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martedì 27 gennaio 2015

L’OSCURO OLOCAUSTO DEI MERIDIONALI 80 ANNI PRIMA DI AUSCHWITZ

 di Bruno Demasi
   Il 27 gennaio è sacro alla memoria della Shoah, davanti a cui mi prostro commosso, un sacrificio collettivo che ci riguarda tutti , che si ripete ancora oggi in molte situazioni di cui i media tacciono, come in passato si è taciuto su eccidi orribili . E' il motivo per cui quest'anno anche io voglio rendere omaggio in questa giornata col canto Yzqerem, appositamente composto,  riprodotto a fianco ai ragazzi della scuola religiosa di Gerusalemme uccisi il 6 marzo 2008, e  rispolverare inoltre una pagina oscura e drammatica della nostra storia di Meridionali, sempre in balìa degli ultimi arrivati. Nel pianto di oggi di tante madri ebree c'è il pianto di tante madri di Calabria e del Sud di 150 anni fa...
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    Ancora due anni fa, prima che ignoti vandali la frantumassero, sull’ingresso del forte rupestre di Fenestrelle in Val Chisone ( che la Provincia di Torino ha proclamato appena quindici anni fa suo monumento-simbolo , ma che da tanti meridionali è considerato un antesignano di Auschwitz dove migliaia di reduci meridionali dell’esercito borbonico, se non sterminati, sarebbero stati lasciati morire di fame e di freddo), campeggiava questa lapide: “ Tra il 1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Fenestrelle migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilie che si erano rifiutati di rinnegare il re e l’antica patria. Pochi tornarono a casa, i più morirono di fame e di stenti. I pochi che sanno si inchinano”.
    Fin tanto che la vicenda era rimasta dimenticata tra la polvere degli archivi di Stato nessuno si era curato di quella lapide, ma in una mostra documentaria di 4 anni fa, tenuta a Torino e dedicata ai 150 anni dell’Unità venne esposto, tra gli altri, un documento inatteso. Si trattava del resoconto di un processo tenuto in fretta e furia, solo dopo pochi mesi dalla spedizione di Garibaldi al Sud, dal Tribunale militare di Torino contro moltissimi soldati di origine meridionale ristretti “in punizione” al forte.
    Su questa oscura e sporca pagina ovviamente dimenticata dalla storia ufficiale e dalla quale è bene  eliminare subito ogni assunto di parte, si è accesa una delle solite diatribe tra Francesco Mario Agnoli (Apologia di uno storico dilettante - 31/10/2012) e Alessandro Barbero ( "I prigionieri dei Savoia..." 2014, Laterza). Il secondo, piemontese non solo di cognome, ma soprattutto di cervice, ha iniziato un can can pubblicistico per smentire, ma con pochi dati alla mano, che Fenestrelle sia stata per i soldati meridionali l’Auschwitz di 155 anni fa. E Agnoli, pur suffragando la propria ricerca con una congerie di informazioni più o meno di prima mano, non è riuscito ad andare neanche lui molto oltre nella ricostruzione esatta di questa drammatica vicenda sulla quale sono state volutamente fornite cifre iperboliche e informazioni ambigue solo per smentirne l’esistenza e snaturarne la veridicità e la gravità.
    Nel saggio “ I Savoia e il massacro del Sud" di Antonio Ciano ( edito nel 2011 da A-M-E), ad esempio, si parla addirittura di un milione di morti "acc'si" in seguito all’annessione del Regno delle Due Sicile, cifra comunque molto verosimile se è vero che il corpo di occupazione piemontese annoverava nel 1865, almeno mezzo milione di uomini ( più o meno lo stesso numero di soldati americani impiegati nella guerra del Vietnam).
    Al di là di ogni altro elemento di discussione, mi piace affidarmi in questo caso a una rivista dalla serietà indiscussa, come La Civiltà Cattolica (Serie IV, Vol. XI, 1861, pag. 618) che ha osservato apertamente, senza essere stata mai smentita da nessuno,"Se si traesse il novero dei fucilati, dei morti nelle zuffe, dè carcerati dal Piemonte, per soggiogare il Regno di Napoli, senza fallo si troverebbe assai maggiore di quello dei voti del plebiscito, strappati con la punta del pugnale e colle minacce del moschetto...". Come dire che i morti, nel 1861 mese di agosto, superavano già di gran lunga il milione trecentomila. Infatti i risultati del cosiddetto plebiscito, in buona parte truccati ed estorti, risultarono essere: 1.302.064 Sí contro 10.312 No.
    La stessa Civiltà Cattolica a pag. 503 osserva: "A reggere la cosa pubblica e rifare il Regno fu posto, come si sa, il sig. Silvio Spaventa, del quale si può ben dire che regna e governa… è degno successore di Don Liborio Romano e procede con mezzi molto diversi. Don Liborio avea sciolti i galeotti a centinaia e commessa loro la custodia dell'ordine pubblico; e la sicurezza cittadina, guarentita dai Camorristi, trionfava a quel modo che tutti sanno. Lo Spaventa ebbe ribrezzo di tale infamia, diede la caccia ai galeotti liberati ... Ma per farsi perdonare queste severità, procurò di offerire ogni quindicina di giorni, una bella ecatombe di realisti borbonici in sacrifizio della rivoluzione fremente”
    Con buona pace di Barbero che si affanna ed annaspa per dimostrare il contrario, possiamo affermare chele “belle ecatombi” quindicinali di migliaia di giovani soldati del Sud che non fecero mai ritorno alle loro povere case e alle loro famiglie, private così di braccia e di sangue, è un dato davanti a cui inorridire, un esempio come pochi di quell’efferatezza che neanche le SS giunsero mai a perseguire nei confronti della Polonia conquistata. 

