martedì 25 aprile 2017

MIZZICA !

di Bruno Demasi

     A due anni il bambino ancora non diceva una sillaba, ma con gesti e ammiccamenti faceva già intendere che aveva fame e urgenza di attaccarsi al prosperoso seno materno.
    E fu proprio durante una sessione lattaria durante la quale il piccolo sembrava volesse fare scorta alimentare per un mese che alla povera Concetta giunse la notizia che il marito aveva perso la vita nella zolfara siciliana dove lo aveva trascinato a lavorare un cugino acquisito. Appena capita la notizia terribile, sparata a bruciapelo e ripetuta più volte da un carabiniere che parlava in stretto dialetto beneventano, la povera donna sussultò con il bambino ancora attaccato al seno. Quindi si produsse in ululati e pianti terribili, incurante dello stesso piccolino che rimase a lungo appeso a quell’enorme seno traballante con gli occhi sbarrati prima di piangere a sua volta. Infine con le trecce scarmigliate e il viso profondamente graffiato dalle unghie, Concetta giurò ad altissima voce ai parenti che tentavano di tenerla che non avrebbe avuto mai più un uomo nella sua vita, anzi piuttosto si sarebbe uccisa dopo aver ucciso la scecca Spapecchia, unica ricchezza che il marito le stava lasciando.
    Passarono i mesi, e a due anni e mezzo il bambino incomincio a sillabare soltanto il fonema “Mi…” con asfissiante insistenza, tanto che la mamma in quei momenti si convinceva egli avesse ancora fame di latte materno e volesse indicare la pompa di erogazione dello stesso e per farlo tacere provvedeva subito a prodigarglielo con dovizia…
   Quando ebbe tre anni  donna Concetta, stanca di aspettare e sperare che quel moccioso si decidesse una buona volta a parlare, lo mise in castigo negandogli il latte materno , almeno fino a quando non si fosse deciso almeno a pronunciare per intero la parola magica che gli apriva la via del latte. Ma non ci fu verso: “Mi…” era e “Mi…” restò almeno per un anno ancora.
   Fu a quattro anni che la prima e unica parolina fiorì su quella bocca serrata.
   E fu “Mizzica…!”
   Le prime volte la pronunciava sillabando e non sempre a proposito, ma presto riuscì a darle il tono giusto a seconda che provasse stupore, rabbia, incredulità, sgomento, paura…
   Ma non disse altro. Il suo vocabolario verbale finiva lì, era però accompagnato da un mimica e da una gestualità incredibili che gli facevano esprimere facilmente tutto, facendosi capire facilissimamente da tutti. Solo raramente aveva bisogno di ricorrere a delle sottolineatura gutturali con esplosioni improvvise di suoni sincopati abbondantemente accompagnati da spruzzi di saliva che inondavano gli interlocutori che gli capitavano a tiro. 

   A sette anni tutti ormai in famiglia e i vicini di casa lo chiamavano Mizzica e lui si girava a rispondere solo se apostrofato in quel modo.
   Neanche a scuola la maestra Catanzarese , un donnone di oltre un quintale di calibro, notoriamente molto severa e temibile, rispettatissima dal direttore, dai genitori e da tutti gli insegnanti, riuscì a cavargli altro e dopo varie arrabbiature, promesse, ricatti e bacchettate da orbi sulle nocche delle dita e sulla zucca sempre rapata a zero, si rassegnò anche lei a vederlo li, muto e stranito, dentro il banco, che seguiva però attentissimo i racconti di storia senza perderne una sillaba e ne commentava i passaggi più catastrofici, eroici o importanti con altrettanti Mizzica variamente modulati .
   Alla visita di leva, quando il tenente medico si presentò davanti a lui con una siringa enorme, egli reagì con una raffica di Mizzica da togliere il fiato e scappò saltando a peso morto da una finestra.
   Ma il Mizzica più grande di una casa in assoluto fu quello che modulò sulle labbra , quasi fischiando, quando, sbandato dentro un casolare friulano tra i canneti del Tagliamento, durante le ultime battute della seconda guerra mondiale, non visto vide entrare all’improvviso una fanciulla bellissima completamente nuda che dopo aver fatto il bagno nel fiume tornava quatta quatta per asciugarsi: l’uomo se la sbrigò con pochi , bavosi Mizzica in crescendo e le si avventò addosso con la delicatezza di un caprone affamato. E dopo tre mesi con un altro Mizzica affermativo , stavolta solenne e convinto, rispose alla perentoria domanda del prete che li unì in matrimonio. 

