mercoledì 18 ottobre 2017

L'ASPROMONTE E L'ANZIANA SIGNORA

di Ester Pandolfini
    Chi era in fondo la signora Mancini, quella donna senza tempo, per alcuni giovanissima di cuore e di spirito, per altri da sempre irrimediabilmente vecchia come il ritratto della celebre illusione ottica di Boring? Una persona catapultata dalla sua microstoria in un paese dell’Aspromonte arroccato dentro le sue certezze stucchevoli, sommerso da una coltre di sonno e di ipocrisie che da sempre lo hanno sottratto ai veri circuiti culturali e di sviluppo sociale. Una donna che , nata e vissuta a lungo altrove, si era innamorata di Oppido Mamertina e della Chiesa locale, delle sue ruspanti iniziative sociali, dei suoi maldestri tentativi di fare cultura là dove la povertà toglieva ai più ogni spazio e ogni voglia di fare altro che non fosse il mestiere della sopravvivenza quotidiana.
   Ma lei non si arrendeva, credeva nella forza redentrice dell’arte, del bello, della musica, del teatro negli anni in cui l’unica pedagogia possibile era quella della discriminazione e della divisione sociale e l’unica forma di inclusione – ammesso che lo fosse – si celebrava all’ombra del campanile da sempre accogliente per tutti coloro i quali volevano evadere dal brutto quotidiano, anche a costo di fare i conti con le mai mancanti persone egoiste che della frequentazione smodata e assolutizzante della parrocchia avevano fatto – e purtroppo continuano a fare – una missione personale dagli effetti asfissianti per la Chiesa stessa.
    Una donna strana e intelligente per un paese a sua volta strano e rassegnato ai raggiri dei prepotenti di turno mascherati di perbenismo, che questa bella pagina di Ester Pandolfini rievoca qui con amore e disincanto restituendoci uno squarcio commosso della storia di una vita che tutti ormai avevamo dimenticato. (Bruno Demasi)

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    A quattordici, quindici anni non avevo certo il problema di annoiarmi, a parte la scuola e i compiti ai quali, spesso, destinavo un tempo rubato a tutto il resto, davvero residuale, con grande disappunto di mio padre che si illuminava quando mi vedeva china sui testi scolastici, e che si adombrava visibilmente allorquando costatava che in casa non c’ero mai, e se c’ero era per pranzo, merenda di corsa, sempre con qualche compagna di giochi al seguito.
    Era il periodo in cui si frequentava la scuola di musica tenuta, con molta passione, dal maestro don Vicenzo Tropeano, e ospitata in alcuni ampi locali della scuola elementare e le  attività promosse dall’Azione Cattolica coinvolgevano molte persone, che abitualmente frequentavano la Chiesa e tutto ciò che da essa e per essa veniva organizzato e nei locali di via Mamerto, dove prima c’era l’asilo, e anche dopo, per altre attività, c’erano sempre le suore, ho trascorso quasi tutta la mia infanzia e adolescenza. Vi ho frequentato l’asilo, poi, per un lungo periodo, l’Azione Cattolica, dove sono pure stata impegnata nel ruolo di Responsabile ACR, ed anche il cosiddetto laboratorio, tenuto, appunto, dalle stesse suore dell’ordine di Santa Maria Goretti. Ricordo i nomi: suor Nicoletta, suor Maria Rosa e poi c’era, lei, la superiora. Elemento di spicco era don Luigi Blefari, il parroco della Cattedrale, figura dominante, le cui scelte e parole erano legge indiscussa. Andava energico per i corridoi con la sua tonaca svolazzante, sempre rosso e accigliato in viso, la bocca piccola e le labbra sottili da cui usciva una voce metallica dai toni perentori e autoritari.
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      Incredibile come una persona che arriva da fuori, così diversa dai paesani - sia per l’aspetto fisico che per le abitudini, i modi di fare, così come appariva lei, la moglie del direttore del Banco di Napoli, - possa entrare così bene a far parte della gente del posto. La signora Mancini era una donna magra, bruna, di un colorito abbronzato, gli occhi scuri, pronti al sorriso ma anche al disappunto, un po’ velati quasi a celare una sua intimità insondabile e volutamente o inconsciamente sottratta al giudizio del popolino locale. Quando l’ho conosciuta io, diversi anni dopo il suo arrivo in paese, il suo viso era diventato grinzoso e lei ormai era ritenuta una di noi, anzi, era diventata un riferimento insostituibile, conosciuta come il tre di denari. 

    Aveva i capelli legati in una crocchia morbida che ballava, in maniera buffa ma dolce, insieme con i movimenti del suo fisico scattante e che raggiungeva un’apoteosi di incisività e di solennità quando le sue nervose mani, anch’esse grinzose, sembravano ora volare ora scattare sulla tastiera del suo vecchio pianoforte che sapeva suonare solo lei così bene, nonostante alcuni tasti un po’ sbilenchi: pianoforte e Fanny Mancini erano fatti l’uno per l’altra in un miracolo di immedesimazione tra il semplice oggetto e quell’originale straordinario essere! 

