domenica 18 febbraio 2018

‘NON VOTARE CHI HA MALGOVERNATO ! ’

di Bruno Demasi
    La dura requisitoria dei vescovi calabresi nella lettera, datata, ma attualissima, rivolta alla società e all’elettorato calabrese contro il malgoverno e la corruzione elevata a sistema, causa del mancato sviluppo della Regione. Un monito alla mentalità mafiosa che intride ogni rapporto sociale e amministrativo e contro la quale, nel chiuso della propria diocesi, solo alcuni vescovi e arcivescovi calabri osano alzare l’indice a voce alta, mentre altri ( una minoranza per fortuna) preferiscono ancora tacere impantanati nelle loro omelie prive di senso e aggrovigliati in forme devozionali roboanti , scenografiche e inutili.
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     La lettera pastorale "Dio vi aspetta a braccia aperte", emessa in occasione del sesto centenario della nascita di San Francesco di Paola, ci interpella più che mai oggi , ci fa capire che questa tornata elettorale non è un gioco e che forse costituisce l’occasione estrema per questa terra e il sud in genere per salvare la dignità elementare dei valori di Giustizia, Lavoro, Democrazia assolutamente antitetici alla mentalità ndranghetistica dominante e alla corruzione legalizzata e senza confini.
    Se è vero che lo strumento di Dio è la Misericordia, essa "… non può essere banalizzata e ridotta a gesti meramente devozionali, che non costano nulla… bacio del Crocifisso, processioni e forme devozionali. C'è bisogno del cambiamento radicale di vita, della richiesta di perdono e della giusta riparazione. E non bisogna avere paura di fare tutto questo: la Chiesa attende e accompagna lentamente chi vuole convertirsi…”
    Il Sud oggi di nuovo alla ribalta per lo sciacallaggio dei politici persino sullo smaltimento delle ecoballe di spazzatura, il Sud preda di interessi illeciti di ogni risma, il Sud nelle mani della Massoneria che piazza i burattini di questo o di quel partito funzionale al potere nei posti e nelle liste più varie, tanto il risultato nei disegni di questa gentaglia dovrebbe essere quello di un governo sconfinatamente compromesso, è oggi preda assoluta della corruzione più grande. Lo dichiara esplicitamente la Conferenza episcopale calabra: 

    "Dobbiamo convenire che la corruzione è una delle componenti del mancato sviluppo della nostra regione. La corruzione ha tante forme: appropriazione indebita, false dichiarazioni nei confronti dello Stato, sperpero del denaro pubblico, sostegno politico a chi non lo merita, connivenze con metodi illegali di arricchimento. Dobbiamo reagire con fermezza e coraggio e San Francesco di Paola è per noi di esempio... Abituiamoci a non premiare con il nostro voto politico o amministrativo chi ha mal governato o ha dato prova di corruzione nella gestione della cosa pubblica".
    Affermano nel loro insieme i vescovi che basterebbe poco per guarire la ferita profondissima della disoccupazione, specialmente in Calabria: 

   ‘Le occasioni di lavoro possono essere create, senza aspettare i miracoli dall'alto’ - "La mancanza di lavoro nella nostra Regione è la piaga che diventa sempre più purulenta. Stiamo assistendo impotenti all'aumento dell'inoccupazione e della disoccupazione, alla fuga dei giovani dalla nostra terra: le menti più dotate, dei giovani più accreditati presso le nostre università, dei più promettenti, se possiamo esprimere tale giudizio su alcuni di loro. Se ancora una volta denunciamo una politica cieca in tal senso e imploriamo rimedi normativi ed economici ormai improcrastinabili, dobbiamo anche richiamare l'attenzione di tutti sul fatto che le occasioni di lavoro possono essere create, senza aspettare i miracoli dall'alto e sfruttando al massimo le possibilità che ci sono offerte dal nostro territorio, rinnovando il nostro modo di affrontare il problema del lavoro e guardando alle potenzialità e alle risorse della nostra terra…" 
   Prevarrà il monito esplicito e coraggioso della C.E.C. o il silenzio ottuso e connivente di qualche frangia di chiesa locale?