    Quando tornò a Oppido per rivedere la madre e presentarle la moglie, dopo tanti anni di assenza, si accorse che Concetta da tempo era convolata a seconde nozze con il fratello del marito defunto, aveva messo al mondo altri golosi usufruttuari delle abbondanti pompe di latte materno e non solo non aveva ucciso l’asina ereditata dal primo marito, ma insieme al secondo aveva messo su un vero e proprio allevamento di quadrupedi da soma che li stava arricchendo: Mizzica passò mille volte repentinamente dallo stupore alla rabbia allo sgomento con un numero incalcolabile di Mizzica sparati ad altissima voce. Si rasserenò soltanto quando tutto il parentado gli domandò come se la passasse in "Artitalia" al freddo pungente ed egli, indicando quel gran pezzo di donna della moglie, potè togliersi la soddisfazione di rispondere a quei cafoni con degli eloquentissimi Mizzica pieni di legittimo orgoglio.
   I Mizzica più commossi li pronunciò quattro volte in occasione della nascita dei suoi rampolli, ma per tutta l’esistenza di grande e taciturno lavoratore si crucciò sempre di non incrociare mai nelle valli friulane qualcuno che parlasse la sua stessa lingua.
   Fu quando, ormai molto vecchio, cadde a peso morto da un tetto che stava riparando che la moglie pensò di correre dal nuovo grasso e sanguigno curato di origini calabresi che aveva preso possesso della loro parrocchia da pochi giorni.
   Il prete lo trovò ormai agonizzante, si avvicino al suo orecchio e gli chiese da quanto tempo non si confessasse, ma lui non rispose. Al suo posto rispose la moglie sottovoce e disse che l’ultima volta suo marito si era confessato 64 anni prima, quando si erano sposati.
   Il prete paonazzo, battendo un pugno sulla sedia, esclamò con un gran botto : “Mizzica!!!”
   Udendo la magica parola, il moribondo con sforzo sovrumano, riuscì ad aprire un occhio e un lembo della bocca , sorridendo . 
   E spirò contento!

domenica 23 aprile 2017

LO SCANDALO DELLA DIVISIONE DELLE CHIESE

di Mirella Mujà
    C’è chi - e siamo in tantissimi – ormai si è assuefatto o addirittura non perde occasione per fare ancora sterile polemica sulle presunte motivazioni della divisione tra i Cristiani. C’è chi invece vive questa divisione antica e sempre nuova come una ferita profonda nella carne e prega e lotta sul serio perché essa si rimargini.
    Una di queste lottatrici a oltranza è Mirella Mujà, l’eremita diocesana che dal balzo di Monserrato tra Locri e Gerace sogna e spera con forza che l’unità dei Cristiani non resti un vagheggiamento zuccheroso come tante preghiere fini a se stesse nella settimana loro dedicata, ma diventi veramente carne nella vita di tutti i cristiani e da pietra di scandalo si trasformi  quasi in piattaforma per una nuova era della Fede. 

    Mirella vive appunto da eremita in un piccolissimo monastero e facendo rivivere la chiesa di Monserrato, prova a far germogliare un ramo nuovo dalla vecchia radice, recuperando quel rito greco, in cui la parte ionica del reggino si è lungamente identificata, prima che il rito latino, a metà del Quattrocento, diventasse la sua unica tradizione religiosa.
   Parla di luce, suor Mirella: la luce che la Genesi racconta promanare da Dio e attraversare la creazione (non c’è mai, dice, mancanza di luce, la luce penetra il buio, lo attraversa, anche quando non la vediamo); la luce della Trasfigurazione, che non è esperienza solo di Cristo, ma quello che ciascuno è chiamato a vivere, la luce dell'Unità che ella cerca con nostalgia struggente.
    Racconta la sua vita (da Siderno all’impegno in prima linea negli anni della contestazione, fino alla lunga docenza alla Sorbona e poi di nuovo nella sua terra, all’eremo di Gerace), di sua figlia e del suo nipotino, risponde alle domande degli ospiti, chiede notizie sul loro lavoro e le loro attività. Parla con tono dolce e parole precise, ascolta con attenzione accogliente, il corpo raccolto, le mani che si muovono leggere.
    Il discorso con lei  spazia su molti temi e si concentra su religione e società, sulla mancanza di speranza ormai diffusa non solo in Calabria, del permanere in un Venerdì santo che non si apre alla Resurrezione, in un presente che non sembra più avere né passato né futuro. (Bruno Demasi)