     Viveva in un ambiente che sembrava appositamente dipinto per lei. Presumo sin dal suo arrivo, ma devo affidarmi ai miei ricordi e all’intuito per ricostruire qualcosa della sua interessante storia. La sua abitazione era situata in un contesto che appariva subito, appena vi si faceva ingresso, elegante, un po’ vissuto e caratterizzato dal tempo che dava una patina di passato, forse anche per lo stile bella époque delle architetture, delle scale, diverse, che si aprivano nell’unico cortile di quel palazzetto signorile, il cui ingresso principale e molti balconi e finestre si affacciavano sulla piazza principale.

    Scrivere di lei emoziona e costringe ad andare a ritroso, aprire quello scrigno custodito nella mente. Come è perfetto il cervello, basta un odore, una sfera di sole che si poggia sul fascio d’erba di una siepe, l’ abbaiare di un cane e si associa con un miracolo autentico l’attimo che emerge dal nulla e si ripresenta prepotente, reale. Questo è l’incanto dei ricordi che per un attimo fuggente ti restituiscono le emozioni. Ti pare nulla poter risentire l’amore, la gioia di avere accanto persone care, il dolore pungente dell’abbandono....
    Eccomi a casa della signora Mancini, è tutto vivace, c’è molta gente in giro, tante ragazze vocianti, i gatti che, sbucando da ogni dove, girano padroni lasciando il loro inconfondibile odore che, oso dire, ha il suo fascino. Stiamo preparando il revival di un’operetta: regia della signora Mancini, musiche originali, costumi suggeriti dalla regista e demandati, per la realizzazione, alle famiglie delle interpreti.
    Lo spettacolo era organizzato dall’Azione Cattolica e, secondo il genere e l’importanza, veniva rappresentato in sedi diverse: nel salone dell’episcopio, se ritenuto più importante; nei locali dell’asilo, se più modesto. Si faceva affidamento e si ricorreva alla disponibilità e alla generosità dei parrocchiani, conoscendo e sapendo sfruttare le diverse attitudini, esperienze e capacità di ognuno.
   Era tradizione che per alcune ricorrenze, Carnevale, Natale, si svolgessero degli spettacoli che davano vita e movimento e servivano per tenere vivo lo spirito di appartenenza a quella comuntà che era, nel periodo, il maggiore, se non esclusivo, riferimento per la quasi totalità della cittadinanza.
   Erano i primi anni ’70 e si aveva l’età più bella della vita in cui la spensieratezza è di norma assoluta, gli affetti non sono solo quelli della famiglia: a quindici anni, quando frequenti il liceo, un compagno può rappresentare il tuo universo.
    In occasione di qualche festa  molto sentita, forse allora anche di più, la Signora Mancini ci preparava per lo spettacolo e tutti i giorni andavamo a casa sua per le prove. Ci sapeva motivare, ci spiegava che quei testi erano brani d’operetta, già rappresentati nel periodo fascista anche davanti al Podestà di Oppido. Assegnava poi i ruoli e, quella volta, il mio era quello di fare la presentatrice, ma io, pur essendo orgogliosa di svolgere un ruolo così importante, ero un po’ dispiaciuta di non poter cantare.
    Ogni canzone era accompagnata dalla danza e da una vera e propria scenetta da interpretare. Una volta imparato il testo a memoria, durante le prove, lei, oltre ad accompagnarci al pianoforte, seguiva il canto e la danza. Ogni passaggio veniva sottolineato dal motivo e dalle note e la Signora con vera maestria ci guidava nella esibizione. 

   I giorni delle prove - mi pare di ricordare che i preparativi siano durati più o meno tre o quattro settimane - furono impegnativi ma divertenti, un’esperienza importante, eravamo coinvolte ed entusiaste, prendevamo tutto molto sul serio perché l’impostazione data, lo stile di quella piccola donna magrissima trapelava da ogni suo poro, dalla sua voce, dal suo estro, dall’ambiente dove ci accoglieva. Un disordine che parlava di lei, dell’importanza che attribuiva a quello che stavamo facendo e la rendeva unica, diversa da tutte le nostre mamme e zie e maestre che amavano l’ordine, la pulizia estrema della casa, la cucina. Era distratta Fanny Mancini, la sua era quella sbadataggine mischiata ad un’ innata eleganza condita dal fascino di una trascuratezza della sua persona scelta come stile di vita.
    Un giorno si recava come d’abitudine in chiesa e, mentre attraversava la strada, qualcuno ha sentito l’esclamazione: “Dio che sbadata, mi sono messa le scarpe di mio genero!”. Lei, la signora Mancini, metteva al primo posto altro; qualcosa che arricchiva lo spirito e che rendeva indimenticabile il tempo trascorso in sua compagnia.
     Sono passati cinquant’anni ma io ricordo a memoria tutti i brani, tutte le canzoni e l’entusiasmo nei volti di tutti noi che le abbiamo interpretate e il visetto buffo di lei che, a bella posta, eccedeva nella mimica per farci capire il senso da attribuire alle parole, il messaggio che dalle storie bisognava far arrivare al pubblico, il messaggio educativo e di civiltà che, senza dirlo, lanciava alla strana gente di questo strano paese capace di ridere di tutti e di tutto, ma non di se stesso.

