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sabato 28 febbraio 2015

LA LEGGENDA DELLA RELAZIONE INCESTUOSA TRA NDRANGHETA E BRIGANTAGGIO

di Bruno Demasi
   Quando, come in questi giorni, il leghismo settentrionale impastato di fascismo scende a patti, per analfabeti calcoli elettoralistici, con il cosiddetto brigantaggio meridionale, ( che pur di fare un dispetto ai governicchi succhiasoldi inventati da un tale Giorgio Napolitano non esiterebbe ad allearsi persino con il loro peggior nemico di sempre, cioè il reale separatismo del Nord), riprende ad attanagliarci la domanda di sempre: perché è nata la leggenda dell’ambigua relazione tra 'ndrangheta e brigantaggio calabro?
    Se ci dessimo la risposta più semplice potremmo forse affermare che tornava e torna ancora comodo agli “uomini d'onore”, alla perenne ricerca del consenso, ingentilire le loro origini e presentarsi come gli eredi dei briganti che nell'immaginario popolare continuano ancora oggi a godere di una rappresentazione ben diversa da quella che si trova nelle carte dei processi o nelle informative di polizia dell'epoca: eroi perseguitati che sanno vendicare le ingiustizie e si danno alla macchia per vivere una vita libera e senza padroni.
    Comunque sia, è un dato di fatto che già al tramonto del primo decennio dopo la famigerata proclamazione dell'Unità il brigantaggio calabro era pressoché scomparso, mentre la 'ndrangheta spiccava il salto nel nuovo stato dove sarebbe cresciuta con la complicità delle classi dominanti per giungere sino a noi più che mai vitale e oggi persino con nuove parentele e comparaggi massonici di rango. Tanto che se i briganti sono ormai relegati nella retorica dei libri di storia e nei musei, gli 'ndranghetisti hanno invece  invaso l'Italia e il mondo.
    Ciò non toglie affatto che brigantaggio, quello vero, sia stato un fatto di popolo che interessò buona parte della Calabria, almeno dalla provincia di Cosenza alle attuali province di Catanzaro e di Crotone.
    La provincia di Reggio Calabria, come al solito, aveva infatti ben altri problemi per ribellarsi, con o senza briganti. E il prefetto reggino Cornero scriveva di camorristi che tra il giugno e il luglio 1861 «infestavano in deplorevole modo» la città, da Gallico, comune di 5.000 abitanti  e uno «sparuto numero» di camorristi spadroneggiava al punto che i cittadini si sentivano «minacciati nella vita» e costretti a non parlare e a non fare denunce alle autorità.
    Emergeva cioè, a differenza di altre zone calabre dove vigeva il brigantaggio vero e proprio, soltanto una presenza criminale che operava nell’omertà diffusa e che pochi valutarono nella sua reale virulenza, convinti che fosse trascurabile espressione degli strati sociali più poveri e miserabili. Non si calcolava neanche per scherzo il mutamento che sarebbe potuto intervenire nel giovane diventato picciotto quando, bardato dei segni esteriori del suo rango — “camuffo annodato al collo, cappellaccio conico” —, assumeva “un'aria spavalda e provocante” armato di coltello a serramanico, come lo descriveva il medico Melari di Reggio, che per ragioni professionali era costretto a frequentare tutti gli ambienti, anche i più malfamati,della città.
    Significativo anche che già nel 1869 le elezioni amministrative di Reggio Calabria furono annullate non certo per l’esistenza di briganti, ma per veri e propri brogli elettorali ordinati da chi se ne intendeva e  dovuti esattamente a interferenze mafiose e  che furono abbondantemente utilizzati da chi di dovere nella competizione politica. Fu senz’altro il primo comune sciolto per mafia!Un seme che avrebbe dato nel tempo copiosi frutti…!
    Ma sull’intero Aspromonte la 'ndrangheta si espandeva utilizzando l'immagine di uno Stato che appariva ed era lontano, proponendosi come un'associazione capace di governare territori e di selezionare le classi dirigenti , condizionandole o addirittura eliminando ,anche fisicamente, chi non s'adeguava.
    Inutile riaffermare qui che le zone di brigantaggio e quelle di ndrangheta non coincidono, anzi sono fisicamente distanti: nella Sila e, in genere, nei latifondi calabri c'erano  briganti e contadini che occupavano le terre, ma non 'ndranghetisti, mentre sull’Aspromonte picciotti e  non briganti, tranne la meteora romantica di Giuseppe Musolino che giganteggiò a fine secolo.
