domenica 21 agosto 2016

CARMELO FILOCAMO: IL POETA DELL’INTELLIGENZA

di Gianni Carteri
     Voglio in un colpo solo ricordare  due grandissimi amici che hanno lasciato da poco la scena di questo mondo: Carmelo Filocamo, figlio del grande  poeta dialettale sidernese Salvatore Filocamo, che io conobbi quando era preside all' I.T.T. di Gioiosa Ionica , e Gianni Carteri di Bovalino,  studioso, giornalista e saggista, conosciuto  nella trincea di Platì durante una sessione d'esami.
  Il saggio di Gianni è dedicato a Carmelo Filocamo, ma è  anche dedicato   a tutti i Calabresi che non sanno ancora cosa significa essere veramente Calabresi che non si vergognano di esserlo... (Nelle foto, nell'ordine: Carmelo Filocamo, Walter Pedullà e Saverio Strati)  (Bruno Demasi)
Carmelo Filocamo

  Apprezzato da Calvino per i suoi “prodigiosi anagrammi”. Allievo di Giacomo Debenedetti, amico di Saverio Strati e Walter Pedullà. Un intellettuale gentile. Ho incontrato Carmelo Filocamo due giorni prima che morisse, nel novembre del 2010, all’Ospedale di Locri. Nella stanza di Paolo Ientile , primario della medicina generale che alle sette del mattino aveva già iniziato ,come sempre, il ” giro” tra i suoi malati , il fidato caposala Enzo Fazzolari riempiva del mio sangue le provette per un’indagine più accurata del mio stato di salute.
   Paolo, entrando ,era più teso del solito e mi accompagnò nella stanza dov’era ricoverato da alcuni giorni quell’intellettuale finissimo ed educatore di altissimo profilo che è stato “Il Preside” Carmelo Filocamo.
   Era assopito e respirava con difficoltà e sofferenza. Sua moglie, la professoressa di matematica Maria Gelsomino nel mio vecchio Liceo Classico di Locri,si avvicinò e mi salutò con il garbo e la dolcezza di sempre. Le chiesi scusa per non averla subito riconosciuta, alquanto sconvolto nel vedere un mio grande maestro al termine dei suoi giorni. “Carmelo l’ha sempre voluta bene e la stimava tanto“.
   Più tardi , mentre mi preparavo a tornare casa, ho rivisto il Preside su una sedia a rotelle pronto per un ulteriore controllo. Mi avvicinai e lo trovai più disteso. Mi guardò con i suoi occhi straordinariamente pieni di bontà e abbozzò un sorriso , mentre un raggio di sole gli illuminò per qualche istante il viso stanco e di un lucore inusuale. Gli strinsi a lungo le mani e lui continuava a fissarmi intensamente. Lo accarezzai per l’ultima volta e mi accorsi che a suo modo si congedava da me con una straordinaria serenità e forza d’animo.
   Qualche anno fa mi aveva inviato alcuni suoi scritti che custodisco come un tesoro ,accompagnati da una breve lettera scritta nel margine alto della rivista “Il Ponte” e che mi piace riportare: 

“ Caro Gianni, ti aspetto a Locri, uno di questi giorni. Telefona. Complimenti per tutte le tue cose, compreso il saggio narrativo ( alla Gogol?…) Ti saluto cordialmente . Carmelo Filocamo.” 

   La rivista di politica economica e cultura fondata sessantasei anni fa da Piero Calamandrei, nel numero di ottobre 2000 , conteneva un suo saggio dedicato a Saverio Strati , l’aspirante scrittore.
   E’ certamente tra le cose più belle scritte dal Preside, una “testimonianza “, come lui amava definirla con la modestia di sempre, che riporta indietro di oltre cinquant’anni e che racchiude il senso di un’amicizia solida e feconda tra Carmelo Filocamo , Saverio Strati e Walter Pedullà, nata nell’Università di Messina, dove in quegli anni era libero docente di Letteratura italiana Giacomo Debenedetti, “ figura centrale insieme anomala, inafferrabile, inquieta “del Novecento italiano, per usare le parole di Alfonso Berardinelli, curatore dei suoi Saggi.
Walter Pedullà

“ Ricordo ancora quel pomeriggio di primavera di quasi cinquant’anni fa- scrive Filocamo-, era il 1951 0 ’52, quando , seduti su una panchina di Villa Mazzini , a Messina, Saverio mi fece leggere i suoi primi racconti. Ne fui immediatamente colpito: erano straordinari, sia per il linguaggio, un italiano incerto e approssimativo, misto di espressioni dialettali, che tuttavia riusciva a rendere in modo efficace- fuori da ogni schema scolastico o schermo letterario – la parlata popolare; sia per la costruzione dei personaggi, veri , autentici , e non inventati; sia per la struttura dell’impianto narrativo, solo apparentemente distaccato e casuale, ma saldamente dominato dalla vigile, anche se sapientemente dissimulata, presenza dell’autore.
    E sento ancora nelle orecchie la parolaccia , appena sussurrata ma chiaramente intelligibile, con cui Saverio mi apostrofò, tra i banchi dell’aula universitaria, qualche giorno dopo, quando il professore Debenedetti, del quale eravamo allievi , diede inizio alla sua lezione con queste parole : “Avevamo tra noi uno scrittore e non lo sapevamo”. Si, perché a sua insaputa, anzi contravvenendo a un suo preciso divieto, avevo dato quei racconti, dopo averli battuti a macchina, al professore. Il quale confermava , col suo autorevole avallo, le mie prime impressioni . (…)
   Cominciò così l’avventura letteraria di Saverio Strati, il cui iter iniziale è fedelmente registrato- nel suo quasi frenetico fervore creativo, nei momenti di esaltazione e nelle sue rare pause di scoramento, in un gruzzolo di lettere , dal novembre 1951 alla primavera del 1962 , che io conservo come un tesoro .”