venerdì 8 settembre 2017

Il previtazzo: LA LANA E LA CARNE CAPRINA

di Bruno Demasi
   Da due giorni , dopo il parto regolare delle altre capre nella stalla del Boschetto, il Previtazzo si era reso conto che Bianca e Polvere, le due capre più anziane, avrebbero avuto difficoltà a sgravarsi, erano nervosissime e ansiose e avevano delle perdite, perciò una sera le caricò sulla millecento e se le portò con sé in paese per tenerle d’occhio anche di notte. Bramarono in continuazione tutta la notte e restò alzato a soccorrerle con manate di fieno, acqua, sale. Ma niente, non riuscivano a trovare pace. All’alba, dopo aver celebrato la messa davanti alla chiesa ormai gremita di gente carica di secchi e recipienti di ogni genere e aperto il rubinetto dell’acqua pubblica, fece il giro del borgo chiedendo ai vecchi se c’era qualcuno che potesse aiutare le due bestiE, dato che il veterinario non esisteva nemmeno nel paese grande. Alla fine qualcuno timidamente accennò ai Dormienti: marito e moglie pare che fossero diventati abilissimi nello sgravo e negli annessi e connessi degli ovini, dei suini e dei conigli; nessuno era più bravo di loro due messi insieme sia per delicatezza nei confronti dell’animale partoriente sia per destrezza quando il parto si presentava difficile. Erano il massimo.
    Avevano solo un difetto: dormivano. E dormivano tanto che il grande artista  che abitava davanti alla loro casupola alla periferia del paese grande, riprendendo l’analogia con l’omonimo personaggio del presepe, aveva coniato per loro questa denominazione che in breve li aveva resi famosi nel comune e nei borghi vicini: i Dormienti, che illustrava la loro caratteristica di camminare, le poche volte in cui uscivano casa ad orari naturalmente molto elastici, con gli occhi socchiusi e con movimenti lentissimi, al cui confronto un bradipo poteva considerarsi un fulmine.
    Il previtazzo si fece indicare la loro casa e partì a razzo, ma alle sette di mattina, dopo aver bussato a lungo e chiamato con urli repressi, il silenzio nella casa dei Dormienti non si scalfiva di un millesimo se si escludono i brami di capre , pecore e galline che dalla bassissima stalla retrostante la casupola raggiungevano il finissimo orecchio del previtazzo. 

    Decise di tornarsene nel suo basso per vedere cosa stessero combinando le due capre, che esauste dopo una notte insonne sembravano ora più quiete. E per ingannare la lunga attesa che i Dormienti si decidessero ad abbandonare Morfeo, si chiuse nel confessionale per recitare le preghiere del mattino. Ma dopo pochi minuti sentì il passo strascicato della solita vecchia che veniva a fargli il resoconto della giornata precedente, seguito da una velocissima confessione. La donna aveva sentito dire che due facce lorde del sobborgo, per ordine di un grandissimo figlio di buna donna della zona sarebbero andati quella sera stessa alla stalla del Boschetto per rubare tutti i capretti dell’arciprevite per insegnargli l’educazione…
    Il previtazzo saltò fuori dal confessionale come un fulmine più nervoso che mai, entrò di volata nel basso per vedere cosa facessero le due capre e le vide quiete, quindi partì a razzo con la millecento che quella mattina sembrava volesse festeggiare non si sa cosa con boati continui alla partenza. Frenò a due metri della porta dei Dormienti e cominciò a suonare il clacson, poi spense il motore , lo lasciò qualche minuto e rimise in moto sparando boati che facevano accapponare la pelle proprio sotto l’unica finestrella della casa. Infine scese dall’automobile e cominciò a bussare con mani e piedi urlando. Niente! Allungò la mano dal finestrino aperto accompagnando col suono roco del clacson le sue voci, ottenendo il risultato di vedere spuntare da dietro l’angolo il cognato dei due Dormienti che , svegliato di soprassalto nella sua attigua casipola, bestemmiava come un turco brandendo un’affilatissima ascia con faccia truce. Il previtazzo lo calmò con un urlo e gli spiegò la sua fretta non senza promettergli una damigiana di vino se lo avesse aiutato a svegliare i Dormienti e a portarli immediatamente nel suo basso per far partorire le due capre.
    L’uomo dotato di grande intelliGenza, capì subito, si portò immediatamente l’indice alle labbra per imporre l’assoluto silenzio al prete e al piccolo gruppo di vicini allarmati che si era radunato intorno alla casa per vedere cosa fosse successo. Quindi girò nuovamente l’angolo e sparì. Passarono alcuni minuti di assoluto silenzio rotto soltanto sul retro della casipola dal bramare insistente di alcune capre dei Dormienti che aspettavano invano di essere munte. Alla fine l’uomo riapparve con in mano una lunga canna di quasi cinque metri, la berretta storta sulla testa, in bocca uno straccio puzzolente e nell’altra mano una mezza bottiglia di petrolio. Inzuppò lo straccio di petrolio e poi lo legò alla cima della canna. Quindi scostò un pezzetto di tavola che occludeva un buco nella finestrella della camera da letto dei Dormienti, introdusse la canna e , agendo con destrezza, posizionò la pezza puzzolente proprio al capezzale del letto dei cognati immersi in un sonno soave e profondo.
    Passarono soltanto due o tre minuti e si udì il primo starnuto maschile all’interno, seguito da una cadenza ritmata di tre- cinque – sette starnuti e infine da un crescendo furioso di starnuti brevi, allungati, scoppiettanti, lacrimosi, mugolanti. Infine la finestra si aprì e apparve il Dormiente più sveglio che mai che continuava a starnutire spruzzando a occhi chiusi chi gli capitava a tiro e bestemmiando ferocemente, mentre la consorte finiva di vestirsi lamentando a voce altissima che sta bene uno fino a che lo vuole l’altro e il cognato quatto quatto ritirava la canna e si ecclissava dietro l’angolo. 

