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domenica 29 marzo 2015

CALABRIA ETICA… AD PERSONAM... MEAM

di Enza Dell'Acqua

Un’altra perla del rosario infinito di situazioni imbarazzantissime in questa terra fantasiosa e strana in cui  anche l'etica  può diventare ermetica
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    Un tempo la carità anche in Calabria poteva essere di due tipi: seria o pelosa. Oggi invece si chiama soltanto “etica”. In ogni caso un’altra perla del rosario infinito di situazioni imbarazzantissime per questa terra è proprio “Calabria Etica”( nomen omen), l’organismo creato dalla Regione Calabria durante la gestione Scopelliti come braccio operativo di quel mai visto assessorato alle Politiche sociali del governo regionale, con la missione di “portare solidarietà e assistenza alle fasce più deboli”.
    Calabria Etica aveva come referente (ora è commissariata da Oliverio) l'assessorato al Lavoro, alla Formazione Professionale, alla Famiglia ed alle Politiche Sociali. Titolare di questo assessorato era Nazzareno Salerno, esponente politico di destra- Forza Italia- ora consigliere di opposizione.
     700 assunzioni a ridosso delle elezioni regionali hanno generato grandi perplessità. Una vera e propria pioggia di contratti che, in tempi di crisi come questi, appaiono come una benedizione dall’alto.
     Non la pensa così la Procura della Repubblica di Catanzaro, che, all’indomani della competizione elettorale regionale, ha aperto un fascicolo di inchiesta: a 48 ore dalle elezioni regionali del 23 novembre
2014, Calabria Etica assumeva 250 persone, per una spesa totale di 4 milioni di euro. Contratti annuali che vedono beneficiari giovani residenti nel collegio elettorale Centro (Catanzaro-Vibo-Crotone), la circoscrizione nella quale si è ricandidato, ed è poi stato rieletto, Nazzareno Salerno, all’epoca delle assunzioni titolare dell’assessorato al Lavoro, al quale faceva capo l’attività della Fondazione di solidarietà.
    Il Procuratore aggiunto di Catanzaro, Giovanni Bombardieri, ha disposto l'acquisizione di numerosi documenti, ora all’attenzione dei magistrati e dei carabinieri del Nucleo investigativo sanità e ambiente. Il fine dell’inchiesta è quello di accertare eventuali reati in merito proprio al gran numero di assunzioni effettuate da Calabria Etica nel periodo a ridosso delle elezioni regionali dello scorso novembre. Si vuole appurare, insomma, se Calabria Etica sia stata trasformata, o se sia stata addirittura concepita, come un grande carrozzone clientelare, fucina di voti di scambio: lavoro, quindi, in cambio di voti. Per il momento, è doveroso precisare, non ci sono persone indagate. Intanto la vicenda ha avuto un’enorme eco mediatica, tant’è vero che se n’è occupato persino il rotocalco del TG1 Tv7, con un titolo che è tutto un programma: “Etica ad personam”. 
    Al di là della vicenda giudiziaria, la raffica di assunzioni riapre una serie di interrogativi anche in merito al perdurare dell’odiosa piaga del voto di scambio.

