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sabato 20 dicembre 2014

SALVATORE RUGOLO, ICONA MUSICALE DELLA CALABRIA

di Bruno Demasi
    C’era nell’espressione poetica antica quella simbiosi tra parola e suono che già  i  Greci praticavano da queste parti in maniera spontanea nei momenti più solenni della vita e nelle epopee della colonizzazione magnogreca. La distinzione tra musica, canto e poesia è invece cosa moderna, è una forzatura alla naturalezza  espressiva nella quale non potrebbe esistere separazione tra suono, melodia e parola.
   Salvatore Rugolo supera questa distinzione artificiosa tipica della comunicazione moderna, per riportarci con la sua arte all’originalità del canto e del suono uniti in un una sintesi dinamica e di cui nelle sue composizioni egli fornisce esempi chiarissimi e inediti, riuscendo a mettere insieme anche parole ed espressioni del nostro tempo con ritmi e melodie del passato in una sintesi artistica e comunicativa assolutamente originale.

    Proprio da questa dimensione di fondo si diramano gli altri elementi che fanno di questo artista e di questo studioso un unicum nel panorama musicale del Sud per la versatilità della sua voce e della sua ormai ricchissima produzione musicale, ma anche per l’uso rispettoso dei canoni musicali della tradizione e del presente, per la sua presenza mai ingombrante, ma indispensabile in moltissima produzione della musica “popolare”.

   Si pensi al numero enorme di cantanti e musicisti da lui incentivati e guidati fino a questo momento; si pensi alle sue collaborazioni magistrali con tanti autori e gruppi oggi molto presenti nel panorama musicale calabro e meridionale: gli Akusma; I Due Lyre e mezzo di Taranta; Francesco Epifanio; I Karadros; Mimmo Lamonaca; Vinz Derosa, per citarne solo alcuni.

  Catalogare dunque tutta la produzione poetico-musicale di Salvatore e Rugolo è forse impossibile sia per la vastità di essa sia per l’originalità e la molteplicità dei canoni da lui praticati. Possiamo però individuare almeno quattro dimensioni di fondo che la caratterizzano: il recupero costante della tradizione musicale del passato e la sua rivitalizzazione nelle situazioni culturali del presente; la cura meticolosa degli stilemi vocali, dei linguaggi verbali e musicali della tradizione in contesti ritmici e melodici non convenzionali e non ripetitivi; il recupero commosso della vita di ogni giorno con occhio attento al passato; il desiderio di ridare alla musica etnica quella dignità che tante operazioni commerciali forse hanno annacquato nel corso del tempo. 

      Rugolo sembra essersi nutrito di pane e di musica: i ritmi e le melodie della tradizione etnica locale sicuramente fanno parte incindibile della sua formazione artistica, se è vero che egli riesce a fletterli, aprirli, frantumarli e poi riunirli in composizioni che non hanno nulla di stucchevole o di già sentito, ma si dipanano in modo naturale anche quando i testi trattano di problemi gravissimi, come quello della disoccupazione e della condizione giovanile in questi paesi:

TIRITERA


Dirittu p’a me strata e tanta genti mi saluta
Dintra sti vineji, dintra sti casi
Si respira l’aria di genti comu a mmia
Lu stessu caluri, li stessi valori.
Volìa u sacciu, volìa u sacciu
Quali direzioni ognunu ‘i nui avi a pigghiari
U si cambianu pregiudizi e idiozia
Quali strata è chija giusta

‘N menzu a ‘sta confusioni
Ura è u si cambia musica o rivoluzioni
E e se  ndi ncazzamu
È pecchì no’ simu sulu numeri
Ora si cambia sta tiritera
Ora si cambia ‘sta tiritera
Ora si cambia ‘sta tiritera

Ma pecchì’ ndi trattanu comu nimali
E ndi chiudunu nda paisi comu prigioneri
Nta ‘na paralisi totali, nta ‘na farza ‘i verità?
E nujiu sarà colpevoli ‘i sta complicità?
‘N menzu a ‘sta confusioni
Ura è u si cambia musica o rivoluzioni
E se ndi ncazzamu
  È pecchì no’ simu sulu numeri
                                                                                 Ora si cambia sta tiritera
Ora si cambia ‘sta tiritera
Ora si cambia ‘sta tiritera