IL MEDITERRANEO E’ LA NOSTRA CASA…

Suor Mirella, eremita
…dalla finestra della cella vedo i pendìi dorati e gli ulivi scendere verso la costa. Questo è il mar Ionio. Oltre l’orizzonte il Peloponneso. Da questo punto della costa, navigando a sinistra, si incontra la Grecia. Oltre di essa, spostandosi verso il centro, le sponde della Turchia. Spostandosi sempre verso il centro, oltre il Peloponneso, le sponde della Terra Santa. E così, andando sempre più verso destra, le coste dell’Egitto, poi della Libia.
    Da tutte queste sponde vennero i monaci, cominciando dall’Egitto, in fuga davanti agli invasori di allora, e finendo con i greci, in fuga dall’iconoclastia. Allora questa terra fu un rifugio per lunghi secoli.
    Quando ero bambina e poi per tutto il tempo che sono stata lontana da qui, più di due terzi della mia vita, il ricordo di questo paesaggio estivo era causa di dolore. Sentivo la separazione da questa terra non solo come un esilio, ma proprio come la privazione di una persona amata. Avevo una percezione quasi fisica degli ulivi, della terra arida, delle erbe secche, dell’aria marina.
Le icone di Mirella
    Ora sono tornata e vivo in mezzo a questa terra. Guardo con stupore e mi dico: il Signore mi ha ricondotta qui. Ma al tempo stesso sono consapevole di un distacco. Non c’è più l’ansia del desiderio e il dolore della mancanza. Sono qui , ma come senza sensazioni…

    Ricordo un anno della mia giovinezza, l’unico in cui d’estate non venni qui in vacanza, ma andai in Grecia.
    Camminai molto all’interno della Grecia e sulle rive, mi sentivo a casa. Ritrovavo le stesse immagini e gli stessi odori che mi mancavano.
    Molti anni dopo, viaggiando in Medio Oriente, ebbi la stessa sensazione di casa. Il Mediterraneo è la nostra casa e noi abbiamo esperienza di paesaggi, colori, immagini comuni.
L'eremo di Monserrato di Gerace

    Se così è per una condizione geografica che ci accomuna, che cosa sarà per la partecipazione alla vita di Dio in Cristo? Come può non formarci alla comunione fra noi? Se coloro che vivono sulle sponde dello stesso mare respirano lo stesso profumo di acque, erbe, terra e sole, come non sarà lo stesso il profumo effuso dalla mensa eucaristica, partecipazione allo stesso e unico corpo? Respiriamo questo profumo effuso, cari fratelli, che ci rende tutti commensali del Regno, trasformati dallo stesso e unico Spirito a somiglianza di colui che è nostro cibo…
    Ma noi siamo così abituati alla nostra condizione piagata, da non avvertirla più o, anche se ne prendiamo coscienza, è un cadere nel sentimento di rassegnazione… A volte in buona fede si prega per la comunione affidando tutto all’opera dello Spirito Santo, senza pensare che esso si sceglie strumenti fra gli uomini. Ma quando tali strumenti entrano in contatto con i più, essi suscitano diffidenza, come se fossero preda di un’esaltazione che li porta fuori dalla realtà…

mercoledì 19 aprile 2017

La Giannapiòla


di Bruno Demasi 
    Aveva messo al mondo sette figli, i primi sei dei quali con l’occhio storto, solo l’ultimo ti guardava dritto senza mandare a spasso una o due pupille. Con gli anni che l’avevano ingobbita e le sottanone che pendevano da tutti i lati faceva impressione vederla con la doppietta a tracolla e gli stivaloni camminare svelta per i viottoli e le balze dell’Aspromonte dietro la sua asina.
   Ormai tutti la conoscevano con questo nome, la Giannapiòla, sintesi scontata tra il suo nome di battesimo e il cognome del marito, Piòlo, che di mestiere faceva il forgiaro, silenzioso per indole e costretto a guardare e manipolare tutto il santo giorno zoccoli e zampe puzzolenti di muli e asini di ogni tipo , sempre pronto a vomitare, mentre la sua metà , che sfidava il mondo e non aveva paura di nessuno né di giorno né di notte, coccolava invece amabilmente la sua asina chiamata Parmina perché comprata da uno zingaro a Palmi durante la fiera di San Rocco.
    La Giannapiòla era donna di pessimo carattere che si faceva posare le mosche dappertutto eccetto che sul naso e nessuna poteva sbagliare ad apostrofarla senza che ella sparasse bestemmie e , se necessario, anche sale e piombo di cui teneva nelle capaci tasche una scorta di cartucce da fare invidia al cacciatore più accanito.
    Piòlo nei primi anni del matrimonio aveva invano tentato di farla raffinare, calmare e stare a casa ad accudire i figli e il focolare domestico che era diventato un vero e proprio campo di battaglia di materassi di coppe di granturco, coperte lerce, pignate di ogni dimensione contenenti i liquidi più strani e maleodoranti. Invano. La donna non riusciva a stare a casa più di poche ore e all’alba era già in viaggio con la scecca verso la sua campagna arroccata su una balza di arenaria dell’Aspromonte con le sue quattro tomolate di estensione su cui crescevano solo olivi contorti, fichidindia e spine. Persino quando era incinta, fino agli ultimi giorni della gravidanza, correva in campagna incurante di tutto e di tutti e il quarto figlio lo partorì una sera nella stalla , appena giunta a casa, mentre strigliava Parmina perché non aveva fatto in tempo a salire di sopra e coricarsi. 