domenica 4 febbraio 2018

Hagia Hagathè (Oppido): IL 5 FEBBRAIO, L'ENIGMA E LA STORIA


di Bruno Demasi
    A  235 anni dal fatidico 5 febbraio 1783, spartiacque cronologico orribile tra i fasti dell'antica città mamertina e la faticosa ricostruzione ( mai terminata) non solo di muri e strade e case, ma soprattutto di quell'unità sociale e civile e forse anche religiosa  ancora oggi effimera, occorre dedicare almeno un momento di riflessione sul perchè di tante coincidenze, non ultima quella tra la data del terremoto e quella della festa antichissima che, da tempo immemorabile, si celebra proprio nella stessa data a Catania.
   Un fatto è certo: Sant'Agata, sebbene se ne sia quasi  dimenticato anche il nome, ha legato indissolubilmente il suo culto alla Piana di Gioia Tauro e a quella città che di gran parte della Piana stessa è stata a lungo in evo bizantino capostipite e faro.
    Storiograficamente sembra proprio che per il territorio della cosiddetta Tourma delle Saline la linea di demarcazione tra un’età nebulosa e priva di connotati chiari e una fioritura economica e sociale non indifferente sia il declino dell’anno Mille e l’inizio dell’ XI secolo. La situazione geostorica del meridione della Penisola in questi anni presenta tuttavia diverse realtà politiche in perenne conflitto tra loro: i Musulmani padroni di gran parte della Sicilia, desiderosi di espandersi in Calabria e in Campania; i Longobardi di Capua, Salerno e Benevento ; i Bizantini che governano mediante un “catepano” gran parte delle odierne Calabria, Basilicata e Puglia.
    Su questo quadro si innesta all’interno del cosiddetto Tema di Calabria quella che  con parecchie semplificazioni viene definita Tourma ( o "Valle")  delle Saline da quando Andrè Guillou nel 1972 ha pubblicato 47 pergamene greche riguardanti altrettante donazioni al vescovo di Hagia Hagathè (Oppido) verosimilmente responsabile della tourma stessa ,articolata, a sua volta, secondo l’uso amministrativo bizantino, in Drungoi, dei quali, appare nei documenti pubblicati dal Guillou (gli unici sinora conosciuti) quello di Boutzanon (località verosimilmente coincidente grosso modo con l’attuale Castellace), centro non solo rurale, ma anche amministrativo e “politico” di un territorio geograficamente importante, tanto da essere difeso da una torre di guardia con relativi annessi (pyrgos). 

    Il Guillou sulla base dei documenti greci da lui attentamente analizzati, considerando anche la Cronaca di Goffredo Malaterra e non trascurando alcune tra le più autorevoli ricerche condotte da studiosi locali prima del 1970, delinea i confini della Tourma delle Saline identificandola prima con il bacino del fiume Petrace e, subito dopo, generalizzando forse un po’ troppo, con l’attuale piana di Gioia Tauro che, come si sa, per la sua estensione fino al monte Poro, oltre a comprendere orograficamente il bacino del Petrace, comprende almeno l’altro grande bacino del Mesima, che probabilmente sarebbe aleatorio inserire geograficamente nel territorio della tourma delle Saline vera e propria.
    Tornando comunque su quest’ultima e sulla sua articolazione in drungoi , si nota con ogni evidenza negli atti greci di riferimento che all’incirca nel 1044 esisteva il kastron di Oppido ricostruito (dunque preesistente) e ripopolato e il Guillou, dopo una serie di congetture giocate su fonti locali o comunque della tradizione riguardanti la stratificazione nella stessa aurea non di due , ma di tre abitati in epoche diverse, preferisce fermarsi su un dato certo documentato nel 1044: una città fortificata bizantina costituita all’interno dello stesso territorio che aveva visto il fiorire di una città greca (Mamerto), poi quello di una fortificazione romana (Oppido), infine un a cui era stato dato il nome di Hagia Agathè , Sant’Agata. 