    Il previtazzo assisteva alla scena a braccia conserte. Diede il tempo ai coniugi di riaversi, poi introdotto dal loro cognato che aveva indossato lo sguardo più innocente possibile, riferì ai due ostetrici la sua necessità, promise loro il giusto compenso e li fece salire in tutta fretta sulla millecento, partendo a razzo. Durante il breve tragitto il Dormiente accennava a un nuovo colpo di sonno, ma il cognato provvide a svegliarlo sparandogli una bestemmia nell’orecchio che il previtazzo disapprovò con un’esclamazione a sua volta a voce altissima. La sinergia funzionò.
    Arrivati, scesero tutti ed entrarono di corsa nel basso: le due capre , esauste, avevano ripreso il loro penoso e fioco lamento che tagliava il cuore al previtazzo che uscì subito e chiuse la porta mentre Dormiente moglie chiedeva una pignata grande per bollire l’acqua che andò ad attingere alla fontanella sullo spiazzale. Appena tutto fu pronto, il cognato dei Dormienti uscì, riscosse dal previtazzo la sua mercede e se ne andò orgoglioso con la sua damigiana da dieci litri piena sulle spalle. I due ostetrici restarono soli con le capre, mentre l’uomo di Dio pregava caldamente che non si addormentassero.
    Verso le undici si udì il primo debolissimo belato seguito da altri via via sempre più forti e verso mezzogiorno si potè chiaramente sentire anche il secondo che, a differenza del primo, era molto distinto. Poi il silenzio. Il previtazzo aprì cautamente la porticina e vide le due capre che in silenzio leccavano i loro piccoli e i due Dormienti distesi sulla paglia che russavano profondamente con le mani e i vestiti sporchi di sangue. Chiuse la porta esterna con un grosso lucchetto semiarrugginito in modo che nessuno tentasse di entrare, diede fieno fresco e acqua alle due bestie, richiuse anche la porticina interna da cui era entrato, andò a parcheggiare la millecento dietro le ultime case e se ne andò a dormire pure lui.
    Si svegliò di soprassalto intorno alle diciotto, si sciacquò il viso in fretta, controllò capre, capretti e ostetrici che dormivano tutti beatamente, trafficò alla fornacetta e preparò con quello che aveva una discreta cena per i due Dormienti che apparecchiò sulla buffetta dell’entrata insieme a una bottiglia di vino. Depose anche qualche altra manata di fieno vicino alle due capre, chiuse tutte le porte accuratamente e, fingendo di fare due passi per prendere un po’ di fresco, si diresse verso la millecento che lo aspettava alla fine dell’abitato in una discesa. Salì, chiuse lo sportello delicatamente, mollò freno e frizione per far partire a folle l’automobile e appena fuori dal borgo la mise in moto e accelerò…
    Arrivò alla masseria del Boschetto al primo buio, lasciò l’automobile parcheggiata dietro una grande siepe di sambuco e si avviò a piedi verso la stalla riconosciuto subito dai suoi cani e dal capraio che era un tipo molto sveglio e di pochissime parole. Bastarono pochissimi accenni e qualche monosillabo per definire la situazione: i cani furono tacitati, la porta sbilenca della stalla dove stavano dormendo almeno una quindicina di capre e nove capretti fu solo accostata, mentre il previtazzo si sedette all’interno di fronte alla porta armato di fucile e il capraio di lato munito di nervo di vacca. Si addormentarono. 

    Dopo un’ora circa furono svegliati dal guaire sommesso dei cani che avevano fiutato qualcuno, trattennero il fiato e udirono la porta che si apriva e dei passi tamarri che facevano già belare qualche capra sveglia che stava allattando, mentre i cani si trattenevano egregiamente. Appena i nuovi arrivati furono a tiro, il previtazzo li illuminò con la grossa torcia a pile che aveva con sé e che appoggiò a un palo, facendo due salti lateralmente e intimando loro di fermarsi e di gettare a terra le armi, mentre il capraio, vedendoli disarmati, iniziò a seminare scientificamente nerbate da orbi ai due, specialmente su braccia e mani. Dopodichè il previtazzo  li fece alzare e li scacciò a pedate dall’ovile dicendo loro ad alta voce di tornare a riferire a chi li aveva mandati che i capretti e gli agnelli potevano anche sparare se necessario e aizzando subito dietro di loro i cani che non videro l’ora di accompagnarli ululanti einsolentemente per almeno un chilometro. Dopo mezz’ora, date tutte le istruzioni del caso , il previtazzo partì alla chetichella e fece ritorno in parrocchia passata ormai la mezzanotte. 
   Entrando silenziosamente dalla porticina laterale, si accorse che i coniugi Dormienti avevano spazzolato fino alle molliche la cena che aveva lasciato loro pronta sulla buffetta e ora russavano con la testa appoggiata sulle braccia mentre nella stalla attigua le due capre masticavano tranquille la loro porzione di fieno.
    L’indomani mattina a messa il previtazzo durante l’omelia si soffermò a lungo sulla parabola delle pecore e dei lupi, facendo anche alcune osservazioni sul fatto che a volte la carne dei capretti è più dura a cuocersi di quella delle capre vecchie e che, cosi come se si voleva andare in Paradiso bisognava imboccare la via stretta e non quella larga, se si voleva  mangiare carne, l’unica strada da imboccare era quella della guccerìa.