Nu lavuru è dignità è nu dirittu comuni.
No’ vi chiedimu chiù c’a nostra libertà

‘N menzu a ‘sta confusioni
Ura è u si cambia musica o rivoluzioni
E se ndi ncazzamu
È pecchì no’ simu sulu numeri
Ora si cambia sta tiritera
Ora si cambia ‘sta tiritera
Ora si cambia ‘sta tiritera


    Ma Salvatore Rugolo non è soltanto il missionario del recupero della tradizione. E’ artista eclettico, pronto alla sperimentazione, ma saldamente legato ai canoni musicali più sobri e genuini. Sa modulare la propria voce in stilemi e virtuosismi incredibilmente versatili. Si muove nelle divagazioni melodiche con la stessa padronanza con cui rielabora e reinventa i ritmi antichi, salvaguardandone il fascino ed arricchendoli di movenze e di espressioni moderne…
SERENATA NOVA


Giuvana cu ss’occhi ‘i calamita
Stasira ti portu ‘na ‘mbasciata
Sonati fisarminica e mandulinu
La me vuci vola nta la strata.

Garompulu d’amuri matti matti
Figghiola carricata di bellizzi
Quandu mi guardu cu ‘ss’occhi m’ammazzi
Senti stu cori meu comu batti.

Vola, vola
Vola,vola
Vola,vola, Aquila bella.

Amuri, amuri grandi cumu mari,
tu sula esisti ntra li me’ openseri,
si’ bella comu suli all’imbruniri
tu sula mi trasisti ntra lu cori.

Jhatu meu, ogni sira jeu ti pensu,
puru pemmu ti vijiu ‘nu mumentu,
u ti dicu chi ndaju nta stu cori,
ti vogghiu, bella mia, pe’ mugghieri.

Vola, vola
Vola,volaVola,vola Aquila bella.
 
    L’elemento lirico accompagna sempre , anzi dà vita alle composizioni di Rugolo, ma spesso prende anche il sopravvento sulla preoccupazione stilistica e ritmica fino a raggiungere vette di commozione che gli echi della tradizione musicale antica esaltano.
    E’ il Rugolo che canta le campagne, i boschi, la fatica dura e bella che ha sempre intriso la vita della nostra gente. 
     E’ il Rugolo degli affetti familiari, delle gioie e delle preoccupazioni quotidiane più intense.    E’ il Rugolo che cantando la testa d’argento della mamma, ne rievoca tutta la storia di vita, di sofferenza e di gioia...



CHIOMA D’ARGENTU 

Ti guardu nta l’occhi espressivi chi hai
e vidu la bontà di ‘na grandi fimmana.
Ti scrutu nte’ rughi di lu visu toi
nta tutta la to’ naturalezza,
nta’ tutti ‘i to’ guai…

U cori toi è di tutti i mammi di stu mundu:
amanu li figghi e ciangiunu li vecchi.
Preganu lu Signuri e sudanu lu pani:
li mammi su tutti uguali.
Suffrunu ‘n silenziu pe’ i loro criaturi,
ti rispiggghianu la matina
e t’aspettanu la sira.

Lu cori di li mammi
no’ c’è dinaru chi lu poti 'ccattari...
passanu la giovinezza arretu a nu brasceri.

A longu tempo la so’ chioma
si colora d’argentu...
poi ti dassanu ‘nu sorrisu
e si ndi vannu ‘n silenziu…

   Salvatore Rugolo è anche icona col suo canto della fede popolare che testarda sopravvive ai mille attacchi che il razionalismo di ritorno, quello più becero, vorrebbe soffocare. La sua “Bonasira” alla Vergine da anni ormai è la colonna sonora di tante e tante manifestazioni devozionali e processioni alla Madonna, all’interno delle quali il cuore  della Piana e della Calabria intera, si ritrova miracolosamente unito, dimenticando rivalità e rancori, odi e passioni per ritrovare nell’insegnamento nascosto e umile di Maria la propria ragione di vita anche sociale e civile...