    I documenti pubblicati dal Guillou e le ricerche conseguenti non hanno ancora fornito i dati necessari per individuare con precisione la data di nascita del vescovado di Hagia Hagathè, ma ci consentono senz’altro di affermare che nel 1051 (data dell’atto che ne parla per primo) era già stato fondato il vescovado di cui trattasi, la cui cattedrale era stata dedicata alla Théotokos, la Gran Madre di Dio, il titolo della Santa Vergine che i padri del Concilio di Efeso avevano voluto con forza.
    Ma perché la denominazione della “nuova” città fortificata di Oppido “ Sant’Agata” ? Perchè la venerazione della martire catanese era fortemente legata a questa terra? Perchè il 5 febbraio, giorno del martirio della Santa, è diventato anche, storicamente, il giorno orribile del martirio di un'intera città, Oppidum, irrimediabilmente distrutta proprio un 5 di febbraio ( 1783) da un sisma rovinoso e sconvolgente?
    Sono tutte domande legittime e, almeno per il momento, prive di degne risposte sul piano storico-ecclesiale. Possiamo però cercare di capire quanto e come il culto della martire catanese sia stato e sia ancora grande e diffuso, tanto da far pensare che chi fondò questa nuova città importantissima a livello amministrativo sulle colline aspromontane che dominano la Piana abbia voluto in cuor suo porla sotto la protezione di una santa molto acclamata e venerata, per sottolinearne quasi non solo l'importanza strategica sul piano civile, ma anche quella di polo di evangelizzazione per una terra che ancora disconosceva in gran parte l'annuncio evangelico.
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    Il martirio di Sant’Agata, oltre a testimoniare come a Catania sicuramente dal III secolo esistesse una comunità cristiana , per l' immediata diffusione del suo culto dopo la sua morte, non solo in città, ma anche fuori dal territorio etneo ci riporta a qualcosa di straordinario. Si ricorda a tal proposito anche l’iscrizione rinvenuta ad Ustica (Palermo), databile alla fine del III secolo dove si accenna ad una persona morta "il giorno di Agata". Circa la diffusione immediata anche in oriente interessante è la testimonianza di Metodio, Vescovo di Olimpo in Licia, morto nel 311 che nella sua opera “Simposium” fa riferimento ad Agata presentando la sua vita come modello di vita cristiana.
    La storia primitiva della chiesa di Catania registra al tempo della persecuzione di Decio nel 251 il martirio della vergine Agata. La martire viene non a caso segnata nel martirologio geronimiano e nel sinassario costantinopolitano e la sua fama diviene presto vastissima, tanto che già nel V secolo si erigono chiese in suo onore in Roma oltre che in tutta la Sicilia e in tutto il Meridione d' Italia...


      Un rapido excursus sulla diffusione del culto di Sant'Agata ci fa scoprire che in Italia la martire è patrona di 44 comuni, dei quali 14 portano il suo nome. Il titolo più antico di patrona lo detiene Catania. Qui la devozione è ovviamente più profondamente radicata e il nome di Agata, invocato a gran voce, implorato, glo­rificato, riecheggia quasi sempre nella storia della città. 

