoli e numerose sante donne erano assorti in preghiera e intonavano cantici sacri nel giardino dinanzi alla grotta celata, vidi ad un tratto una gloria formata da tre Cori d'Angeli e di anime buone che circondavano un'apparizione: Gesù Cristo, con le sue Piaghe risplendenti di luce intensa era vicino all'Anima di Maria Santissima. I Cori angelici erano formati da fanciulli, tutto era indistinto poiché appariva solo in una grande forma di luce. Vidi però l'Anima della Santa Vergine seguire l'Immagine di Gesù, scendere con il Figlio per la rupe del Sepolcro, e subito dopo uscirne con il proprio Corpo risplendente fra torrenti di viva luce, quindi La vidi risalire col Signore e con tutta la gloria angelica verso la Gerusalemme celeste. Dopo di che disparve ogni splendore ed il Cielo silenzioso e stellato tornò a chiudersi sopra la terra. Vidi che le pie donne e gli Apostoli si gettarono col volto a terra, poi guardarono in alto, con stupore e profonda venerazione. Vidi pure che alcuni, mentre facevano ritorno alle proprie case pregando, nel passare dinanzi alle stazioni della Via Crucis, si erano fermati improvvisamente per contemplare stupiti la scia di luce sulla rupe del Sepolcro. Con questo prodigio il Santo Corpo della Madre di Dio fu Assunto al Cielo.
   Allora gli Apostoli si ritirarono. Essi meditarono e riposarono in rudimentali capanne da loro stessi costruite fuori della casa della Santa Vergine. Alcune donne invece, rimaste ad aiutare l'ancella in casa, si erano coricate nello spazio dietro al focolare, dove l'ancella di Maria Santissima aveva sgombrato ogni cosa. L'oratorio appariva sgombro ed era come una piccola cappella, nella quale gli Apostoli pregarono e celebrarono la Santa Messa il giorno dopo. Al mattino, mentre gli Apostoli pregavano in casa, vidi giungere Tommaso con due discepoli: Gionata e un altro molto semplice, che veniva dal paese dove aveva regnato il più lontano dei Re Magi. Tommaso, appena appresa la notizia della morte di Maria Santissima, pianse come un fanciullo e s'inginocchiò con Gionata davanti al giaciglio della Vergine. Le donne frattanto si erano ritirate e l'altro discepolo, seguendo le istruzioni di Tommaso, attendeva fuori della casa. Vidi i nuovi arrivati pregare per molto tempo nella stessa posizione.

    Gli Apostoli, appena terminate le loro preghiere, li rialzarono, li abbracciarono e diedero loro il benvenuto offrendo pane, miele e qualche altro rinfresco nel vestibolo della casa. Poi, tutti insieme, si raccolsero ancora in preghiera. Tommaso e Gionata espressero quindi il desiderio di visitare il Sepolcro della Santa Vergine; allora gli Apostoli, e tutti gli altri, accesi i lumi che erano preparati sulle aste, si recarono al Sepolcro percorrendo la Via Crucis. Non parlarono molto ma meditarono profondamente alle singole stazioni i patimenti del Signore e il dolore della sua Santa Madre. Arrivati alla caverna del Sepolcro s'inginocchiarono tutti, poi Tommaso e Gionata si diressero frettolosamente all'entrata della grotta, Giovanni li seguì. Due discepoli scostarono i rami degli arbusti che la nascondevano; i due Apostoli entrarono con Giovanni e s'inginocchiarono con rispettoso timore dinanzi al letto sepolcrale della Vergine. Allora Giovanni si avvicinò alla bara e, dopo aver slegato le strisce, aprì il coperchio.
    Si avvicinarono con le fiaccole e, con profonda commozione, osservarono che le lenzuola funerarie erano vuote, sebbene conservassero la figura del prezioso Santo Corpo. Giovanni gridò forte agli altri: "Venite e guardate il miracolo! Il Santo Corpo non c'è più"..