    Inchiniamoci!

domenica 25 gennaio 2015

IL LUNGHISSIMO PARTO PILOTATO DELLA NUOVA GIUNTA REGIONALE CALABRA

di Bruno Demasi
   Non si capisce se il fiocco che sarà appeso sul blasone della Calabria sarà azzurro rosato, come vorrebbe il nuovo statuto regionale ancora da definire e approvare, ovvero fluttuante dalle tonalità olivastre a quelle verde muffa fino alle tinte fosche o addirittura nere dietro le quali potrebbero benissimo smimetizzarsi alcuni spericolati superman della politica calabra che come l’araba fenice rinascono dalle proprie ceneri senza passare nemmeno dalle urne.
   Si pensi all’eroico Nino De Gaetano, martire delle poltrone che continuerà a immolare il proprio fondoschiena non sugli scranni di palazzo Campanella, ma sulle indubbiamente meno comode seggiole della Giunta, pur non essendo stato candidato alla recente tornata elettorale.
  Il buon uomo, reduce da un gravosissimo e faticosissimo assessorato al lavoro che lo ha spossato nella precedente giunta di destracentrosinistra e da un’ipotesi di scambio elettorale politico-mafioso, si vede oggi affibbiare suo malgrado dal presidente dell’attuale compagine di sinistracendtrodestra l’assessorato alle Infrastrutture e ai Trasporti ed è costretto a ringraziare “di cuore” Mario Oliverio per averlo nominato tale ed a promettere sulla sua pagina fb: “Darò il massimo per cambiare la nostra amata Calabria”. Il che è buono è giusto perché la carta geografica regionale è ormai proprio vecchiotta e non vediamo l’ora di incorniciarne di nuove.
    Ma la nostra gioia non finisce qui: credevamo ormai che si fosse irrimediabilmente smarrita nella giungla dei ministeri romani con e senza portafoglio e che fosse andata a finire in chi sa quale isoletta sperduta al largo di Monasterace, quando invece eccola rispuntare più viva e vispa che mai ( si fa per dire) Maria Carmela Lanzetta, rinunciataria ( così le avrebbe intimato di dire Renzi) al suo inutile e ridicolo dicastero per ricoprire in casa di Mamma Calabria la poltrona dell’assessorato ridicolo e inutile alle “Riforme istituzionali” e alla “Semplificazione amministrativa” e a quello, combinato, ma decisamente meno inutile, della Cultura , Pubblica Istruzione e delle Parti Opportunità.
    Auguro alla ministra, pardon all’assessore, di riuscire a semplificare nei suoi cinque anni di permanenza almeno uno solo dei brogliacci inestricabili e fatti apposta per impedire l’attuazione del “Piano Operativo Regionale” per l’utilizzo dei fondi Europei . Ma le auguro anche di riuscire a leggere fino in fondo in tante notti insonni, cui l’ha abituata ormai il governo da cui è reduce, la mole sterminata di delibere, leggi, provvedimenti, pappe e ricicli di cui nel corso degli ultimi anni è stato formato il cosiddetto piano di razionalizzazione che ha distrutto metà delle scuole calabresi specialmente nelle cosiddette “aree a rischio”, croce e delizia degli organizzatori di mestiere di convegni sulla legalità e sull’erogazione dei relativi fondi.