    Da Roma, dove ormai viveva, Corrado Alvaro nel 1925 scriveva che «i forestieri, quando si ricordano della Calabria, parlano sopratutto dei briganti. Ma, per la verità, pochi sanno che cosa sia stato veramente il brigantaggio e come sia nato». Oggi un forestiero che si dovesse ricordare della Calabria parlerebbe della strage di Duisburg dove furono uccisi sei Santolucoti o della riunione di 'ndrangheta svoltasi nel settembre 2009 nel santuario di Polsi e farebbe di tutte le erbe un fascio sentendo parlare di brigantaggio calabro.
    Che la 'ndrangheta possa essere una filiazione o un’innaturale partner del brigantaggio sono convinti in molti e forse si pensa ancora che i picciotti di giornata ne siano gli eredi naturali, ma se ci proiettiamo nella situazione esistente in Calabria in quell ’alba del 19 agosto 1860 quando Garibaldi sbarca a Melito Porto Salvo, osserviamo che i Piemontesi non hanno neanche bisogno di combattere, perché l'esercito borbonico si è quasi liquefatto già all’annuncio dell’arrivo dei Mille, o di quanto ne restava, che  essi riuscirono ad attraversare la regione facendo una vera e propria passeggiata durante la quale depauperarono per sempre il locale patrimonio di ricotte, vino e galline con o senza tuppo.
    Solo quando arrivarono alle porte di Rogliano,  Garibaldi , il 31 di agosto, emanava un laconico e ruffiano decreto: «Gli abitanti poveri di Cosenza e Casali esercitino gratuitamente gli usi di pascolo e di semina nelle terre demaniali della Sila. E ciò provvisoriamente sino a definitiva disposizione».
    I contadini calabresi lo avevano infatti accolto sventolando le bandiere tricolori sicuri del cambiamento delle loro condizioni di vita e lui , con quel  decreto sembrava dar loro ragione. Ma si trattava solo di un contentino al dissenso contadino che non metteva minimamente in discussione la proprietà delle terre, sebbene "il comandante" fosse arrivato nelle Calabrie ricco di buona fama per quello che aveva fatto in Sicilia dove con decreto del 2 giugno 1860 aveva stabilito che i combattenti per la libertà avrebbero ricevuto in compenso ampie quote di terreni demaniali. Era il motivo per cui a Savelli, prima ancora dell'arrivo di Garibaldi, il 16 agosto, i contadini avevano letteralmente invaso le terre comunali al suono delle campane che dava all’occupazione quasi una connotazione sacra.
    La delusione immancabile arrivò appena dopo cinque giorni dall’emissione dell’editto di Rogliano, quando Donato Morelli, posto da Garibaldi a governatore della Calabria Citra, emanò un decreto interpretativo del primo che di fatto ne azzerò l'efficacia. Il fatto era chiarissimo in quanto il Morelli apparteneva a una famiglia accusata di essersi appropriata di grandi estensioni di terreno in Sila, come pare avessero anche fatto altre nobili famiglie del luogo , alcune delle quali si erano schierate contro i Borbone perché ne temevano la politica silana ed avevano dato vita in provincia di Cosenza a un comitato liberale che era a tutti gli effetti un «comitato di usurpatori», com'ebbe a scrivere il poco ricordato e acutissimo storico palmese Antonino Basile, che ho avuto la fortuna di conoscere come mio preside negli anni di scuola superiore.
    Lo stesso Vincenzo Padula, il sacerdote di Acri che fu tra i primi a dibattere apertamente i temi di quella che sarebbe stata chiamata da lì a poco "questione meridionale", aveva bollato gli usurpatori dei terreni della Sila come “ ladri in giamberga”.
    E’ vero anche che proprietari terrieri avevano paura dei «comunisti », vale a dire di quei contadini analfabeti e ridotti in miseria che, pur non avendo letto una riga del Manifesto di Marx ed Engels, avevano occupato le terre già dodici anni prima dell’arrivo di Garibaldi, rivendicandone il possesso e mettendo a coltura quelle abbandonate.
    Ma questa verità non fece mai comodo alla storiografia ufficiale e quando Diomede Pantaleoni, inviato in Calabria, nel 1861 riferì al ministro dell'Interno Minghetti che sulla Sila esisteva «uno stato sociale che colpendo di povertà soverchia una classe, la spinge al delitto e al brigantaggio: un saggio governo debbe operare una riforma sociale ad evitare una rivoluzione sociale», nessuno se ne curò: i Piemontesi erano troppo occupati non a costruire l’Italia, ma ad ingrandire il loro regno e preferirono bollare come briganti i contadini e passarli per le armi.
