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mercoledì 23 aprile 2014

A TUTTO TONDO: L'ARTE NEL LEGNO D'ULIVO

di Michele Scozzarra

      Nonostante il periodo di grave crisi, soprattutto occupazionale, che la nostra realtà sta attraversando ormai da diversi anni, perché negare il piacere che ho riscontrato nell’imbattermi in una realtà, di lavoro e di arte, che mi ha reso evidente come, quando le idee hanno gambe su cui camminare e persone che credono che queste idee possano realizzarsi, allora viene fuori l’inventiva, la creatività, il lavoro, e perché no!, viene fuori anche l’arte.
     Questa realtà mi piace immaginarla come un laboratorio, dove possiamo vedere come dalla materia informe ricavata dal legno di vecchi ulivi, nascano delle forme che ci attraggono per la loro bellezza, in un lavoro che s’inserisce, a pieno titolo, nella grande tradizione della realizzazione di opere che richiamano ai grandi artisti che, nella nostra Regione, hanno lavorato il legno nelle varie epoche

storiche.

      “A Tutto Tondo” è un'azienda che nasce e opera a Cittanova, paese che domina la Piana di Gioia Tauro dalla terrazza più alta e si circonda di un maestoso mare argenteo di ulivi secolari. Proprio la presenza di questi "giganti" ha ispirato il perno su cui far ruotare tutta l'attività: la lavorazione artigianale del legno d'ulivo al tornio, per valorizzare un prodotto unico, caratteristico solo di queste zone e dalle origini antichissime.
       Il fascino di queste piante si trasmette al legno, mantenendo dei colori e delle gradazioni che nessuna tavolozza inventata dall'uomo potrebbe mai trovare. Si tratta di un legno duro, ma la fatica, le difficoltà e il tempo necessario alla realizzazione della scultura, sono poi compensate con la straordinaria bellezza delle sue venature. Spesso presenta delle lacerazioni, vere e proprie ferite vicino alle radici dalle forme tortuose, quasi animalesche e che costituiscono la parte più bella del legno offrendoci venature e striature dai disegni fantastici e dalle svariate tonalità di colori. Il legno d'ulivo calabrese rappresenta la migliore qualità tra quelle esistenti nei paesi del Mediterraneo.
      Le sue venature straordinarie conferiscono agli oggetti dei motivi artistici eccezionali. Si arriva quasi a confondere il legno con il marmo, se non fosse per il calore e la morbidezza che si avverte al tatto, nel toccarlo, per questo le peculiarità del legno rendono queste opere dei veri e propri pezzi unici, dove la materia prima usata smette di essere fredda e diventa vivissima.


       “A tutto tondo” si avvale del lavoro di Liana D’agostino e Valentina Alessi che insieme stanno portando avanti un lavoro che affonda le sue radici nei secoli e, attraverso una cultura che non è mai andata persa, ancora oggi riesce a tramandare qualcosa di bello ad una generazione futura, qualcosa anche di duraturo nel tempo che nel legno, trova una delle sue più alte espressioni.
       Mi piace scrivere di questa bella attività, come di una risorsa nella quale investire per il bene della nostra realtà, nella consapevolezza che “l’arte di saper fare bene” anche le cose, apparentemente, più semplici, possa rimanere il valore fondante e la principale ragion d’essere di questo “laboratorio d’arte”.

sabato 19 aprile 2014

CHRISTOS ANESTI ! Auguri di Buona Pasqua a tutti.

                                          di Bruno Demasi

          Questo l'augurio che in epoca bizantina risuonava su queste terre all'alba di Pasqua: "Christòs anèsti" - "Cristo è risorto", un annuncio cui si rispondeva immancabilmente affermando ad alta voce:  "Alithòs anésti" - "E' veramente risorto!" E che quest'annuncio dalle nostre parti fosse molto  usuale e fondamentale lo testimonia tutt'ora una consuetudine non da poco: il giuramento più serio, solenne ed importante, ancora oggi in dialetto si fa sull" Anesti" (resurrezione) del Dio fatto uomo.

       Con quest'annuncio antico e sempre nuovo voglio augurare a tutti  gli amici che mi leggono su questo blog Buona Pasqua! Buona resurrezione da ogni infelicità, da ogni forma di odio o di indifferenza o di paura!
     