    Detestava le smancerie e quando il marito davanti alla gente la chiamava ironicamente “Onna Giannina”, lei immancabilmente rispondeva per le rime “…chi si rroccula nd’a rrina!”
    Ad aprile la Giannapiòla iniziava ad impazzire perché voleva fare l’orto, malgrado la sabbia che cominciava ad arroventarsi ai primi caldi facesse abbrustolire immancabilmente tutto ciò che vi si piantasse. Ed era un via vai della donna e della scecca dalla fiumara all’orto sabbioso con due otri per volta colmi di acqua che in pochi minuti veniva fagocitata dalla sabbia e trasformata in vapore. Era una dannazione, mentre Bastaso, il vicino con cui aveva litigato milioni di volte, riusciva a coltivare ogni ben di Dio ad appena poche decine di metri dalla proprietà di Gianna, in un lembo di terra scura e benedetta che pareva creata apposta dagli dei dell’orto per partorire a ritmo serrato zucchine, fagiolini, pomodori e melanzane in grandissima quantità.
     La donna covava con gli occhi quel ben di Dio e quella terra, determinata a impadronirsene con le buone o con le cattive. E quando il vicino Bastaso diede di lingua in giro per vendere la sua tomolata di terra, la Giannapiòla non vide più dagli occhi e una sera l’attese sul viottolo facendo finta di strigliare Parmina e domandandogli distrattamente, dopo anni e anni in cui non gli aveva rivolto più la parola, se fosse vero che voleva vendere. Il Bastaso le disse chiaro e tondo che quella terra l’avrebbe magari regalata, ma a lei non l’avrebbe venduta mai per dispetto, suscitando così l’aperta sfida della donna in perfetto stile mafioso.
    La Giannapiòla trascorse i sei mesi più difficili della sua vita, divorata dalla gelosia che qualcuno potesse proporsi a comprare quella terra, ma determinata a sparargli nella fronte chiunque egli fosse: domandava a tutti, chiedeva informazioni, vigilava giorno e notte che qualcuno non si avvicinasse a vedere quel podere in vendita, neanche da lontano.

    Poco prima Natale il Bastaso fu costretto a vendere perché doveva partire per l’Australia e la Giannapiòla, unica offerente, oltre a contargli i soldi davanti al naso del notaro, regalò anche le pittopìe al Bastaso e una damigiana di vino con lo spunto di aceto al notaro che beveva ormai di tutto.
    Era felice, aveva raggiunto il suo scopo fondamentale e non vide l’ora di demolire con le sue stesse mani indurite e callose la siepe di spine che divideva l’orto del Bastaso dalla sua vecchia proprietà.
    Già a gennaio aveva dissodato a mano personalmente tutto l’orto eliminandovi persino le pietruzze. A febbraio l’aveva perfettamente concimato trasportando quintali di escrementi asinini, raccolti con l’aiuto di une vecchio mozzicone di pala sbrindellata, all’alba lungo le strade che da Oppido portavano alla sua campagna.
     A marzo torno a dubrare a mano con zappa e rastrello.
    Ad aprile cominciò a seminare e piantare ortaggi in grande quantità e varietà.
   Da maggio in poi l’orto cominciò a dare vita e corpo  a delizie di ogni genere e la doppietta della Giannapiòla, caricata giorno e notte, contava persino i fiori delle zucche a uno a uno perché nessun essere invisibile se ne impadronisse nottetempo.
    Giunse l’estate e l’orto continuò a partorire in quantità abnorme fagiolini, melanzane, pomodori e spesso la notte la Giannapiòla dormiva – si fa per dire – in campagna senza trascurare la sera sul tardi di sparare una sventagliata di colpi al cielo  a scopo preventivo.
    Tanta vigilante solerzia verso l’orto fece allentare la guardia della donna ai fichidindia, che ad agosto rosseggiavano a migliaia sulle pale del dirupo sabbioso che si apriva di colpo in mezzo agli olivi e una mattina, in uno dei suoi giri di perlustrazione la Giannapiòla si accorse che almeno una cinquantina di fichidindia erano stati mangiati  poche ore prima da qualcuno: le bucce malamente sotterrate in fretta dai ladri ne davano ragione.
    Esplose di rabbia, corse da sola al paese , entrò come una furia nella bottega di don Vittorio per fare rifornimento di polvere da sparo, piombo e borraggine e tornò di corsa in campagna in tempo per dare da mangiare l’avena a Parmina che sembrava impazzita dalla fame e dalla sete.
    Poi si coricò stremata a terra e s’addormentò.
    Si svegliò di soprassalto all’imbrunire, decise di caricare a sale perché era sicura che si trattava di ladri ragazzi e andò ad appostarsi in vista del fitto dei fichidindia dietro il tronco capace di un ulivo.      
    In silenzio assoluto. 