    Qualcuno pensa che ciò sia stato un tragico errore perché le ragioni del brigante diventarono le ragioni del popolo che aiutò i briganti in tanti modi. Sicuramente è stato l’inizio di un tragico equivoco nel quale sguazziamo ancora oggi quando continuiamo a confondere e a insegnare ai nostri figli (ammesso che nella scuola del Sud si insegni ancora qualcosa), con l’aiuto dei libri di storia, che brigantaggio e ndrangheta sono sostanzialmente una sola carne, anzi sono il Sud, sono la Calabria.
    E vanno ancora aspramente combattuti o lasciati in pasto a chi, col beneplacito o su indicazione dei palazzi romani,  sa farsi acclamare e sa anche mangiare a dismisura…!

giovedì 26 febbraio 2015

L’ARTE DI DON LITTARU ( Racconto )

di Nino Greco
   Il racconto breve di argomento aspromontano (L'Aspromonte è anche una categoria dello spirito)  vede in Nino Greco un cultore attento e formidabile che ritrova in questo genere letterario, nel quale si sono cimentati con grandi esiti tanti scrittori calabresi, come Mario la Cava, un modo per riportare alla luce  la forza narrativa dei vecchi che  raccontavano insegnando  a giovani e  piccoli: pedagogia allo stato nascente per educare divertendo . Un'altra bella prova di questo già affermato  scrittore, preceduta da tante  sue avvincenti pagine di narrativa già  pubblicate e  in attesa dell'imminente edizione del suo primo romanzo ("La tana del fajetto")  edito da Pellegrini. (Bruno Demasi).
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-Mastru Littaru! Mastru Littaru! -
 Una voce lo schiantò mentre era preso a cuvare 'na cucchiara da un pezzo di legno di rangara amara.
- Cu è?- chiese, rispondendo.
- Ieu ! - come se quel “ Ieu” valesse per nome, cognome e paternità.
“Un cliente e un nuovo lavoro? Forse”. Pensò mentre scendeva la scala che portava al basso. Don Littaru fece veloce quegli scaloni. Da un po’ di tempo non gli commissionavano lavori né per casce né per stipi né per altro; il suo daffare si limitava a qualche cucchiara e a marruggi i zappuni e di cugnati.
   Fu giù. L’uomo che aveva chiamato, nel frattempo, si era infilato dentro e, dopo averlo liberato da un sacco di zombara, poggiò sul banco, con la cura e il riguardo che si deve a un cimelio, un banale pezzo di legno.
- Mastru Littaru, mi serve nu mandali po’ gajnaru, ho portato un pezzu 'i nucara –
  Don Littaru aggrottò la fronte, assestò il lapis sull’orecchio, guardò il legno e, con un inizio di balbuzie nervosa, incalzò:
- In pratica io dovrei modellare questo pezzo di legno che faccia da chiavistello alla porta dove voi tenete le galline?- enfatico e strafottente.
- Mastru Littaru, nu mandali! Sì, sulu nu mandali po gainaru e jeu vi pagu! – Timido, con lo sforzo di essere ancora più chiaro.
- Intanto, precisiamo, io sono Don Littaru! E non Mastru Littaru. Sono ebanista e maestro nel lavorare il legno a intarsi; lavori così, di mandali per le porte, li fanno i menzi chianozzi!- chiarì, scocciato.
- Non pe' mala crianza Mastr…anzi Don Littaru, se non faciti sti lavuri vaju a natra vanda, perdunatimi se vi fici ‘ncazzari-
Si scusò l’uomo mentre rimetteva nel sacco di zombara il pezzo di nocara, pronto a prendere la via dell’uscio.
- Per quando vi serve?- Riprese Don Littaru, stavolta molto più disponibile, come a voler frenare i passi dello strano cliente che si stava già avviando all’uscio.
   L’uomo lo guardò, cercando di cogliere il motivo per cui, Don Littaru, aveva abbandonato la superbia
- Pe' quandu stati commitu vui- meravigliato per il repentino cambio d’umore.
- Tornate dopodomani, sarà pronto – disse Don Littaru, mentre srotolava di nuovo il pezzo di nocara dalla
- Quantu sordi ndaju u vi portu?- spiò ancora l’uomo.
- Voi avete detto di avere delle galline?- chiese Don Littaru.
- Sì, diciotto gajini, ddu gaji cincu pàpiri e nu nuzzu- precisò l’uomo.