      Gli altri due assessori invece erano più o meno previsti: Enzo Ciconte vicepresidente della Giunta e titolare dell'assessorato al Bilancio, al Personale e al Patrimonio ( o a ciò che ne resta); Carlo Guccione titolare dell’assessorato al Lavoro ( cioè al nulla istituzionalizzato), alla Formazione professionale, alle Attività produttive e alle cosiddette Politiche sociali che non si capisce esattamente a cosa si possano riferire.
    Questa giunta opererà, come Napoleone tra le isole d’Elba e S.Elena, per soli cento giorni, in attesa dell’ entrata in vigore del nuovo Statuto regionale, che consentirà la nomina di altri tre assessori ( 7 in tutto, di cui il 30% donne) senza odiosi vincoli per gli esterni, giusto per rispettare fino in fondo la volontà degli elettori...
  
    E, non a caso, la prima seduta è prevista per martedì 27 gennaio, giornata della Memoria e contestuale anniversario della drammatica scomparsa dei neuroni della memoria di moltissimi Calabresi.
    Prosit!

giovedì 22 gennaio 2015

CHI RIESCE ANCORA A PIANGERE COCO’ E ANGELO?

di Bruno Demasi

   Proprio un anno fa veniva ucciso e bruciato insieme al nonno il piccolo Cocò Campolongo di Cassano Ionio e proprio in queste ore si è saputo della morte del bambino di Corigliano, che chiameremo Angelo, nato vivo in un parto prematuro provocato da un finto incidente d’auto e lasciato poi morire per chiedere tanti soldi all’assicurazione.

     Emblemi entrambi , dolcissimi e terribili, di quella cultura di morte cui ci siamo assuefatti molto presto, di quelle lacrime (tante) che ci si vergogna forse di versare, di quella Calabria dannata da una storia di oblio, di paura e di menefreghismo, incapace persino di celebrare nelle scuole ( in TUTTE le scuole della Calabria, occupate in molte a organizzare percorsi e convegni inutili sulla legalità) l’anniversario della morte di Cocò, ricordato a stento solo   da qualche quotidiano di buona volontà.

    Emblemi teneri e sorridenti di quella barbarie senza fondo e senza fine che stiamo consegnando ai nostri figli e a i nostri nipoti, di una insensibilità profonda e totalizzante nella quale la vita in genere, e quella dei piccoli in particolare, è appena un tassello di cronaca che dura qualche ora e non di più.

    Emblemi di quei mille e mille bambini che vivono dimenticati negli ospedali o ai margini dell’alfabeto in tante classi in cui servono solo da numeri. Emblemi dei piccoli  che restano fuori dalle mense scolastiche o sui portoni delle chiese con la mano tesa o ai bordi delle strade o dei campi gelidi degli immigrati e che nessuno vede e nessuno sente, tanto la loro voce è flebile.
 