Il 22 agosto dello stesso anno Anna Caterina Emmerick così concludeva le visioni sulla vita della Madre di Dio:
   "Solo Giovanni si trova nella casa della Madonna, tutti gli altri se ne sono già andati. Egli, secondo la volontà della Santa Vergine, divise le sue vesti fra l'ancella e l'altra donna. Fra quelle preziose vesti ve n'erano ancora alcune donate dai Santi Magi. Ne vidi due bianchissime come la neve, mantelli assai lunghi, alcuni veli, come pure delle coperte e dei tappeti; anche quella veste a strisce che Maria indossò a Cana e durante la Via Crucis di Gerusalemme. Posseggo una breve lista di tutti i vestiti della Madonna. 
   Alcune di queste magnifiche reliquie si conservano ancora nella Chiesa, come per esempio quella bella veste nuziale color celeste, trapuntata in oro e coperta di rose, con la quale si fece un paramento per la chiesa di Bethesda in Gerusalemme. Maria Santissima ha indossato quella veste soltanto il giorno delle nozze. A Roma vengono custoditi alcuni indumenti della Madonna come sacratissime reliquie". Tutta questa storia, le vicende ed i viaggi si compirono nel segreto di una vita silenziosa, forgiata nell'amore e nel dolore, che non conosceva l'inquietudine e l'agitazione dei nostri giorni."

martedì 8 agosto 2017

LA CALABRIA MAGNOGRECA URLA IL SUO “NO ! ”

di Domenico Rosaci e Bruno Demasi
   Malgrado la dilagante corruzione che a tutti i livelli investe la pubblica amministrazione, malgrado la grassa ignoranza di leve sempre più presuntuose  di politici ed amministratori alla ricerca di consensi o coperture ideologiche  per il vuoto che caratterizza le loro azioni, c’è ancora una Calabria “magnogreca” che sente la sua filiazione diretta dalla Grecia e che in essa riconosce non solo le radici, ma anche la sostanza della propria civiltà messa sotto il calcagno dei nuovi barbari pagati per affossarci.
    E’ la Calabria degli onesti, di coloro che non hanno mai abbassato il capo davanti sl mostro a sette e più teste della corruzione e della sopraffazione che hanno distrutto questa terra e persino il ricordo  dei nostri avi che molti secoli or sono hanno attraversato il mare Ionio per portare qui la cultura della parola, della geometria, della filosofia  e del bello in tutte le sue forme.
    E’ la Calabria di chi non crede e non crederà mai agli specchietti per le allodole degli “aiuti” comunitari che da queste parti, come in Grecia, hanno generato e continuano a generare  soltanto corruzione e spreco e ricchezze a buon mercato per pochi.
    E’ la Calabria che, come la Grecia, non crede più ai missionari che vengono qui a governare e a tagliare la scuola, la sanità, i trasporti per fare gli interessi di chi se ne infischia della certezza del diritto , della legalità, della povertà della gente.
   E’ la Calabria che non si lascia manipolare dai mezzi di informazione finanziati nella stragrande maggioranza dal potere delle banche.
    Difficile, difficilissimo infatti far comprendere quello che sta succedendo sulla scenario internazionale a milioni di cittadini privi di informazione. Giornali e televisioni continuano a diffondere falsità su falsità, al punto tale che ormai raccontano di un mondo che esiste solo nella fantasia.