sabato 2 settembre 2017

UNA CIAMBRA PER NON MORIRE DEL TUTTO…

di Bruno Demasi

   Per noi della Piana, “Ciambra” è l’ultimo dei tuguri, l’ultimo dei ripari dal freddo, dal sole o dagli sguardi indiscreti: una capanna di frasche o di rifiuti ( "chambre"  per i Francesi che ci hanno lasciato questa come tante altre parole  che la "buona scuola" ha dimenticato di insegnare), ma anche un pezzo di stoffa senza significato, una copertura improbabile delle nostre nudità  o un brandello di terra buttato come un osso agli ultimi.
   Per i Gioesi è anche un toponimo, lo scampolo estremo di spiaggia in quello che era il quartiere o la zona più periferica del paese, là dove verosimilmente anche in passato sorgevano le capanne di cartone dei rom, là dove, come oggi, si consumavano le precarie esistenze di chi viveva ai margini della legalità , ma anche di una società  più ampia spolpata dall’individualismo e dalla paura atavica verso chi spara e se non spara minaccia e se non minaccia cova nell'ombra, il che fa ancora più paura…

    Un toponimo, una parola evocatrice di tante sorti dimenticate o da dimenticare, un mondo minimale di oppressi e di ladri, come il piccolo rom Pio che dopo l’incarcerazione del padre e del fratello si fa carico di tante bocche da sfamare in famiglia rubando sui treni i bagagli ai viaggiatori e  vendendoli con l’aiuto o la complicità di un immigrato africano che rappresenta l’universo amplissimo e variegato di gente senza storia e senza nome che oggi popola la costa della Piana, e non solo negli inferni che sono i ghetti di Rosarno e di San Ferdinando, sui quali sociologi e giornali gettano fiumi di inchiostro di tanto in tanto giusto per dovere d'ufficio... 

    Un’umanità senza storia e senza nome che si sposta parossisticamente da un luogo all’altro in cerca di qualche moneta e di cibo e di vita, scacciata dai treni al freddo o al sole delle stazioni costiere, scacciata dalle case e persino dei ripari di carta che sorgono come funghi ai margini delle tendopoli di turno, dove , nell’incuria delle istituzioni, non ricevono neanche il pocket money che potrebbe aiutarli a credere in un barlume di dignità…un’umanità nomade quasi invisibile, se non all’occhio attento di Jonas Carpignano e alla sua macchina da presa. 

    Pio, il suo amico africano e il regista di questo supendo film, che si è affermato prepotentemente al Festival di Cannes, nato da un cortometraggio del 2014 con lo stesso titolo ( ‘A Ciambra) sono un tutt’uno: tre facce inconsuete di un gioco di dadi che scandisce la sorte di centinaia, migliaia di emarginati a Gioia Tauro come in tutta la Piana che da Gioia Tauro alla montagna che la chiude a S-E è ormai solo  un cumulo di ricordi e di problemi.
    Qualcuno ha detto che in questo capolavoro della cinematografia girato nel ghetto di Gioia Tauro lo sguardo del regista è perfettamente orizzontale (non esalta, non denigra), la macchina da presa non si frappone, ma diventa corpo unico della narrazione, ed ha perfettamente ragione perchè  i destinatari del racconto e l’oggetto del raccontare stanno sullo stesso piano.   
   Dopo tanto cinema neorealista che sopravvive ancora a se stesso, dopo tanta commedia all’italiana che intride persino le tragedie di ndrangheta raccontate dalla macchina da presa, è qui la rivoluzione di “A Ciambra”, che non spiega nulla e non si propone di additare nulla, ma vive soltanto la stessa vita degli individui che vuole raccontare...

venerdì 25 agosto 2017

Non uccidete la tarantella! ( di Ilario Ammendolia)

                     “Alla festa di nessuni 
                     senza servi né patruni
                    Alla festa ‘i tutti quanti

                  senza diavuli e senza santi...”

       Una pagina di denuncia meno innocua di quanto si potrebbe pensare. Scritta da un Cauloniese mai rassegnato con riferimento al Kaulonia Tarantella Festival e ai tanti osteggiamenti che questa iniziativa ha subito nel tempo, ma scritta soprattutto per chi, ancora e soprattutto oggi, vorrebbe uccidere quel che resta dell’anima e della cultura delle classi subalterne calabresi. Persino sulle piazze in questi giorni di commosso ritorno nella loro terra di tanti emigrati che hanno dato e continuano a dare ricchezza e lavoro al Nord. Grazie, Ilario! (Bruno Demasi)
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     Già una volta s’è tentato di ucciderla! Alla fine degli anni 50 la tarantella divenne musica tamarra, espressione di un popolo sconfitto. La tarantella non è mai stata, ballo e musica delle classi dominanti, ma di popolo. Si ballava nei greti dei torrenti, nelle cantine, negli spiazzi, nei matrimoni popolari. 
      Una musica che odora di vino, di coltello, di libertà, di rivolta.
      Un popolo sconfitto non poteva avere né lingua, né arte, né musica, né ballo.
     Non entro, né mi tocca entrare nel merito dei percorsi amministrativi. Sono troppo vecchio per non sapere come si gestiscono certe cose a livello comunale, regionale e provinciale. So che ancora oggi  si spendono diverse decine di migliaia, quando non sono centinaia di migliaia di euro, per eventi di discutibilissimo valore , slegati dal nostro Territorio da dare in pasto ai potenziali elettori di domani…