   Me le lesse tutte queste lettere Carmelo Filocamo, in un pomeriggio di venti anni fa quando andai a trovarlo per intervistarlo sulla situazione drammatica della Locride. Scivolammo subito nella letteratura ed ancora mi risuona la sua voce rauca , potente ed emozionata che mi faceva ascoltare il suo tesoro nascosto .
Ecco uno stralcio tratto da lettera datata 13 ottobre 1953 :

“ Ti parlo della mia vita fiorentina. Studio . Vado alla biblioteca alle nove, studio fino alle 12,30; poi mangio ; e ritorno alle tre e lavoro fino alle 19,30. Questa è quasi la vita d’ogni giorno. Però alle volte sono preso dalle mie cose, e mando all’altro mondo pure Dio, oltre che la scuola. Ho finito la Deda. Ora sono contento. Sto riscrivendo i racconti dell’anno passato e come mi viene uno nuovo non tralascio a esternarlo. ( …) Leggi i miei ultimi racconti e dimmi che ne pensi. Bada che li voglio al più presto, perché li ho scritti e non li ho riletti, in gran parte. Ne sento , specialmente in questi giorni , il bisogno di leggerli .”
Saverio Strati

   Ricordo ancora l’intensa emozione del Preside quando mi lesse quella che a suo giudizio era la più bella lettera del mazzo, sintesi della poetica dell’amico Strati, che gli rivela tutto il suo mondo , i suoi personaggi , gli scenari dei suoi futuri romanzi. E’ datata 25 marzo 1954:

“ Mio caro Carmelo- non è passato un mese, né un giorno stavolta , per rispondere alla tua lettera. Poche ore fa l’ho ricevuta ed ora ti scrivo. So che mi conoscete abbastanza bene, ma non del tutto. Ti assicuro, non del tutto. Né sono soltanto quel Saverio della “ Marchesina” e della “Rigalia” e della “Quercia”. Ma c’è dell’altro, assai più bello ed interessante che nessuno di voi ha letto e chissà quando leggerete. E dell’altro che scrivo di giorno in giorno, con la stessa serenità di prima, ma con altra praticità. Carmelo , vent’anni passati con la zappa nelle mani e la cazzuola e la falce , e le sofferenze , non si cancellano così.(…) La nostra Calabria, i nostri contadini, i nostri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni grado, di ogni condizione, sono dentro di me.

E parlo con essi , per delle ore , per delle settimane e me li porto dentro per anni e poi escono , con un parto doloroso. Gli ambienti” intellettuali” puzzano al mio naso. Puzzano! E ne sono inorridito, se ci entro . E ogni giorno che passa mi accorgo che quelli che parlano di contadini ed operai , per aver letto libri, per aver sentito parlare, dicono delle fesserie. Per conoscere i contadini bisogna essere stati contadini, e non costruirli ,come si vuole. Bisogna avere l’animo dei contadini. Bisogna avere quella loro religione, quella loro logica, quel loro senso pratico. Ed io ce l’ho. E non perché l’abbia letto su Gramsci, tanto per dire, o su Lenin o su Tolstoi, ma perché io sono quello stesso che fa la gara nella “ Rigalia” . E di quante cose , caro Carmelo , potrei parlarti. E quanti massari e massaie e pastori e pastore , e muratori e calzolai e ragazzi e ragazze scalzi e nudi sono dentro di me. E non li vado scavando con la zappetta, ma vengono essi e si offrono e mi dicono : “ Ed ora tocca a me. A me : “ A momenti temo che finisca prima che possa dire tutto. Ma se vivrò ancora vent’anni, vedrai che saprà fare lo zappatore della “ Rigalia” E non mi fa paura il lavoro, chè i miei muscoli sono ben forti . Ho scritto di getto: non so cosa abbia detto. Tu mi scuserai.”


   Il commento di Carmelo Filocamo a questa lettera rivela lo “spessore intellettuale d’oceanico profilo, l’alta cattedra di moralità”, per usare le parole di Pasquino Crupi nel giorno dei suoi funerali. :

“In questa confessione c’è tutto Strati. E forse in nessun altro scrittore calabrese , come in te , è riuscito a rispecchiarsi un popolo con il suo millenario fardello di dolori , di sofferenze, di umiliazioni , di speranze; nessun altro ha saputo, come te , dar voce agli anonimi protagonisti di una storia scritta col sangue e con le lacrime di infinite generazioni di schiavi, di “ anime morte” , che- nelle tue pagine – vengono faticosamente alla luce, con la stessa fatica con cui affiorano alla coscienza le oscure forze dell’essere che sono all’origine della vita. “

   In quell’interminabile pomeriggio, Filocamo mi parlò a lungo del suo maestro Giacomo Debenedetti “un professore che raccontava la letteratura come un narratore racconta la vita”. Erano anni magici per l’Università di Messina. Oltre a Debenedetti insegnavano Santo Mazzarino, il filosofo Galvano Della Volpe, lo storico Giorgio Spini, il geografo Lucio Gambi e Salvatore Pugliatti , il Rettore dell’Università , giurista di fama internazionale ed eccellente musicologo che aveva la cattedra di Storia della musica.
   I ricordi di Carmelo Filocamo si intrecciano con quelli di Walter Pedullà, fissati nel bel saggio “Il Novecento segreto di Giacomo Debenedetti “( Rizzoli) : “ Ho visto per la prima volta Debenedetti nel gennaio del 1951. Ventenne, ero con un coetaneo, Carmelo Filocamo- più tardi noto come enigmista con lo pseudonimo di Fra Diavolo, con cui lo segnalò Italo Calvino – e con Saverio Strati, che aveva “ scoperto “ il professore torinese. Da allora fummo inseparabili come amici e come allievi di Debenedetti, che , cosciente delle nostre non floride condizioni , ci invitò più di una volta a pranzo o a cena. Le sue porzioni erano così piccole che , per adeguarci , mangiavamo così poco da doverci poi sfamare con un panino .(…)Durante ilo pranzo faceva quasi da spettatore, assaggiando un filetto di carne che veniva affumicato dalla sua interminabile serie di sigarette. (…) A noi dialettali di Calabria e Sicilia faceva impressione per esempio che il suo italiano avesse tanti vocaboli in disuso che funzionavano tanto bene sull’attualità: come se dovesse recuperare tesori perduti .“ Carmelo Filocamo, che veniva dal popolo, con le sue lezioni private si manteneva agli studi ed aiutava gli altri fratelli a studiare. Ha ragione Pasquino Crupi nel rilevare che “il dovere etico lo costrinse a restare in Calabria”, nonostante Debenedetti lo volesse accanto come suo assistente a Roma. Non c’è posto a Messina. Evidenti i motivi politici del siluramento . I suoi allievi prediletti hanno le idee chiare e cosi scrivono al loro professore : “ Sulle cause del provvedimento avremo occasione di discutere al nostro prossimo incontro. Hanno collaborato in egual misura l’anticomunismo di tutti i membri del Consiglio di facoltà; l’invidia di queste mezze figure della cultura, che non possono perdonarle di aver fatto capire agli studenti quanto poco degnamente essi occupano una cattedra universitaria.”
   Il professore, che attirava i suoi studenti come il magico pifferaio, sente la necessità di tranquillizzarli ed in una lettera a Carmelo Filocamo, datata 10 giugno 1958, scrive tra l’altro : “ Si tratta di un’acqua in cui non si immergono due volte le mani . La facoltà di Roma mi ha affidato l’insegnamento della Letteratura Italiana moderna e contemporanea. E’ il posto che Ungaretti lascia quest’anno per limiti d’età. Da parte dei miei amici la lotta non è stata facile; ma , insomma , ce l’hanno fatta.”
   In molti hanno imparato dal professore di origini ebree che cos’è la letteratura contemporanea, ma ciò – evidenzia Pedullà- non è bastato perché lo si giudicasse degno della cattedra. E’ andata invece a professori che ,rispetto a lui, erano pigri diffusori di banalità accademiche.
   La grande passione di Carmelo Filocamo fu l’enigmistica e gli anagrammi. In una lettera di Italo Calvino a Giampaolo Dossena, esperto di enigmistica su “ Tuttolibri “, si legge ” Caro Dossena , gli anagrammi di Fra Diavolo sono prodigiosi ! Una cosa veramente straordinaria. Mai visto niente così spiritoso in così gran copia. Questo Fra Diavolo è un genio . “
   Il Preside mi diede la sua spiegazione con l’umiltà che lo contraddistingueva leggendomi sprazzi di un suo articolo sul “ Il labirinto”:” Tra gli anagrammi di cui parla Dossena c’era anche quello del nome dello scrittore ( il vanto laico), che indubbiamente sarà piaciuto all’autore del Castello dei destini incrociati.”
   Tra le lettere di Calvino a Elsa de Giorgi , con la quale lo scrittore ebbe una giovanile storia d’amour fou, compare più volte l’espressione “caro raggio di sole”; “ l’aver visto rifatto, a distanza di tanti anni, per gioco, da uno sconosciuto enigmista , lo stesso anagramma , può avergli fatto ricordare, magari con un sorriso a dissimulare il trasalimento del cuore, anni lontani e ormai dimenticati. Nulla più che un incontro fortuito in quel “ castello dei destini incrociati” che è la vita, una vista segnata, soprattutto, dalle parole e dai messaggi, tutti da decifrare, che esse ci consegnano. E’ solo un’ipotesi. Ma un’ipotesi affascinante e forse non lontana dal vero .“
   Si illuminò in viso quando ricordò un suo epi-anagramma, dedicato in anni lontani a Geno Pampaloni , accomunandolo ad un altro grande scrittore , Paolo Volponi, anch’egli tra gli olivettiani del Movimento di Comunità .