- Ecco, come compenso portatemi quattro uova-
- Comu voliti vui, summastr…scusati! Don Littaru! –
  Stava “inciampando” ancora, ma fece in tempo a correggersi, e mentre si avviava:
- Allura v ’i portu i pàpira, simu a marzu e ora tornanu a fari l’ova -
  Disse compiaciuto per aver risolto il problema del mandale e certo di fare cosa gradita a Don Littaru:
   Don Littaru era così. In un attimo balzava sopra le cime della sua arte, si abbarbicava e squadrava tutti
   Era nativo di Messina, il suo nome lo rivelava. Littaru (da Letterio), figlio di quella città che venera la Madonna della Lettera. Insolito nome di uomo, e uno degli innumerevoli nomi di Madonna.
   Secondo quanto si narra, nel 42 d.c. san Paolo, durante i suoi viaggi capitò a Messina, dopo aver predicato e invitato alla conversione le genti della comunità messinese, stava per tornare in Palestina, quando alcuni messinesi chiesero di poterlo accompagnare per conoscere la Madonna di persona.
   Fu così che un gruppo si recò in Palestina facendosi portatore di una lettera, della comunità messinese, con la quale veniva invocata a Maria la protezione della città.
   La Madonna li accolse e, in risposta alla loro lettera, inviò indietro una sua, scritta in ebraico, arrotolata e legata con una ciocca dei suoi capelli. In essa dichiarava di gradire la loro devozione e assicurava loro la sua perpetua protezione.
   Da allora la devozione dei messinesi crebbe e si rafforzò, ne è tuttora prova la statua posta all’ingresso del porto alla cui base vi è scritto: “Vos et ipsam civitatem benedicimus”, frase estrapolata dalla lettera che la Madonna inviò ai messinesi.
   Don Littaru aveva lasciato l’altra sponda dello Stretto per “raggiungere la moglie nelle Calabrie”, così diceva. L’aveva conosciuta per caso quando, da discepolo, era andato a Oppido per montare un telaio insieme al suo mastro. Tra le allieve della maistra, i suoi occhi caddero su una ragazza minuta e mora. Se ne innamorò e dopo qualche tempo mandò la ‘mbasciata al padre per chiederla in moglie. Appena sposato si trasferì a Oppido e aprì subito la bottega di falegname, affittando, al centro del paese e sul corso, un piccolo basso per guadagnarsi la pagnotta con la sua attività d’intarsiatore ed ebanista.
   Si dichiarava tale, ma il paese era talmente povero che i falegnami oppidesi soddisfacevano già le necessità dei pochi benestanti, per cui poco c’era ed era da spartire.
   Ne penava. Oltre ai pochi denari, soffriva il non poter sfoggiare il suo ingegno. Alle pareti della sua bottega pendevano tanti campioni di legno lavorato, incastri tra legni di diverso colore. Un campionario per palati fini, ma nulla: in quel paese sembrava avessero solo bisogno di marruggi. Era così. Gli abitanti di Oppido erano quasi tutti contadini e massari, pochi i nobili e pochi i benestanti.
   Nella parete centrale, e in bella mostra, spiccava una tavolozza scolpita in bassorilievo:  “Datinci l’arti a cu la sapi fari e no a cui guarda pecuri e muntuni”
   Quella frase la diceva lunga sul riguardo che portava nei confronti degli altri falegnami. Per lui erano tutti menzi-chianozzi o carpenteri.
   Superstizioso all’eccesso, temeva il piccio e pensava che la causa della mancanza di commissioni fosse da attribuire al malocchio. Aveva affisso una ‘cciampa di cavallo sopra il telaio esterno della porta della bottega e all’interno un corno rosso per catturare l’attenzione di chi entrava e per distrarre le occhiate malefiche degli avventori. Aveva persino rimosso la stampigliatura del diciassette, il numero civico.
- Il mio numero civico? Non c’è mai stato! – rispondeva.
  Un ciondolo di manuzza con le corna gli pendeva dal bottone della bretella sinistra, pantaloni ascellari retti, appunto, da bretelle; gambale a tre quarti larghe e sventolanti all’altezza del polpaccio. Sopra l’orecchio destro un lapis appuntito sempre a portata di mano pronto per segnare improbabili misure. I capelli: due bordure laterali disordinate che incorniciavano una, ormai, lucida chirica che dalla fronte arrivava alla nuca.
   Umorale, introverso e incazzoso se minimamente qualcuno dubitava della sua maestria.
   Era ‘nnestato ‘ndo serbaggiu, riottoso con chiunque, tantoché tutti i suoi lavori li eseguiva nel piano alto della sua bottega, per evitare gli occhi invadenti dei passanti e degli occasionali visitatori. Non voleva rivelare i trucchi del mestiere né esporsi ai malocchi.