     La tarantella è altra cosa. Si sposa con la nostra cultura, si coniuga con la rivolta delle classi subalterne! La tarantella come il dialetto, contribuisce ad esprimere l’anima di un popolo! E' la musica del riscatto dell’orgoglio meridionale.
     Musica di scugnizzi, ballo di picciotti, di braccianti e di massari, odora di lavoro, di allegria, freschezza popolare, di rivolta ai soprusi.

     Negli anni il Kaulonia Tarantella Festival non è stato una parentesi a sé stante. Ha cercato di mandare un messaggio al mondo. Nel corso delle varie edizioni abbiamo dedicato serate  ai poveri e agli ultimi della Terra, come a Neda, ragazza di sedici anni uccisa nella primavera iraniana, a coloro che passano il mare su barche di fortuna alla ricerca della speranza, ai briganti morti con l’urlo della libertà sulla bocca, ai fucilati senza processo, ai condannati senza colpa, a coloro che sono stati scacciati dalla nostra terra.
     Abbiamo coniugato la musica all’accoglienza, alla statue di pregnante valore, ai progetti per le fasce più povere della popolazione, a gesti simbolici ma carichi di significato. Per i tanti pezzi da novanta che si sono alternati negli anni alla Regione, ciò forse ha  rappresentato o rappresenta ancora  un motivo di condanna. Condanna approvata dagli ascari privi di qualsiasi progetto e meta politica.
     Amo il mio paese. Amo quella parte che odora di dignità, di schiena dritta, di testa alta, di fierezza. La Calabria è terra di orgoglio sopito!
      Non amo i vigliacchi, gli ipocriti, i furbastri, i cinici. Uomini con la schiena di ricotta.

    Onore a quanti, nel tempo, pur di salvare  la tarantella e il festival di Caulonia, hanno messo le mani nelle proprie tasche.
    Onore a Caulonia, alla Locride, alla Calabria espressione di mai sopita fierezza e di antico orgoglio!
     Onore gli intellettuali calabresi che hanno firmato l’appello per la salvaguardia del Ktf . Il popolo canterà sempre brani che valgono un trattato:
                                                             “Alla festa di nessuni 
                                                            senza servi né patruni
                                                           Alla festa i tutti quanti
                                                         senza diavuli e senza santi...”
     Questa è la società che noi vogliamo costruire.

mercoledì 16 agosto 2017

ON THE ROAD NEL PURGATORIO SCOLASTICO DELLA PIANA DI GIOIA TAURO

 di Bruno Demasi
  Se non fossi rispettoso almeno un po’ del politically correct, più che di purgatorio dovrei parlare di inferno scolastico nella Piana di Gioia Tauro, ma farei torto sicuramente a quelle poche, pochissime realtà scolastiche di eccellenza, o comunque coscienti del lavoro che devono svolgere, che malgrado tutto ancora esistono in questo lembo ( o limbo) di mondo invaso da sterpi ed erbacce di ogni genere, e non solo metaforiche.
    Fosse stato per la Provincia di Reggio Calabria, proditoriamente uccisa dagli ultimi governi, ma costosamente rinata dalle sue ceneri come l’araba fenice col nome pomposo e maldestro di “Città Metropolitana”, oggi la scuola nella piana di Gioia Tauro, se si escludono al massimo non più di una decina di realtà vivibili o quasi, sarebbe completamente smantellata. Ed è solo grazie all’eroismo di alcuni dirigenti scolastici e di alcuni docenti che continua a meritare l’appellativo di “scuola” detestato, chissà perché, dai nostri politici che hanno fatto di tutto e di più nel tempo, in combutta con la politica nazionale, per ridurla a un polpettone velenoso .
    Ma vediamo come si vive tra i banchi (dove ancora esistono e sono meritevoli di questo nome) da queste parti.
                                                                      SCUOLE “SUPERIORI”

    Tutta la  numerosa popolazione scolastica della Piana compresa tra i 13/14 e i 18/19 anni dispone ormai di un’offerta formativa ( il più delle volte ripetitiva e concorrenziale) articolata in appena otto (!)  miserrimi istituti autonomi così dislocati:

CITTANOVA
Due licei tra loro eternamente separati: uno, quello scientifico, ancora autonomo; l’altro, quello classico, ormai sottodimensionato malgrado l’accorpamento contro natura con l’Istituto d’arte. Due rivalità insulse che un piano serio di dimensionamento avrebbe dovuto evitare già da anni, creando un unico istituto superiore degno di questo nome e al sicuro dai sempre temibili problemi di sottodimensionamento. 