Mu nd’accumpagna la notti e lu jornu
 e puru quandu simu pe’ la via .
…..
E la Madonna si vota e ndi dici:
Vajiti, bonasira e Santa Paci

lunedì 15 dicembre 2014

NON SOLO CORRUZIONE E NDRANGHETA , MA ANCHE SANTITA’

L’AVVIO DEL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE/CANONIZZAZIONE DI PADRE VINCENZO IDA’ 
di Bruno Demasi
   E’ stato avviato stasera nella cattedrale santuario di Oppido Mamertina , in seguito all’indubbio e serio impegno del vescovo Francesco Milito e con grande concorso di gente proveniente da Gerocarne, Anoia, Terranova Sappo Minulio e da tanti altri paesi dell’entroterra, il processo per la beatificazione/canonizzazione di Padre Vincenzo Idà, il sacerdote che con molti anni di anticipo ha precorso in maniera incredibilmente lucida la necessità di una nuova evangelizzazione. Quell’evangelizzazione di cui oggi in tanti ci si riempie la bocca, ma che negli anni Trenta o Quaranta del secolo scorso era di là da venire anche nei contesti ecclesiali meno tradizionalisti.
    Già nel 1939 (appena a 30 anni di età) Vincenzo Idà fondava infatti la Congregazione delle Suore Missionarie del Catechismo e nel 1950 ( a 41 anni di età e addirittura dieci anni prima del Concilio Vaticano II) la Congregazione dei Padri Missionari dell’Evangelizzazione.
    Era nato a Gerocarne, oggi in provincia di Vibo Valentia, nel 1909 da famiglia di contadini, di cui gli rimase sempre l’habitus austero e ironico, semplice e serio, avvezzo a fatiche di ogni genere, ma anche capace di grandi progetti, e già giovanissimo, dopo essere stato ordinato sacerdote, diventava parroco in Anoia Superiore, in quella piana di Gioia Tauro minata dall’analfabetismo, dalla fame, dalla malaria e dalla ndrangheta.
    Il suo fervore missionario ebbe dunque come culla queste contrade, ma presto traboccò nel Messico dove personalmente si recò ad aprire le prime missioni, con una speciale predilezione per i poveri e gli emarginati dei quali il vasto campionario esistente nella nostra terra evidentemente non gli bastava.
  La sua azione evangelizzatrice divampò in maniera incredibilmente rapida, tanto che oggi le sue congregazioni sono presenti in tutti i continenti. Nel 1984, mentre si trovava in visita alla missione di Oaxaca in Messico, riceveva il premio eterno per le sue fatiche immani. Il suo corpo veniva traslato nella Casa Madre delle Suore in Anoia Superiore, dove oggi si venera.
   L’avvio di questo nuovo processo costituisce una grande e commossa soddisfazione per questa terra spesso esposta ai disonori della cronaca e allo sciacallaggio dei media. Terra capace di grandi nefandezze, ma anche di mille virtù ed eroismi.
    Tra questi la santità!
   Il processo di beatificazione di Padre Idà, dopo la santità riconosciuta in questi anni a Padre Gaetano Catanoso di RC, a Fra’ Umile da Bisignano e, più recentemente, a Fra’ Nicola Saggio da Longobardi, si aggiunge infatti  a quelli in corso di Don Francesco Mottola, di Tropea, di Rosella Staltari e dei coniugi Franco Bono e Maria De Angelis, nella Locride, e a quelli in dirittura di partenza di Natuzza Evolo e di Irma Scrugli, ancora nella diocesi di Mileto, Nicotera, Tropea.
   Una pioggia abbondantissima di benedizioni per un popolo preda di tanti, tantissimi soprusi, spesso anche legalizzati, ma avvezzo a lottare ed evidentemente anche a pregare.  E a pregare molto!