    Nel basso aveva parato un banco con morsa, poi una pialla e all’angolo in fondo la sega circolare; un nuovo ritrovato della tecnica per tagli precisi e veloci; nella parete di fronte una stufa a legna, per dare caldo e fumo nelle giornate di levante. Era un sali-scendi continuo, lavorava i pezzi giù, poi saliva al piano sopra e metteva insieme.
   Al centro del basso due tavoloni su dei cavalletti fungevano da banco lavoro; tutt’intorno, poggiati alle pareti, ritagli di legni di ogni genere e di ogni misura.
...
    Una mattina non sentì bussare alla porta del basso; lui era, come il solito, al piano di sopra. Un signore con cappello a larghe tese, panciotto e cravatta, baffi sporgenti rivolti verso l’alto, sigaro pendulo al labbro, bussò ancora più forte:
- Cu è! –
   Nessuno rispose, il signore non si mosse nè tornò a bussare, rimase immobile davanti all’uscio della bottega. Don Littaru, non udendo altro e convinto di avere sentito il busso, aprì la piccola anta del piccolo balcone e sporse la testa:
- Cu è !- richiese.
   Il signore fece un passo indietro alzo il capo e lo fissò un attimo.
- Buongiorno, siete voi Mastro Letterio?-
- Sì, sono io …Don Littaru!- Il tono stava montando sull’indispettito. Era urticante sentirsi chiamare “mastro” e, mentre trovava il tempo per cominciare a incazzarsi, rifletté sul fatto che quell’uomo l’aveva chiamato col nome di battesimo.
- Che volete?-
- Vorrei parlarvi per un lavoro – chiarì il signore.
   Non gli diede il tempo di finire la frase.
- Scendo!- si catapultò per le scala e in un attimo fu giù.
  Aprì le due ante vetrate e fece cenno di accomodarsi. L’uomo, entrando si levò il cappello in ossequio al luogo e a Don Littaru e mentre lo portava al petto, pronuncio:
- Sono il Marchese Altiero Falvetti di Seminara, sono qui a disturbarla dopo aver ricevuto consiglio da mio cugino Augusto d’Alcontres, erede del Marchesato di Roccalumera, Duca di Saponara e di Furnari- seguì un leggero inchino in segno di saluto col garbo dal sapore nobiliare.
- Suppongo lei ricorderà mio cugino, il marchese Augusto d’Alcontres, è stato lui a suggerire di rivolgermi a voi –
   Don Littaru ‘rrestau‘mmagatu, tutto si aspettava tranne la visita inaspettata di un signore mandato per giunta da una sua vecchia conoscenza: il Marchese d’Alcontres a cui, insieme al suo mastro, a Messina, avevano per anni fornito i servigi con la loro maestria.
- Sì, sì, mi ricordo del Marchese, che galantuomo!- Esclamò, rompendo l’emozione che l’aveva pervaso in quei momenti di presentazione.
- Orbene, Mastro Littaru, … perdonatemi! Don Letterio, approfitto della vostra bontà, la mia visita non è casuale –
- Non vi preoccupate, chiamatemi come volete, va bene anche Mastro Littaru –
    Era bastata una figura dal piglio rispettabile, raffinata, dai toni gentili e potenziale cliente importante, per spogliare Don Littaru dalla sua ostinata supponenza.
- Vedete, Don Letterio, a Seminara vi sono tanti bravi falegnami, tutti eccellenti mastri; artigiani che in tutti questi anni, chi per un verso, chi per altro, sono stati vicini e hanno lavorato per il nostro casato, ma per ciò che mi serve ora, non potevo rivolgermi a loro, e così mio cugino mi ha suggerito di rivolgermi a voi – 
   Don Altiero nella premessa gli aveva riservato un apprezzamento e ora Don Littaru fremeva: voleva il motivo della visita.
- Vi devo commissionare un lavoro che reputo sia particolare, per come lo intendo io: occorre che lei tiri fuori il senso dell’arte, la padronanza del mestiere e la capacità di concepire il lavoro nel suo complesso. Insomma più che un esecutore materiale lei dovrà essere un artista, completo! E se sono qui è perché credo, così come dice anche mio cugino, che voi abbiate queste qualità-.
   Il tono, l’enfasi e la declamazione delle condizioni, andarono a segno nell’animo di Don Littaru e gli stavano smuovendo anche le viscere.
   Se avesse avuto la coda da pavone Don Littaru l’avrebbe aperta in un attimo. Quelle parole erano bastate
    Troppo tempo aveva atteso per godere giustizia. Tanti lavori, per lui banali, avevano depresso il suo spirito e pestato le sue sensibilità, anche se, fino a lì, avevano dato pane alla sua famiglia.