    All'estero sant'Agata è compatrona della Repubblica di San Marino e di Rabat, a Malta, dove una tradizione locale vuo­le che Agata si fosse rifugiata durante le per­secuzioni di Decio.  In Spagna Agata è la patrona di Villalba del Alcor, in Andalusia, dove esiste un simulacro ri­vestito di preziosi broccati. Sant'Agata è ve­nerata anche a Jeria, in provincia di Valencia, mentre a Barcellona le è stata dedicata la cap­pella del Palazzo reale, dove i re cattolici rice­vettero Cristoforo Colombo di ritorno dalla scoperta dell'America.  In Portogallo sant'Agata (in portoghese Agueda) è patrona di una cittadina che porta il suo nome, nella provincia di Coim­bra. In Germania è patrona di Aschaffemburg. In Francia molte sono le località sotto il pa­tronato di Agata: a Le Fournet, una città im­mersa nei boschi della Normandia, nel cui stemma cittadino, in onore della santa, sono raffi­gurate la palma, simbolo del martirio, e la te­naglia, strumento con cui venne torturata. In Grecia molte località portano il nome di Aga­ta e la santa si invoca per scongiurare i pericoli delle tempeste. In Argentina, dove è la protettrice dei vigili del fuoco, le è stata dedicata la cattedrale di Buenos Aires. In diversi altri punti del piane­ta ci sono luoghi di venerazione agatini, persino in America, dove esistono una Sainte Agathe des Monts nel Québec e una Sainte Agathe en Monitoba presso Winnipeg, in Canada. Ma an­che in India, a Viayawala, c'è un santuario a lei dedicato. 

    Stabilire comunque in modo esatto quanti sono in tutto il mon­do i luoghi di culto e i devoti di sant'Agata è un'impresa forse impossibile. A noi bastano però queste scarne notizie non certo per riempirci di stupido orgoglio se la nostra città primigenia era dedicata a questa Santa, ma per sentirci forse meno provinciali e un po' di più segmento di una cristianità amplissima che si sforza realmente di annunciare il Vangelo con la vita, come forse avveniva su queste terre già più di un millennio fa, come sicuramente non avviene oggi  quando  annunciamo  chissà quale vangelo e  in tutt'altro modo...

domenica 28 gennaio 2018

LA CATECHESI TRA LE FIAMME DI AMINA


di Bruno Demasi
    La chiamavano tutti Amina, anche se il suo vero nome era un altro, quello che ella sognava d vedere scritto sul permesso di soggiorno che aspettava con ansia dalla questura di Reggio Calabria. Quel permesso che non arrivò mai, neanche al termine del suo inserimento nel progetto lavoro a Riace durante il quale aveva dato il meglio di se stessa per dimostrare che una donna africana quando si mette di impegno sa fare meglio di quanto gli altri si aspettino.
    E dalla sera alla mattina si era ritrovata senza un alloggio, senza una sia pur misera fonte di sostentamento, come quando qualche mese prima era giunta in Italia attraverso l’oltraggio dei barconi, le urla dei procacciatori di soldi e di morte, l’indifferenza della gente. 


    L’approdo alla baraccopoli di San Ferdinando era stato la tappa obbligata per chi non aveva più niente, in quella terra di nessuno dimenticata da Dio e dallo stato italiano affaccendato a tenere ferma la gente in fuga sulle coste della Libia, nei lager e nelle fosse comuni di cui ormai rigurgitano maleodoranti le rive africane del Mediterraneo. 

    E nella baraccopoli di San Ferdinando Amina ha incontrato nell’ordine: il freddo delle notti gelide di dicembre e gennaio, la fame, il sonno impossibile, l’odore nauseabondo della carne viva che imputridisce in silenzio, la carne della povera prostituta nigeriana malata di Aids vicina di baracca, cui ella somministrava i farmaci recati in silenzio da don Roberto, a sua volta abbandonato da tutti, dopo averla pulita e aiutata a nutrirsi... E attraverso la carne di quella donna divorata dall’ Aids Amina ogni giorno ritrovava Dio e la sua voglia di catechizzare annunciando l’amore di Cristo senza stancarsi. 