    Giusto per accennare ad una piccolissima informazione tenuta accuratamente nascosta dai media, ricordiamo che la Grecia moderna  è stata spinta al tracollo economico facendole generare spesa pubblica a vuoto per un paio di decenni, esattamente come sta avvenendo in Italia. In sintesi: i cittadini pagano le tasse, e questi introiti invece di venire investiti per distribuire servizi, vengono trasferiti nelle tasche di delinquenti e mafiosi, grazie al sistema di governo corrotto. E' così che si è generata la spesa pubblica in questi paesi, non certamente perché i cittadini hanno "scialato", come ancora si sente raccontare nelle farneticazioni deliranti dei media. Il debito pubblico di Grecia, Italia e di tanti altri paesi è lo strumento tramite il quale i detentori del potere continuano a mantenerlo.E ad esso si aggiunge l'esodo biblico pilotato e voluto da nostri governanti di centinaia di migliaia di disperati che ogni giorno approdano nei nostri porti producendo ricchezza a buon mercato  - ormai è chiaro - anche per molti infiltrati in ONG di dubbia moralità.
    In realtà, i paesi con maggiore debito pubblico rispetto al PIL sono quelli più ricchi, ovvero Giappone, Usa e Cina. Il loro benessere viene finanziato, oltre che dalle guerre alimentate nelle regioni in cui vanno a rubare risorse, dalle risorse che gli altri hanno "prestato" loro. Ma nessuno di tali Paesi rischia ovviamente il fallimento. Lo ha  rischiato ieri  la piccola Grecia, per 15 miliardi di euro che nessuno le poteva "abbuonare". Perché se i "signori delle banche" lo facessero, dovrebbero ammettere che quel debito era ed  è ingiusto, creato con la corruzione e col ricatto, frodando i cittadini greci allo stesso modo in cui si stanno frodando quelli italiani.
    Ancora oggi i benpensanti bollano con la scioca accusa di "Populismo" i movimenti popolari sorti in Grecia, in Spagna ed il M5S in Italia, quei movimenti che, malgrado tutto, unici e soli mantengono con dura fatica una loro adesione alle costituzioni di questi paesi semidistrutte dai poteri delle banche e stanno dimostrando che i cittadini stanno finalmente capendo il meccanismo della frode. Non bisogna avere paura, e ad ogni proposta che arriva da questa cordata internazionale di banditi bisogna rispondere sempre, con coraggio NO.

    Malgrado ciò molti, anche nella Calabria dello sfascio totale, continuano strumentalmente a dibattere su categorie ideologiche ormai inesistenti nella vita reale: la società si è evoluta o involuta , suo malgrado, troppo rapidamente e dobbiamo prenderne atto. Lo stesso Gramsci, se oggi vivesse, smetterebbe di schierarsi con alcuni partiti cosiddetti tradizionalisti di sinistra, divenuti veri e propri contenitori di corruzione, per rivolgere la propria attenzione ai movimenti di democrazia partecipativa, gli unici che oggi si propongano concretamente di combattere il mostro della corruzione e di fare i reali interessi della gente. Scriveva infatti il grande sardo in proposito :” I partiti politici sono il riflesso e la nomenclatura delle classi sociali. Essi sorgono, si sviluppano, si decompongono, si rinnovano, a seconda che i diversi strati delle classi sociali in lotta subiscono spostamenti di reale portata storica, vedono radicalmente mutate le loro condizioni di esistenza e di sviluppo, acquistano una maggiore e più chiara consapevolezza di sé e dei propri vitali interessi. “(L’Ordine Nuovo, 9 ottobre 1920).
     Non ci sono dubbi, non ci possono essere dubbi ormai, su quali siano i movimenti che oggi in Europa rappresentano la vera Sinistra, se proprio vogliamo ancora ricorrere a queste categorie ideologiche che comunque rendono l’idea. Sono quelli che parlano realmente e non per posa di socialismo, di supporto ai lavoratori e ai loro bisogni, di "cosa pubblica" e di "questione morale". Ed è altrettanto chiaro da che parte stiano coloro che hanno dato vita a "Jobs act", "Buona scuola" e riforme antidemocratiche ed incostituzionali. Ecco con chi è schierato Matteo Renzi e il suo PD, ecco con chi si relazione anche il governo Gentiloni, prontissimo a tagliare ancora sul welfare, ma a regalare miliardi alle banche venete: con i poteri forti, voltando le spalle al Mediterraneo, ai valori della libertà e di quella giustizia sociale che fa storcere il naso ai Junker e alle Merkel di turno.
    E come durante l’ultimo conflitto mondiale il primo grido di orrore e di rifiuto verso il Nazismo partì proprio dall’acropoli di Atene sulla quale i Greci dipinsero con la calce un mastodontico όχι! (NO), urlando al mondo l’orrore per quella guerra inventata  da  criminali, ci auguriamo che il NO convinto anche dei Calabresi all'intrallazzo e alle mascherature di legalità  sia solo l’inizio di una nuova lotta europea contro chi sta affamando i popoli e distruggendo, insieme con le democrazie, la civiltà.