giovedì 18 agosto 2016

ALL’ANGELO DELLA CHIESA DI CALABRIA

di Mirella Mujà
    A Gerace, una delle indiscusse capitali bizantine di Calabria, se non ti accontenti di una religiosità di comodo, folclorica o “adulta” che sia, puoi fare un incontro che segnerà la tua vita: Mirella Muià, una straordinaria eremita iconografa, originaria di Siderno divenuta francese di adozione dopo aver lasciato la Calabria nel lontano 1952 e aver vissuto  per un periodo a Genova  e poi in Germania.
    A Parigi è stata una strenua ideologa e animatrice dei moti sessantottini e postsessantottini,
ma ha anche insegnato nei licei , si è dedicata alla ricerca universitaria in letteratura comparata ed ha pubblicato anche una raccolta di poesie , “La Toile”, un romanzo, “Portrait de père inconnu” e il poema “La mort d’Empedocle”.
    Da alcuni anni dopo una conversione simile a un diluvio sulla sabbia arsa del deserto, consacrata monaca dal vescovo Fiorini Morosini, vive nell’eremo di santa Maria di Monserrato, alle porte della città, rimesso a nuovo grazie a monsignor Bregantini e ora denominato Eremo dell’unità.
    Mirella , che mi richiama prepotentemente alla memoria la vicenda umana e di fede di Charles de Foucould, vive proprio nella nostra terra una commovente missione di apostolato mirante a recuperare le radici spirituali della Calabria e a tessere, con la preghiera, lo studio, la diffusione delle icone, simboli della spiritualità orientale, una rete di sutura delle lacerazioni tra la Chiesa d’oriente e quella d’occidente, in un momento storico particolarmente delicato e di cui è testimonianza la sua opera data in questi mesi alle stampe: “Dall’eremo: lettera ai fratelli delle chiese d’Oriente” (Edizioni Oltre, 2016) che andrebbe letto e ponderato a lungo da molti…
   Una vita incredibile, impetuosamente fiorita di mille entusiasmi, ma regolata da una ferrea disciplina interiore di cui trovi l’eco nella ridondanza della punteggiatura che caratterizza la prosa cristallina di questa donna senza tempo e che forse aspettavamo senza saperlo da tanto tempo.... (Bruno Demasi)

________

    Chi è l’angelo della chiesa, forse solo il vescovo? Non è soltanto il vescovo, ma sei tu, fratello o sorella di questa chiesa, perché tu se, con noi tutti,, custode della bellezza e della verità della sua vocazione.
    Sono eremita a Gerace, secondo l’eredità dei nostri monaci di un tempo, e al tempo stesso in comunione con tutto il popolo di Dio. Mi sento figlia di quella chiesa indivisa, anteriore al grande scisma dell’Oriente, che ha suscitato tanti testimoni santi, fra i quali S. Nilo di Rossano è nostro padre.
   In quanto figlia di questa eredità mi rivolgo a te, che vivi con me la vocazione di questa chiesa locale, perché tu sei, con me, l’angelo della chiesa di Calabria. Ecco perché ti dico “tu”, perché sei parte con me, qualunque sia il tuo servizio in questa nostra chiesa.
***
    Considera anche tu la mia storia, come se contemplassi un paesaggio simile al nostro, fatto di asprezze e di dolcezza – pietre, rocce, dirupi, grotte, sepolcri – e colline, boschi, sorgenti, erba verde e giallo luminoso delle stoppie, ulivi, mandorli, oleandri, acqua dolce che sgorga dalle nostre spiagge, fontane nascoste… La bellezza della terra è una cosa sola con la sua storia. Lo spazio in cui viviamo è inseparabile dal tempo, e insieme, spazio e tempo, formano le due linee che si incrociano nel punto esatto della nostra vita, oggi. 