   Sentiva quel momento come il destinato. L’attimo che si aspetta una vita. Stava provando il principio del vero apprezzamento. Le premesse di Don Altiero l’avevano inorgoglito, ora era giunto il tempo di mostrare le sue qualità e la sua arte, ma ancora non aveva inteso bene di cosa si trattasse.
- Sono qui per servirvi, a vostra completa disposizione! Ditemi in cosa e sarò pronto a eseguire qualsiasi commissione! -
   Imbarazzo, emozione e riverenza si mischiarono al punto che la voce di Don Littaru stentò, per un attimo si sentì miserrimo, pensò di non essere all’altezza dell’incarico che Don Altiero stava per dargli.
- In cosa debbo servirvi? - fremente, incalzò.
   Don Altiero sbottonò il doppio petto, infilò la mano in direzione della mariola della giacca e tirò fuori un foglio, lo poggiò sui tavoloni, lo aprì e agli occhi di Don Littaru apparve una foto.
- Ecco – disse Don Altiero – questo è ciò che mi serve e che vorrei!-
   Don Littaru prese in mano la foto e, in modo chiaro, apparve ai suoi occhi un biroccio: un carretto a due ruote con tettuccio in pelle.
- Ne vorrei uno simile, un po’ più comodo nella seduta; come vede io sono sul robusto; inoltre gradirei che nelle stanghe e nello schienale della seduta fosse incisa l’arma nobiliare della mia famiglia, con accanto, le cifre del mio nome – mentre diceva ciò tirò fuori dalla tasca della giacca un foglio minuto in cui c’era riprodotto lo stemma del casato.
- Questi motivi mi hanno portato fino a qua - precisò Don Altiero.
- Ve la sentite?-
    Don Littaru non stacco gli occhi dalla foto. Il lavoro gli parve subito semplice: le parti in ferro le avrebbe commissionate a Mastru Colino, per la pelle avrebbe fatto una iuta a Messina da un artigiano che foderava divani, e la parte in legno sarebbe stata cosa sua.
   Si tirò il pari e dispari e senza esitare:
- Don Altiero, questo lavoro lo farò e voi rimarrete a bocca aperta. Non solo scolpirò lo stemma del vostro casato, con inserti di ebano, noce e frassino, ma il vostro biroccio, ve la potrete vantare, non avrà né un chiodo né un bullone! – disse con sicumera, convinto di essere all’altezza del compito.
    Don Altiero si aprì in un sorriso, la smania che mostrava Don Littaru gli donava la sensazione che lo stesso avrebbe iniziato il lavoro con l’entusiasmo e il piglio giusto.
- Datemi qualche giorno, voglio fare l’elenco di quanto mi serve poi verrò a Seminara per comunicarvi quanto sarà l’incomodo per il lavoro completo -.
   Don Altiero annuì. Non sarebbe stato un problema far fronte a qualsiasi spesa, ma era giusto capire di che morte morire.
- Don Littaru! Siccome verrete a palazzo, vi farò avere due piastre in ottone raffiguranti due scene di caccia donatemi da un mio zio, vorrei venissero applicare ai lati della seduta del biroccio – precisò Don Altiero.
- Vi giuro che farò di tutto per rendere il carretto unico, speciale, robusto e sarà invidiato da molti! -
   Furono entrambi soddisfatti dalle premesse e dagli intenti.
   Don Littaru, da quando era a Oppido, aveva avuto commissioni per lavori dove di artistico c’era poco, mai aveva pensato di dover fare un carretto; e poi si era esposto: niente bulloni e niente chiodi, scommessa audace degna di un vero ebanista.
   Lui era della scuola secondo la quale il legno deve essere trattato e lavorato con incastri e colle naturali. Solo in quella maniera si eleva la bontà del lavoro.
   Cresciuto in bottega, a Messina, il suo maestro ripeteva sempre quel mantra: “Il ferro è nemico del legno quindi quando potete niente chiodi né bulloni”. Per lui ormai era divenuto un principio inamovibile.
   Si salutarono così come conviene a due persone che hanno in comune lo stesso obiettivo: il biroccio.
    Furono settimane intense e frenetiche per Don Littaru. Si era messo di buona lena, Don Altiero aveva dato il via. Gli aveva anche consegnato le piastre in ottone da incastonare alle fiancate del biroccio e aveva proposto anche una cospicua caparra: Don Littaru aveva rifiutato. Sarebbe stato un segnale di sfiducia nei confronti del nobile Falvetti.
- Che non si dica mai che debba prendere anticipo da vossignoria!-
   Aveva risposto con ruffianeria convinto che non avrebbe corso il rischio, di non essere pagato.
