sabato 25 giugno 2016

Os, Mastross e Carcagnos: "DALLA COPPOLA AGLI SWAPP"

di Bruno Demasi
       Osso , Mastrosso e Carcagnosso erano i simboli arcaici di una temibile  tradizione criminale. Oggi invece  sono solo i ritratti in soffitta degli antenati della nuovissima Ndrangheta Global Think, Local Act… 
 
   E’ ancora urgentissima l’esigenza di ricostruire un percorso fino a oggi mai compiutamente indagato ed esplorato in tutte le sue sfaccettature e manifestazioni e che nel libro “Dalla ‘Coppola’ agli Swap: l’evoluzione della ‘Ndrangheta e della Mafia Globalizzata” trova nuove interessanti chiavi di lettura.
   Gli autori, Domenico Marino e Gatano Giunta , “si propongono di spiegare in maniera semplice ma rigorosa l’evoluzione della ‘ndrangheta e della mafia globalizzata per far comprendere le nuove dimensioni del fenomeno e individuare anche delle azioni di contrasto adeguate”.
   La capacità di trasformarsi e di adattarsi alle mutate condizioni economiche, sociali e tecnologiche – pur conservando immutati una matrice arcaica ed un nucleo saldo di disvalori – fanno della ‘ndrangheta, una delle realtà criminali più temibili a livello internazionale.
    E’ la forza di un’organizzazione delinquenziale “in movimento”, che si nutre del ricatto, che fa leva sul bisogno delle persone, sulla povertà materiale e morale, e che cresce coltivando la strategia dell’intimidazione.

    Negli anni ’80, la legge Rognoni – La Torre ebbe il merito di sferrare un duro attacco alla criminalità organizzata, forte di quella grande intuizione secondo cui per colpire al cuore la mafia, bisognava ferirla nella sua potenza economica, nei suoi ingenti capitali.
    “Occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale” – scriveva Pio La Torre.
    Era il 1982 e per la prima volta nel codice penale venivano introdotti il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis), la norma per la confisca dei beni ai boss ed il riutilizzo sociale dei patrimoni illeciti. 

    “L’aggressione dei patrimoni mafiosi, attraverso il sequestro dei beni, fu una misura senz’altro efficace in una certa fase evolutiva del sistema criminale – sottolinea Domenico Marino (Professore di Politica Economica presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria). Oggi però – aggiunge il docente – le organizzazioni criminali si sono evolute. Come un batterio che si abitua all’antibiotico e genera una nuova forma resistente al trattamento, così la mafia e la ‘ndrangheta hanno preso le loro contromisure”.

    Secondo Gaetano Giunta (Presidente della Fondazione Horcynus Orca di Messina): “Una nuova generazione di colletti bianchi cura gli affari delle organizzazioni criminali che oggi investono in maniera globale attraverso società legali, società offshore e banche di investimento. Le operazioni societarie che negli anni Ottanta venivano effettuate dai grandi gruppi industriali per spostare capitali all’estero, per creare fondi neri e per operazioni finanziarie borderline sono entrate nel patrimonio culturale della criminalità organizzata che le ha usate e le usa per sfuggire ai controlli dei governi”.
    Uno studio più che mai attuale e da riprendere attentamente per una compiuta analisi di certe dinamiche che ancora sembrano sfuggire ai più…

lunedì 20 giugno 2016

BALLOTAGGI E BALLE CALABRESI

di Bruno Demasi

     La rota tarantellata dei ballottaggi in terra di Calabria si è tinta ancora una volta del colore di cane bastonato che fugge ed al potere sono andati tutti tranne il PD. Anche a Crotone che tra le disastrate terre bruzie deteneva , almeno simbolicamente, il primato presunto di roccaforte della Sinistra!
     Non parliamo di Rossano e di Cirò, come non è il caso di parlare dei ballottaggi irrimediabilmente persi l’anno scorso dal cosiddetto partito che suo malgrado ancora rimane, incredulo, a bighellonare nelle stanze dei bottoni del potere calabro.
     Gli analisti del voto calabrese , stracciandosi le vesti, fanno mille congetture e  si domandano perché il PD continui a perdere voti e roccaforti chetalinonsono nel panorama di Calabria, stante al governo regionale proprio quell’Oliverio che di PD continua a odorare malgrado abbiano usato tutti i deodoranti possibili per levarglienene di dosso il fortore. 
     E giù stracciamenti di vesti da parte dei commentatori con la puzza sotto il naso contro questa o quella “area” di forze che, a dir loro, avrebbe ordito il gioco di affossamento del partito attualmente allo sgoverno nazionale attraverso l’affossamento delle amministrazioni locali anche al Sud. E giù ferme condanne dell’elettorato che non va a votare ( solo perché ormai ha capito che votare per uno o l’altro di questi partiti fa esattamente lo stesso).
    Possiamo andar dietro a mille teorie, ma la più ruspante e semplice è una sola: In Calabria il gioco democratico non esiste. Non è mai esistito! E i prefetti lo sanno bene! In Calabria non solo i ballottaggi non servono a nulla, se non a pilotare quella porzione di voti necessari per far vincere questa o quella concentrazione familistica, ma neanche le elezioni a livello nazionale e locale, che libere non sono mai state!!! In Calabria il potere comunale, provinciale, regionale si misura attraverso altri parametri e le cabine elettorali sono solo specchietti per le allodole. 