venerdì 27 marzo 2015

CINQUE MESI DA LUMACA CULTURALE IN CALABRIA

di Gioacchino Criaco
   Una riflessione sobria e asciutta, ma senza sconti, questa di Gioacchino Criaco, sulla situazione di stallo in questi primi cinque mesi di quasi totale silenzio del nuovo governo regionale calabrese in tema di cultura. Il quadro complessivo che ne emerge evoca molto le liquide e statiche  atmosfere da pomeriggio domenicale descritte nel secondo magnifico romanzo dell’autore di “ANIME NERE” che con il titolo di “ZEFIRA” (Rubettino) presenta un altro avvincente spaccato della realtà calabrese di provincia nelle riedizioni attuali  delle sue miserie e delle sue struggenti bellezze. (Bruno Demasi)
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  Il faro di Soveria si è spento da cinque mesi e quasi se ne è perso il ricordo, oltre la luce. C’è stato un lampo, ma come è sua natura si è subito spento. Così la casella della cultura regionale è ancora vuota, e a vuoto si è consumato un decimo del suo tempo. E non sto a dirvi che la Calabria sia così indietro da non potersi permettere tempi morti, lo sappiamo tutti.
   Indietro lo è dappertutto, dovrebbe correre veloce in ogni settore per recuperare distanze che non sono fatte di metri, ma di anni, e in alcuni campi di decenni.
   Dicono che Oliverio sia un diesel e ci tocca aspettare che il motore riscaldi; non faccio critiche anticipate e spero di non doverle fare postume. Tifo Calabria, tendo notoriamente al rosso e tifavo Calabria pure quando c’era Peppe, figurarsi ora che c’è il Lupo.
   Non bastano certo cinque mesi a risolvere i nostri problemi, e non potranno bastare nemmeno i prossimi quattro anni e mezzo. Però, in attesa di scatti futuri, che il passo del nuovo esecutivo regionale sia lento bisogna dirlo, ed è necessario dire che nel settore forse più importante si è allo stallo. E non sto ad annoiarvi sul fatto che la cultura non sia un passatempo ma rappresenta un punto economico fondamentale per lo sviluppo che la Calabria aspetta.
   Io osservo e a guardare e a criticare è sempre più facile. Non che non si sia mosso nulla, belle sono state le dichiarazioni a Sibari, ostili a eolico, trivellazioni e termovalorizzatori; i soldi per la viabilità e quelli per i siti archeologici.
   Quello che ancora non si vede è un progetto complessivo che indichi un modello di sviluppo su cui lavorare per l’intero quinquennio e, se è il caso, sui fatti, chiedere altro tempo agli elettori. Quello che ancora non si è visto è una marcia diversa rispetto al passato. Le solite partenze cariche di annunci alle quali siamo abituati, forse rassegnati. Il tempo trascorso non è bastato a riempire le caselle, piccole e grandi, dei poteri regionali.. e colpi di scena non ce ne sono stati.
   L’area, la fiducia, la conoscenza personale, sono i criteri che si usano per individuare gli organi
esecutivi,per ricoprire i ruoli, a essi si associano le competenze che a volte ci sono e altre forse no. La rivoluzione finora non si è vista, e dati i vuoti ancora ampi qualche fuoco d’artificio per allietare i calabresi lo si potrebbe pure sparare e per una volta scegliere oltre, legittimamente, ai compagni, le competenze che si conoscono e i soliti noti, qualche illustre sconosciuto che abbia qualità note.
   Un po’ di figli di nessuno da mettere non dico su una poltrona ma su qualche strapuntino, giusto per dire che la Calabria è di tutti e per tutti si vince. Perché, ricordiamo, sono quei figli di nessuno che si impegnano a Saline, a Gioia, a Serra; sono i poco noti che tirano fuori draghi, delfini, ninfe; sono gli ignoti che mantengono in vita tanti fuochi culturali, un po’ dappertutto. 

   E per una volta sarebbe un bel segnale non relegare il merito a nomen nescio.

mercoledì 25 marzo 2015

AI CALABRESI CHE GRIDANO AI NERI: “SPERIAMO CHE AFFONDI LA NAVE”…

di Bruno Demasi
  
   A tutti coloro che continuano a insultare i calciatori immigrati del Koa Bosco e si augurano ad alta voce che affondino i barconi che li trasportano in questo nostro inferno; a tutti coloro che continuano a tacere sul razzismo da quattro soldi e sulla barbarie in cui siamo precipitati; ai raggiri della politica grassa, addormentata e dimentica dell’educazione e della formazione dei nostri giovani abbandonati a sè stessi; ai silenzi della società cosiddetta civile e di  certa parte di Chiesa perse dietro le loro ritualità, i loro cavilli e i loro imbarazzi: VERGOGNIAMOCI!
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   L’ennesimo atto di violenza ai danni del Koa Bosco, la squadra di calcio formata interamente da immigrati africani, vestita appena qualche giorno fa dalle divise regalate dal CONI Calabria, voluta , seguita e nutrita del poco pane che riesce a racimolare da don Roberto Meduri, parroco al Bosco di Rosarno, è scoppiato al campo sportivo di Paravati in provincia di Vibo Valentia nel corso dell’incontro tra la Vigor, squadra locale, e il Koa stesso, per il campionato di terza categoria.
   Dal pubblico presente prima due o tre tifosi, poi un gruppo di una trentina di persone hanno iniziato a urlare in dialetto ai calciatori del Koa: “niri di merda”. “tornatavindi dundi venistivu”, “Dovevate affondare sui barconi” ed altre raffinate facezie del genere. I calciatori del Koa hanno reagito e uno di loro è stato espulso dal campo , il che ha determinato il passaggio repentino del pubblico alle vie di fatto: invasione di campo, sputi, insolenze urlate , botte indiscriminate e la sospensione della partita che l’arbitro ancora minorenne è riuscito a malapena a interrompere. Solo l’ intervento dei carabinieri ha potuto creare una palizzata intorno Koa Bosco in mezzo al campo mentre fuori dall’area di gioco aggrappati alle reti di recinzione, i tifosi urlavano ancora violenza, rabbia e anatemi di ogni genere significando che fino a quando quella squadra di negri non sarà tornata da dove è venuta li aspetta solo questo trattamento.
    Un episodio significativo, preceduto da altri analoghi avvenuti in passato, che scoraggia don Roberto, che, a sua volta, mentre guidava il pulmino sul quale era riuscito fortunosamente a caricare i suoi calciatori, è stato fatto oggetto anch’egli di insolenze di ogni genere( “portatilli a sti nighiri ) e che sta seriamente pensando al ritiro della squadra per la mancanza assoluta di condizioni minime di civiltà e il rischio elevato di violenze ancora più gravi.
    Stiamo lasciando sfiorire nel gelo assoluto la primavera del Bosco di Rosarno, un’isola poverissima di rara civiltà , di carità onesta e dignitosa, dove la Chiesa degli ultimi e la Parola di Dio si fanno miracolosamente carne giorno per giorno in mezzo alla palude che le circonda. In tutti i sensi!