    Bambini della Piana e della Calabria, ma non nostri...

martedì 20 gennaio 2015

GATTOPARDI E BARRITTE STORTE

di Domenico Rosaci

Prologo

    Esiste una sineddoche nel linguaggio calabrese che indica un’appartenenza molto o per niente lusinghiera ( a seconda dei punti di vista), quella  del cd "Barritta storta" all’ Onorata Società, ma solo ai livelli più bassi, al massimo  intermedi tra la manovalanza e la dirigenza, per intenderci.

Argomentazione

     Sembra che un sempre più consistente numero di persone si stia ormai accorgendo che la Calabria, l'Italia in generale, non è più il Paese dove tutto cambia per non cambiare niente, nel senso inteso dal vecchio establishment reazionario, un tempo monarchico e poi catto- democristiano-socialcomunista.
   In quella storia, chi aveva in mano il potere lo manteneva grazie a pratiche consolidate quali l'assistenzialismo (che procurava i necessari voti per le poltrone), il trasformismo (che consentiva di mantenersi in sella anche davanti ad avverse fortune elettorali) e la collusione con le mafie (che consentiva di governare il territorio).
     In quel paese, il "padre di famiglia" navigava a vista, si barcamenava per ottenere la raccomandazione per il figlio, tirava a campare sapendo che prima o poi un'occasione, un'assistenza di qualche tipo, una risorsa anche indebita o scippata di straforo non si negava a nessuno.
    In questi anni un cambiamento è invece davvero avvenuto, ma non esattamente nel senso positivo del termine. Il potere non ritiene di avere alcun bisogno di erogare assistenzialismi, di dover accontentare un qualche elettorato (o voti Renzi o voti Berlusconi e  anche in Calabria  che tu voti a destra o a sinistra, hai votato sempre per la stessa Casta) e soprattutto non ha più bisogno di collusioni mafiose in quanto è esso stesso diventato Mafia.
    In questo scenario, è impensabile ottenere diritti per i cittadini, servizi sociali di qualche tipo, e soprattutto garanzie per i lavoratori.
   La maggior parte degli strumenti democratici, dal diritto di voto a quello di protesta e di sciopero, sono stati svuotati di significato. Così i salari sono bloccati o in arretramento continuo, le occasioni per i giovani ridotte a zero, ed anche chi consegue un titolo di studio qualificato si vede proporre remunerazioni assolutamente inadeguate. In uno scenario del genere, la maggior parte della cittadinanza nel migliore dei casi sopravvive. E quelli che si reputano più furbi, sgomitano per entrare nella Casta.
    Non c'è molto  da sorprendersi, il fenomeno che si è prodotto in Calabria, in Italia si è già manifestato nella Storia più volte: la classe cosiddetta dirigente si è evoluta in un'oligarchia, il regime di governo che ha sempre dato i risultati peggiori per i cittadini in termini di qualità della vita.
    Se al limite è in via teorica possibile che un singolo "tiranno" possa rivelarsi "illuminato", un gruppo di faccendieri che fanno comunella per difendere i propri interessi non ha nessuna possibilità di rivelarsi illuminato.

Epilogo

    I Calabresi, in particolare, favorendo la formazione di una Casta di potere dal 1945 ad oggi, hanno determinato una situazione di degrado e sottosviluppo che non ha eguali in Italia e forse neanche in Europa. Lo hanno fatto perchè di volta in volta pensavano che il Gattopardismo, il "lasciamo tutto com'è" alla fine sarebbe convenuto, perchè il clientelismo era un sistema in cui hanno fortemente creduto.
    Ebbene, adesso davanti ai fatti nudi e crudi, è meglio che comprendano di essersi illusi. La Casta porta solo ulteriore degrado e sottosviluppo. L'unica strada è riazzerare e riprendere il cammino della Democrazia, dal quale ci siamo sempre più allontanati dall'immediato dopoguerra ad oggi. Coscienti che sarà difficile e che siamo in grande ritardo, ed a soffrire di questo saranno soprattutto le generazioni future. Pensiamoci seriamente.
     E a testa alta e... scoperta!