sabato 13 dicembre 2014

CRISTO E GIUDA TRA LE BARACCHE DI SAN FERDINANDO

di Domenico Rosaci

    La fiaccolata-sciopero di ieri degli immigrati della Piana ci scuote e ci interpella perché a San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro, si può osservare sul serio la Realtà, quella vera. Televisione e giornali ci parlano di uomini che vengono da lontano per invaderci, clandestini che sottraggono il lavoro ai nostri concittadini, fruendo di "straordinarie agevolazioni" e qualche politico alla moda ci "informa" che i migranti ricevono dallo stato 30 o 40 euro al giorno e che essi sono ospitati in hotel a tre stelle.
    Ma a San Ferdinando c'è solo una tendopoli costruita in campo aperto, dove nel degrado e nella povertà sopravvivono centinaia di uomini.
  Sopravvivono, perché di vita dignitosa non si può certamente parlare. Si tratta piuttosto di fame e di gelo. E di buio, quello che li accompagna quando ancora a notte fonda si avviano per raccogliere le arance nei campi. Quello che ritrovano al ritorno, in quello che beffardamente insistiamo a chiamare "campo di accoglienza". Il buio di una giornata lavorativa di dieci ore, pagati 80 centesimi per ogni cassetta di arance, accompagnati dalla disperazione e dalla fatica. E dalla paura per quei calabresi che li insultano, che gli sputano addosso.
    Sono venuti da molto lontano, da paesi che si chiamano Burkina Faso, Mali, Ghana, Senegal, Costa d'Avorio. Ma pochi di coloro che guardano la televisione, o ascoltano le "informazioni" dei nostri politici, conoscono cosa si celi dietro questi nomi. Non sanno ad esempio che il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri al mondo, con un reddito medio pro-capite di circa un euro al giorno. Un Paese privo di risorse produttive, ulteriormente svantaggiato da un clima imprevedibile, tropicale e semiarido, frustrato da lunghi periodi di siccità. Un Paese in cui tre persone su quattro sono analfabete. Una terra oppressa dalla violenza dei continui colpi di stato. Ultimo quello di Blaise Compaoré, diventato presidente dopo l’assassinio di Thomas Sankara, il leader marxista che denunciò pubblicamente le vergognose manovre delle banche e dei governi occidentali per soggiogare con il debito i paesi africani.
    Compaoré fu amico di tutti i dittatori africani, da Gheddafi a Charles Taylor, ma soprattutto mantenne sempre ottimi rapporti con Parigi, promuovendo gli interessi francesi in Africa. E fu anche uno dei dittatori più amici degli USA, offrendo le proprie basi aeree ai droni spia americani che sorvolano il Mali e il Niger. E noto che Washington addestra anche l’esercito del Burkina Faso nella base militare di Kaya, da cui partono tante micidiali "missioni di pace". Compaoré fu deposto da una rivolta popolare, simile a quelle avvenute durante la Primavera Araba, ma adesso la guida dello Stato se la contendono i militari, e Parigi e Washington si sono dette contente di questo cambiamento, soddisfatte che a controllare il Paese sia l'esercito, addestrato ed armato dall’Occidente.
    Tutto fuorché un governo islamico, anche se il prezzo da pagare è stato la repressione dei moti popolari, come è avvenuto tanto in Egitto quanto in Burkina Faso. Come denunciato recentemente da Peuples Observateurs, il WikiLeaks africano, l’infiltrazione delle diverse mafie nei Paesi africani è evidente e nota, e tra le altre spicca la Mafia Italiana, che ha investito in molte attività illecite, quali la speculazione in diamanti in Tanzania, il traffico di armi in Burkina Faso e il traffico di materie prime in Togo.
     E' da queste realtà che sono scappati i migranti di San Ferdinando. Migranti che in oltre il 70% dei casi possiedono un regolare permesso di soggiorno, e quasi la metà è titolare di un permesso per protezione internazionale o per motivi umanitari. Uomini che lavorano in nero per 9-10 ore al giorno, per poi morire di freddo e di fame in una tendopoli improvvisata, mentre uno Stato indegno di questo nome e fondato sulla corruzione e sull'immoralità, sta a guardare indifferente, in ben altre faccende affaccendato.  
    Questa è la Realtà vera, non quella della televisione. Questi uomini sono fuggiti da terre infernali, dove l'inferno hanno contribuito a crearlo principalmente i Paesi Occidentali.
     Noi non siamo le vittime, piuttosto rappresentiamo i carnefici. E lo diventiamo doppiamente, quando rifiutiamo a questa gente sfortunata la nostra ospitalità e la nostra compassione. Che non sono soltanto cortesie da offrire, ma piuttosto obblighi irrinunciabili per chi pomposamente si auto-proclama "uomo civile".
   Ma noi non siamo uomini civili. Sbandieriamo le radici cristiane dell'Europa, ma non siamo cristiani. Il principio fondamentale del Cristianesimo è la fratellanza. La compassione e la solidarietà verso chi è sfortunato, verso chi tende la mano.
    Chi attacca i migranti, chi li ingiuria e li disprezza, non è né civile né cristiano.
    C'è un prete, a Bosco di Rosarno, che si prodiga per aiutare i migranti. Don Roberto Meduri, parroco della chiesa di Sant’Antonio a due passi soltanto dall’inferno della tendopoli. Don Roberto si reca continuamente a portare il messaggio di Cristo in mezzo a quel deserto di indifferenza e disumanità. Va a dir messa, a portare conforto, a donare un sorriso. Organizza il Coro e la Squadra di Calcio. Sfidando gli insulti e il razzismo, si impegna per dare a questi uomini sfortunati un'opportunità di futuro.
     Per merito suo, lontano dalle luci e dai riflettori che l'Occidente preferisce puntare sulle star miliardarie che tutti conoscono, anche qui a Rosarno si può correre per qualche ora felici dietro ad un pallone e ad una speranza.
    Grazie a grandi uomini come Don Roberto Meduri, che ancora oggi testimoniano grandi ideali di civiltà, quali la fratellanza cristiana, anche noi, piccoli osservatori della realtà, possiamo nutrire speranza verso un futuro migliore: il tempo in cui forse un migrante sarà considerato come un fratello che ha il volto di Cristo, ed ogni razzista sarà chiamato col nome di chi Cristo lo tradì.