martedì 24 marzo 2015

LE CAMPANE E LA FIERA DELL’ANNUNZIATA IN OPPIDO DI CALABRIA

 UNA SUONATA A QUATTRO MANI
di Giuseppe Pignataro
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   Sembra appena ieri, ma sono passati quasi quaranta anni, da quando il canonico Giuseppe Pignataro – la cui grande memoria è stata troppo presto archiviata - pubblicava, nel lontano 1975, col titolo “Le campane e la fiera di Marzo”, questo  stupendo reportage dalla celebre fiera dell’Annunziata in Oppido, ridando vita e colore ai suoi ricordi e a quelli del suo concittadino e compagno di memorie e di visite tra le bancarelle, Peppino Feis. Ricordi risalenti certamente ad anni ancora precedenti che ci restituiscono intatta la fiera di almeno sessanta o settanta fa, quando essa era concretamente funzionale alla realtà di un centro della Piana – Oppido Mamertina – faro reale  di cultura, di religione e di sanità per tutto il Comprensorio, ma anche vitalissimo centro agricolo , artigianale ed economico e quando le processioni non erano ancora relegate a ruoli di bastoni o di carote. Una fiera, una festa, non sganciate dal territorio né posticce, ma reali interpreti delle molteplici vocazioni del luogo che le esprimeva e alle quali accorrevano migliaia di persone dai centri circonvicini e  da quelli più lontani intonando umilmente il canto che qui ci ripropongono la voce e l'arte di Salvatore Rugolo, a sua volta oppidese.
   La prosa pulita e corposa del canonico Pignataro, qui come  nei suoi magistrali scritti storici, resta di un’eleganza e di una fluidità insuperate e insuperabili, tanto che ad essa potremmo approssimare solo qualche pagina dei più grandi scrittori e giornalisti toscani del Novecento (…penso almeno a Papini, a Palazzeschi, a Soffici e a pochissimi altri, anche posteriori). (Bruno Demasi)