lunedì 19 gennaio 2015

QUALE SENSO ABBIAMO NOI DELLA PIANA ?

di Bruno Demasi
   Viviamo ormai  praticamente di scarti, vendendo il pochissimo olio lampante (che si riesce a produrre col contagocce dove non sono state tagliate le piante) a meno di 2 euro al Kg e svendendo gli agrumi a meno di 14 € al quintale.
  Viviamo del ricordo sbiadito di un artigianato soppiantato dalle cavolate grossolane e costose in plastica comprate a peso d'oro con gli sconti del 50%.

   Viviamo delle povere pensioni dei vecchi e dell’ozio forzato del 90% dei giovani che assistono inermi al transito dal porto di Gioia Tauro di enormi ricchezze che non ci sfiorano e non ci riguardano. 
  Viviamo delle poche, pochissime ore di lavoro distribuite ai più fortunati dietro un registratore di cassa negli smisurati centri commerciali che succhiano fino all’ultimo centesimo dalle tasche , sempre più rinsecchite, delle famiglie.
   Moriamo di una sanità che continua a regalare un fiume di denaro ai privati e tiene  in piedi ospedali simillager immancabilmente senza posto quando c'è un'urgenza.
   Viviamo del plusvalore ridicolo che lo sfruttamento degli immigrati consente di ottenere per non morire e per non farli morire.
   Viviamo di acqua imbevibile e di aria avvelenata dall’abuso di antiparassitari inutili e dai fumi semiclandestini di tanta spazzatura ancora bruciata.
   Viviamo di rarissimi libri comprati controvoglia e di  giornali intravisti solo al mercato del pesce , di libri di scuola rifiutati o sporcati o gettati nel fango del menefreghismo analfabeta.
   Viviamo di patatine e McDonalds, di prodotti tipici forniti da fornitori atipici che non parlano nemmeno calabrese.
    Viviamo di spiccioli gettati alla rinfusa alla plebe strisciante dagli imprenditori di morte.
    Viviamo di scuole ed uffici  irrazionalmente decimati  e in concorrenza tra loro per produrre il nulla e di un analfabetismo di ritorno pari a quello registrabile nel Burkina Faso.
    Viviamo di convegni, congressi, raduni, eventi,  mostre e mostri che ci consentono di "fare cultura" e di  congelare i problemi facendo finta di averli affrontati.
     Viviamo di apparizioni o di magie o di paure o di desideri smodati di processioni.
     Viviamo insomma di vento e del sopravvento del rissoso e del cretino di turno.

   Ma un senso ce l’abbiamo anche noi: quello di tornare a parlare e a far finta di esistere solo nelle pacchianate elettorali; quello di votare governi e maggioranze che fanno passare mesi prima di insediarsi ed operare, in perfetti equilibrismi di sinistra-centro-destra e relative poltrone; quello di vivere nella logica del grattaevinci: consumare, dormire, aspettare, dormire, consumare.
 E tacere!

 Prosit!

domenica 18 gennaio 2015

QUANDO I “SUDICI” INSEGNAVANO A FARE IL PANE AI “NORDICI”