     Christòs anesti!! Quel Cristo che all'alba del giorno dopo il sabato di 1981 anni fa non era più nel sepolcro, ma nella gloria e del quale l'umanità tutta si sforza ancora oggi di conoscere le sembianze. Quelle vere non le avremo mai, ma due si avvicinano più delle mille e mille altre che esistono create da mano d'uomo: sono la ricostruzione (in basso) che la NASA ha fatto del volto dell'uomo della Sindone e l'icona del Pantocrator (in alto) che si trova nel Monastero di Santa Caterina sul Sinai.
      Quest'ultima ,che mi ha sempre affascinato per l'eloquente dolcezza del volto deturpato dalle percosse subite e per l'incisività dello sguardo profondo,

secondo la tradizione, è la più vicina alle sembianze vere del Cristo. Sicuramente è la più antica giunta intatta fino  ai giorni nostri . Risale infatti alla prima metà del IV secolo, dipinta su tavola con tecnica a encausto (il colore si unisce alla cera a caldo). La sua conservazione è dovuta al luogo dove è stata tenuta e cioè nel monastero di Santa Caterina del Sinai (una fortezza costruita nel deserto per proteggere i monaci tra il 548 e il 565 dall’imperatore Giustiniano).La tavola misura 84x45,5 cm e risulta tagliata. Il Cristo dovrebbe essere seduto su un trono che si scorge dietro le sue spalle. Ha il nimbo (aureola) crociato, su fondo oro-verdastro cosparso di stelle dorate. È raffigurato frontalmente anche se si intuisce una leggerissima
torsione e il suo sguardo va sempre oltre. La sua veste (maphorion) forse inizialmente era rosso porpora perché era il colore imperiale.
    La mano destra è benedicente mentre con la sinistra regge un libro tempestato di pietre preziose.Degli studiosi statunitensi hanno sovrapposto questa immagine al volto dell’uomo della Sindone e, con sorpresa, hanno trovato degli elementi in comune e più di 250 punti di sovrapponibilità . Si consideri  che negli Stati Uniti bastano 60 punti per stabilire l’identità o la similarità di due immagini.
      Gli elementi in comune sono quelli che si ritroveranno poi in tutte le icone successive del Cristo, che probabilmente da questa hanno avuto tutte origine. Eccone alcuni:
- Il volto è asimmetrico: le guance sono diverse perché una è tumefatta e per tale motivo le sopracciglia non solo allo stesso livello. Se l’icona fosse stata inventata senza avere un modello, l’artista non avrebbe fatto tali errori! 
- Nelle icone di solito ci sono due o tre ciocche di capelli sulla fronte: nella Sindone compare un rivolo di sangue a forma di 3 rovesciato. Gli artisti, vedendo il telo in positivo, potevano pensare che erano dei capelli. 
- Nelle icone alla radice del naso spesso si trova un segno di un quadrato e una specie di “V”; anche nella Sindone compare, probabilmente dovuto alla trama del tessuto. 
- La barba è bipartita e anche i baffi non sono simmetrici. - Tra le guance e i capelli vi è un po’ di stacco e così essi appaiono lontani dal viso. 
- Gli occhi sono, nell’icona, spalancati e grandi: nella Sindone in positivo gli occhi sembrano aperti. 
- Naso lungo e diritto, orecchie piccolissime, non anatomicamente disegnate, la bocca piccola. 
- In coincidenza con la mano destra che benedice vi è la ferita del costato destro. 
     Dicono che  davanti a questa icona Romano il Melode (+ ca. 560) pregava
in questo modo Possa io vedere la tua immagine divina, con coscienza pura, e proclamare: A te conviene onore e adorazione, al Padre, al Figlio con lo Spirito, da tutta la creazione e sempre, nei secoli dei secoli, o Amico degli uomini”.
     A  questa invocazione mi unisco insieme a quanti leggono questo piccolo post pasquale.


giovedì 17 aprile 2014

SE NELLA CHIESA MANCA LA PROFEZIA, HA IL SOPRAVVENTO IL CLERICALISMO

 di Bruno Demasi

     Sul fatto che il più grande anticlericale della storia, tale galileo di nome Gesù Cristo ( che originariamente viveva nel Medio Oriente ed oggi vive nel mondo intero accanto a chi lo cerca e a chi non lo rifiuta a priori) un giovedi sera di alcuni anni fa abbia istituito il sacerdozio, non ci sono assolutamente dubbi. I dubbi sorgono quando si tenta di spacciare per missione o ruolo sacerdotale ciò che non  è, in quel caso - ahimè molto frequente ormai - subentra il clericalismo. Io affido la mia riflessione in questo senso a Papa Francesco che mi fornisce gratuitamente titolo e  materia per questo post.

