martedì 10 aprile 2018

PLATI’, LE CAPRE E LE CALABRIE ESPIATORIE

     di Bruno Demasi
  Platì è paese poco ricco di storia e assai condannato dalla geografia che con nome quasi onomatopeico evoca solo a tratti il tintinnìo delle tarantelle, più spesso i richiami gutturali e striduli dei caprai agli ovini testardi che si arrampicano dovunque. E’ paese silenzioso e sornione che ha polverizzato ogni record di sberleffi alla legalità politically correct con i suoi dieci anni di commissariamento del comune per mafia, varie competizioni elettorali mancate per totale assenza di candidati e di liste e in queste settimane con lo scioglimento anticipato del consiglio comunale per esiguità ( tre soltanto) di consiglieri rimasti in carica dopo le dimissioni a catena di “opposizione “ e “maggioranza”, due luoghi comuni risibili da queste parti analogamente ai concetti di Desta e Sinistra che, come per i vasai, sono motivi di grasse risate e basta..
    Platì è insomma  sintesi delle Calabrie più eterogenee , amare e dolciastre, ma anche delle Italie più oscure ed egoiste che dei paesi del profondo sud non sanno cosa farsene, se non quando è tempo di questua di voti porta a porta o di raccolta imposta dai fischi imperiosi dei mandriani che sussurrano appena al gregge il nome da votare.
   Eccetto che al Comune.

   Al Comune e per il Comune di Platì non si vota, e se si vota perché il partito o i partiti degli amici di turno così vogliono , lo si fa per accontentarli. Ma dopo non più di un anno, un anno e mezzo al massimo, si riprende con maggior forza il tintinnìo delle tarantelle strafottenti o dei richiami pretestuosi alle capre che servono a sviare dal fruscio delle carte mute l’attenzione pigra dei sociologi e dei politologi di turno o le commissioni antimafia di accesso che ,impastate di frattaglie e di luoghi comuni come la nduja della peggiore qualità , dovrebbero individuare gli arcani motivi del fallimento dello Stato , ma , non volendo farlo, si limitano solo a coprire gli stessi motivi (conosciutissimi da tutti) con cenci variopinti e folcloristici.

    Platì metafora delle Calabrie di pezza come le pupe e i pupi nelle mani dei ruffiani di sempre o delle vestali della vecchia politica che fanno tutto per non fare niente e sono maestre nell’arte di indignarsi quando qualcuno tenta di dire qualche piccolissima e urticante verità. Platì delle Calabrie ormai vacanti di contenuti e di voglia di riscatto come le budella svuotate del sanguinaccio saporito e puzzolente gettato ai cani famelici, le Calabrie delle clientele silenti e avide, delle vacche che continuano, malgrado tutto, a polverizzare quello che resta di ampie zone agricole dell’Aspromonte.Le Calabrie di sempre che tornano a primeggiare con prepotenza e arroganza , anche dopo il voto massiccio e significativo di rinnovamento che ha contraddistinto l’ultimo giro di valtzer delle urne politiche.
   Platì delle Italie che ancora inneggiano ai padroni di sempre che fanno finta di volere un governo stabile ed efficiente, ma che continuano a parlare del Meridione come di un appestato in coma, oggi ancora più colpevole per non aver votato i massa i ruffiani di turno e i loro clienti e i loro schiavi che spesso si svendono per un pugno di lenticchie rinsecchite.