sabato 5 agosto 2017

IL PREVITAZZO - PARTE II

di Bruno Demasi

    Il primo lunedi nella nuova parrocchia si aprì per il previtazzo con una sorpresa: il figlio del proprietario delle tre galline cadute nel crollo del pollaio si presentò alle sette albe al portoncino della chiesetta con un fazzoletto di canapa legato con doppio nodo ai quattro angoli contenente una decina di uova fresche e il biglietto di cinquecento lire con cui il clero aveva risarcito il giorno prima le vittime pennute:
- Disse mio padre che non vuole roba della chiesa e che vi manda pure le uova dato che siete assai capace di combinare frittate.
    Il previtazzo rimase di sasso senza sapere cosa rispondere con la truscia in mano e gli occhi sbarrati sotto le spesse lenti. Ma intascò subito, entrò nella sagrestia, afferrò dallo stipo la prima bottiglia di vino per la messa che gli venne a tiro e la piazzò di botto nelle braccia del ragazzo urlandogli:
- Di’ a tuo padre d’ora in poi di bere vino cristiano, no aceto, sennò diventa acido pure lui e le vigne diventano secche!
    Poi pensò che la  sua vigna grande doveva essere dubrata e spellegrata e gli venne la febbre: non gli bastavano una decina di zappatori e almeno cinque donne per pulire subito, al massimo in tre giorni, la vigna che stava diventando un bosco di spine e di erbacce.
    Il pensiero lo torturò tutto il giorno e a sera senza pensarci molto salì a piedi al paesone e andò a bussare alla porta del banditore per dirgli di annunciare fin da subito la sua necessità per due giorni dopo. Il banditore, cotto di vino, neanche aprì e dopo lunghe bussate finalmente la moglie sorda come una campana si affacciò alla finestra sacramentando che quella non era ora per rompere la devozione ai cristiani che volevano dormire. Il previtazzo urlando cercò di spiegare alla donna il motivo della sua visita e fu costretto a ripeterlo due o tre volte a voce sempre più alta, ma la donna restava incerta ridendo a più non posso perché aveva capito chissà che cosa di sconveniente visto il pittoresco gesticolare del prete che mimava l’atto dello zappare e dello spellagrare. In compenso i vicini di casa del banditore capirono tutti e dopo pochi minuti la manodopera per la vigna si offriva all’uomo di Dio in abbondanza. Si aggiustarono sul prezzo ed egli rientrò veloce a casa tagliando per stradine deserte, buie e fuori mano in modo che nessuno lo vedesse in giro a quell’ora . Ma qualcuno che era alla finestra vide e annotò.
    La mattina dopo nel confessionale la vecchietta che gli aveva spennato le galline gli sussurrò con molta circospezione e altrettanto aglio che in paese si diceva che il nuovo arciprete andava nottiando di qua e di là passando e spassando sotto le abitazioni di certe bagasce che non avevano niente da pettinare per stare al balcone a tre ore di scuro. Il previtazzo si fece di mille colori e divenne piccino piccino nella scatola di legno che sembrava avessero costruito per un nano. Dopodichè usci paonazzo sul portone della chiesa sfidando il mondo, ma non c’era nessuno.