    Una catechesi che ormai in tanti attendevano ogni sera, pronunciata senza schemi e senza parole ridondanti, spesso fatta solo di gesti: Cristo nelle baracche costruite addosso alle vecchie tende di San Ferdinando non ha bisogno di giri di parole né di richiami a versetti biblici e men che mai di azzimate locuzioni latine ancora tanto usate dai pulpiti di certe chiese… 

    Una catechesi che non si stancava di sfidare il freddo, la fame, i morsi dolorosi della carne infetta, le bestemmie degli alcoolizzati della tendopoli e nemmeno le urla di disperazione o gli atroci silenzi di chi sa di essere condannato…
    Una catechesi vivente  bruciata dal fuoco due notti fa , distrutta dalle urla di chi attraversava le fiamme per porsi in salvo, mentre lei, Amina, dopo aver cercato di soccorrere chi non ce la faceva a correre, si ritrovava improvvisamente a terra avvolta dalle fiamme.

    Una torcia umana d’amore destinata ad essere dimenticata da tutti. Un altro raccapricciante esempio della barbarie in cui siamo caduti in questo lembo di terra che tra tante parole e promesse inutili ha dimenticato Dio e la Croce, ormai sparita anche dalle facciate delle nuove chiese.

sabato 27 gennaio 2018

L’OSCURO OLOCAUSTO DEI MERIDIONALI 80 ANNI PRIMA DI AUSCHWITZ

 di Bruno Demasi
   Il 27 gennaio è sacro alla memoria della Shoah, davanti a cui mi prostro commosso, un sacrificio collettivo che ci riguarda tutti , che si ripete ancora oggi in molte situazioni di cui i media tacciono, come in passato si è taciuto su eccidi orribili . E' il motivo per cui quest'anno anche io voglio rendere omaggio in questa giornata col canto Yzqerem, appositamente composto,  riprodotto a fianco ai ragazzi della scuola religiosa di Gerusalemme uccisi il 6 marzo 2008, e  rispolverare inoltre una pagina oscura e drammatica della nostra storia di Meridionali, sempre in balìa degli ultimi arrivati. Nel pianto di oggi di tante madri ebree c'è il pianto di tante madri di Calabria e del Sud di oltre  150 anni fa...
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    Ancora due anni fa, prima che ignoti vandali la frantumassero, sull’ingresso del forte rupestre di Fenestrelle in Val Chisone ( che la Provincia di Torino ha proclamato appena quindici anni fa suo monumento-simbolo , ma che da tanti meridionali è considerato un antesignano di Auschwitz dove migliaia di reduci meridionali dell’esercito borbonico, se non sterminati, sarebbero stati lasciati morire di fame e di freddo), campeggiava questa lapide: “ Tra il 1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Fenestrelle migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilie che si erano rifiutati di rinnegare il re e l’antica patria. Pochi tornarono a casa, i più morirono di fame e di stenti. I pochi che sanno si inchinano”.
    Fin tanto che la vicenda era rimasta dimenticata tra la polvere degli archivi di Stato nessuno si era curato di quella lapide, ma in una mostra documentaria di 4 anni fa, tenuta a Torino e dedicata ai 150 anni dell’Unità venne esposto, tra gli altri, un documento inatteso. Si trattava del resoconto di un processo tenuto in fretta e furia, solo dopo pochi mesi dalla spedizione di Garibaldi al Sud, dal Tribunale militare di Torino contro moltissimi soldati di origine meridionale ristretti “in punizione” al forte.