   Platì in fondo luogo della memoria, eloquente trattato di sociologia all’aperto aggrappato all’Aspromonte, emblema di una politica di rapina e di silenzio, celebrazione di tutto ciò che non dovrebbe accadere in una democrazia ultracentenaria, teatro fatiscente che rappresenta il meglio e il peggio delle risorse, delle bellezze e delle contraddizioni di quel grande paese di provincia che è la politica italica.
   E, se non ci fosse, occorrerebbe forse inventarlo... se non altro per consentire di affermare persino agli abitanti dell’Italia più scalcinata “Noi siamo migliori di loro!”.

sabato 31 marzo 2018

FOLCLORE VECCHIO E NUOVO, MA UNA SOLA RESURREZIONE!

di Bruno Demasi
    Mi ha fatto molto riflettere la fresca e intelligente preghiera che al termine di un'omelia, qualche giorno fa, un vecchio sacerdote ha espresso ad alta voce augurandosi che il folclore non soffocasse lo spirito e le funzioni pasquali, non tanto il folclore popolare e antico, quanto quello moderno costituito dalle mille ridondanze pseudoliturgiche inventate ogni anno in maniera sempre più prolifica in certe chiese locali.
   In effetti il folclore popolare  antico tipico del periodo pasquale, almeno sull'Aspromonte, è stato brutalmente spazzato via  vuoi dalla lotta iconoclasta condotta animosamente da tanti settori ecclesiali contro tutto ciò che , secondo loro, non sapeva di "cristianesimo adulto", vuoi anche dalle recenti disposizioni dell'episcopato calabro che, incalzato dai media, ha preteso di disciplinare fin nelle virgole le feste popolari, tanto da renderle in certi casi solo le parodie di se stesse.
   E tuttavia, per una strana legge del contrappasso, nel momento stesso in cui si fa piazza pulita di vecchie consuetudini popolari, specialmente quando le stesse puzzano vagamente di illegalità o di ossequio alla mentalità ndranghetistica, viene spontaneo crearne delle altre che non sempre sono migliori di quelle abbandonate.
   Nascono così nuove forme di folclore non già nella liturgia ecclesiale, che deve comunque restare fedele a se stessa, quanto nei modi e soprattutto nei tempi di esplicazione. Sicchè liturgie, per loro natura sobrie e asciutte, diventano ridondanti e immaginifiche, lunghissime, estenuanti, fatte più per stancare e asfissiare il popolo di Dio che per avvicinarlo al mistero della Santa Pasqua. E al centro di esse tanto esibizionismo vanesio, tanta esplosione di costumi, di pennacchi e  mantelli, tanta fantasmagoria di parole e di omelie improbabili che rischiano di far perdere il cuore del Kerigma dietro ragionamenti contorti e inconcludenti e parossismi verbali da palcoscenico.

   Il problema ovviamente non è solo locale: probabilmente tra le varie confessioni cristiane, quella Cattolica Romana si distingue per il catalogo infinito di devozioni, consuetudini, riti lasciati più alla scelta della singola chiesa locale o della singola parrocchia che non a una condivisa  visione del fatto di Fede incarnato nella storia locale e quotidiana e in una liturgia veramente unitaria.
   Hai mai visto nella chiesa cattolica di rito greco, in quella ortodossa, nelle confessioni protestanti (per non parlare di altre confessioni e di altre religioni) una molteplicità tanto abnorme di atti ed esercizi  “devozionali”, di “stili” e liturgie quanti ne esistono invece nelle nostre chiese locali – e persino all’interno dei movimenti ecclesiali riconosciuti dalla Chiesa - dove si continuano a sovrapporre ai riti e alle devozioni tradizionali nuovi riti e nuove devozioni, quasi che la rottamazione e la “purificazione” del “vecchio” dovesse necessariamente andare di pari passo con le sovrapposizioni   di devozioni e di riti nuovi o riciclati?
    E’ questa la ricerca tanto decantata dell’ unità dei cattolici? E’ questa la semplicità dell’annuncio che chiama o riavvicina a Dio? E’ questa la buona Chiesa di Cristo? Quella che ne celebra quotidianamente la Resurrezione, senza la quale, come afferma Paolo di Tarso, vana sarebbe la nostra fede? O non si tratta di una chiesa non solo orribilmente divisa in sé, ma anche  frazionata in mille chiese, in mille azioni liturgiche o devozionali non sempre convergenti e spesso lasciate all’arbitrio e agli umori dei più o dei più potenti?
   E’ veramente questa , affaccendata e persa in mille azioni mistagogiche, la Chiesa delle beatitudini, dei semplici e dei puri di cuore che, grazie ad Essa, vorrebbero incontrare Dio nella loro vita senza la mediazione di orpelli ,ori,  fiumi di parole o d' inchiostro o, peggio,  prodigi?
   Ed è questa la Chiesa di Cristo che anche  per le sue “semplici” azioni quotidiane ha bisogno di direttori, di istruzioni meticolose , di dosaggi e posologie, la cui responsabilità di applicazione  in ultima analisi viene lasciata - com'è giusto - ai singoli parroci, i quali però lamentano di essere soli  soltanto quando devono assumersi le loro responsabilità, ma quasi mai promuovono o accettano gli ausili  che potrebbero dare loro quei consigli pastorali parrocchiali  da loro stessi accuratamente evitati?
   Quanta atroce distanza tra le nostre misere beghe quotidiane e la Chiesa dei martiri che ancora in queste ore continuano a versare il loro sangue per mano di chi in odio alla Fede riempie di cadaveri i monti calvari  del Kenia, della Siria, della Libia e di tutto il mondo ( e che è simboleggiata nell' icona di apertura  che illustra questo post)!
   Quanta distanza paurosa tra le nostre piccole beghe quotidiane e la Chiesa dei sacerdoti e degli umili e dei coraggiosi , vittime della mafia e di ogni quotidiano oltraggio alla Verità, alla Giustizia e al Bene comune!
   Quanta distanza da quella semplicità di cuore che , almeno a parole, tutti vorremmo avere e attraverso i cui occhi è possibile senz’altro vedere Dio.
                    Buona Pasqua a tutti...nessuno escluso!