    Decise che sarebbe stato avventato portarsi nella vigna grande le donne da lavoro che aveva trovato e, facendo la strada principale anche se era giorno, tornò al paese grande nel quartiere del banditore per licenziare subito la manodopera femminile prima ancora di averla assunta. Di poi, già che c’era, passò dalla macelleria a due passi e comprò un chilo e mezzo di fegato di maiale col chippo e infine, tornando indietro, decise di fare un giro largo per andare a raccontare tutto al vescovo a scanso di equivoci, prima ancora che gli arrivassero all’orecchio le dicerie che a lui erano arrivate di prima mattina dentro il confessionale.
    Il vescovo essendo quasi mezzogiorno, aveva concluso tutti i suoi colloqui e firmato tutte le carte che ogni mattina il segretario gli posava sotto il naso intimandogli di leggerle. Si stava quindi rilassando in attesa del parco cibo che gli veniva preparato dalla sorella che lo teneva a dieta stretta. Quando gli dissero che ci sarebbe il previtazzo che chiedeva udienza, diede subito speranzoso disposizioni per farlo accomodare direttamente in cucina e mentre questi entrava , dopo aver deposto in anticamera il fagotto col fegato, sul viso del pastore si dipinse la delusione nel vederlo a mani vuote. Gli intimò di dire ciò che doveva dire e di sbrigarsi. Il previtazzo in un minuto e mezzo raccontò tutto suscitando immediatamente il riso convulso e silenzioso del vescovo che continuo a ballonzolare sulla sedia per buoni cinque minuti. Quiindi il pastore, dopo essersi ricomposto, chiese al previtazzo se voleva condividere con lui il cibo che Dio aveva mandato per quella giornata , vale a dire una lunghissima pastina biancastra inodore e un velo di provola adagiato su una fetta di pane duro. Il previtazzo accettò, ma chiese il permesso di uscire nel corridoio a prelevare il fegato che portò subito in cucina sciorinandolo in tutto il suo fulgore all’anziano uomo macerato dalle lunghe diete e dai lunghissimi silenzi. Quindi lo tagliò lesto a grosse e spesse fette che avvolse nel chippo, salò e adagiò su una fornacetta che crepitava a vuoto in un angolo. Il vescovo da parte sua aprì con cautela e lentezza con la chiave che teneva sempre alla cintola uno stipo remoto dell’attigua dispensa e attingendo alla damigliana che gli aveva portato lo stesso previtazzo, riempì una cannata di vino. E dopo un quarto d’ora erano entrambi lì a sacrificarsi per consumare il cibo che il buon Dio aveva mandato.
    Tornando in parrocchia il previtazzo, facendo rigorosamente a ritroso la strada principale, salutò tutti coloro i quali incontrava, evitando di fermarsi a parlare con chicchessia e appena giunse nel basso in cui aveva eletto domicilio si chiuse dentro, si cambiò e cominciò a dare una mano di calce alle pareti annerite dal fumo e dal tempo. Ne uscì stanchissimo a sera tardi, giusto in tempo per stendersi sul materasso e dormire un sonno di piombo fino alle cinque di mattina, quando celebrò velocissimamente la messa e subito dopo mise in moto la sua millecento svegliando tutti con le cannonate della marmitta difettosa e si diresse verso il paesone a prelevare la manodopera assoldata. Caricò nove operai in parte dentro la vecchia automobile , in parte sui larghissimi parafanghi che la sera prima aveva impiegato due ore a lavare attingendo a piene mani l’acqua all’unica fontanella del paese che si trovava proprio dentro il suo basso , oltre a quella della piazzuola che era secca da tempo. E dopo un’ora furono alla vigna grande. Lavorarono tutti come negri. Il previtazzo, sostituendosi alle donne, spellegrò rendendo per cinque e alla sera, quando rientrarono in paese, era esausto: si gettò sul letto vestito dopo aver divorato mezzo chilo di tuma, mezzo chilo di pane e la quantità necessaria di vino e si addormentò subito.
    Per i due giorni successivi l’antifona fu identica, ma la sera del terzo giorno la vigna grande era tornata al suo antico splendore, tanto che il previtazzo commosso, dopo aver dato la giusta mercede agli operai, riempì a ognuno di loro un grande telo di cannamello con ogni ben di Dio e glielo regalò.
    All’alba del quarto giorno le pie donne più giovani del sobborgo comparvero alla messa dell’alba suscitando vivo sgomento nel previtazzo che non le aspettava affatto e al termine della messa si fermarono a capannello per affrontarlo a voce alta urlandogli che si era comportato come un cane che non conosce padrone perché aveva assoldato le donne del paese grande per spellegrare la vigna mentre loro, che erano maestre in quell’arte, facevano la fame insieme ai loro figli.