   E’ proprio quest’oggi che raccoglie insieme il tempo e lo spazio della nostra terra. In questo incrocio stiamo noi, oggi, chiesa e terra di Calabria, mistero ed evento in cui affiorano, come da una sorgente profonda, i tratti di un volto: quello della nostra vocazione. Perché siamo stati chiamati e continuiamo ad esserlo, con l’insistenza, la fermezza e la potenza che è propria di colui che ci chiama: il Signore nostro Gesù Cristo, icona perfetta del Padre. Egli ci presenta le piaghe del suo corpo glorioso, come i sigilli vivificanti8 della sua carità. Ecco dove e come, noi credenti di questa chiesa e di questa terra, siamo chiamati ad identificare, a collocare e a contemplare le ferite stesse della nostra storia. Perché la nostra è storia pasquale e noi possiamo leggerla e viverla compitamente solo così, nelle ferite dell’amore crocefisso e glorioso. Ecco perché siamo sempre invitati ad ascoltare questa voce: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio…”(Cantico dei Cantici 8,6). 
    Ricevi il sigillo di quelle ferite e scoprirai quale vita attraversa le tue piaghe. Ritorna alla luce del nostro battesimo e comprenderai: in quella fonte di vita non vi è né divisione né morte, ma unità di tutti in Uno solo, e vita dell’uno in tutti: ”Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Giovanni 17,21).

domenica 14 agosto 2016

L'AMORE DELLA CALABRIA PER L’ASSUNZIONE DI MARIA IN CIELO

di Bruno Demasi

      Frammenti di culto bizantino calabro sulla dormizione e l’Assunzione in cielo della Madonna è possibile trovare qui in Calabria  in tanti segni  silenziosi, ma eloquenti . Intanto nelle chiese, e in particolare nelle chiese cattedrali, dedicate all’Assunzione, come quella della vecchia e della nuova Oppido e poi in culti oggi quasi abbandonati, retaggi di una grande tradizione, nella quale era consapevolezza comune e ferma che nel giorno dell'Assunzione della Vergine anche l'Inferno si fermi attonito e molte anime vengano liberate dalla pena del Purgatorio.
           E’ possibile ammirare, ad esempio,la statua della Madonna morta nella Cattedrale di Squillace. E, da qualche tempo, un’altra statua è stata pure ritrovata nella Chiesa matrice di Tiriolo, dedicata alla Madonna della Neve. Da Squillace a Tiriolo, insomma, nell’istmo della provincia di Catanzaro che divide le acque dei mari Jonio e Tirreno, la presenza di alcune icone che riproducono la “dormitio” di Maria sono la testimonianza del trascorso bizantino di parte del Sud della nostra penisola. È documentato, infatti, che dal 776 al 1096 le diocesi calabresi passarono sotto il patriarcato di Costantinopoli e quindi furono assoggettate al rito orientale.

Aggiungi didascaliaLa statua venerata a Squillace


   A Squillace la Madonna morta si è solennemente venerata fino al 1950: anno della proclamazione del dogma dell’Assunta da parte di Pio XII e a cui ha preso parte anche l’allora vescovo di Squillace e ausiliare di Catanzaro Armando Fares. Ad onor del vero il dogma dell’Assunzione gloriosa in Cielo di Maria in corpo e anima non si pronuncia sull’eventuale morte terrena della madre di Gesù. Ma Giovanni Paolo II, nel 1997, ha sottolineato che “il fatto che la Chiesa proclami Maria liberata dal peccato originale per singolare privilegio divino non porta a concludere che Ella abbia ricevuto anche l’immortalità corporale… L’esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all’ora suprema della vita”.

   Le parole di Papa Wojtyla sono un conforto per il culto che la pietà popolare calabrese riserva alla “dormitio” di Maria. L’antico culto che si effettuava nella cattedrale di Oppidum, le icone di Squillace e di Tiriolo ricordano un passato glorioso, una fede intensa, una spiritualità vissuta sotto il Patriarcato di Costantinopoli, di cui restano tracce tutte da riscoprire.
   Al di là della secolare disputa incentrata sulle sottili differenze tra la dormizione o la morte fisica della Vergine Maria prima dell’Assunzione, vale la conclusione di uno dei più grandi mariologi, Renè Laurentin che afferma: « La morte di Maria è verosimile, senza dubbio, verosimiglianza resa rispettabile dall'ondata di autori che l'hanno accettata. Ma si è in diritto di pensare, con Epifanio, che la fine di Maria resti un mistero, nascosto in Dio, e che bisogna che noi ci rassegniamo a ignorare quaggiù». 


    E' magnifico rileggere le struggenti pagine relative alle visioni del 14 .08.1821 della monaca tedesca Anna Caterina Emmerick, la quale localizza (con il successivo conforto di molti archeologi e la visita di alcuni papi) l’ultima casa di Maria ad Efeso, in Turchia, dove la Madonna sarebbe stata fatta rifugiare dall’apostolo Giovanni dopo la Crocifissione e Resurrezione di Cristo. In questa casa, oggi meta di un enorme pellegrinaggio mariano, la Madonna avrebbe concluso, secondo la Emmerick, la propria missione terrena:
***
Aggiungi didascaliaLa casa della Madonna a Efeso

   “Vidi l'ancella della Vergine affranta dal dolore; si aggirava per la casa in cui regnava la più profonda tristezza. La morte si accostava visibilmente alla Madonna; Ella riposava sul suo giaciglio nell'attesa trepidante di ricongiungersi col Figlio. Il velo che copriva la sua testa era rialzato sulla fronte, Ella l'abbassava sul viso quando parlava agli uomini; anche le sue mani erano scoperte quando era sola. Per tutto questo tempo continuò a nutrirsi solo con qualche cucchiaio di quel succo giallo. Giunta la sera, la Santa Vergine, conformemente alla volontà di Gesù, si dispose a congedarsi e a benedire gli Apostoli, i discepoli e le pie donne. La vidi seduta sul letto, bianchissima in volto. La sua stanza era aperta da tutti i lati. Maria Santissima pregò; poi benedì separatamente ogni Apostolo toccandogli la mano. Infine parlò a tutti insieme. Poi Ella diede a Giovanni le disposizioni da prendere per il suo corpo, incaricandolo di dividere le sue vesti tra l'ancella e una giovinetta che spesso le era vicina. Vidi Pietro che le si avvicinò con un rotolo di carta per scrivere. Poi la Santa Vergine indicò col dito un grosso armadio contenente le sue vesti; allora potei vederle ed esaminarle tutte. Compresi profondamente i significati spirituali racchiusi in esse. Essendosi gli uomini ritirati nella parte anteriore della casa, le donne vennero ad inginocchiarsi dinanzi al letto di Maria per essere benedette a loro volta.