GIOIA TAURO
Un istituto Tecnico Economico, ma anche industriale e nautico, fortemente ripopolato negli ultimi anni - onore al merito - dopo decenni di declino al quale però inspiegabilmente è stato accorpato come pendant inutile l’Istituto d’Arte di Palmi che in quella città, come vedremo, potrebbe ancora svolgere un ruolo di primo piano.

Un liceo linguistico paritario di estrazione cattolica che riesce a sopravvivere tra vari problemi perché evidentemente ha ancora una propria funzione in una città inspiegabilmente priva di altri licei (!).

OPPIDO MAMERTINA - TAURIANOVA
Un liceo scientifico e un Istituto tecnico Industriale per l’elettronica e l’Informatica che nell’ultimo settennio hanno visto un progressivo e consistente calo di iscrizioni. Due istituti gloriosi che dall’anno scolastico 2000/2001 formavano un istituto comprensivo medio superiore con una fisioniomia invidiabile e con una popolazione scolastica molto più abbondante dei 900 alunni prescritti dalla legge , smantellato poi a sorpresa dalla Provincia di Reggio Calabria e quindi dalla Regione Calabria smembrando da esso la scuola media e accorpandola scioccamente alla locale scuola elementare. L’accorpamento dei due istituti superiori oppidesi all’istituto superiore di Taurianova, a sua volta in caduta libera per iscrizioni, è stato il peggiore dei rimedi possibili per questioni di ordine geografico, sociale, culturale, logistico : non si accorpano e snaturano due istituti badando solo ai loro numeri e trascurandone totalmente le rispettive vocazioni e peculiarità.

A Oppido ancora, e malgrado tutto, funziona un liceo classico paritario, il liceo “San Paolo”, istituito nel lontano 1986, cresciuto in termini qualitativi e quantitativi per alcuni anni e poi in declino progressivo nel tempo , tanto che solo l’eroismo dei suoi docenti e dei suoi dirigenti scolastici,  ha impedito si chiudesse. E se ciò avvenisse sarebbe un vero peccato perché si tratta sostanzialmente dell’unica scuola superiore paritaria con precisa connotazione cattolica operante nella Piana che dovrebbe invece essere rilanciata e riproposta con nuovo entusiasmo , ma adeguandola  seriamente alle vocazioni formative imposte dai tempi e dal contesto territoriale.

PALMI
Progressive “soluzioni” ubriache di dimensionamento hanno ridotto gli istituti superiori, un tempo gloriosi, di questa cittadina a uno soltanto provvisto di autonomia ! Si tratta dell’Istituto Superiore “Pizi” formato da liceo scientifico e liceo classico. Gli altri istituti hanno perso tutti la loro autonomia, a partire dall’Istituto d’arte accorpato ( chissà per quale scommessa) al Tecnico di Gioia Tauro, per poi passare all’ex Istituto Magistrale (Oggi Liceo Linguistico e delle Scienze Umane inspiegabilmente lasciato staccato dagli altri licei) fino all’obbrobbrio contronatura costituito fino a ieri da Istituto tecnico economico, Istituto Tecnico Agrario e istituto professionale per l’Industria e l’Artigianato che ha subito un crollo di iscrizioni e che dal prossimo I settembre perderà la propria autonomia. E pensare che sarebbe bastato staccare l’Istituto d’Arte da Gioia Tauro per unirlo all’obbrobbio di cui parlavamo per restituire almeno autonomia a questo carrozzone .

A Palmi opera anche qualche istituto paritario non meglio conosciuto da chi scrive.

POLISTENA
Come per la sanità, anche per la scuola superiore Polistena continua a fare intelligentemente la parte del leone: è l’unico centro della Piana che mantiene ben tre autonomie nell’ambito delle scuole superiori: L’Istituto “Renda” che assembla un professionale per il commercio con l’ Istituto alberghiero; l’Industriale “Michele Maria Milano” in crescita di alunni e di eccellenze; l’ex Magistrale, riciclatosi per legge in liceo con varie specializzazioni, tra cui quella musicale funzionante nella vicina Cinquefrondi. Il tutto senza contare le ulteriori due autonomie del I ciclo: i santi in paradiso servono pure a qualcosa....!

Anche a Polistena opera qualche istituto paritario non meglio conosciuto da chi scrive.

ROSARNO
Anche in questo grosso centro della Piana una sola autonomia scolastica superiore: il liceo scientifico, languente per molto tempo e da alcuni anni riportato intelligentemente a una relativa sucurezza numerica, unito al locale istituto per l’agricoltura e all’Istituto tecnico funzionante a Laureana di Borrello.

S. EUFEMIA D’ASPROMONTE
Appena una “succursale” di liceo scientifico dell’Istituto Superiore di Bagnara, quando ogni logica territoriale oltre che didattica avrebbe imposto da anni la sua dipendenza dal più vicino centro di Palmi languente, come s’è visto, per progressiva estinzione di molte delle scuole superiori storicamente esistenti.