  Un entusiasmo speciale si era impossessato di lui, le sue giornate di lavoro avevano inizio all’alba e andavano avanti fino a tardi, a volte fino a notte fonda. Era voglia di fare, di dimostrare, di affermare la sua arte. Era giunto il momento atteso, per anni aveva patito l’ozio forzato. Troppo tempo aveva dedicato a lavori di poco conto, impegni che avevano dato solo pochi denari per sfamare la famiglia.
- Sono al lavoro al piano di sopra, se sono cose urgenti e importanti bussate, altrimenti non disturbate-
   Un cartone pendente legato a un chiodo, con una scritta in carboncino, dichiarava quanto fosse impegnato Don Littaru. Rimandava tutti indietro, niente marruggi di zappa nè mandali per gajinari. E poi temeva il piccio, tanti jettatori erano in agguato. Le malanove dei colleghi potevano arrivare con gli occhi dei passanti, quindi basso chiuso a chiave e lui sopra a lavorare, a comporre a incastrare. L’impegno di creare la struttura senza l’utilizzo né di un chiodo né di un bullone era stata la scommessa più impegnativa che si potesse giocare.
   Don Altiero avrebbe vantato, per tutte le contrade, la bontà del suo calessino. Quanti, venuti a conoscenza, avrebbero voluto godere la sua arte e la sua creatività?
   Tanti denari, e altrettante soddisfazioni sarebbero state dietro l’angolo, pronte per essere colte e vissute. Avrebbe potuto mandare in collegio i suoi figli e farli studiare da avvocato. In quelle settimane ogni colpo di pialla era uno svolazzo di fantasia. Sognava a occhi aperti, si vedeva sul piedistallo dell’arte a mirare gli sguardi meravigliati dei falegnami di Oppido intenti a scrutare il carretto il giorno della messa in strada.
   Nemmeno a sua moglie fu dato vedere il costruendo biroccio. Quando andava a bottega per portargli da mangiare, la faceva attendere giù.
    Diceva: - il malocchio arriva non volendo! -
    Bastava l’impatto visivo con considerazione di meraviglia per scatenare la belva della jella; quindi vietava in modo assoluto che qualcuno vedesse o sapesse del lavoro che stava producendo.
   Quella mattina Don Altiero arrivò in carrozza, il suo stalliere in groppa al cavallo cui avrebbe poi legato il nuovo carretto, per la grande soddisfazione di farne collaudo, lui stesso, fino a Seminara. Aveva preferito così: saldare il conto, ritirare il carretto ed essere il primo a montarci su.
    Don Littaru spalancò la porta del basso:
- Buon giorno Don Falvetti!- Un inchino e il sorriso accolsero il nobile mentre scendeva dalla carrozza.
-Accomodatevi – con un cenno, Don Littaru, accompagnò i passi, e Don Altiero entrò, seguito dal suo stalliere.
- Gentilissimo Don Letterio, come da vostra indicazione eccoci qua! Oggi è un gran giorno per me! Non nascondo la voglia e la curiosità di vedere per la prima volta il mio calesse, la vostra opera!- Un sorriso garbato fece da cornice alle parole di Don Altiero.
- L’onore è mio, ho lavorato con tanta passione. Ho voluto che questo carretto fosse qualcosa di speciale, degno del vostro casato e che incontrasse la soddisfazione vostra e di vostro cugino Augusto d’Alcontres -.
- Ma dove lo tenete?- chiese Don Altiero.
   Don Littaru sorrise.
- Vedete Don Altiero, questo è un paese di malelingue, di gente curiosa e invidiosa. Se avessero visto il carretto in lavorazione avrebbero portato jella, il piccio avrebbe reso tutto più difficile. Invece è andato tutto bene, il malocchio qua dentro non deve entrare ! -.
   Un sorriso furbo accompagnò il cenno che Don Littaru fece ai suoi ospiti indicando il corno che pendeva all’interno della bottega e a quello penzolante dalla bretella.
- Il carretto è su, venite con me – si avviò verso al piano sopra dove in quelle settimane aveva incollato, montato, inciso, piallato legni di diverso tipo. Furono su. Un grande telo faceva solo intravedere la sagoma del calesse, tutte le sere, cosi come la sera prima, Don Littaru lo copriva con la cura che si usa mettendo un figlio a letto. Per lui era come un figlio, aveva curato ogni particolare con affetto smodato e premuroso.
-Eccolo!- tirò via il telo.