   Passò poco che arrivarono: erano in due, ma non si distinguevano i visi tra le prime ombre della sera e i farabutti sussurravano soltanto per non farsi sentire da nessuno. Iniziarono a tirare fuori i coltelli a serramanico e a sbucciare e mangiare…uno dopo l’altro.. un boccone per ogni ficodindia. La Giannapiòla li lasciò fare una , due, tre, quattro volte: voleva gustare fino all’ultima goccia il fiele della rabbia e della vendetta.
    Al quinto ficodindia lanciò un urlo belluino, uscì di corsa dal suo nascondiglio e sparò da appena due metri di distanza una sventagliata di sale ai due furfanti che si erano messi a correre. Li colpì.
    Si avvicinò per guardarli in faccia quei cosi lordi e figli di puttana...
    Il primo ladro era Melo, il nipote, a cui aveva levato di brutto almeno dieci centimetri quadrati di cuoio capelluto a destra della fronte, che non ricrebbe mai più e fornì per anni e annorum al poveraccio e alla sua discendenza in quel di Adelaide in Australia il titolo di “Abbruschiati”.
   Il secondo  furfante era invece suo figlio, il più piccolo, a cui il colpo sparato quasi a bruciapelo aveva sbrindellato il sopracciglio destro e impastato la pupilla facendogli guadagnare da quel momento in poi il titolo per antonomasia di “Guercio della Giannapiòla”, mentre i di lui figli furono dopo tanti anni chiamati i “Figli del Guercio della Giannapiòla” e persino un nipote in quel di Monza ancora oggi, se vuole farsi riconoscere da qualche compaesano, è costretto ad affermare di essere il nipote del Guercio della Giannapiòla.

sabato 15 aprile 2017

CHRISTOS ANESTI ! Buona Pasqua a tutti.

                                          di Bruno Demasi

          Questo l'augurio che in epoca bizantina risuonava anche  su queste terre, sui villaggi della valle disegnata dal grande bacino del Metauro - Marro, detta anche   Valle delle Saline, all'alba di Pasqua: "Christòs anèsti" - "Cristo è risorto", un annuncio cui si rispondeva immancabilmente affermando ad alta voce:  "Alithòs anésti" - "E' veramente risorto!" E che quest'annuncio dalle nostre parti fosse molto  usuale e fondamentale lo testimonia tutt'ora una consuetudine non da poco che si sta perdendo: il giuramento più serio, solenne ed importante, fino a pochi anni fa e ancora oggi  nel dialetto  dei più anziani si fa sull " Anesti" (resurrezione) del Dio fatto uomo.
   Era l'annuncio senza orpelli di una fede spontanea tramandata dai padri e dalle madri, che non aveva bisogno di grandi immaginifiche liturgie per crescere o forse per spegnersi lentamente, ma che si faceva carne nella dura vita quotidiana. Era il corrispettivo del  pianto della Madre davanti alla sorte del Figlio, qui ripreso  in modo esemplare da Vangelis e da Irene Papas ( O! Gliki mou ear!) che riecheggia nel motivo e nel ritmo incalzante e monodico le lamentazioni delle nostre donne antiche durante i canti dialettali della settimana santa.
       Con quest'annuncio antico e sempre nuovo voglio augurare a tutti  gli amici che mi leggono su questo blog Buona Pasqua! Buona resurrezione da ogni infelicità, da ogni forma di odio o di indifferenza o di paura!
     Christòs anesti!! Quel Cristo che all'alba del giorno dopo il sabato di 1984 anni fa non era più nel sepolcro, ma nella gloria e del quale l'umanità tutta si sforza ancora oggi di conoscere le sembianze. Quelle vere non le avremo mai, ma due si avvicinano più delle mille e mille altre che esistono create da mano d'uomo: sono la ricostruzione (in basso) che la NASA ha fatto del volto dell'uomo della Sindone e l'icona del Pantocrator (foto più grande e più in alto della prima) che si trova nel Monastero di Santa Caterina sul Sinai.