sabato 17 marzo 2018

IL PAESE DOVE SI LAVORA MOLTO DI MENO E SI GIOCA MOLTO DI PIU’

      di Bruno Demasi

      C’è un territorio abitato da circa mezzo milione di fortunati che ormai tutti i tour operator di un quarto di pianeta pubblicizzano come il paese della cuccagna dove si lavora pochissimo e si gioca moltissimo. Si tratta dell’intera provincia di Reggio Calabria che quei buontemponi del Sole 24 ore, evidentemente ubriachi, recentemente hanno collocato al 92° posto per qualità della vita sul totale delle 107 province italiche. Una pubblicità nefasta e ingiusta che – meno male – i tanti Lucignolo del turismo di massa e della politica stanno giustamente mettendo a posto invitando in questa terra non solo turisti e curiosi, ma anche capi di stato esteri, sociologi, politologi, addetti al welfare, amministratori esperti di briscola e di scopone scientifico per imparare in loco come si può trasformare dal nulla una provincia intera nel paese dei balocchi e dei brillocchi che sovrabbondano ormai in tutte le vetrine e al collo, alle orecchie, alle caviglie, ai polsi e persino ai nasi di tutte le donne che popolano questo paradiso. 
     In questo territorio benedetto da Dio, in barba alla recente propaganda elettorale dei partiti ancora annidati dentro palazzo Chigi a Roma, che vorrebbero in netta ripresa l’occupazione, nel 2017, secondo quanto affermato in questi giorni da “Gazzetta del Sud” (quotidiano da sempre esperto di tutti i salivosi linguaggi filogovernativi ) sono stati invece più di mille i posti di lavoro scomparsi. E ci mancherebbe altro! La lotta alle bieche politiche occupazionali che vorrebbero prostrare le persone pancia e culo a terra per lavorare e consumare la loro esistenza nella fatica quotidiana deve continuare più che mai. E mai si dica che nella provincia di Reggio Calabria non si lasci nulla di intentato per demolire la tentazione di creare lavoro malgrado la vergognosa resistenza di alcune decine di partite I.V.A. incredibilmente ancora aperte dopo la chiusura di migliaia e migliaia di questi nefasti simboli di quella imprenditoria con  cui si rischierebbe di distruggere la felicità e la libertà delle persone.
    Si pensi invece alle cose belle di questo territorio, alle sue siepi verdeggianti sui marciapiedi di città e di paese, alle sue delicate voragini che rendono armonioso tutto il paesaggio viario urbano ed extraurbano, alle sue meravigliose architetture postsismiche, ma soprattutto al suo invidiabilissimo primato di essere al secondo posto in Italia per numero di slot machine istallate: 8,76 per ogni mille abitanti, neonati e galline compresi. Si pensi con commozione all’altro grandissimo primato delle giocate più alte che nessuno riesce ad eguagliarci: in media quasi 700 euro per abitante, lattanti e ultraottantenni compresi. 
     Si pensi al numero dei bar, delle tabaccherie, delle sale scommesse che la fertile terra della nostra provincia sta facendo fiorire giorno per giorno e che ormai dilagano dovunque garantendo alla felice gente di questa  terra di deliziarsi in ogni momento con l’ebbrezza dl gioco, sicuramente impagabile, specialmente da parte dei più piccoli, dediti ormai all’arte sopraffina del furto che serve a finanziare il saldo dei debiti e il rilancio delle giocate permesse dal nostro Stato, anzi incoraggiate negli ultimi anni con il doveroso condono dell’iniqua tassazione che avrebbe potuto colpire i  generosi possessori e gestori di slot e di centri scommesse.
    Per non parlare dei risvolti altamente educativi non solo dei furti e delle rapine in cui i giovani vanno ad esercitare tutte le personali virtù di destrezza e abilità, ma soprattutto delle lunghe ore dedicate al gioco all’interno delle graziose e profumate sale ormai esistenti in ogni quartiere dove financo i più piccoli, persino gli alunni di scuola media ed elementare, liberati finalmente a cura degli intelligenti genitori dell’odioso gravame di restare anche il pomeriggio a scuola, possono dedicarsi alla fine arte del gioco d’azzardo sotto gli occhi compiaciuti dei nostri politici commossi e increduli di aver potuto creare in un tempo relativamente breve un così grande paradiso ormai invidiato da tutti.