    Su questa oscura e sporca pagina ovviamente dimenticata dalla storia ufficiale e dalla quale è bene  eliminare subito ogni assunto di parte, si è accesa una delle solite diatribe tra Francesco Mario Agnoli (Apologia di uno storico dilettante - 31/10/2012) e Alessandro Barbero ( "I prigionieri dei Savoia..." 2014, Laterza). Il secondo, piemontese non solo di cognome, ma soprattutto di cervice, ha iniziato un can can pubblicistico per smentire, ma con pochi dati alla mano, che Fenestrelle sia stata per i soldati meridionali l’Auschwitz di 155 anni fa. E Agnoli, pur suffragando la propria ricerca con una congerie di informazioni più o meno di prima mano, non è riuscito ad andare neanche lui molto oltre nella ricostruzione esatta di questa drammatica vicenda sulla quale sono state volutamente fornite cifre iperboliche e informazioni ambigue solo per smentirne l’esistenza e snaturarne la veridicità e la gravità.
    Nel saggio “ I Savoia e il massacro del Sud" di Antonio Ciano ( edito nel 2011 da A-M-E), ad esempio, si parla addirittura di un milione di morti "acc'si" in seguito all’annessione del Regno delle Due Sicile, cifra comunque molto verosimile se è vero che il corpo di occupazione piemontese annoverava nel 1865, almeno mezzo milione di uomini ( più o meno lo stesso numero di soldati americani impiegati nella guerra del Vietnam).
    Al di là di ogni altro elemento di discussione, mi piace affidarmi in questo caso a una rivista dalla serietà indiscussa, come La Civiltà Cattolica (Serie IV, Vol. XI, 1861, pag. 618) che ha osservato apertamente, senza essere stata mai smentita da nessuno,"Se si traesse il novero dei fucilati, dei morti nelle zuffe, dè carcerati dal Piemonte, per soggiogare il Regno di Napoli, senza fallo si troverebbe assai maggiore di quello dei voti del plebiscito, strappati con la punta del pugnale e colle minacce del moschetto...". Come dire che i morti, nel 1861 mese di agosto, superavano già di gran lunga il milione trecentomila. Infatti i risultati del cosiddetto plebiscito, in buona parte truccati ed estorti, risultarono essere: 1.302.064 Sí contro 10.312 No.
    La stessa Civiltà Cattolica a pag. 503 osserva: "A reggere la cosa pubblica e rifare il Regno fu posto, come si sa, il sig. Silvio Spaventa, del quale si può ben dire che regna e governa… è degno successore di Don Liborio Romano e procede con mezzi molto diversi. Don Liborio avea sciolti i galeotti a centinaia e commessa loro la custodia dell'ordine pubblico; e la sicurezza cittadina, guarentita dai Camorristi, trionfava a quel modo che tutti sanno. Lo Spaventa ebbe ribrezzo di tale infamia, diede la caccia ai galeotti liberati ... Ma per farsi perdonare queste severità, procurò di offerire ogni quindicina di giorni, una bella ecatombe di realisti borbonici in sacrifizio della rivoluzione fremente”
    Con buona pace di Barbero che si affanna ed annaspa per dimostrare il contrario, possiamo affermare chele “belle ecatombi” quindicinali di migliaia di giovani soldati del Sud che non fecero mai ritorno alle loro povere case e alle loro famiglie, private così di braccia e di sangue, è un dato davanti a cui inorridire, un esempio come pochi di quell’efferatezza che neanche le SS giunsero mai a perseguire nei confronti della Polonia conquistata. 

    Inchiniamoci!

sabato 20 gennaio 2018

QUALE SENSO ABBIAMO NOI DELLA PIANA ?