      Quest'ultima  mi ha sempre affascinato per l'eloquente e serena dolcezza del volto deturpato dalle percosse subite e per l'incisività dello sguardo profondo.  Secondo la tradizione, è la più vicina alle sembianze vere del Cristo. Sicuramente è la più antica giunta intatta fino  ai giorni nostri . Risale infatti alla prima metà del IV secolo, dipinta su tavola con tecnica a encausto (il colore si unisce alla cera a caldo). La sua conservazione è dovuta al luogo dove è stata tenuta e cioè nel monastero di Santa Caterina del Sinai (una fortezza costruita nel deserto per proteggere i monaci tra il 548 e il 565 dall’imperatore Giustiniano).La tavola misura 84x45,5 cm e risulta tagliata. Il Cristo dovrebbe essere seduto su un trono che si scorge dietro le sue spalle. Ha il nimbo (aureola) crociato, su fondo oro-verdastro cosparso di stelle dorate. È raffigurato frontalmente anche se si intuisce una leggerissima

torsione e il suo sguardo va sempre oltre. La sua veste (maphorion) forse inizialmente era rosso porpora perché era il colore imperiale.
    La mano destra è benedicente mentre con la sinistra regge un libro tempestato di pietre preziose.Degli studiosi statunitensi hanno sovrapposto questa immagine al volto dell’uomo della Sindone e, con sorpresa, hanno trovato degli elementi in comune e più di 250 punti di sovrapponibilità . Si consideri  che negli Stati Uniti bastano 60 punti per stabilire l’identità o la similarità di due immagini.
      Gli elementi in comune sono quelli che si ritroveranno poi in tutte le icone successive del Cristo, che probabilmente da questa hanno avuto tutte origine. Eccone alcuni:
- Il volto è asimmetrico: le guance sono diverse perché una è tumefatta e per tale motivo le sopracciglia non solo allo stesso livello. Se l’icona fosse stata inventata senza avere un modello, l’artista non avrebbe fatto tali errori! 
- Nelle icone di solito ci sono due o tre ciocche di capelli sulla fronte: nella Sindone compare un rivolo di sangue a forma di 3 rovesciato. Gli artisti, vedendo il telo in positivo, potevano pensare che erano dei capelli. 
- Nelle icone alla radice del naso spesso si trova un segno di un quadrato e una specie di “V”; anche nella Sindone compare, probabilmente dovuto alla trama del tessuto. 
- La barba è bipartita e anche i baffi non sono simmetrici. - Tra le guance e i capelli vi è un po’ di stacco e così essi appaiono lontani dal viso. 
- Gli occhi sono, nell’icona, spalancati e grandi: nella Sindone in positivo gli occhi sembrano aperti. 
- Naso lungo e diritto, orecchie piccolissime, non anatomicamente disegnate, la bocca piccola. 
- In coincidenza con la mano destra che benedice vi è la ferita del costato destro. 
     Dicono che  davanti a questa icona Romano il Melode (+ ca. 560) pregava
in questo modo:
 Possa io vedere la tua immagine divina, con coscienza pura, e proclamare: A te conviene onore e adorazione, al Padre, al Figlio con lo Spirito, da tutta la creazione e sempre, nei secoli dei secoli, o Amico degli uomini”.
     A  questa invocazione mi unisco insieme a quanti leggono questo piccolo post pasquale.

domenica 9 aprile 2017

…MA LEI COM’E’ STATO ELETTO SINDACO...?

di Domenico Luppino

    In assoluto una delle pagine più  eloquenti di lucidità sociologica e politica e di autogiornalismo d’autore scritta oggi da Domenico Luppino (già sindaco di Sinopoli) su ZoomSud, da cui la traggo integralmente . Vale più di cento saggi senza capo né coda, più di mille  manifestazioni di Educazione alla legalità coperte da zucchero vanigliato. Leggerla e ponderarla è - direi - quasi un dovere per tutti, nessuno escluso! (Bruno Demasi)
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   "Eletto sindaco di Sinopoli diventai oggetto fin dall’inizio di attenzioni intimidatorie da parte della locale criminalità. Non scrivo ‘ndrangheta, come forse dovrei, non per sminuire l’importanza della organizzazione criminale del mio territorio, ma per non darmi io stesso importanza. Ritenersi e proclamarsi vittima di ‘ndrangheta, non è sempre visto in modo benevolo.
   Dopo il secondo o il terzo avvertimento intimidatorio venni convocato presso la Prefettura di Reggio per essere ascoltato dal Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica. Il Comitato, per chi non lo sapesse, è formato dalle massime cariche Istituzionali della provincia (Ordine Giudiziario compreso).
   Entrato nel grande salone, mi chiesero: “Ma lei, come è stato eletto Sindaco di Sinopoli?”.
   Dirò più avanti cosa risposi. Voglio dire adesso, invece, quante volte quella domanda mi è risuonata in testa. E quante modeste riflessioni mi ha portato a compiere in questi dodici anni, tanti ne sono trascorsi.
  Fu allora che mi accorsi della consapevolezza, per altro motivata, che c’era nelle Istituzioni: impossibile essere eletti sindaco di un paesino come Sinopoli, senza avere goduto anche o soprattutto di un certo tipo di sostegno. Capii subito che quelle persone che mi stavano innanzi, sospettassero che la causa prima delle azioni intimidatorie di cui ero stato vittima, fossi io stesso. Forse non avevo rispettato qualche patto assunto prima della mia elezione. Non me la presi, anche se entrando in quella stanza mi sarei aspettato di entrare a far parte di una squadra. Invece, la mia sedia era quella del presunto colpevole. 