     Vidi la Santa Vergine abbracciare una delle pie donne che si chinava su di lei. Pietro, con un magnifico paramento sacerdotale, celebrò la Santa Messa. Fu simile a quella che egli celebrò subito dopo l'Ascensione di Cristo nella chiesa della piscina di Betsaida. Pietro aveva appena iniziato la cerimonia che vidi giungere Filippo, arrivava dall'Egitto con un discepolo e si precipitò subito al capezzale della Madre di Dio per riceverne la benedizione. Intanto Pietro terminò la cerimonia, consacrando e ricevendo egli stesso il Corpo del Signore. L'aveva distribuito agli Apostoli, ai discepoli e a tutti i fedeli li presenti. Maria non poteva vedere l'altare, ma finché durò la cerimonia rimase assisa sul suo letto assorta in meditazione. Vidi che Pietro, dopo aver dato il Santissimo Sacramento a tutti gli Apostoli, si avviò dalla Vergine per darle per l'ultima volta il Pane Eucaristico e l'Estrema Unzione. Si svolse allora la cerimonia finale di commiato dalla Madonna: tutti gli Apostoli accompagnarono Pietro in processione solenne. Precedeva il corteo Taddeo con l'incensorio; seguiva Pietro con l'Eucaristia nel vaso a forma di croce; veniva poi Giovanni che aveva in mano un piatto sul quale c'era il Calice col prezioso Sangue e alcune scatole. il Calice era simile a quello della santa Cena. L'ancella di Maria Santissima aveva portato presso il letto della Madonna il tavolo, adibito ad altare, coperto dalle tovaglie cultuali sul quale erano lumi e candelabri accesi. La Vergine, senza proferire parola, continuava a guardare in alto rapita in estasi profonda. Era pallidissima ed immobile. Pietro La unse con gli oli santi, sul viso, sulle mani, sui piedi e sul costato, dove la sua veste aveva un'apertura, così non ebbe bisogno di venir scoperta; infine le diede la Santa Comunione. Frattanto gli Apostoli recitavano sottovoce le preghiere. In quel momento vidi un bagliore di luce celeste invadere Maria, avvolgerla tutta ed entrare nel suo corpo. Poi la Vergine cadde in un'estasi profonda. Solo alcune donne erano rimaste presso di Lei perché gli Apostoli erano tornati sull'altare.

    Più tardi questi ultimi, insieme ai discepoli, tornarono intorno al letto di Maria per pregare. Ebbi frattanto un'altra visione stupenda: il tetto della stanza della Madonna non esisteva più e dal Cielo aperto scesero numerose figure di Angeli. Tra questi si stagliò una Via luminosa che guidava fino alla Gerusalemme celeste. Allora vidi la Madonna stendere le braccia verso quella Via, subito due Cori di Angeli su nubi splendenti avvolsero la sua anima separandola dal Santo Corpo, il quale ricadde inanimato sul letto con le braccia incrociate sul petto. Seguii la sua Santissima Anima che, accompagnata da numerosi Cori angelici, salì nella Gerusalemme celeste e assurse al trono dell'adorabile Trinità. Qui le andarono incontro con grande venerazione tutte le anime dei Patriarchi dell'antichità. Vidi tra queste Gioacchino, Anna, Giuseppe, Elisabetta, Zaccaria e Giovanni Battista. Poi vidi pure Gesù che, accogliendoLa con il suo amore divino, le porse tra le mani uno scettro e le mostrò la terra sotto di Lei, come per conferirle un potere speciale. Così vidi entrare la Madonna nella Gloria celeste, mentre tutto ciò che era sulla terra intorno a Lei scomparve ai miei occhi. Forse Pietro, Giovanni e alcuni discepoli ebbero la stessa visione perché non potevano distogliere lo sguardo dal Cielo. La maggior parte di loro erano inginocchiati. Vidi una luce intensa inondare di splendore il Cielo e la terra come nel giorno dell'Ascensione di Cristo. Quello fu il momento in cui Maria Santissima, più bella che mai, assurse al Cielo seguita da molte anime liberate dal Purgatorio. Anche oggi, nell'anniversario della sua morte, ho visto numerose anime assurgere al Paradiso. Molte anime entrano in Cielo ogni anniversario della morte della Madonna. A questa grazia sarebbero ammesse anche quelle dei suoi devoti. Quando rivolsi lo sguardo sulla terra vidi il Corpo della Santa Vergine riposare al suo posto, illuminato di splendore, col volto fiorente soffuso di un tenue sorriso, le pupille chiuse e le braccia incrociate sul petto.

Le esequie - Il sepolcro della Santa Vergine

   Quando la Santa Vergine lasciò il Santo Corpo era l'ora stessa in cui era spirato il Salvatore. L'ora nona. Mentre vedevo gli Apostoli, i discepoli e le pie donne pregare, percepii un gran movimento in tutta la natura, come nella notte in cui nacque Gesù Cristo. Vidi le pie donne appoggiare sul santo cadavere una coperta, gli Apostoli ed i discepoli si prostrarono nella parte anteriore della casa. Il fuoco sul focolare fu coperto, le suppellettili furono radunate tutte in un angolo e coperte. Le donne si velarono e sedettero a terra nel vestibolo della camera di Maria; sedute e in piedi intonavano con profonda tristezza gli inni funebri. Gli uomini si erano coperti il capo col cappuccio e celebrarono una cerimonia funebre: due di loro inginocchiati, uno al capo e l'altro ai piedi delle sante Spoglie, pregavano senza sosta per un certo tempo, poi venivano sostituiti da altri due, e così via. Ho visto quattro volte gli Apostoli darsi il cambio presso il Santissimo Corpo. La figlia di Veronica, la madre di Giovanni Marco e numerose donne prepararono il Corpo alla sepoltura.
    Secondo l'uso ebraico avevano portato erbe aromatiche e balsamo per imbalsamare il Santo Corpo. Vidi Matteo e Andrea recarsi all'ultima stazione della Via Crucis di Maria, cioè a quella cavità che rappresentava il Sepolcro di Cristo. Essi ampliarono la fossa, per far riposare in questo luogo il Corpo della Santa Vergine. La caverna del sepolcro non era spaziosa come quella vera di Cristo, un uomo di media statura vi poteva stare appena in piedi senza curvarsi. All'ingresso il terreno si abbassava e il letto funebre aveva un incavo corrispondente alla forma di un corpo umano. Dopo aver lavorato duramente, i due Apostoli collocarono una porticina. In-torno alla grotta vi era un giardino, simile a quello del Santo Sepolcro. Una croce era stata scolpita su un masso. Giunsero molte donne per disporre definitivamente il Santo Corpo della Madre di Dio alla sepoltura. Esse si servivano di fiaccole per illuminare l'operazione, mentre gli Apostoli pregavano in coro nel vestibolo. La Madonna era rimasta coperta soltanto con una lunga camicia di lana. 