     "Quando manca la profezia nella Chiesa, manca la vita stessa di Dio e ha il sopravvento il clericalismo: è quanto ha affermato Papa Francesco...Il profeta è colui che ascolta le parole di Dio, sa vedere il momento e proiettarsi sul futuro. “Ha dentro di sé questi tre momenti”: il passato, il presente e il futuro:
      “Il passato: il profeta è cosciente della promessa e ha nel suo cuore la promessa di Dio, l’ha viva, la ricorda, la ripete. Poi guarda il presente, guarda il suo popolo e sente la forza dello Spirito per dirgli una parola che lo aiuti ad alzarsi, a continuare il cammino verso il futuro. Il profeta è un uomo di tre tempi: promessa del passato; contemplazione del presente; coraggio per indicare il cammino verso il futuro. E il Signore sempre ha custodito il suo popolo, con i profeti, nei momenti difficili, nei momenti nei quali il Popolo era scoraggiato o era distrutto, quando il Tempio non c’era, quando Gerusalemme era sotto il potere dei nemici, quando il popolo si domandava dentro di sé: ‘Ma Signore tu ci ha promesso questo! E adesso cosa succede?’”.
      E’ quello che “è successo nel cuore della Madonna – prosegue Papa Francesco - quando era ai piedi della Croce”. In questi momenti “è necessario l’intervento del profeta. E non sempre il profeta è ricevuto, tante volte è respinto. Lo stesso Gesù dice ai Farisei che i loro padri hanno ucciso i profeti, perché dicevano cose che non erano piacevoli: dicevano la verità, ricordavano la promessa! E quando nel popolo di Dio manca la profezia – ha osservato ancora il Papa - manca qualcosa: manca la vita del Signore!”. “Quando non c’è profezia la forza cade sulla legalità”, ha il sopravvento il legalismo. Così, nel Vangelo i “sacerdoti sono andati da Gesù a chiedere la cartella di legalità: ‘Con quale autorità fai queste cose? Noi siamo i padroni del Tempio!’”. “Non capivano le profezie. Avevano dimenticato la promessa! Non sapevano leggere i segni del momento, non avevano né occhi penetranti, né udito della Parola di Dio: soltanto avevano l’autorità!”:
      “Quando nel popolo di Dio non c’è profezia , il vuoto   che    essa   lascia   viene  occupato dal

clericalismo: è proprio questo clericalismo che chiede a Gesù: ‘Con quale autorità fai tu queste cose? Con quale legalità?’. E la memoria della promessa e la speranza di andare avanti vengono ridotte soltanto al presente: né passato, né futuro speranzoso. Il presente è legale: se è legale vai avanti”.
        Ma quando regna il legalismo, la Parola di Dio non c’è e il popolo di Dio che crede, piange nel suo cuore, perché non trova il Signore: gli manca la profezia. Piange “come piangeva la mamma Anna, la mamma di Samuele, chiedendo la fecondità del popolo, la fecondità che viene dalla forza di Dio, quando Lui ci risveglia la memoria della sua promessa e ci spinge verso il futuro, con la speranza. Questo è il profeta! Questo è l’uomo dall’occhio penetrante e che ode le parole di Dio”:
         ‘Signore, che non manchino i profeti nel tuo popolo!’. Tutti noi battezzati siamo profeti. ‘Signore, che non dimentichiamo la tua promessa! Che non ci stanchiamo di andare avanti! Che non ci chiudiamo nelle legalità che chiudono le porte! Signore, libera il tuo popolo dalla spirito del clericalismo e aiutalo con lo spirito di profezia’”. (Sergio Centofanti per Radiovaticana, 16.12.'13)



martedì 15 aprile 2014

"TROPPI POLITICI A CASA DEI CAPIMAFIA..."


     E' questo  il titolo  del pezzo che  Ilaria Calabrò ha firmato ieri su "Stretto web", in cui viene messo in primo piano l'appello lanciato dal procuratore Nicola Gratteri  in merito alla discussione sul 416 ter e sulla necessità di innalzare le pene per i reati contro la pubblica amministrazione, strettamente connessi con i reati di ndrangheta...a molti livelli...