    E questo ci pone come pionieri nella Penisola: spiega infatti ampiamente come e quanto i partiti tradizionali calabri siano all’avanguardia nel laboratorio del partito della Nazione e nel crogiolo dinamico in base a cui appena si ha sentore che uno dei due partitazzi " di governo" sta cadendo di sella, si punta subito sull’altro.
   Tertium non datur! ( Da qui l’impossibile fioritura anche a questa latitudine dell’unico movimento popolare pulito, il Movimento 5 Stelle). 
   Tutto un gioco di birilli e di forme di formaggio rotolanti… E la ndrangheta che cambia repentinamente colore e cavalli, e piazza i suoi uomnii e le sue donne in tutte le pubbliche amministrazioni bruzie, continua a crescere e a fregarsene delle analisi dei politologi ruspanti di casa nostra!

mercoledì 15 giugno 2016

TERESA TALOTTA IN GULLACE DA CITTANOVA

di Bruno Demasi

      In tempi in cui si minimizza e quasi si irride al sacrificio compiuto da tanti Italiani e da tante Italiane per fare grande e libera questa nazione e dotarla di quella costituzione democratica (oggi lacerata e lordata dai calcoli elettorali più meschini )  la figura di Teresa Gullace, donna di calabria, della Piana, diventa emblema della voglia di riscatto di un popolo, del respiro di libertà che neanche i più beceri governi e governicchi nazionali, regionali, provinciali e comunali, avvitati nei loro calcoli di potere,  di cui oggi  abbonda la Penisola, potranno mai soffocare.
    Teresa è anche l’eco perpetua del sacrificio di migliaia di donne della Piana di Gioia Tauro e della Calabria tutta, morte per difendere la loro famiglia e il loro sangue da soprusi e ingiustizie, donne che non hanno più un nome, un ricordo, neanche un pensiero fugace.
   A lei, quando venne tributata nel 1977 la Medaglia al Valore Civile dal Presidente della Repubblica furono riservate queste asettiche espressioni che, malgrado la loro rigidità , esprimono tutto il pathos della morte di questa figura che le scuole della Piana colpevolmente non fanno più conoscere ai propri alunni.

«Madre di cinque figli ed alle soglie di una nuova maternità, non esitava ad accorrere presso il marito imprigionato dai nazisti, nel nobile intento di portargli conforto e speranza. Mentre invocava con coraggiosa fermezza la liberazione del coniuge, veniva barbaramente uccisa da un soldato tedesco.»

   Certi esempi di valore, certi film andrebbero appunto  insegnati nelle scuole. Al posto di tante inutili immondezze culturali di cui oggi sovrabbondano certi libri di testo “in chiave europea”. 

    Come non ricordare infatti  la strepitosa Anna Magnani che  impersonava proprio la " nostra" Teresa con il nome di “Pina” nel film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini ? Come non rivivere  quella corsa disperata e fatale dietro il carro dei soldati tedeschi che portavano via il suo uomo, quel Girolamo Gullace, col quale trascorreva in quel periodo una vita di duro lavoro a Roma ?
    Aveva 37 anni, cinque figli ed era incinta del sesto quando il marito venne arrestato dai tedeschi il 26 febbraio 1944 nel corso di un rastrellamento e subito  condotto nella caserma dell’81º di fanteria in Viale Giulio Cesare, dove Teresa accorse con grande fatica ed apprensione a chiedere notizie  insieme alle mogli di altri prigionieri. Intravisto Girolamo alla finestra della caserma, con lo slancio irrefrenabile delle donne calabresi, tentò di avvicinarglisi per parlargli e per lasciargli del pane nonostante l’alt intimatole da un soldato tedesco che non esitò a spararle un colpo, uccidendola all’istante. 

    Lo sdegno di un popolo oppresso dai nazisti davanti a quest’ennesimo sopruso fu solo pari alla reazione di quella società civile che allora esisteva e oggi sembra essersi liquefatta nel mare di parole dei sedicenti politici. Non mancarono reazioni d’impulso come quella di Carla Capponi, del Gruppo di Azione Patriottica, che estrasse una pistola puntandola contro l’assassino, ma fu subito arrestata dai tedeschi. Alcune altre donne improvvisarono invece una protesta pacifica, ricoprendo di fiori il corpo della povera Teresa, lì sulla strada, in una sorta di camera ardente improvvisata. Qualcuno riporta testimonianza anche di una sparatoria, seguita all’uccisione di Teresa. Certo la protesta montò in modo esponenziale al punto che i nazisti decisero di liberare l’ormai vedovo Girolamo Gullace.
    Teresa diventò così una delle icone della Resistenza, e numerosi gruppi partigiani cittadini, presero la povera donna a simbolo della loro lotta: oltre alla Medaglia al Valore Civile assegnatale dalla Presidenza della Repubblica, a lei è dedicata una lapide in Viale Giulio Cesare, a Roma, nel luogo in cui fu uccisa. Nel 1981 le è stato intitolato anche il liceo scientifico di Piazza dei Cavalieri del Lavoro, che custodisce anche un suo busto realizzato dallo scultore Ugo Attardi, mentre nel quartiere Alessandrino le è stato intitolato un Centro di Formazione Professionale.
  Cittanova le ha dedicato la via in cui  nacque e visse la maggior parte della sua esistenza.