   Le tagliarono le belle ciocche per tenerle come reliquie. Vidi due donne lavare le sante spoglie, credo che avessero nelle mani una spugna. Con rispettoso timore e venerazione il Corpo fu tutto lavato, ogni parte dopo essere stata lavata veniva subito ricoperta; il Santo Corpo rimase sempre coperto e le donne ebbero cura assoluta di non far mai apparire la più piccola nudità. Vidi il bacino dell'acqua vuotato in una fossa presso la casa e venir di nuovo riempito con acqua fresca. Alla fine le sacre Spoglie furono rivestite di una nuova veste e collocate su un tavolo. La Madonna fu interamente fasciata, tranne la testa, il petto, i piedi e le mani. Dopo la Messa solenne pronunciata da Pietro, e dopo che il Santissimo Sacramento fu distribuito a tutti, vidi Pietro e Giovanni, ancor vestiti con i paramenti solenni, entrare nella camera mortuaria. Giovanni portava un vaso d'unguento; Pietro, mentre recitava le preghiere d'uso, vi immerse il pollice della mano destra e unse la fronte, il centro del petto, le mani e i piedi di Maria Santissima. Sulla fronte e sul petto le fece il segno della croce. Questa però non era l'Estrema Unzione, che Maria aveva già ricevuto ancora in vita, ma credo che fosse una dimostrazione d'onore resa al Santo Corpo, simile a quella praticata anche in occasione della sepoltura del Redentore. Quando le donne ebbero finito l'imbalsamazione, Le incrociarono le braccia, avvolsero il cadavere stretto nelle fasce e poi Le stesero sul volto un gran sudano trasparente, il quale appariva bianco splendente tra le erbe aromatiche.
    Deposero allora il Santo Corpo nella bara, simile ad un letto di riposo. Era una tavola con un bordo poco elevato, e un coperchio rigonfio e molto leggero. Le misero sul petto una corona di fiori bianchi, rossi e celesti, simbolo della verginità. Tutti quindi si inginocchiarono, versando copiose ma silenziose lacrime. Poi toccandoLe le mani, come per rivolgerle l'ultimo saluto, coprirono con un velo il viso santo e chiusero il coperchio della bara. Sei Apostoli ne portarono il peso sulle spalle mentre gli altri Apostoli, i discepoli, le pie donne e tutti gli altri aprivano e chiudevano il corteo funebre. Vidi Giacomo il Minore, Bartolomeo e Andrea, Taddeo, Mattia e un altro che non ricordo, portare la bara. La sera era già calata e il corteo si illuminava alla luce di quattro torce. Il cammino era diretto verso la Via Dolorosa. La bara fu posta nella tomba da quattro uomini. Poi, tutti, ad uno ad uno vollero entrare, piangere, accomiatarsi ancora una volta e lasciare fiori ed aromi alla Madre di Dio. Molti rimasero inginocchiati nella più profonda tristezza. Quando il tributo di lacrime e di preghiere fu lasciato in misura abbondante, era già notte inoltrata e gli Apostoli chiusero l'entrata del Sepolcro. Tutto era finito. L'ingresso fu occultato con una grande siepe intrecciata da diversi verdeggianti arbusti, parte fioriti e parte carichi di bacche. Fecero infine passare ai piedi della siepe l'acqua di una vicina sorgente. Così in breve non si poté più scorgere traccia dell'ingresso. Separatamente presero tutti la via del ritorno, tranne alcuni che rimasero vicino al Sepolcro per la preghiera notturna. Scendendo dalla Via Dolorosa molti si fermavano a pregare lungo il cammino.

Assunzione della Madonna al Cielo

   Mentre alcuni Apostoli e numerose sante donne erano assorti in preghiera e intonavano cantici sacri nel giardino dinanzi alla grotta celata, vidi ad un tratto una gloria formata da tre Cori d'Angeli e di anime buone che circondavano un'apparizione: Gesù Cristo, con le sue Piaghe risplendenti di luce intensa era vicino all'Anima di Maria Santissima. I Cori angelici erano formati da fanciulli, tutto era indistinto poiché appariva solo in una grande forma di luce. Vidi però l'Anima della Santa Vergine seguire l'Immagine di Gesù, scendere con il Figlio per la rupe del Sepolcro, e subito dopo uscirne con il proprio Corpo risplendente fra torrenti di viva luce, quindi La vidi risalire col Signore e con tutta la gloria angelica verso la Gerusalemme celeste. Dopo di che disparve ogni splendore ed il Cielo silenzioso e stellato tornò a chiudersi sopra la terra. Vidi che le pie donne e gli Apostoli si gettarono col volto a terra, poi guardarono in alto, con stupore e profonda venerazione. Vidi pure che alcuni, mentre facevano ritorno alle proprie case pregando, nel passare dinanzi alle stazioni della Via Crucis, si erano fermati improvvisamente per contemplare stupiti la scia di luce sulla rupe del Sepolcro. Con questo prodigio il Santo Corpo della Madre di Dio fu Assunto al Cielo.
   Allora gli Apostoli si ritirarono. Essi meditarono e riposarono in rudimentali capanne da loro stessi costruite fuori della casa della Santa Vergine. Alcune donne invece, rimaste ad aiutare l'ancella in casa, si erano coricate nello spazio dietro al focolare, dove l'ancella di Maria Santissima aveva sgombrato ogni cosa. L'oratorio appariva sgombro ed era come una piccola cappella, nella quale gli Apostoli pregarono e celebrarono la Santa Messa il giorno dopo. Al mattino, mentre gli Apostoli pregavano in casa, vidi giungere Tommaso con due discepoli: Gionata e un altro molto semplice, che veniva dal paese dove aveva regnato il più lontano dei Re Magi. Tommaso, appena appresa la notizia della morte di Maria Santissima, pianse come un fanciullo e s'inginocchiò con Gionata davanti al giaciglio della Vergine. Le donne frattanto si erano ritirate e l'altro discepolo, seguendo le istruzioni di Tommaso, attendeva fuori della casa. Vidi i nuovi arrivati pregare per molto tempo nella stessa posizione.