venerdì 12 dicembre 2014

80 CENTESIMI PER OGNI CASSETTA DI ARANCE RACCOLTE: LO SCIOPERO DEI PIU' POVERI TRA I POVERI

LA  FIACCOLATA DELLA SOLIDARIETA' DEI BRACCIANTI DI ROSARNO
 E SAN FERDINANDO

di Bruno Demasi 

   Nella giornata dello sciopero generale che ha visto tutte le piazze d'Italia teatri della sofferenza immane di centinaia di migliaia, di  milioni di lavoratori di fatto ignorati dal cosiddetto Job Act, (espressione che somiglia più al titolo di una commedia di Tennessee Wiliams che non a un serio piano per il rilancio del lavoro) la CGIL oggi ha organizzato anche a San Ferdinando “Una fiaccolata della solidarietà sociale” per ridare voce a quelle centinaia di migranti di colore che sopravvivono in modo disumano nella banlieue di Rosarno e San Ferdinando.  Sono i raccoglitori stagionali di arance, di mandarini e di clementine  che vivono, senza acqua e senza luce, nella tendopoli della cosiddetta  zona industriale della Piana di Gioia Tauro, dove è riesplosa l'emergenza perchè chi tra questi immigrati   non ha trovato posto sotto le tende del ministero dell’Interno, ha cercato di  occupare di nuovo  uno dei tanti capannoni costruiti con i finanziamenti della Legge  488 e mai utilizzati.
   Lo spettacolo è quello di quattro anni fa, la situazione di degrado in cui vivono queste persone  che non sanno nulla del Job Act e di tutte le altre sciocchezze inventate dai nostri politici per gettare fumo negli occhi alla povera gente è direttamente proporzionale allo sfruttamento di cui sono fatte oggetto da pseudoimprenditori, caporali e persino da  “capi neri”  che ogni mattina li  prelevano ancora al buio dai bordi della Nazionale e li portano sui campi per la raccolta delle clementine.
    “Lavoro e diritti”  hanno chiesto ancora oggi  nel loro italiano smozzicato i migranti che hanno partecipato alla fiaccolata, lamentando “Ci pagano 80 centesimi ogni cassetta di arance che raccogliamo. Non c’è futuro per noi”. 15 €, o se va bene 20/25 , per una giornata lavorativa che inizia al buio e finisce al buio ( dalle 7,00 alle 16,30) per poi tornare nel campo di accoglienza e trovare altro buio, altro freddo e tanta fame.
      Dove sono i 30 €  regalati ogni giorno a questi immigrati , di cui  Salvini si riempie la bocca per cercare di  lanciare il suo famigerato partito anche da queste parti? Dove sono gli hotel a 3 stelle in cui sono alloggiati per non fare nulla?
      Per loro solo gelida e infinita fame e sofferenza se non vanno a farsi sfruttare nelle campagne o se qualche persona, come don Roberto Meduri, il parroco del Bosco di Rosarno, non  continua a chiedere e provvedere, insieme ad altri volontari, pane e coperte per loro.