giovedì 8 marzo 2018

LA CALABRIA DALLE STALLE ALLE STELLE ?



     di Bruno Demasi

   Che importanza ha se, per uno strano scherzo del destino e del Rosatellum, la Calabria, trasformata in utero terrone in comodato d’uso, ha portato alla luce un senatore della Lega Lombarda (Sic nel suo atto costitutivo, anche se ora l’aggettivo è scomparso) con un 5,87 % di voti rimediati faticosamente da Calabresi di buona volontà e di ottima vocazione al lecchinaggio del forestiero , ma di scadente memoria e col naso tappato?
   Un tempo ne saremmo stati sorpresi, forse incazzati e delusi, magari anche preoccupati. Oggi, quando ci pensiamo, ne siamo solo cordialmente divertiti e schifati perché il dato vero, quello che realmente ci interessa, è un altro.
   Nella tornata elettorale appena conclusa questa terra è riuscita, malgrado tutto, ad alzare la testa, uscendo , almeno per un momento, dagli odori nauseabondi degli intrallazzi e del malaffare, dalle stalle in cui marcisce quotidianamente la dignità di un popolo per alzare finalmente gli occhi  e pensare a una riprogettazione del proprio presente e del proprio futuro. 

   Dunque l’ottimismo, per quanto cauto, è d’obbligo: per la prima volta s’è registrata una controtendenza elettorale in questo grande mondo malato che si chiama Calabria, ieri al servizio coatto di Angioini ed Aragonesi, di avventurieri di ogni sorta e di mangiatutto voraci, oggi ridotta a brandelli da una leva ultraquarantennale prevalentemente  di disonesti e sfacciati , molti dei quali giunti ubriachi di potere e con le tasche piene di banconote e di polvere da sparo nelle stanze dei bottoni attraverso le manovre e i baratti più bassi.
   Un plebiscito, uno schiaffo sonoro alle paure , all’omertà di sempre, all’acquiescenza silenziosa e codarda. E i numeri inconfutabili, le percentuali di sintesi impressionanti ne danno piena ragione anche se i media locali e nazionali minimizzano, cincischiano, tacciono:

· M5S: 17 parlamentari su 30 ( 6 cinque anni fa) - percentuale complessiva  superiore al 43,5 %;
· COAL. DX : 9 parlamentari su 30 ( 10 cinque anni fa) - percentuale complessiva del 33%;
· COAL. SX: 3 parlamentari su 30 (13 cinque anni fa) – percentuale complessiva del 16,5 %;
· LEU: 1 parlamentare su 30, con una percentuale complessiva di circa il 3%.


   Si, è verro, i burattinai di sempre che continuano a giocare con i destini sociali e civili di questa terra di dominio e di conquista, stavolta hanno sbagliato cavallo su cui puntare e al quale attaccare le loro zecche e le loro sanguisughe. Non si aspettavano che persino qui, persino sul Pollino, le Serre o l’Aspromonte avrebbe attecchito e sarebbe cresciuto quel “terzo polo” politico sul quale non avrebbero scommesso nemmeno una mangiata di peperoni ammuffiti, e anche stavolta hanno continuato il giochino di sempre scommettendo sul polo di turno fra due ( oggi il destrorso) e solo su di esso.
   E’ probabile che  burattinai e burattini anche in terra di Calabria sapranno presto riciclarsi passando dalla conta fino a due a quella fino al tre e faranno carte false per infiltrarsi e portare veleni vecchi e nuovi nella nuova realtà politica che si va delineando , ma , almeno per stavolta, almeno per poco, anche la terra calabra può respirare una boccata di aria pura.
     Finchè i giochi romani lo consentiranno.

domenica 25 febbraio 2018

‘NON VOTARE CHI HA MALGOVERNATO ! ’

di Bruno Demasi
    La dura requisitoria dei vescovi calabresi nella lettera, datata, ma attualissima, rivolta alla società e all’elettorato calabrese contro il malgoverno e la corruzione elevata a sistema, causa del mancato sviluppo della Regione, causa del degrado orrendo in cui è prcipitata la Piana di Gioia Tauro. Un monito alla mentalità mafiosa che intride ogni rapporto sociale e amministrativo e contro la quale, nel chiuso della propria diocesi, solo alcuni vescovi e arcivescovi calabri osano alzare l’indice a voce alta, mentre altri ( una minoranza per fortuna) preferiscono ancora tacere impantanati nelle loro omelie prive di senso e aggrovigliati in forme devozionali roboanti , scenografiche e inutili.
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     La lettera pastorale "Dio vi aspetta a braccia aperte", emessa in occasione del sesto centenario della nascita di San Francesco di Paola, ci interpella più che mai oggi , ci fa capire che questa tornata elettorale non è un gioco e che forse costituisce l’occasione estrema per questa terra e il sud in genere per salvare la dignità elementare dei valori di Giustizia, Lavoro, Democrazia assolutamente antitetici alla mentalità ndranghetistica dominante e alla corruzione legalizzata e senza confini.
    Per noi abitanti della Piana di Gioia Tauro, terra ormai senza tempo e senza confini etici, abbandonata dalle istituzioni e ferita ogni giorno di più dal marchio dell'indolenza alimentata dalla follia dei poteri sommersi, è un' occasione in più per domandarsi chi sono i burattimai che vi dettano legge a tutti i livelli... E a nulla vale questa Quaresima elettorale  se non ci si rende conto di quale significato possa e debba avere dalle nostre parti la Misericordia divina frustrata da contese  e antagonismi di ogni genere proprio all'interno dei palazzi del potere. Non ultimo quello religioso!
    Se è vero che lo strumento di Dio è la Misericordia, essa "… non può essere banalizzata e ridotta a gesti meramente devozionali, che non costano nulla… bacio del Crocifisso, processioni e forme devozionali. C'è bisogno del cambiamento radicale di vita, della richiesta di perdono e della giusta riparazione. E non bisogna avere paura di fare tutto questo: la Chiesa attende e accompagna lentamente chi vuole convertirsi…”
    Il Sud oggi di nuovo alla ribalta per lo sciacallaggio dei politici persino sullo smaltimento delle ecoballe di spazzatura, il Sud preda di interessi illeciti di ogni risma, il Sud nelle mani della Massoneria che piazza i burattini di questo o di quel partito funzionale al potere nei posti e nelle liste più varie, tanto il risultato nei disegni di questa gentaglia dovrebbe essere quello di un governo sconfinatamente compromesso, è oggi preda assoluta della corruzione più grande. Lo dichiara esplicitamente la Conferenza episcopale calabra: 