   Immaginiamo, per un attimo, l’eletto sindaco di un piccolo Comune del reggino che sa, in linea di massima, chi sono stati i suoi elettori. Immaginiamo che da eletto, pur temendo che da qualcuno dei suoi possibili elettori potessero arrivare delle richieste poco ortodosse, si fosse determinato, semplicemente per etica personale, a opporre un netto rifiuto. Ipotizziamo pure, che il nostro, pur sospettando che altri componenti della lista elettorale che lo sosteneva avessero potuto farlo, non fosse mai andato e non avesse mai avuto contezza di accordi con nessun personaggio di malaffare. Meno che mai con appartenenti a famiglie di ‘ndrangheta. Ipotizziamo, anche, che sempre il nostro candidato abbia per mesi, nel corso delle campagna elettorale, rimarcato fino allo sfinimento che non dovevano e non potevano esserci spazi di sorta per legami poco chiari e conseguenti favoritismi verso alcuno. Da ultimo, supponiamo che il nostro si sia voluto illudere che la strada del cambiamento per la sua terra, passasse necessariamente dalla acquisizione, da parte di ognuno di quelli che lo affiancavano e supportavano e dunque della gente tutta, dalla consapevolezza che dovesse nascere un nuovo modello comportamentale di occuparsi della Cosa Pubblica. Anche partendo o, forse proprio, da realtà così difficili.
   Se solo per un attimo immaginassimo tutte queste ipotesi quella domanda non sarebbe stata posta a quel modo. Magari, si sarebbe usato un po’ più di tatto. Facendo forse un lungo giro di parole e discorsi per arrivare alla stessa intenzione. Ma così non è stato.
   Ho sempre pensato, ma non posso averne controprova, che a tradire fu proprio l’inconscia convinzione che nessuna della ipotesi suddette potesse essere vera. Avevano ragione loro, nella misura in cui pregiudizialmente hanno negato la minima fondatezza delle ipotesi suddette nella convinzione che esistesse una sola ed unica verità possibile: la loro. Poco male! 

   L’estrema semplicità della spiegazione che mi sono dato nulla toglie alla sua drammaticità. Che, se ci si pensa bene, va ben oltre il caso particolare. Travalica e sopravvive alla mia vicenda di allora. E non solo risulta attualissima, ma riveste una importanza di principio rilevantissima in senso generale.
   Innanzi tutto, perché in quella domanda c’era già la più terribile delle risposte. Ancora più tremenda, perché ad asserirla erano, appunto, i massimi rappresentanti dello Stato. Essi, nel preciso momento in cui formulano il quesito, ammettono l’impossibilità che chiunque, non ero più io il loro interlocutore, potesse diventare sindaco di un piccolo comune in provincia di Reggio, senza avere assunto accordi ed impegni con le forze che notoriamente detengono la possibilità e la capacità di orientare il consenso elettorale. E vanno oltre i confini del piccolo comune del caso. Se così non fosse, avrebbero negato la presenza di un ”locale” di ‘ndrangheta in ognuno dei Comuni della provincia di Reggio, Capoluogo compreso. Ed, allo stesso tempo, avrebbero negato la capacità della ‘ndrangheta di indirizzare e dirigere il voto.
   In pratica, ponendomi quella domanda, le Istituzioni dello Stato, se certo non stavano proclamando una resa incondizionata, di fatto avallavano l’inconsistenza della Stato stesso. La sensazione che ebbi allora e che, purtroppo, continuai ad avere dopo, fu quella di una grande solitudine. Non già per me e per il territorio che in quel momento rappresentavo, ma per l’intera regione in cui ero nato. Avrei potuto rispondere che mi avevano votato i cittadini onesti lasciando intendere che gli altri avevano votato il mio avversario. Non risposi a questo modo, perché avrei mentito. Feci io una domanda alla quale mi premurai di dare risposta: “Mi state chiedendo se ho avuto voti dalla ‘ndrangheta? Immagino di sì, come credo tutti i candidati a sindaco di ogni comune di questa provincia dovrebbero tenere da conto. So di non essere andato da nessun uomo di ‘ndrangheta a chiedere voti ed appoggio. Ma chi non immagina o non mette in conto che possa esserci questa possibilità, nel contesto sociale delle nostre realtà, mente sapendo di mentire o, peggio ancora, non conosce o finge di non conoscere la realtà in cui vive. 
   La ‘ndrangheta, punta su di un candidato, piuttosto che sull’altro, talora solo per misurare le proprie forze e la propria capacità di generare consenso. E non è detto che il candidato debba essere investito “dell’onore “di essere preventivamente informato. Caso mai accade il contrario: è il candidato che informa e chiede, ancor prima del consenso, il permesso di candidarsi. La ‘ndrangheta è consapevole di tutto ciò. Sa, che allorquando busserà alla porta dell’eletto, troverà qualcuno disposto ad accoglierla”. Avrei voluto aggiungere per concludere, ma non lo feci per non sembrare troppo irriverente: “Cercate di immaginare, dunque, quale potrebbe essere la mia colpa?”