giovedì 11 dicembre 2014

QUELLE BARZELLETTE DEI FONDI FAS IN CALABRIA…

di Bruno Demasi
   Il governo regionale calabrese di sinistra-centro-destra dovrebbe domandare al governo nazionale di destra-centro-sinistra perché mai i fondi FAS destinati alla Calabria, col Job Act in corso di approvazione, saranno invece destinati a tutta l’Italia per finanziare il bonus contributivo per i neoassunti.
    Francesco Boccia, uomo politico del centro-sinistra-destra, presidente della commissione Bilancio della Camera ha dimostrato con alcuni calcoli pubblicati dal Corriere del Mezzogiorno come il denaro che in origine era destinato al Sud ora vi ritorna per meno del 30% e lamenta che “Se ci sono state amministrazioni inefficienti nella spesa delle risorse UE,non è giusto punire le comunità meridionali, sottraendo loro risorse. Sarebbe più logico prendersela con chi ha sprecato o non utilizzato le possibilità offerte dall’Europa“.
    La Calabria – è vero – ha sprecato molto e continua a sprecare molto in progetti inutili e ridicoli, spesso formulati solo per spendere e spandere i fondi senza effettive ricadute sociali, ma con molte ricadute clientelari. Tutto ciò non autorizza però il governo di destra-centro-sinistra ad affossare ulteriormente la nostra regione senza che quest’ultima osi almeno protestare.
    Sembra una barzelletta, ma conviene di più licenziare in Calabria anzichè al Nord perché si sommano gli sgravi fiscali del Jobs Act con quelli introdotti dal governo Monti, in cui si prevedevano degli sconti sull’Irap per chi assumesse nel Meridione.
    Il Rapporto Svimez pubblicato poche settimane fa, mostra che negli ultimi cinque anni , il Pil del Sud è crollato del 13,3%, mentre l’occupazione ha registrato un brusco calo del 9% (ossia 582 mila posti di lavoro in meno).
    E come ha denunciato la commissione europea di Bruxelles per le politiche regionali, “la qualità della vita al Sud non è affatto migliorata” e le assunzioni sono crollate nonostante i miliardi su miliardi di fondi stanziati ( e in gran parte sprecati).
    La nuova giunta regionale intende rimboccarsi finalmente le maniche per denunciare gli orrori/errori del passato e per evitare che gli stessi continuino o è troppo occupata a pesare col bilancino le cariche e gli incarichi da distribuire?

martedì 9 dicembre 2014

RICORDARE MONS. LUCIANO BUX...

 di Bruno Demasi

    Non so se l'infinito o indefinito "ricordare" assuma quest'oggi un significato esortativo, imperativo o semplicemente didascalico, fatto sta che stasera in Cattedrale, a Oppido, i vescovi della Calabria finalmente  si riuniranno per commemorare ufficialmente la figura del vescovo Luciano Bux, deceduto esattamente quattro mesi fa a Bari.
    Avranno avuto senz'altro le loro ragioni i vescovi di Calabria per far passare tanto tempo prima di decidersi a commemorare un loro confratello, avranno senz'altro le loro grevi giustificazioni se non sono riusciti a ritagliarsi  poche ore del loro tempo prezioso per celebrare insieme in modo  più sollecito una messa sull'altare di quella che fu la cattedra  di un pastore come loro, ma il rischio che questa commemorazione diventi dopo tanto tempo  solo un fatto stucchevole, quasi un dovere d'ufficio esiste eccome.
   Avremmo preferito di gran lunga una commemorazione meno tardiva e probabilmente meno ufficiale e pomposa, che facesse sentire alla gente sul serio che il pastore, chiunque egli sia, comunque egli sia, fa parte del tessuto cardiaco di tutti e non ne resta al di fuori, specialmente oltre il rogo.
    Ripropongo, per quanti vorranno rileggerlo e recitare un semplice "Requiescat in pace" per lui , un mio ricordo di Mons. Bux che ho pubblicato su questo diario nell'immediatezza della  sua scomparsa .

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POSSO RICORDARE ANCH'IO MONS. LUCIANO BUX ?