    ”Approfittiamo del semestre di presidenza italiana dell’Ue per iniziare a parlare della questione della omologazione dei codici. Per una seria lotta alle mafie, bisogna istituire in Europa il reato di associazione mafiosa”. E’ l’appello che lancia il procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, nella sua audizione in commissione Antimafia. ”In Italia – fa notare Gratteri – e’ possibile fare l’arresto ritardato o il sequestro ritardato, cosa che invece non e’ possibile fare in Olanda, Belgio, Germania, Spagna o Portogallo. La legislazione antimafia italiana – sottolinea – e’ la piu’ evoluta al mondo, anche se non mi appaga e servirebbe riformare i codici. Sfruttiamo allora il semestre di presidenza europea affinche’ almeno per una volta l’Italia possa insegnare la legislazione antimafia a un’Europa che non vuole sentire, perche’ la mafia non e’ un problema solo italiano”. ”Perche’ l’Europa e’ cosi’ piena di latitanti? – ragiona Gratteri nella sua audizione alla bicamerale di palazzo San Macuto – perche’ nessuno li cerca. Se nessuno indaga In Europa, si continuera’ a dire che la mafia e’ una fissazione solo degli italiani. Pensate che in Svizzera ci sono decine di ‘Locale’ di ndrangheta, ma il reato che contestano, analogo al nostro di associazione mafiosa, e’ quello di ‘associazione segreta’, per la quale la pena prevista va da 1 ai 5 anni”. ”In Europa le mafie non sparano alle serrande: vendono cocaina e fanno riciclaggio -rimarca il procuratore aggiunto di Reggio Calabria- c’e’ difficolta’ a fare indagini ma dobbiamo fronteggiare una ‘ndrangheta evoluta e ‘laureata’ sia in Calabria sia nel mondo”.
    ”Dobbiamo essere piu’ seri e innalzare le pene per tutti i reati che riguardano la pubblica amministrazione” ha aggiunto Gratteri, parlando nella sua audizione in commissione Antimafia, della normativa in discussione sul 416 ter, sui rapporti tra mafia e politica. ”Perche’ – chiede Gratteri – e’ meno grave l’accordo tra un mafioso e un politico rispeto al reato al reato di un mafioso che chiede la mazzetta a dieci commercianti?”. ”Il rito abbreviato e il patteggiamento – rimarca Gratteri – sono sconti fatti alle mafie. I mafiosi – taglia corto il procuratore – hanno paura solo di due capi di imputazione: l’omicidio e il traffico internazionale di droga, perche’ per questi reati le pene previste sono alte”.
    ”La ‘ndranghera e’ piu’ forte rispetto a venti anni fa, perche’ e’ piu’ ricca. Sono i politici che vanno a casa dei capimafia a chiedere pacchetti di voti in cambio di appalti. Se questo avviene vuol dire che nel comune sentire si ritiene che il modello vincente e’ quello del capomafia, che interviene anche per un appalto di un marciapiede” ha detto ancora Gratteri, nella sua audizione, ancora in corso, in commissione Antimafia. ”Mai un capo ‘Locale’ di serie A si e’ finora pentito – ha fatto notare Gratteri – la ‘ndrangheta non e’ piramidale come Cosa Nostra, esiste l’unita’ della ‘ndrangheta ma all’interno di una ‘Locale’ nessuno puo’ interferire”. ”La criminalita’ organizzata – ha aggiunto il procuratore reggino – esiste perche’ si nutre del consenso popolare. Se la ‘ndrangheta stessa ferma, verrebbe individuata. E invece vive e si nutre tra di noi. E’ una minoranza ma organizzata”. E anche la religione e’ terreno di conquista o di consenso: ”Gli ndranghetisti sono molto legati alla Madonna di Polsi, custodiscono immagini di S. Michele Arcangelo e, new entry negli ultimi anni, nei covi dei latitanti abbiamo trovate immagini di Padre Pio”.
    ”I soldi illeciti vengono investiti da Roma in su: ‘ndrangheta e camorra comprano tutto cio’ che e’ in crisi. E lo stesso avviene in Europa. Ci risultano decine e decine di locali comprati in Olanda, Gemania e in altri Paesi”, ha detto ancora Gratteri.(Ilaria Calabrò su Stretto Web,14.04.'14)

venerdì 11 aprile 2014

LA SCOMPARSA DI SAVERIO STRATI

UN GRANDE NARRATORE  D'ASPROMONTE  E DEL MONDO 
TROPPO PRESTO DIMENTICATO

di Michele Scozzarra e Bruno Demasi

     E’ morto a Firenze Savero Strati, uno scrittore vero che ha conosciuto l’Aspromonte sul serio, e non solo per esserci nato e vissuto, ma   per avere amato e odiato  visceralmente questa terra sublime . La misura della palude in cui siamo caduti  è l’indifferenza davanti a questo evento, l’ignoranza pressochè totale delle giovani generazioni di uno scrittore che ha aperto nuove vie alla letteratura calabrese e, con le sue opere, ha onorato la Calabria intera e  tutto il Meridione, dando al contempo   grandi lezioni di umanità e di umiltà.