   Agli occhi di Don Altiero e dello stalliere apparve, in tutta la sua bellezza, il biroccio compiuto: lucido in ogni sua parte, perfetto nelle proporzioni e curato in ogni particolare. Don Littaru gonfiò il petto mentre cercava di cogliere le sfumature di meraviglia che giungevano dagli sguardi di Don Altiero e dello stalliere. I loro occhi percorsero ogni centimetro di quei legni incrociati. L’arma nobiliare, perfetta nelle tinte e nelle dimensioni, toccò la vista e inorgoglì il cuore del marchese. Il silenzio fece da sonoro alle guardate curiose e meravigliate degli ospiti.
- Non vedo l’ora di montarci sopra!- disse Don Altiero con indubbia contentezza. Il carretto, per come si
- Don Letterio! Scendo e ho tanta voglia di sedermi sopra-
- Già …- pensò Don Littaru- ora è da portare giù- divenne serio.
- Il mio stalliere vi darà una mano a smontarlo e portarlo giù-
- Sì, grazie. Smontiamo capotta e le ruote-
    Don Altiero scese giù in strada e andò a sedersi sul muretto dirimpetto alla falegnameria e all’ombra.
   Era passata più di mezz’ora e del carretto nulla ancora si era visto. Solo pochi minuti prima si era affacciato al balconcino Don Littaru che con tono affannato aveva chiamato Ntoni u gucceri, il quale era corso su e sparito anch’esso inghiottito da quel budello di scala.
   Passarono ancora dei minuti e Don Altiero non vedendo nulla ancora muoversi entro nella bottega si sporse verso la scala e vide Don Littaru che con affanno e quasi incazzato dava indicazioni allo stalliere e a Ntoni da gucceria: il biroccio era rimasto incastrato, dove la scala faceva gomito.
   Tante prove erano state già fatte ma il modo per come portarlo giù non si era trovato; anche senza capotta e senza ruote non vi era stato verso per farlo passare dal punto dove la scala curvava.
   Don Littaru ormai aveva esaurito la sua poca pazienza e aveva cominciato ad alterarsi; lo stalliere, così come Ntoni u gucceri, si era prestato senza lesinare energia, ma a nulla erano valsi i loro sforzi.
- Scusatemi Don Letterio, vorrei suggerirvi la possibilità di portarlo giù dal balcone, con una carrucola e una fune si potrebbe farlo scendere da lì- disse Don Altiero in punta di gentilezza.
-Che balcone e balcone! Un anta del balcone e fissa e non si può aprire quindi deve passare per forza da qua!- rispose, alterato e mugugnante, Don Littaru.
- Voi siete falegname, potete rimuoverla e poi ripristinarla – propose il marchese, senza abbandonare la proverbiale accortezza dei toni.
- Ma che dite! Io qua sono in affitto, non voglio e non posso pagare danni! -
- Allora vi suggerisco di apportare delle modifiche al carretto: fate le sbarre smontabili e così anche col sedile
   Don Littaru, ormai vittima dei suoi nervi, non riusciva più a infilare un ragionamento logico, lasciandosi andare guidato solo dalla presunzione:
- Don Altiero io non modificherò ne taglierò mai il carretto! Non ammetto che nessuno venga a darmi suggerimenti per come fare o lavorare il legno! Voi sarete bravo a fare il marchese ma di queste cose non capite nulla! Non intendo nè rimuovere l’anta del balcone nè tagliare a pezzi il carretto, per cui sono disposto a rinunciare a tutto il guadagno e tenerlo qua! -
   Incazzato, affannato e sudato, Don Littaru aveva affondato l’educazione e il garbo di Don Altiero. Aveva perso il bandolo del buon senso e si era lasciato andare come gli accadeva quando non riusciva ad attivare la ragione.
 - E’ giusto come dite voi, sono stato un presuntuoso e vi chiedo scusa, non avrei mai dovuto permettermi di dare suggerimenti- replicò compassato e serio il marchese.
- Don Letterio voi avete dato sfoggio della vostra arte, avete operato producendo con grande capacità un lavoro dove il mestiere si coniuga con l’essenziale, ma a malincuore vi devo far notare che nonostante il vostro ingegno né io né voi potremo mai utilizzare questo carretto se non apporterà quelle modifiche dettate dalla saggezza - si fermò un attimo e poi riprese.
- Voi siete rimasto vittima dei pregiudizi, il timore del malocchio vi ha fatto perdere il lume della ragione, vi siete abbarbicato al piano superiore per rimanere lontano dagli occhi indiscreti e non vi siete reso conto che sarebbe stato complicato portare giù il carretto. Avete peccato di alterigia e calpestato il senno. Un lavoro unico, bello di grande valore che rimarrà lì, fermo e senza anima-.
    E intanto il corno rosso, mosso dalla corrente d’aria e dal nervosismo di tutti, continuava a dondolare freneticamente e sembrava stesse quasi ghignando.