      Era giunto in Diocesi  nel maggio del 2000 dopo un’altalena di si e di no, per il suo ingresso canonico nella cattedrale oppidese, che si era protratta per circa tre mesi, durante i quali  a Oppido, per i noti motivi (ed evidentemente anche  per molti altri meno noti) era successo di tutto e alla fine, con  la mediazione di alcuni, si era trovata, come estremo ripiego, la decisione  di accogliere come si conveniva il nuovo vescovo che, da parte sua,  assicurava di mantenere la residenza ufficiale a Oppido, per poi domiciliarsi di volta in volta dove i suoi impegni pastorali lo avrebbero maggiormente chiamato.
    Trovò una diocesi stremata dalle divisioni, dai sospetti e soprattutto dai dissidi profondi che si erano creati anche all’interno del clero. Ne era più che consapevole e preoccupato, ricordo, quando , circa due mesi prima dell’ingresso,  incontrò un gruppo di cittadini oppidesi  nel seminario di Catanzaro, dove giunse da Bari a bordo della sua polverosa utilitaria bianca mostrandoci subito quell’habitus di rigore,   umiltà e  sobrietà, che insieme a una concezione asciutta e seria del fatto di Fede,  avremmo sperimentato per oltre un decennio e che sostanzialmente costituiva l’aspetto e il nervo di tutta la sua azione,  direi sacerdotale prima ancora che episcopale.
    Si usciva, anzi si cominciava faticosissimamente ad uscire, da una palude pastorale e gestionale  nella quale
si era precipitati almeno da quando il suo buono, ma contraddittorio e  ingenuo, predecessore era stato chiamato (la prima, la seconda o la terza volta?) ad altra sede per motivi o scelte, sue o di suoi superiori, che non sta a noi indagare o giudicare.
    Mons. Bux, dopo le concitate corrispondenze anche epistolari e telefoniche che precedettero il suo arrivo in Diocesi, decise di agire usando indubbiamente tutti gli strumenti che la sua esperienza e la sua fede gli mettevano a disposizione, ma uno fra tutti divenne il più usuale ( e  non sempre efficace) per stemperare rancori e animosità, per tentare di spazzare pigrizie e intrighi, soprattutto per ridare decoro alla Diocesi sul piano  vocazionale: il silenzio. Accompagnato sicuramente dalla preghiera. 
   E nel silenzio ha investito quasi tutta la sua azione pastorale nella formazione dei nuovi sacerdoti, consapevole forse del fatto che per ripartire sul serio  occorreva  dotarsi di nuove leve e di nuovi quadri.
    Scelta  efficace? Io sono convinto che il buono non ha mai etichette d'annata, comunque almeno cerco di augurarmelo e gli chiedo, da quel luogo di pace che sicuramente ha raggiunto due giorni fa , di intercedere direttamente presso Dio affinchè ciò avvenga.
    Di sicuro comunque  ha esercitato con grande entusiasmo il grande carisma di guida e lievito di carismi.
    Ricordo che la prima e ultima volta che lo incontrai direttamente ( non conto infatti le varie occasioni più o meno ufficiali  di incontri e manifestazioni  scolastiche di alto spessore formativo , anche alla legalità)  fu quando mi recai a Palmi nel suo ufficio per cercare di tamponare e di mettere ordine in una situazione di nomine di insegnanti di Religione che il suo ufficio scuola aveva complicato e che comunque aveva più o meno scontentato tutti. Mi accolse in modo sereno e cordiale. Affrontammo in qualche modo il problema per il quale mi ero recato da lui  e ne approfittai per domandargli prima di salutarci,   come mai , a distanza di quasi sette anni dal suo ingresso in Diocesi, non avesse mai rivolto al popolo della Piana,  una lettera pastorale, un rigo, qualcosa insomma che   facesse sentire vicino il Pastore al proprio popolo. Mi rispose che preferiva parlare nelle omelie alla gente piuttosto che   inondarla di scritti e di disposizioni, perché di carte ce n’erano fin troppe, tanto che – aggiunse ridendo – “ Et  verbum carta factum est…!”.
    E le sue omelie – tutte rigorosamente a braccio – erano stupende, dei  piccoli capolavori di concisione, rigore teologico, dolcezza e sintesi: entravi  nelle sue celebrazioni magari col cuore in tumulto e ne uscivi in pace con te stesso…
   Avrei voluto anche  chiedergli  perché avesse tollerato che venisse quasi smembrato scelleratamente  il seminario di Oppido aprendone una succursale altrove, perché… perché…perché…, ma non ne ebbi il coraggio vedendogli spuntare le lacrime alla vista della piccola icona che gli avevo portato in dono e che rappresentava la  “sua” vergine Oidigitria di Bari.
    Volle ricambiare con un suo minuscolo libricino, credo l’unico suo libro o uno dei pochissimi,   stampato – mi disse – da poco. Piccolissimo. Solo a casa, più tardi, mi accorsi quanto invece è grande quell’opera che canta e spiega, esalta ed illustra, illumina ed incensa il mistero della Divina Eucarestia.
    Con la raffinatezza del teologo consumato e lo stupore di un fanciullo…!