  di Bruno Demasi


   Stefano Brusadelli in un recentissimo e bel commento al libro “Nordici e Sudici” ( il  documentatissimo studio di Riccardo Scarpa che nel titolo riprende una definizione di Camillo Prampolini), osserva che quando all'indomani dell'Unificazione si fece il primo censimento del Regno d'Italia, si registrò nell'ex territorio borbonico un numero complessivo di occupati dell'industria pari a un milione e 189mila. Sommando gli operai di Lombardia, Piemonte e Liguria, non si arrivava che a 810mila.   Nell'ex reame delle Due Sicilie, a Pietrarsa, in Campania, e a Mongiana, in Calabria, erano localizzati i due più importanti stabilimenti siderurgici della Penisola. Il solo opificio di Pietrarsa, all'avanguardia europea nelle costruzione ferroviarie, contava il doppio di addetti rispetto agli stabilimenti genovesi dell'Ansaldo.
    Ma già nel giro di un decennio la situazione si sarebbe più che ribaltata. E tutta l'industria del Mezzogiorno avrebbe conosciuto dapprima un forte ridimensionamento e poi la totale liquidazione per una precisa scelta di politica economica compiuta dai Piemontesi già all'indomani dell'impresa di Garibaldi. In nome di una logica predatoria di sapore coloniale, essi decisero che l'apparato produttivo del Sud, per tanti versi più avanzato e competitivo, andasse smantellato a vantaggio del Nord.
    Nel Nord per tredici milioni di cittadini c'erano 7.087 medici, mentre nel Sud ne esistevano 9.390 per nove milioni di abitanti. La flotta mercantile borbonica era la terza in Europa, e i Cantieri Reali di Castellamare costituivano l'eccellenza mondiale per la fabbricazione di navi da guerra. Il Banco delle Due Sicilie, di proprietà pubblica, custodiva riserve auree per un miliardo e 200 milioni di lire contro i 20 milioni del Regno sabaudo, stremato dalle spese di guerra. Cosicchè alla spoliazione delle fabbriche si aggiunse anche quella finanziaria; sempre che, come una consolidata pubblicistica va sostenendo da tempo, non fosse stato proprio il calcolo di risanare a spese altrui un bilancio disastrato il vero motivo che spinse il conte di Cavour e gli inglesi - pesantemente esposti con banche piemontesi – a progettare l'attacco al florido ma militarmente poco organizzato reame meridionale.
    E quanto all'agricoltura, che nel progetto piemontese avrebbe dovuto sostituire l'industria, essa non riuscì mai a decollare, non solo per la scarsezza degli investimenti ma anche per la propensione del nuovo potere – diffidente verso le plebi meridionali tanto più dopo la sanguinosa guerra contro il brigantaggio – a sostenere latifondisti per niente disposti a modernizzare la produzione coinvolgendo i contadini.
    Non ultimo pregio del libro la riproposizione di un vergognoso episodio della storia nazionale: la deportazione in veri e propri lager, primo dei quali il forte di Fenestrelle, in Val Chisone, di 40mila giovani meridionali che rifiutarono d'indossare la divisa del nuovo Stato.
    Quasi tutti morirono per malattie o denutrizione.

    Una pagina sulla quale, in questi tempi di autocritiche, bisognerebbe tornare a riflettere, ma sulla quale la politica e la cultura calabre, da sempre asservite ai poteri forti del palazzi romani (compresi quelli che si affacciano sul Largo del Nazareno) sicuramente non torneranno mai: hanno troppo da fare per scimmiottare i potenti per cercare di provare almeno un lieve sussulto d’orgoglio….