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   Le campane, unico superstite del tempo trascorso tra sventure ed entusiasmi, ci accolsero quel 25 Marzo sbrigliandosi con le loro voci di festa. Avevano atteso per tanti anni quel ritorno di santi e di uomini cercatori di Dio. Si erano sempre considerate elemento complementare della liturgia. Ma quei giorni di marzo le campane si erano prese la prima parte: e se ne vide il risultato. Ai loro squilli spuntarono da tutti i punti dell’orizzonte, come ai tempi antichi, i fieraioli della nostra infanzia con allegri sonagli e trombette e grida di festa. Mi trovavo in compagnia di un amico e ci recammo a visitare, com’era d’obbligo per i paesani, la grande agorà del Winspeare e del Lavega (La piazza grande progettata dai due grandi ingegneri cui si deve l’assetto della nuova Oppido. N.d.r.); da quel luogo un immenso bazar dilagava lungo l’asse principale – il rettifilo – e le adiacenze dell’abitato.
   La mattinata di marzo lo consentiva: la giornata era tenera come la più bella della primavera. Era dunque con me l’amico che aveva gran voglia di chiacchierare e di girare: gli proposi che insieme si pigliasse visione della fiera “visitamu ‘a fera”. Toccò a me coordinare le comuni impressioni e dare il testo di questa suonata a quattro mani.
   Gli “stands” della dolce ghiottoneria erano i primi a funzionare; ospitavano vere pasticcerie per soddisfare la gola più o meno esigente degli aristocratici e dei frantoiani e dei professionisti più in auge. Questi posti di vendita erano protetti da teloni e formati da impalcature variamente solide e grandi a seconda della ricchezza delle merci esposte. Aree abbastanza vaste venivano occupate dalle terraglie:” pignati, bumbuli e quartare e graste” oltre che dalle lattonerie degli stagnini oppidesi, gente estrosa capace anche di fare abiti di latta. Costoro cercavano di fare concorrenza ai ceramisti fabbricando: pentolame, bricchi, caffettiere, orci, coperchi, il tutto di latta, fino alla serie d’imbuti, grattuge, lanterne: alcune di queste lanterne col tetto piramidale e scaglioso parevano la casetta a vetri di una fata. Gli affari andavano bene per tutti i partecipanti, molti dei quali arrivavano da lontano.

  Era roba da consumo che si portava in fiera.
   Tra coloro che aspettavano con più ansia l’arrivo della fiera erano le ragazze da marito, dalle quindicenni in su. Si facevano i grandi acquisti di “pentinella”, quel genere di filato che serviva a confezionare la “tela di casa” alle maestre di telaio nei lunghi e caldi pmeriggi d’estate, una tela indistruttibile da lenzuola che da principio greggia e ruvida, a furia di ranno e sapone, diveniva candida e carezzevole.
    Davanti al banco di vendita, per le compere si presentavano le donne più intenditrici del casato, nonne e zie, oltre alle più dirette interessate, la sposa e la madre, che era quella che teneva la borsa del danaro, cioè il “gruppo” col fazzoletto sprofondato dentro la sacchetta della seconda sottana, o più al sicuro in mezzo ai seni; giusta l’uso della casta cui apparteneva. Infine quando l’affare si era fatto, tutto calcolato con tanto d’occhi aperti, i denari sborsati con la medesima vigilanza, coi grandi fagotti issati sul capo, una dietro l’altra in fila indiana, le donne del casato facendosi largo a falcate di fianchi, tagliavano la folla per avviarsi alle loro case, e Dio sa come erano superbe e soddisfatte. E le file delle portatrici come mitiche canefore erano tante e tante. Il “damasco” è uno degli accessori molto importanti nell’ambito delle costumanze oppidesi. Per la sua scelta interviene la sarta di famiglia, e le sposine ci tenevano non poco a farsi accompagnare da colei che le avrebbe drappeggiate nel loro abito da sposa il giorno che si fossero presentate all’altare.
    Ed ecco gente che procedeva all’acquisto dell’oro per la sposa. Tra gli orecchini e gli anelli,

oltre alle fedi, c’era di quelle donne che si permettevano la spesa del “brilloccu”. E’ questo un pezzo di oreficeria che ha quasi un potere magico: sembra che esso preservi casta la sposa. Era uno spillone di oro massiccio senza pietre preziose, eseguito in stile barocco, che le donne usavano appuntarsi al corpetto, attillatissimo e chiuso in canna, all’altezza della gola sul pistagnino del colletto.
    La spesa dell’oro, il costo del “brilloccu”, erano sostenuti dal fidanzato.

   Ancora un tipo di merce ricercata erano le ramerie: bracieri, paioli, casseruole di ogni tipo. Questa merce veniva esposta nei bassi e vi rimaneva finita la fiera. Costava molto e sollecitava agli acquisti non solo i nubendi ma le cucine di ogni casa oppidese, anche la più misera.
    Le telerie esposte non avevano numero. Cataste di “balle di tele” sparivano da un’ora all’altra. Il centro dell’agorà era come sempre riservato alle telerie, ai filati,ai panni, ai tessuti. Un posticino modesto occupavano i venditori di sementi: nei saccolini di tela bianca rimboccati, i semi venivano esposti rotondi come occhi di pernice, piatti come strani rincoti vegetali, più minuti di un granello di polvere, erano venduti ai contadini per la seminagione negli orti: i saccoli portavano ciascuno, parati tra le sementi, dei nodi di canna trasformati in misure.
    Pochi, ma c’erano, i venditori di cuoio nostrano per le cioce da pastore. Esponevano lungo il