    Al previtazzo le orecchie diventarono rosso fuoco e il suo primo istinto fu quello di entrare di corsa nel basso a prendere il fucile per imporre il silenzio a quelle indiavolate creature che urlavano e piagnucolavano a non finire, ma invece di afferrare l’arma, scoperchiò la cofana di due misure ancora piena di grandi ruote di pane che egli stesso la settimana prima aveva impastato e cotto nel forno del Boschetto, se ne riempì le braccia e uscì per distribuirle alle donne che miracolosamente tacquero subito. Poi tornò indietro e fece un altro viaggio portando a ognuna di loro mezza pezza di pecorino. Infine tornò indietro e sbattè loro sul muso la porta. Si sedette con la testa tra le mani: stava sbagliando tutto…
    Glielo confermò verso le undici il postino che gli recapitò una lettera che recava in alto il timbro del Municipio guarnito da una piccola torre che aveva due finestrelle tonde per occhi e una porticina rettangolare per bocca. Aprì curioso la busta e lesse ciò che gli scrivevano gli impiegati del comune con grafia piena di svolazzi e macchie d’inchiostro:

“ Signor arci prete Vi informiamo che data la penura d’acqua in paese non si possono lavare a mucciune le macchine anche se sono piene di lordìa come la vostra 1000 e 100. Se si vuole lavare le macchine andate alla fiumara perche l’acqua serve per uso di lavaggio corporale e uso di sete dell’agente. Intanto pagate una multa di mille e cento lire se no ve la tagliamo.”


    Il previtazzo per nulla impaurito della minaccia alla sua integrità fisica,  pensò subito di comprare a sue spese una canna di cinque metri di tubo da mezzo pollice e nel giro di poche ore con l’aiuto dello stagnino che poi invitò a pranzo, portò l’acqua fuori dal basso in modo che tutti vi potessero attingere acqua a qualsiasi ora del giorno e della notte. Col risultato che anche dal borgo vicino si verificò un viavai continuo di donne e bambini con brocche, pentole, catini, giarre tarantine , borracce, stagnati per attingere acqua nelle ore in cui il comune si degnava di dispensarla. E non di rado scoppiavano delle liti furibonde perché qualcuno tentava di fare il furbo e non rispettava il proprio turno. Spesso nel vivo delle ostilità intervenivano anche gli uomini sparando bestemmie terribili che facevano accapponare la pelle a un metro dalla chiesa. Una sera addirittura due donne vennero alle mani e con le trecce scarmigliate e sciolte si rotolarono a terra mentre tutti urlavano, ma non muovevano un dito per dividerle fino a quando non sopraggiunsero i rispettivi mariti, uno dei quali oltre alle abituali bestemmie sparò anche una schioppettata in aria imponendo il silenzio e determinando un fuggi fuggi generale.