sabato 6 dicembre 2014

QUELLE MANI BENEDETTE DELLE RACCOGLITRICI DI OLIVE...

di Bruno Demasi
    Di mia madre, Francesca Timpano, di cui oggi ricorre il primo anniversario della scomparsa, ho sempre davanti agli occhi, tra l'altro,  le mani callose e stanche e vive, rimaste estremamente agili e vitali anche negli ultimi anni della sua lunga esistenza, quando ormai non riusciva più a muovere le altre membra logore del suo corpo antico.
    Erano le mani benedette di una raccoglitrice di olive, esercitate con destrezza e sveltezza incredibili fin dall’infanzia e per molti decenni di durissimo lavoro. Mani che non riuscirono mai  a star ferme e oziose, neanche quando, più di recente, nelle campagne l’uso delle reti soppiantò la raccolta manuale del prezioso frutto, quando, rapidissime come sempre, frugavano tra l’erba ai margini delle reti, perché nessuna drupa si perdesse o si lasciasse marcire. E non per avidità, ma quasi per un senso religioso del risparmio e per un omaggio antico a questo frutto dell’albero che i Greci antichi avevano voluto da sempre simbolo della sapienza e della sacralità della vita.
    Non so come mia madre riuscisse a coniugare i suoi mille impegni di sposa, madre, commerciante, sarta con il lavorio di raccolta delle olive che non abbandonò mai nei nostri oliveti e, pur non avendo vissuto direttamente l’esperienza delle braccianti sui terreni altrui, ella ne aveva sempre condiviso il sacrificio immane e la fatica, come si vede bene dal filmato  girato in gran parte su queste pendici d’Aspromonte.
    Venivano queste donne nelle nostre campagne, fino agli anni Settanta del secolo scorso, dai paesi della Ionica, dove la raccolta olearia finiva a metà novembre, o dai paesi più montani della stessa Piana , dove prospera poco l’ulivo, e restavano accampate per tutta la durata dell’annata sulle nostre balze d’Aspromonte
fino a giugno inoltrato. 
  Loro compagni di ventura erano il freddo pungente che penetrava nei miseri alloggi di campagna, il fumo, la fame, la preghiera trepidante per chi avevano lasciato a casa e le canzoni antiche nelle quali raccontavano la fatica e la sofferenza della nostra civiltà costruita sul sudore e sull’ingegno dei poveri. Portavano con sé i figli più piccoli e tornavano alle loro case, cariche di olio e di olive e del poco denaro guadagnato, custodito nel fazzolettoni più volte annodati intorno al seno, solo per trascorrervi le feste di Natale e Pasqua.
    Di tutte queste donne senza storia e senza nome, di queste mille e mille mani annerite dalle morchie indelebili delle olive mature , di tutte queste altère persone che hanno saputo coniugare la fatica accettata sempre come un dono di Dio con gli impegni del focolare e che hanno creato drupa dopo drupa la ricchezza di questa terra poi divorata da politici imbelli e da oziosi parassiti dalle “berrette storte”, mia madre ha condiviso sempre la sorte con affetto e trepidazione .
    Ne ha condiviso la fatica e la dignità, il coraggio e la forza. Ne ha alleviato per la sua parte anche la sofferenza di annaspare carponi sul terreno marcio di pioggia fino a poche ore prima del parto; ne ha consolato i lattanti illividiti dal freddo e dalla fame adagiati nelle povere nache tessute di midollo e di corteccia di castagno ai margini delle ante di dieci o venti donne in riga che avanzavano insieme solenni e faccia terra nella raccolta e che  con una manciata furtiva di drupe ciascuna riempivano anche il paniere della loro sorella che si allontanava senza essere vista per allattare il suo piccolo che piangeva disperato.
    Possa il Dio della Pace e della Sapienza trovare in Te, madre, in voi tutte, raccoglitrici di olive di un tempo irrimediabilmente perduto, le solerti custodi dei valori della Famiglia, del Lavoro e dell’Onestà che abbiamo smarrito. A voi il riposo guadagnato in tantissimi anni di immane fatica e l’omaggio commosso di chi ancora ricorda e ricorderà sempre…
    Grazie!!!