di Bruno Demasi
    La “ modesta proposta” di Tonino Polistena di risolvere il problema atavico della Piana di Gioia Tauro trasformandola in un’enorme casa da gioco e di scommesse dove sublimare il meglio della Nazione in termini di azzardo, inghippo, corruzione, sopraffazione, aggiramento della Legge, si differenzia dalla  truculenta e sempre attuale idea similare di Jonathan Swift.  In effetti, al di là dei limiti cronologici e spaziali nei quali nacque la proposta dello scrittore irlandese, i  contenuti di essa  potrebbero benissimo essere applicati anche alla Piana prevedendo di mandare all’ingrasso i bambini della povera gente per poi darli da mangiare alla Ndrangheta e soddisfarne i voraci appetiti. 
    Due metodologie  differenti, ma efficaci, quelle di Polistena e di Swift, per trasformare la Piana da problema per lo Stato (!) in risorsa; due originali ed intelligenti modi di sperimentare non solo per la Penisola , ma per tutta la dimensione del Sud del mondo delle soluzioni alla povertà decisamente interessanti.
   Che farsene infatti dell’attuale situazione della Piana e della sua mancanza di senso se non ci si rende conto di cosa ci nutriamo oggi in quasi duecentomila in una dimensione geografica e sociale  tanto dolorosa (...!) per la Nazione e per i suoi governanti?
  Viviamo ormai  praticamente di scarti, svendendo l'olio lampante ( che ad anni alterni  si riesce a produrre col contagocce dove non sono state tagliate le piante) a pochissimi euro al Kg e svendendo gli agrumi a meno di 14 € al quintale.
  Viviamo del ricordo sbiadito di un artigianato soppiantato dalle cavolate grossolane e costose in plastica comprate a peso d'oro con gli sconti del 50%.
   Viviamo delle povere pensioni dei vecchi e dell’ozio forzato del 90% dei giovani che assistono inermi al transito dal porto di Gioia Tauro di enormi ricchezze che non ci sfiorano e non ci riguardano. 
  Viviamo delle poche, pochissime ore di lavoro distribuite ai più fortunati dietro un registratore di cassa negli smisurati centri commerciali che succhiano fino all’ultimo centesimo dalle tasche , sempre più rinsecchite, delle famiglie.
   Moriamo di una sanità che continua a regalare un fiume di denaro ai privati e tiene  in piedi ospedali simillager immancabilmente senza posto quando c'è un'urgenza.
   Viviamo del plusvalore ridicolo che lo sfruttamento degli immigrati consente di ottenere per non morire e per non farli morire dietro i sorrisi smaglianti nelle foto pubblicitarie  degli addetti  della grande macchina  ufficiale della carità
   Viviamo di acqua imbevibile e di aria avvelenata dall’abuso di antiparassitari inutili e dai fumi semiclandestini di tanta spazzatura ancora bruciata.
   Viviamo di rarissimi libri comprati controvoglia e di  giornali intravisti solo al mercato del pesce , di libri di scuola rifiutati o sporcati o gettati nel fango del menefreghismo analfabeta dei genitori che, piuttosto che mandarli a scuola a tempo pieno e sfruttare almeno questa risorsa che ancora lo Stato potrebbe offrire,  preferiscono che i loro figli negli ozi interminabili dei pomeriggi malati disimparino persino l'alfabeto.
   Viviamo di patatine e McDonalds, di prodotti tipici forniti da fornitori atipici che non parlano nemmeno calabrese.
    Viviamo di spiccioli gettati alla rinfusa alla plebe strisciante dagli imprenditori di morte che continuano ad occupare i posti chiave nella pubblica amministrazione ealtrove...
    Viviamo di scuole ed uffici  irrazionalmente decimati  e in concorrenza tra loro per produrre il nulla e di un analfabetismo di ritorno pari a quello registrabile nel Burkina Faso.
    Viviamo di convegni, congressi, raduni, eventi,  mostre e mostri che ci consentono di "fare cultura" e di  congelare i problemi facendo finta di averli affrontati.
     Viviamo di apparizioni o di magie o di paure o di desideri smodati di processioni e idolatrie di ogni genere, nella quasi totale indifferenza di una chiesa locale che continua a costruire i suoi fortilizi  in cemento privi di finestre per significare  apertis verbis la sua distanza dai reali problemi e delle mille povertà di questa  gente .
     Viviamo insomma solo  di vento e del sopravvento del rissoso e del cretino di turno.

   Ma un senso ce l’abbiamo anche noi: quello di tornare a parlare e a far finta di esistere solo nelle pacchianate elettorali; quello di votare governi e maggioranze che se ne infischiano di questo territorio malato, in perfetti equilibrismi di sinistra-centro-destra e relative poltrone; quello di vivere nella logica del grattaevinci: consumare, dormire, aspettare, dormire, consumare.
 E tacere!

 Prosit!