    Quella notte stessa il previtazzo si vide costretto a smontare la fontanella esterna per evitare guai peggiori. E quando all’indomani la gente si accorse della cosa, gli abitanti dei due sobborghi tornarono tutti più amici di prima come per incanto e organizzarono subito una spedizione mista in vescovado per chiedere la testa del previtazzo.
    Il vescovo ricevette tutti nella sala grande, impose il silenzio sbattendo più volte   sul tavolo malfermo  un librone scompaginato e polveroso che era di lì da anni e nessuno toccava e si fece spiegare l’accaduto. Ascoltò in silenzio e con occhio inespressivo e alla fine sentenziò che la cosa non era di sua competenza perché si trattava di una fontana privata e che quindi lui al massimo poteva approfittarne per lavarsi le mani. Che andassero piuttosto a reclamare in municipio sul perché e percome da tanti mesi la fontanella sulla piazza non dava più acqua. Uscirono tutti a testa bassa, ma si guardarono bene dal passare in municipio e da quella sera tornarono a fare la viatica dai due borghi alla fontana fuori dall'abitato alla quale attingevano già acqua con grande fatica prima che il previtazzo mettesse a loro disposizione l’acqua parrocchiale . 
    I risultati il previtazzo li vide  dopo due giorni alla messa domenicale: non un’anima viva, nemmeno i nove vecchi che lo avevano accolto la sera del suo insediamento in parrocchia.
    La sera stessa appena fu buio caricò sulla millecento una cesta di ciliegie e di pricope  appena raccolte e un fiasco di vino, il primo che gli venne a tiro nel buio del basso adibito a cantina, e partì verso il paesone, Si fermò davanti alla casa dello stagnino e quando ne riparti erano già aggiustati per iniziare il lavoro alle quattro di mattina tra scuro e giorno: le canne di tubo necessarie le doveva portare lo stagnino, come tutto il resto.
    La notte sembrò passare in un fiat e alle quattro dell’indomani lo stagnino anche se malfermo sulle gambe e con la bocca impastata era davanti all’uscio: a terra vicino a lui sei canne di tubo di ferro da mezzo pollice di cinque metri ciascuna che chissà dove catinazzo aveva preso durante la notte, e inoltre curve, chiavi, ganci, chiodi, chiavi inglesi e stoppa a non finire.
    Il lavoro iniziò subito e alle sei era finito: la fontanella allegra che in origine era dentro il basso del previtazzo adesso sputava acqua quasi nel mezzo della piazzòla proprio accanto alla fontanella comunale inesorabilmente asciutta.

   Il committente pagò lo stagnino e lo spedì a casa, indossò i paramenti e salì sull’altare per celebrare la seconda messa inesorabilmente solo. Alla fine in men che non si dica uscì dalla chiesa e bussò alla porta della vecchia che non smetteva di parlare a mitragliatrice neanche  nel sonno, bussò fino a quando quella aprì e le sussurrò , pregandola di non dirlo a nessuno,  che durante la notte il tubo della sua acqua si era allungato da solo e adesso sputava il prezioso liquido al centro della piazza.
     Nel giro di un quarto d’ora la notizia con particolari via via più precisi fece il giro del sobborgo e subito dopo quello del borgo vicino e già alle sette l’area intorno alla nuova fontana era invasa da recipienti di ogni genere e da altrettanti rumori, risate e voci che si rincorrevano.
    Il previtazzo suonò la vecchia campana a distesa , poi si affacciò sulla porta della chiesa e con voce stentorea annunciò che la messa la mattina dopo invece che alle sei l’avrebbe celebrata alle cinque e mezza e subito dopo – se tutto fosse andato bene… - avrebbe iniziato l’erogazione dell’acqua. Quindi si sedette alla buffetta per compiere l’operazione più difficile: prese carta , penna e calamaio e scrisse, indirizzando al comune:

“ Egregi  amici del municipio, Voi minacciate di tagliarmela; io invece l’ho allungata di trenta metri e chi non vuole che diventi orbo…!
    Adesso la gente del sobborgo ha una fontana al centro della piazza e non deve ringraziare nessuno. Neanche me. Anzi sono io che sono grato a questa gente, grazie alla quale ritengo di avervi più che saldato il debito della mia multa a conti  presto fatti:
£. 800 per i tubi
£ 200 per curve e stoppa;
£ 50 per il rubinetto;
£ 150 per allaccio dello scarico;
£ 600 per la manodopera;
£ 400 per il vino consumato dalla manodopera.
     In totale assommano £. 2.200. E siccome il mio debito era di £ 1100, adesso avanzo io £. 1100 dal Comune. Fatemi sapere al più presto quando devo passare per riscuotere così vi offro pure una cifeca di caffè se la meriterete.
     Distinti saluti e benedizioni a tutti con tanta acqua sulla testa”.