    Gli Apostoli, appena terminate le loro preghiere, li rialzarono, li abbracciarono e diedero loro il benvenuto offrendo pane, miele e qualche altro rinfresco nel vestibolo della casa. Poi, tutti insieme, si raccolsero ancora in preghiera. Tommaso e Gionata espressero quindi il desiderio di visitare il Sepolcro della Santa Vergine; allora gli Apostoli, e tutti gli altri, accesi i lumi che erano preparati sulle aste, si recarono al Sepolcro percorrendo la Via Crucis. Non parlarono molto ma meditarono profondamente alle singole stazioni i patimenti del Signore e il dolore della sua Santa Madre. Arrivati alla caverna del Sepolcro s'inginocchiarono tutti, poi Tommaso e Gionata si diressero frettolosamente all'entrata della grotta, Giovanni li seguì. Due discepoli scostarono i rami degli arbusti che la nascondevano; i due Apostoli entrarono con Giovanni e s'inginocchiarono con rispettoso timore dinanzi al letto sepolcrale della Vergine. Allora Giovanni si avvicinò alla bara e, dopo aver slegato le strisce, aprì il coperchio.
    Si avvicinarono con le fiaccole e, con profonda commozione, osservarono che le lenzuola funerarie erano vuote, sebbene conservassero la figura del prezioso Santo Corpo. Giovanni gridò forte agli altri: "Venite e guardate il miracolo! Il Santo Corpo non c'è più". A due, a due, entrarono tutti nell'angusta grotta e constatarono che le lenzuola mortuarie erano vuote. Come ad un solo comando, tutti, qua e là, fuori e dentro la grotta, s'inginocchiarono rapiti dalla più profonda commozione, invocando la dolce Madre. Allora si rammentarono di quella nube bianca e luminosa che avevano visto librarsi in alto subito dopo la sepoltura della Madonna. Vidi Giovanni raccogliere con profondo rispetto i panni fune-rari della Santa Vergine dal sarcofago. Li piegò, li dispose insieme e li prese con sé dopo aver calato il coperchio sulla bara ed averla assicurata con i legacci neri. L'ingresso fu chiuso di nuovo con gli arbusti e tutti percorrendo ancora la Via Dolorosa, pregarono i Salmi. Vidi Giovanni deporre con rispetto le lenzuola sul tavolo, dinanzi all'oratorio della Vergine. Li vidi pregare, mentre Pietro meditava in disparte, forse per prepararsi alla Santa Messa. Infatti dopo poco Pietro celebrò l'Ufficio solenne dinanzi all'oratorio di Maria Sanhssrma. Gli altri cantavano in coro. Vidi gli Apostoli ed i discepoli raccontarsi le esperienze e tutto quello che succedeva durante la loro missione nel mondo per l'evangelizzazione dei popoli. In quel periodo fecero molti esercizi di devozione. Poi i discepoli si congedarono per ritornare tutti ai loro compiti. Nella casa di Maria Santissima quindi rimasero solo gli Apostoli, Tommaso, il suo servo fedele e Gionata.
     Li vidi intenti per alcuni giorni ad abbellire la Via Crucis: tolsero le erbacce e al loro posto piantarono fiori e belle piante; pulirono ed abbellirono il giardino; tracciarono una nuova via intorno alla sommità della collina e praticarono nella roccia un'apertura, attraverso la quale si poteva vedere il letto sepolcrale in cui aveva riposato la Madre di Gesù Cristo. Infine eressero sulla grotta del sepolcro una cappelletta con un piccolo altare, dietro al quale sospesero un drappo ricamato con l'immagine della Madonna. Era un lavoro molto semplice in cui la Madre di Dio veniva rappresentata nella sua veste festiva di colore nero, turchino e rosso. La casa di Maria Santissima fu trasformata in una chiesa, vi si svolse la Santa Messa nella quale tutti pregarono in ginocchio con le mani protese in alto, verso il Cielo.


 L'ancella e alcune donne rimasero ad abitare la casa con due discepoli, uno di questi era un pastore nativo delle rive del Giordano. Gli abitanti della santa casa ebbero il compito di occuparsi della direzione spirituale dei fedeli dei dintorni. Gli Apostoli quindi si separarono: Bartolomeo, Simone, Giuda, Taddeo, Filippo e Matteo partirono per ritornare dov'era la missione di Dio. Gli altri percorsero insieme la Palestina e poi si separarono. Giovanni rimase ancora qualche tempo nella casa. Molte donne e discepoli ritornarono a Gerusalemme dove Maria di Marco fondò una comunità claustrale di venti donne."

Il 22 agosto dello stesso anno Anna Caterina Emmerick così concludeva le visioni sulla vita della Madre di Dio:
   "Solo Giovanni si trova nella casa della Madonna, tutti gli altri se ne sono già andati. Egli, secondo la volontà della Santa Vergine, divise le sue vesti fra l'ancella e l'altra donna. Fra quelle preziose vesti ve n'erano ancora alcune donate dai Santi Magi. Ne vidi due bianchissime come la neve, mantelli assai lunghi, alcuni veli, come pure delle coperte e dei tappeti; anche quella veste a strisce che Maria indossò a Cana e durante la Via Crucis di Gerusalemme. Posseggo una breve lista di tutti i vestiti della Madonna. 
   Alcune di queste magnifiche reliquie si conservano ancora nella Chiesa, come per esempio quella bella veste nuziale color celeste, trapuntata in oro e coperta di rose, con la quale si fece un paramento per la chiesa di Bethesda in Gerusalemme. Maria Santissima ha indossato quella veste soltanto il giorno delle nozze. A Roma vengono custoditi alcuni indumenti della Madonna come sacratissime reliquie". Tutta questa storia, le vicende ed i viaggi si compirono nel segreto di una vita silenziosa, forgiata nell'amore e nel dolore, che non conosceva l'inquietudine e l'agitazione dei nostri giorni."

sabato 13 agosto 2016

LETTERA DI MOLTI PROFESSORI DI CALABRIA A OLIVERIO

di Bruno Demasi 

   Silenzioso e gentile presidente Oliverio,
una piccola pausa per scriverLe mentre stiamo completando la preparazione delle valigie. E sono tante. Una, in particolare, contiene i nostri rimpianti e la nostra amarezza che è già rabbia dopo la pubblicazione di tutti i movimenti, come in gergo scolastico viene definito in punta di forchetta l’esodo forzato di tanti di noi.
    Quelle valigie già pronte, che per scaramanzìa avevamo quasi allestito da qualche settimana, ci serviranno davvero e davvero dovremo partire nei prossimi giorni per le sedi di tutta la Penisola che l’algoritmo ubriaco della Giannini ci ha assegnato mentre lei, la ministra, si presume ancora una volta era stesa sulla sabbia a godersi integralmente il meritato riposo dopo un annus horribilis di inestricabili nodi e grande svolazzo di penne e di piume e di parole e di promesse senza fondamento.
    Ora, presidente, apprendiamo da una Sua esternazione ufficiale che Lei considera un effetto “non previsto” l’esodo forzato verso il nord di tanti docenti e l’impossibilità di tornare di molti già da anni fuori regione.
    Probabilmente l’esodo di cui Lei stesso parla non era stato previsto da Lei, come mille altre jatture di questa terra che Lei dovrebbe “governare”, che rimane sepolta sotto una coltre pesantissima di silenzi. Compresi i Suoi!
    Sappia che il grande movimento di lotta che si è opposto alla politica del Suo partito sulla scuola aveva invece ampiamente previsto ciò che sta avvenendo: una sostanziale deportazione di massa della classe docente calabrese e di tutto il Mezzogiorno. 