    "Dobbiamo convenire che la corruzione è una delle componenti del mancato sviluppo della nostra regione. La corruzione ha tante forme: appropriazione indebita, false dichiarazioni nei confronti dello Stato, sperpero del denaro pubblico, sostegno politico a chi non lo merita, connivenze con metodi illegali di arricchimento. Dobbiamo reagire con fermezza e coraggio e San Francesco di Paola è per noi di esempio... Abituiamoci a non premiare con il nostro voto politico o amministrativo chi ha mal governato o ha dato prova di corruzione nella gestione della cosa pubblica".
    Affermano nel loro insieme i vescovi che basterebbe poco per guarire la ferita profondissima della disoccupazione, specialmente in Calabria: 

   ‘Le occasioni di lavoro possono essere create, senza aspettare i miracoli dall'alto’ - "La mancanza di lavoro nella nostra Regione è la piaga che diventa sempre più purulenta. Stiamo assistendo impotenti all'aumento dell'inoccupazione e della disoccupazione, alla fuga dei giovani dalla nostra terra: le menti più dotate, dei giovani più accreditati presso le nostre università, dei più promettenti, se possiamo esprimere tale giudizio su alcuni di loro. Se ancora una volta denunciamo una politica cieca in tal senso e imploriamo rimedi normativi ed economici ormai improcrastinabili, dobbiamo anche richiamare l'attenzione di tutti sul fatto che le occasioni di lavoro possono essere create, senza aspettare i miracoli dall'alto e sfruttando al massimo le possibilità che ci sono offerte dal nostro territorio, rinnovando il nostro modo di affrontare il problema del lavoro e guardando alle potenzialità e alle risorse della nostra terra…" 
   Prevarrà il monito esplicito e coraggioso della C.E.C. o il silenzio ottuso e connivente di qualche frangia di chiesa locale?

domenica 4 febbraio 2018

Hagia Hagathè (Oppido): IL 5 FEBBRAIO, L'ENIGMA E LA STORIA


di Bruno Demasi
    A  235 anni dal fatidico 5 febbraio 1783, spartiacque cronologico orribile tra i fasti dell'antica città mamertina e la faticosa ricostruzione ( mai terminata) non solo di muri e strade e case, ma soprattutto di quell'unità sociale e civile e forse anche religiosa  ancora oggi effimera, occorre dedicare almeno un momento di riflessione sul perchè di tante coincidenze, non ultima quella tra la data del terremoto e quella della festa antichissima che, da tempo immemorabile, si celebra proprio nella stessa data a Catania.
   Un fatto è certo: Sant'Agata, sebbene se ne sia quasi  dimenticato anche il nome, ha legato indissolubilmente il suo culto alla Piana di Gioia Tauro e a quella città che di gran parte della Piana stessa è stata a lungo in evo bizantino capostipite e faro.
    Storiograficamente sembra proprio che per il territorio della cosiddetta Tourma delle Saline la linea di demarcazione tra un’età nebulosa e priva di connotati chiari e una fioritura economica e sociale non indifferente sia il declino dell’anno Mille e l’inizio dell’ XI secolo. La situazione geostorica del meridione della Penisola in questi anni presenta tuttavia diverse realtà politiche in perenne conflitto tra loro: i Musulmani padroni di gran parte della Sicilia, desiderosi di espandersi in Calabria e in Campania; i Longobardi di Capua, Salerno e Benevento ; i Bizantini che governano mediante un “catepano” gran parte delle odierne Calabria, Basilicata e Puglia.
    Su questo quadro si innesta all’interno del cosiddetto Tema di Calabria quella che  con parecchie semplificazioni viene definita Tourma ( o "Valle")  delle Saline da quando Andrè Guillou nel 1972 ha pubblicato 47 pergamene greche riguardanti altrettante donazioni al vescovo di Hagia Hagathè (Oppido) verosimilmente responsabile della tourma stessa ,articolata, a sua volta, secondo l’uso amministrativo bizantino, in Drungoi, dei quali, appare nei documenti pubblicati dal Guillou (gli unici sinora conosciuti) quello di Boutzanon (località verosimilmente coincidente grosso modo con l’attuale Castellace), centro non solo rurale, ma anche amministrativo e “politico” di un territorio geograficamente importante, tanto da essere difeso da una torre di guardia con relativi annessi (pyrgos). 