rettifilo accanto alle oleografie sgargianti di Madonne, piamente inclinato il volto, e di Gesù Cristo paziente dalle carni lacerate orride di sangue. Su i marciapiedi rigurgitavano le ferrarecce: utensili, roncole, arpe per la mietitura, accette, zappe. Nè minore era la presenza delle scarpe grosse schierate con un certo ordine.
    Sorgeva in soprannumero delle taverne paesane in uno scantinato qualche osteria improvvisata. E in qualche cantuccio bollivano i sanguinacci pizzicanti di pepe nero; ne gustavano molti leccandosi le dita.
    Tipici fieraioli sono stati sempre i “nzuiari” e i venditori di cavallucci e ceci abbrustoliti. Anche quella volta non mancarono a prender posto come d’usato: in attesa, alcuni, dei clienti. ”U nzuiu”, il dolce popolare ottenuto con l’impasto azzimo di farina e miele, si era esibito in piazza, sicuro del suo credito, nella foggia delle forme tradizionali: S, pesce, paniere, cavallo, cuore, e quest’ultimo, per le fidanzatine, guarnito di stagnola colorata, tanto che spiccava tra quella pasticceria.
    Graziosi ancora si potevano definire i cavallucci di caciocavallo per la snellezza, lo slancio, le giuste proporzioni con cui erano confezionati e i fiocchi di lana verde e rossa che simulavano il loro basto e la loro criniera. I ghiottoni di piazza facevano a gara a divorare nel minor tempo un cavalluccio senza alcun aiuto delle mani. Si levavano le stecche di canne che tenevano disteso il cavalluccio e si legava al suo collo la lunga corda di cacio che costituisce gli arabeschi della sua guarnizione e poi la s’imboccava al contendente che doveva ingoiare il cavalluccio traendoselo in bocca dalla funicella di cacio, senza che il boccone cadesse per terra. Il vincitore si godeva il pasto, e il compagno pagava.
    Chi vende “nzuji” delle volte vende ceci abbrustoliti e fave arrostite. Grande è stato sempre il consumo di questi cereali che cotti vanno bene insieme al vino. Noi girammo per la fiera e ne vedemmo offerti all’Annunziata al passaggio della statua. Pugni di ceci sventagliarono per l’aria quasi per una strana seminagione: ne caddero sul manto azzurro della celeste Patrona cui era diretta l’offerta e a quella umile pioggia tinnì di soprassalto la grande raggera del fercolo trionfale.

    Dopo il giro di rito seguendo i foresi cicalanti e i forestieri tronfi di aver visitata la grande fiera “d’a Nunziata” potemmo tornare il piazza dove intorno a delle semplici girelle i ragazzi rischiavano i loro quattrini. 
    L'indomani  il mercato veniva riservato ai cittadini.
    Quel giorno, si nota per la cronaca, era il 25 marzo e non spirava vento.
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P.S. L’amico a me associato nella visita alla fiera è un oppidese: Giuseppe Feis. Artigiano un
tempo, oggi appassionato agricoltore in Toscana, è stato sempre scrittore affettuoso di cose nostre e alla sua attività letteraria non sono mancati significativi riconoscimenti. Aveva un certo diritto ad essere portato in questo libretto di memorie della SS. Annunziata. Giovane ancora, Giuseppe Feis, quando la sua famiglia gestì il magazzino della nostra Madonna, ebbe particolare cura della contabilità di quella istituzione cooperativistica che si proponeva il sollievo materiale della povera gente nell’acquisto dei generi di prima necessità. Il Magazzino economico fu uno degli ultimi istituti in onore della Madonna Annunziata voluto dagli Oppidesi. Quando all’inizio del secolo (1900 N.d.r.) l’opera sorse, il sindaco del tempo, Avv. Vincenzo Genoese, si oppose a tutt’uomo alla sua istituzione e convenne in giudizio (1902) gli organizzatori della cooperativa. Per la storia furono chiamati a rispondere davanti alla legge:il canonico Giuseppe Maria Delfino, in qualità di direttore e il primo magazziniere certo Gargano. L’autorità giudiziaria, con dispetto del sindaco laicista, mandò prosciolti gli accusati, lasciandoli liberi nello svolgimento della loro iniziativa.(Giuseppe Pignataro)
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domenica 22 marzo 2015