domenica 2 aprile 2017

“LA NDRANGHETA E’ IL PRIMO PARTITO DELLA CALABRIA…”

di Bruno Demasi

    “La ‘ndrangheta è il primo partito della Calabria, sposta il 20% dei voti e risulta decisiva”.    E’ quanto ha affermato senza peli sulla lingua ancora una volta Nicola Gratteri qualche settimana fa in occasione della  registrazione della prima puntata della nuova stagione di ‘Roma Incontra’.
 
    “Vent’anni fa – osserva Gratteri – il mafioso andava dal politico a fare richieste, oggi il rapporto e’ capovolto. Sono i candidati politici che vanno a casa del capomafia a chiedere pacchetti di voti in cambio degli appalti... Il dominio della ‘ndrangheta in Calabria e’ dato principalmente dall’elevato livello di organizzazione e oggi sposta il 20% dei voti che sono decisivi. La ‘ndrangheta e’ il primo partito in Calabria perche’ da’ risposte che la politica non da’ “. 


     Uno stato che  nel 2017 avesse un minimo di pudore davanti a queste chiarissime indicazioni di un magistrato dovrebbe non solo tremare , ma mobilitarsi al più presto attraverso prefetti , forze di polizia e forze vere di pulizia per allentare almeno – dato che la barzelletta degli ultimi decenni afferma che la ndrangheta è impossibile eliminarla – questo orrendo cappio al collo che soffoca questa regione, nella quale il dibattito politico è da decenni inesistente, dove è inutile – o quasi – giocare alla democrazia quando sono altri nella cabina di regia coloro i quali stabiliscono chi debba governare e spartire ed elargire ai vari e a tanti livelli.
    L’atteggiamento e la mentalità mafiosi sono talmente radicati ormai in questa terra, nella Pubblica Amministrazione, nella convivenza sociale, persino nel mondo della scuola, che diventa quasi un’impresa il solo parlarne e quando un magistrato coraggioso come Nicola Gratteri o Nino Di Matteo e tanti altri ancora, per fortuna, ne parlano a viso aperto, sono molti i giornalisti di regime e i benpensanti (che non mancano mai su qualche libro paga) a tacciarli di protagonismo.
      E’, non a caso, il mondo della scuola uno dei più colpiti e inquinati dal primo partito calabrese.
     Un mondo che ha gran parte della responsabilità di non aver fatto quasi nulla per contrastare il  crescere a dismisura dei comportamenti sociali mafiosi.
    Un mondo che ormai volutamente fa acqua da tutte le parti e che in Calabria ha raggiunto e oltrepassato il fondo creando mostri ingovernabili a mille teste di ogni istituto con la pietosa scusa di risparmiaere sulla spesa pubblica, quando poi si sprecano miliardi in ridicoli progetti ascrivibili ai fondi regionali europei - mangiatoia.
     Un mondo di concorrenze spietate tra scuole per accaparrarsi alunni a cui molto spesso non insegnare nulla e regalare non di rado promozioni appena appena  sollecitate proprio da quei comportamenti che la scuola invece dovrebbe combattere.
     Un mondo in cui è facile creare immagini artefatte di efficienza o di inefficienza, di eccellenza o di miseria che molto spesso pilotano le iscrizioni degli alunni a questo o a quell’opificio delle teste dure…
      Un mondo in cui proliferano gli eventi "antimafia" milardari a cura di professionisti con le ali di cera che sanno bene come ottenere lauti finanziamenti dedicati.
     Un mondo che da solo, - se ben governato, se ben controllato – potrebbe debellare nel giro di pochissime generazioni la mentalità ndranghetistica che si annida nei posti e tra le persone più impensabili. 
    Proprio nel mondo della scuola lo stesso Gratteri qualche giorno fa dal palco dell'auditorium di Filadelfia ha continuato ad argomentare: "Meglio fallire come impresa, meglio ricominciare da zero salvaguardando la propria dignita' che fallire come uomini... Oggi la 'ndrangheta e' piu' forte, ha piu' soldi e piu' potere. Nonostante gli sforzi enormi, la battaglia non la stiamo vincendo, al massimo riusciamo a strappare un pareggio. I politici cambiano, ma gli apparati burocratici no. Ed e' qui che si annida il malaffare, e' qui che bisogna intervenire con sempre maggiore determinazione per contrastare la corruzione che finisce per soffocare il tessuto imprenditoriale sano a colpi di mazzette"..