    Se si esclude il governatore della Puglia, il Suo partito ( a proposito è ancora quello?) senza che i suoi esponenti meridionali facessero alcuna barricata visibile, ha continuato a tagliare decine di migliaia di cattedre (85% delle quali al Sud) già operato in passato con la progressiva diminuzione del tempo scuola, ha continuato a tagliare posti di sostegno, ha aumentato spropositatamente il numero degli alunni per classe, ha bloccato il pensionamento di migliaia di docenti.
    Se si esclude la lotta aperta dei lavoratori della scuola, nessuno di voi politici calabresi ha protestato contro la legge 107, chiamata beffardamente “buona scuola”, che comprende nelle sue pieghe incomprensibili un meccanismo coattivo che costringe all’esodo e sottoporrà gli insegnanti all’arbitrio dei dirigenti scolastici. E, come ciliegina zuccherosa e avvelenata sulla torta, la ministra annuncia trionfalmente il blocco triennale dei trasferimenti. Giusto per completare il massacro sociale dei lavoratori della scuola in atto. 

    E’ questa la lotta per l’emancipazione del Sud che stiamo conducendo? E’ questa la rinascita di queste terre in cui tagli indiscriminati all’Istruzione stanno gettando nel baratro di una nuova barbarie quel che resta delle compagini sociali di questi paesi e di queste sonnolente città?
   E perché istituire  posti di potenziamento effimeri a fronte di migliaia di classi pletoriche  il cui sdoppiamento avrebbe garantito a queste scuole della nostra terra migliaia di REALI cattedre da coprire?
    Caro governatore, questa è la politica (?) del nulla,. La scuola della nostra regione deve essere risarcita dei tagli indiscriminati effettuati, deve essere rilanciata e potenziata non con effimeri posti che al Sud suonano come spiccioli e al Nord frusciano come banconote di grosso taglio , ma con un grande piano di reinserimento del tempo pieno e del tempo prolungato , oggi presenti in percentuali ormai ridicole, per dare il meglio agli alunni e toglierli il più possibile dalla strada e dalle grinfie dell’analfabetismo incombente. 

    Sappia che l’assenza di posti nella scuola calabrese è una scelta politica scellerata da eliminare alla radice, non uno scherzo del destino.
   Sappia che il nostro sistema dell’istruzione e la nostra terra hanno bisogno di tutte quelle donne e quegli uomini, che, spesso dopo molti anni di servizio, oggi devono ad abbandonare le proprie città, i propri affetti, la cura dei propri figli e dei propri anziani.
    Sappia, agisca, protesti, si incazzi anche Lei se è Calabrese!

lunedì 8 agosto 2016

BASTA UNA CITTA’ METROPOLITANA PER GUARIRE LE FERITE DI UNA PROVINCIA?

di Bruno Demasi
   E’ già in carica da oggi il Consiglio Metropolitano di Reggio Calabria eletto a votazione indiretta dai sindaci e dai consiglieri dei vari comuni in cui è distribuita la sempre più sparuta popolazione di questo territorio.
   Lo stesso territorio, la stessa provincia che dal 1991 a oggi detiene il tristissimo record dei comuni sciolti per infiltrazione mafiosa, alcuni addirittura in modo reiterato durante questi 25 anni di passione .
    L’elezione del Consiglio Metropolitano, così lontana dai clamori mediatici, così odorosa di trattative , alleanze e ammiccamenti sottotraccia, così rappresentativa dell’ indirizzo che sta assumendo la vita politica italiana in cui non solo non c’è partecipazione democratica popolare, ma addirittura sta scomparendo anche ogni parvenza di democrazia rappresentativa, viene dopo un lungo e abbondantissimo  stillicidio di infiltrazioni mafiose che lo Stato ha riconosciuto pericolose e gravi in maniera talmente chiara da sciogliere tante, tantissime amministrazioni comunali. 

Eccone il rosario ufficiale:

TAURIANOVA (1991) – ROSARNO (1992) – SAN FERDINANDO (1992) – GIOIA TAURO ( 1993) – MOLOCHIO (1993) – CAMINI (1995) – ROGHUDI (1995) – ROCCAFORTE DEL GRECO ( 1996) – MELITO DI PORTO SALVO (1996) COSOLETO (1997) – SINOPOLI (1997) SANTO STEFANO IN ASPROMONTE ( 1998) – RIZZICONI (2000) – SAN LUCA ( 2000) – MONASTERACE (2003) – ROCCAFORTE DEL GRECO (2003) – CALANNA (2004) - PLATI’ (2006) – SEMINARA (2007) – GIOIA TAURO ( 2008) – ROSARNO ( 2008) –SAN FERDINANDO ( 2009) – TAURIANOVA ( 2009) – SAN PROCOPIO (2010) – MARINA DI GIOIOSA JONICA (2011) – SAMO ( 2012) – CARERI ( 2012) – SANT’ILARIO ALLO JONIO ( 2012) – BOVA MARINA ( 2012) – PLATI’ (2012) – REGGIO CALABRIA ( 2012) – SIDERNO ( 2013) – CASIGNANA (2013) – MONTEBELLO JONICO ( 2013) – SAN LUCA ( 2013) – ARDORE (2013 ) – TAURIANOVA (2013) – AFRICO (2014) – SAN FERDINANDO (2014).

     Sono i misteri dolorosi di una provincia del Sud che aggiunge questo primato a tanti altri che troppo spesso siamo pronti a dimenticare, dall’emigrazione endemica e ancora tutt’altro che finita, alla soglia più bassa dello sviluppo economico - imprenditoriale fino all’ atavica mancanza di strade, di strutture sanitarie degne di tale nome, di scuole, di progettualità minima per un futuro non già dignitoso, ma almeno sopportabile..

    Gli scioglimenti dei comuni che si sono susseguiti nel tempo, gli arresti di altissimi pilastri di cupole avvenuti nei giorni scorsi, le denunce mediatiche di nomine pilotate dalla ndrangheta per i  quadri dirigenziali della Pubblica Amministrazione, quanto meno hanno messo a nudo una piaga tutt’altro che rimarginata: nella provincia di Reggio Calabria la criminalità organizzata con le sue abili mimetizzazioni vecchie e nuove è stata ed è ancora in grado di condizionare pesantemente la vita civile, politica, istituzionale, sociale.
   Hanno rivelato tanto, ma hanno sanato ancora pochissimo o niente…!