giovedì 15 gennaio 2015

OLIVERIO OMAGGIA PER NOI NAPOLITANO. MA NON TUTTI CI STIAMO…

di Bruno Demasi
    Quella rompiscatole della ragion di stato, ma soprattutto le piaggerie di partito inducono spesso a bavosi omaggi, che possiamo benissimo comprendere, ma che, da persone libere, non possiamo certo condividere.
    Ieri Oliverio a nome di tutti i Calabresi - perché lui istituzionalmente ci rappresenta tutti, o quasi – ha fatto pervenire a Giorgio Napolitano un messaggio sobriamente irto di luoghi comuni , di imprecisioni e di osanna al caramello, scrivendo:
   «La giornata di oggi è entrata nella storia della Repubblica. Al presidente Napolitano invio i più deferenti saluti a nome del Consiglio regionale che rappresento e dei calabresi tutti. Mi sia consentito auspicare che il successore di Giorgio Napolitano sappia davvero essere il giusto erede di un Presidente che ha saputo meritarsi l’apprezzamento di tutti i cittadini, il consenso e la stima di Capi di Stato e il riconoscimento generale. Napolitano nel corso del suo mandato ha sempre operato per il bene del Paese, cercando anche nei momenti cruciali, di sostenere la politica dell’ascolto e del confronto, interpretando al meglio il ruolo di garante della Costituzione e di rappresentante dell’Unità nazionale».
    Ma non ce la sentiamo in tanti, noi Calabresi, di cantare questo peana perché molti dubbi e molte domande oggi ci assillano più che mai circa l’operato del Presidente uscente, nei confronti non solo della Nazione, ma anche di questa terra abbandonata da tutti.
    Non ci chiediamo infatti dove fosse il presidente Napolitano mentre il governo in carica – uno dei tanti da lui espressi dalla sera alla mattina senza tenere in alcun conto il volere elettorale – tentava l’ulteriore scempio della Costituzione attentando all’art. 138 o mentre la gente inorridiva davanti alla presunta trattativa Stato - Mafia , rimasta avvolta in una coltre di ambiguità. 
   E non ci chiediamo nemmeno quale digestivo usasse per tollerare , pur pontificando su tutti e su tutto, che i governi parolai dissanguassero sempre di più la gente con una tassazione insopportabile che colpisce a dismisura soprattutto le regioni del Sud, le più povere, afflitte da una disoccupazione di quasi il 70%.
    Ci domandiamo come Calabresi perché  dalla sagace  bocca di questo Presidente “che ha saputo meritarasi l’apprezzamento di tutti i cittadini” in questi nove anni mai sia uscita una parola di condanna contro il drammatico record tutto calabrese di migliaia di morti ammazzati, contro la sostanziale depenalizzazione, attuata proditoriamente nei mesi scorsi, del voto di scambio, che imperversa velenosamente e con effetti nefasti in questa terra.
    Ci domandiamo come mai egli non abbia sentito il bisogno di adoperare il costosissimo e banderuolo apparato presidenziale per venire a visitare i campi-lager degli immigrati di Rosarno e a San Ferdinando, neanche al tempo della rivolta o  di condannare, almeno a parole, gli sperperi enormi e criminali che si sono stratificati attraverso vari governi regionali, seminando ulteriore miseria e caos sociale dal Pollino allo Stretto.
    Ci domandiamo dov'era il Presidente degli Italiani quando veniva soffocata volgarmente la libertà di parola e di stampa nella regione più povera di giornali e di case editrici.
    Ci domandiamo infine come mai egli non abbia sentito il bisogno di dire una sola parola – lui che ne ha dette e ripetute tante – quando il 13 ottobre 2013 a Milano, durante i funerali di Lea Garofalo è stata data lettura di una lettera a lui indirizzata che la povera martire di mafia non aveva fatto in tempo a fargli recapitare e in cui gli scriveva:
    "Sono un mamma disperata, allo stremo delle sue forze. Oggi mi trovo con mia figlia lontana da tutto e da tutti. Sono sola. Ho perso tutto. Sapevo a cosa andavo incontro e ora non posso cambiare il corso di questa mia triste storia. Con questa mia richiesta di aiuto vorrei che lei rispondesse alle decine di persone che si trovano nelle mie stesse condizioni. La prego ci dia un segnale di speranza. Abbiamo bisogno di aiuto – Firmato: una giovane madre disperata".
    Quel segnale di speranza, invocato da Lea e da centinaia di migliaia di persone, ai Calabresi dal “rappresentante dell’Unità Nazionale”, da colui che “ha sempre operato per il bene del Paese”, non è mai arrivato.
    Nemmeno con una sola frase affidata al più scalcinato dei mille microfoni che facevano a gara fino a ieri per raccogliere le perle del suo verbo stagionatissimo , ma  illuminato!