    Il Guillou sulla base dei documenti greci da lui attentamente analizzati, considerando anche la Cronaca di Goffredo Malaterra e non trascurando alcune tra le più autorevoli ricerche condotte da studiosi locali prima del 1970, delinea i confini della Tourma delle Saline identificandola prima con il bacino del fiume Petrace e, subito dopo, generalizzando forse un po’ troppo, con l’attuale piana di Gioia Tauro che, come si sa, per la sua estensione fino al monte Poro, oltre a comprendere orograficamente il bacino del Petrace, comprende almeno l’altro grande bacino del Mesima, che probabilmente sarebbe aleatorio inserire geograficamente nel territorio della tourma delle Saline vera e propria.
    Tornando comunque su quest’ultima e sulla sua articolazione in drungoi , si nota con ogni evidenza negli atti greci di riferimento che all’incirca nel 1044 esisteva il kastron di Oppido ricostruito (dunque preesistente) e ripopolato e il Guillou, dopo una serie di congetture giocate su fonti locali o comunque della tradizione riguardanti la stratificazione nella stessa aurea non di due , ma di tre abitati in epoche diverse, preferisce fermarsi su un dato certo documentato nel 1044: una città fortificata bizantina costituita all’interno dello stesso territorio che aveva visto il fiorire di una città greca (Mamerto), poi quello di una fortificazione romana (Oppido), infine un a cui era stato dato il nome di Hagia Agathè , Sant’Agata. 

    I documenti pubblicati dal Guillou e le ricerche conseguenti non hanno ancora fornito i dati necessari per individuare con precisione la data di nascita del vescovado di Hagia Hagathè, ma ci consentono senz’altro di affermare che nel 1051 (data dell’atto che ne parla per primo) era già stato fondato il vescovado di cui trattasi, la cui cattedrale era stata dedicata alla Théotokos, la Gran Madre di Dio, il titolo della Santa Vergine che i padri del Concilio di Efeso avevano voluto con forza.
    Ma perché la denominazione della “nuova” città fortificata di Oppido “ Sant’Agata” ? Perchè la venerazione della martire catanese era fortemente legata a questa terra? Perchè il 5 febbraio, giorno del martirio della Santa, è diventato anche, storicamente, il giorno orribile del martirio di un'intera città, Oppidum, irrimediabilmente distrutta proprio un 5 di febbraio ( 1783) da un sisma rovinoso e sconvolgente?
    Sono tutte domande legittime e, almeno per il momento, prive di degne risposte sul piano storico-ecclesiale. Possiamo però cercare di capire quanto e come il culto della martire catanese sia stato e sia ancora grande e diffuso, tanto da far pensare che chi fondò questa nuova città importantissima a livello amministrativo sulle colline aspromontane che dominano la Piana abbia voluto in cuor suo porla sotto la protezione di una santa molto acclamata e venerata, per sottolinearne quasi non solo l'importanza strategica sul piano civile, ma anche quella di polo di evangelizzazione per una terra che ancora disconosceva in gran parte l'annuncio evangelico.
. . .
    Il martirio di Sant’Agata, oltre a testimoniare come a Catania sicuramente dal III secolo esistesse una comunità cristiana , per l' immediata diffusione del suo culto dopo la sua morte, non solo in città, ma anche fuori dal territorio etneo ci riporta a qualcosa di straordinario. Si ricorda a tal proposito anche l’iscrizione rinvenuta ad Ustica (Palermo), databile alla fine del III secolo dove si accenna ad una persona morta "il giorno di Agata". Circa la diffusione immediata anche in oriente interessante è la testimonianza di Metodio, Vescovo di Olimpo in Licia, morto nel 311 che nella sua opera “Simposium” fa riferimento ad Agata presentando la sua vita come modello di vita cristiana.
    La storia primitiva della chiesa di Catania registra al tempo della persecuzione di Decio nel 251 il martirio della vergine Agata. La martire viene non a caso segnata nel martirologio geronimiano e nel sinassario costantinopolitano e la sua fama diviene presto vastissima, tanto che già nel V secolo si erigono chiese in suo onore in Roma oltre che in tutta la Sicilia e in tutto il Meridione d' Italia...