Sorsi d’Aspromonte: ‘A PUJARA (di Ciccio Epifanio e Bruno Demasi)


   Nell’antica sapienza aspromontana e oppidese , quando il calcolo del tempo, delle stagioni e della fatica era affidato alla precisione assoluta del meccanismo celeste, “A Pujara” - letteralmente la chioccia (‘A hjocca) col suo magnifico seguito di pulcini -  indicava  la costellazione delle Pleiadi, cui veniva attribuita non solo una valenza di calendario stagionale, ma anche una vera e propria funzione di orologio, quando gli orologi veri e propri erano solo appannaggi dei “signurini” e dei relativi campieri che vi calcolavano sempre ad abundantiam la fatica immane dei loro braccianti.
   D’inverno infatti la Pujara sorge  ad un’ora di notte ed è mezzanotte precisa quando la costellazione diventa esattamente perpendicolare sull’orizzonte. In estate, più precisamente nel mese di agosto, la Pujara sorge a mezzanotte (ora solare, s’intende) e tramonta dopo il sorgere dell’alba. Dalla fine dell’autunno invece, almeno dalla festa di Sant’Andrea (29 novembre) in poi, tramonta in concomitanza con il sorgere dell’alba.
   Quasi sempre il sorgere nel cielo e il tramonto della Pujara sono annunciati da “U tri bastuni”, l’agglomerato di tre stelle in riga della costellazione di Orione, che sorge e tramonta esattamente un’ora e mezza prima delle Pleiadi.
   Nei miti aspromontani mutuati dai Greci e nell’immaginario dei poveri, per significare il destino beffardo
dell’umanità sofferente, ‘A Pujara indicava non solo una generica immagine dell’Abbondanza, ma anche il favoloso tesoro costituito dalla chioccia e dalla sua ricca covata, tutte d’oro, che magicamente uscivano dalla loro tana inaccessibile scavata sotto contorte radici di enormi ulivi o di querce secolari e portavano la ricchezza senza fine o la morte al temerario che osava afferrarle dopo aver compiuto i canonici tredici giri dell’ albero gigantesco senza respirare.
   In questa magnifica ballata di Ciccio Epifanio tutta l'antica saggezza astronomica perduta viene fatta rivivere con  l'abituale rigore metrico rivisitando in modo commosso e struggente la leggenda antica e  la strada che conduce a Oppido attraverso Mazzanova. (Bruno Demasi)

‘A PUJARA


Amici e genti, se staciti all’erta,
vi cantu di la cerza e di la hjocca
cu la pujara tutta d’oru certa,
mu duna la furtuna a cu la tocca.


O musa tu chi leji li calendi
sciogghji lu bellu libru di li cunti,
e fai lu cantu forti mu si stendi
quandu lu ventu miscita li frundi.


O musa tu chi leji li calendi
sciogghji lu bellu libru di li cunti.


O’ chianu du Pileri ncè na cerza
chi di li campi la Madonna tocca,
e quandu agustu a la metati sterza
a puntu ‘ i menzanotti quandu hjacca



cu fa tridici giri di la cerza
e lu rihjiatu sapi mu s’attrassa
d’oru e smerardi di natura certa
nci nesci la pujara cu la hjocca.


Cu fa tridici giri di la cerza
Nci nesci la pujara cu la hjocca.


Si dici ca fu n’omu assai valenti,
cu sangu a l’occhi e cu lu cori forti
chi senza fari tanti cumprimenti
lu pattu vorzi fari cu la sorti.


Avia chiumputu già l’urtimu giru
la hjocca si mbasciava mu l’afferra
ma ntisi 'mpettu l’urtimu rispiru
catti cu l’occhi aperti e schina 'n terra.


Ma ntisi 'mpettu l’urtimu rispiru
catti cu l’occhi aperti e schina 'n terra.


Orioni caccijiava ja vicinu
e supra Mazzanova avia lu cani
si chiumpiu nda 'nu lampu lu distinu,
e chija notti no' pigghjiau domani.



Ma mentri si ciangìa la mala sorti
cantau lu cuccu supra a 'na livara
guardau li stiji di l’urtima notti,
‘n celu sprendia la hjocca e la pujara.


Guardau li stiji di l’urtima notti,
‘n celu sprendia la hjocca e la pujara.
                                                               (Ciccio Epifanio)