    Nelle nostre scuole superiori, dove si consumano orrendi crimini quotidiani  di voluta   ignoranza della nostra cultura locale, forse pochi docenti hanno proposto ai loro allievi le sue stupende pagine e pochissimi sono riusciti a farli innamorare della nostra letteratura, di cui Strati è un pilastro.

     Con lui infatti  la letteratura Calabrese ha aperto nuove vie perché è diventata più oggettiva e concreta, e meno attaccata al sentimentalismo e al “campanile”, così come lui stesso ebbe a dire: “Per quanto mi riguarda credo che nei miei libri, soprattutto da “Noi lazzaroni” in poi (e sono tanti ormai), non esista per niente il piagnisteo, ma c’è una convincente presa di coscienza dei poveri; inoltre c’è la spinta e l’incitamento a operare da noi, a non aspettarsi che verranno gli altri a salvarci, a risolvere i nostri drammatici problemi”.

     Saverio Strati è stato in grado di gettare un ponte tra la letteratura calabrese e quella italiana, che lui definiva “nazionale” perché riteneva che ogni calabrese è anche italiano: Anzi – sosteneva Strati – ogni calabrese è calabrese, italiano, europeo e, soprattutto, mediterraneo. Quando un’opera d’arte è opera di poesia, non è opera calabrese o italiana: ma è opera d’arte, opera di poesia…”, ma  ha tentato soprattutto  di fare i conti con la realtà calabrese, sempre più inquieta, riuscendo ad afferrarla e esprimerla, nonostante la trasformazione della società che avveniva sempre in maniera più rapida. E il suo dire sulla Calabria non era da lui ritenuto un impegno o un costume, e tanto meno un bisogno nostalgico così come lui stesso ha voluto più volte rimarcare: “Il mio dire sulla Calabria è un peso che ho dentro, un bisogno fortissimo di raccontare; e racconto infatti per liberarmi del peso che mi sta dentro l’essere. Se poi nelle storie, che ormai sono tante, c’è qualcosa di valido tanto meglio per me e anche per la Calabria. Ma una cosa voglio sottolineare, forse orgogliosamente: in nessun momento, in nessuna circostanza gli scrittori italiani mi hanno fatto sentire scrittore marginale, scrittore di una regione depressa…”.

      Il 16 agosto  prossimo avrebbe compiuto novant'anni, e ci  si stava preparando nel suo paese di origine (Sant’Agata del Bianco) al giusto riconoscimento, benché tardivo. Beneficiario dal 2009, perché povero,  del sussidio della Legge Bacchelli (un assegno vitalizio «alla luce degli speciali meriti artistici riconosciuti»), Saverio Strati nel 1977 aveva vinto il premio Campiello con il romanzo "Il selvaggio di Santa Venere”.

    A lui  anche la cultura della Piana di Gioia Tauro deve molto: certi affreschi palpitanti della realtà contadina abbiamo potuto gustarli e farli gustare negli anni Settanta del secolo scorso ai nostri ragazzi attraverso la lettura di “Tibi e Tascia”, un capolavoro narrativo in seguito inspiegabilmente trascurato, o addirittura dimenticato, nelle scuole a favore di romanzetti futuribili e insipidi di dubbio valore artistico…oltre che etico.

    Una studiosa tedesca dell’opera di Strati ha sottolineato che basta leggere una sola pagina di uno dei suoi romanzi, per rendersi conto dell’inquietudine delle popolazioni dell’Europa meridionale e dei calabresi in particolare… Ci auguriamo che questa inquietudine ci spinga a ribellarci al torpore in cui vegetiamo e a rileggere o a leggere la narrativa di questo grande calabrese…senza aspettare i soliti concorsini a premi, in memoria,  banditi nelle scuole con scarso senso dell’umorismo prima ancora che con difetto assoluto di   conoscenza della nostra realtà culturale.