      Un rapido excursus sulla diffusione del culto di Sant'Agata ci fa scoprire che in Italia la martire è patrona di 44 comuni, dei quali 14 portano il suo nome. Il titolo più antico di patrona lo detiene Catania. Qui la devozione è ovviamente più profondamente radicata e il nome di Agata, invocato a gran voce, implorato, glo­rificato, riecheggia quasi sempre nella storia della città. 

    All'estero sant'Agata è compatrona della Repubblica di San Marino e di Rabat, a Malta, dove una tradizione locale vuo­le che Agata si fosse rifugiata durante le per­secuzioni di Decio.  In Spagna Agata è la patrona di Villalba del Alcor, in Andalusia, dove esiste un simulacro ri­vestito di preziosi broccati. Sant'Agata è ve­nerata anche a Jeria, in provincia di Valencia, mentre a Barcellona le è stata dedicata la cap­pella del Palazzo reale, dove i re cattolici rice­vettero Cristoforo Colombo di ritorno dalla scoperta dell'America.  In Portogallo sant'Agata (in portoghese Agueda) è patrona di una cittadina che porta il suo nome, nella provincia di Coim­bra. In Germania è patrona di Aschaffemburg. In Francia molte sono le località sotto il pa­tronato di Agata: a Le Fournet, una città im­mersa nei boschi della Normandia, nel cui stemma cittadino, in onore della santa, sono raffi­gurate la palma, simbolo del martirio, e la te­naglia, strumento con cui venne torturata. In Grecia molte località portano il nome di Aga­ta e la santa si invoca per scongiurare i pericoli delle tempeste. In Argentina, dove è la protettrice dei vigili del fuoco, le è stata dedicata la cattedrale di Buenos Aires. In diversi altri punti del piane­ta ci sono luoghi di venerazione agatini, persino in America, dove esistono una Sainte Agathe des Monts nel Québec e una Sainte Agathe en Monitoba presso Winnipeg, in Canada. Ma an­che in India, a Viayawala, c'è un santuario a lei dedicato. 

    Stabilire comunque in modo esatto quanti sono in tutto il mon­do i luoghi di culto e i devoti di sant'Agata è un'impresa forse impossibile. A noi bastano però queste scarne notizie non certo per riempirci di stupido orgoglio se la nostra città primigenia era dedicata a questa Santa, ma per sentirci forse meno provinciali e un po' di più segmento di una cristianità amplissima che si sforza realmente di annunciare il Vangelo con la vita, come forse avveniva su queste terre già più di un millennio fa, come sicuramente non avviene oggi  quando  annunciamo  chissà quale vangelo e  in tutt'altro modo...