                           ISTITUTI COMPRENSIVI DI SCUOLA DELL’INFANZIA, PRIMARIA 
                                                       E SECONDARIA DI PRIMO GRADO

                                                 
     I guazzabugli pietosamente denominati “istituti comprensivi”, nel senso che vi si fa quotidiano esercizio di comprensione verso le proprie e le altrui manchevolezze, il più delle volte indotte da un sistema educativo becero e ripetitivo che non accenna nella grande maggioranza dei casi a mettersi al passo con le più efficaci metodologie e tecnologie didattiche, sono tutti rigorosamente pedantemente costituiti da scuole dell’infanzia , scuole primarie e scuole secondarie di I grado, quasi tutti marchiati da dati INVALSI deprimenti ,  quasi tutti privi di un minimo di fantasia geografico - organizzativa ,  così dislocati:

ANOIA INFERIORE – ANOIA SUPERIORE– MAROPATI – TRITANTI - GIFFONE : malgrado il numero infame di località scolasticamente “accorpate” è un istituto sottodimensionato, quindi destinato al limbo delle reggenze e dei dirigenti scolastici e dei dirigenti amministrativi.

CINQUEFRONDI: una delle due località di tutta la Piana inspiegabilmente lasciate “sole”. Istituto inevitabilmente sottodimensionato: vedi sopra.

CITTANOVA - SAN GIORGIO MORGETO: poche classi di scuola primaria di Cittanova strappate al resto e lanciate come scialuppa di salvataggio al fu istituto comprensivo di San Giorgio Morgeto che, malgrado il loro pietoso sacrificio, ha perso ugualmente l’autonomia: vedi sopra.

CITTANOVA “CHITTI”: un coacervo pastoso di sezioni e di plessi con il pregio di funzionare quasi tutti nello stesso centro e di mantenere almeno l’autonomia:

DELIANUOVA – SCIDO – COSOLETO – SITIZANO: quattro povertà ( di numeri scolastici) tenute insieme dal pietosi escamotage di sopravvivenza scolastica elaborati dai rispettivi sindaci con docenti girovaganti e qualità della vita ( scolastica) come minimo difficile.

LAUREANA – SERRATA – CANDIDONI - GALATRO – FEROLETO DELLA CHIESA – PLAESANO: non so più quanti plessi collegati da buche e sassi assurti pomposamente alla dignità di strade percorse quotidianamente dalle gimkane dei docenti.

GIOIA TAURO “PENTIMALLI” E GIOIA TAURO” PAOLO VI”: due autonomie per altrettanti istituti comprensivi in perenne concorrenza tra loro: perché non farne uno, ma buono e con strutture di eccellenza?

MELICUCCO: la seconda delle due località di tutta la Piana inspiegabilmente lasciate “sole”. Istituto inevitabilmente sottodimensionabile : vedi sopra.

OPPIDO MAMERTINA – MESSIGNADI – CASTELLACE – PIMINORO – SANTA CRISTINA D’ASPROMONTE – VARAPODIO – TERRANOVA - MOLOCHIO: solo la lettura ad alta voce dei numerosissimi centri e plessi di cui consta questo mastodonte geografico diventa asfissiante. E non è finita qui ! Pare vogliano accorparvi, lasciando “intatto” l’esistente, anche liceo scientifico e ITIS di Oppido giusto per completare un minestrone già immangiabile oppure per sperimentare come possono esplodere per autocombustione le scuole risolvendo così in un baleno tutti i problemi in una volta con grande tripudio dei politici!

PALMI “DE ZERBI- MILONE” ( con l’avallo numerico di Seminara , S.Anna e Barritteri , centri ridotti al rango di portatori d’acqua) e PALMI”SAN FRANCESCO”: due autonomie “comprensive che potrebbero benissimo essere una sola, risparmiando qualche risorsa per i centri abbandonati a se stessi nell’entroterra…. o per qualche istituto superiore cittadino dismesso perchè sottodimensionato.

POLISTENA “F.IERACE” e POLISTENA”Brogna” : anche qui due autonomie “comprensive” che potrebbero benissimo essere una sola, risparmiando qualche risorsa per i centri abbandonati a se stessi nell’entroterra.

RIZZICONI - DROSI  e borgate varie:  Istituto inevitabilmente sottodimensionabile : vedi sopra.

ROSARNO “Marvasi” e ROSARNO “Scopelliti –Green”: forse l’unico centro che, insieme a Bosco e a San Ferdinando merita, chiaramente solo per l’entità della popolazione scolastica complessiva” queste due autonomie.

S.EUFEMIA – SINOPOLI – SINOPOLI VECCHIO – SAN PROCOPIO – MELICUCCA’: no comment. 

TAURIANOVA “Monteleone” e borgatelle varie  e TAURIANOVA – SAN MARTINO AMATO “Alessio – Contestabile” e bagattelle varie: due autonomie poco equilibrate, ma equilibrabili per numeri , una delle quale potrebbe comprendere ragionevolmente, quale istituto omnicomprensivo, anche la locale scuola superiore: chissà se i cervelloni provinciali ci stanno un po’ pensando?
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     Poi c'è la rifiorente  scuola della ndrangheta , ma sulla serietà di  essa, come dice don Giacomo Panizza, non abbiamo nulla, ma proprio nulla da eccepire...!

martedì 15 agosto 2017

L'AMORE DELLA CALABRIA PER L’ASSUNZIONE DI MARIA IN CIELO

di Bruno Demasi

      Frammenti di culto bizantino calabro sulla dormizione e l’Assunzione in cielo della Madonna è possibile trovare qui in Calabria  in tanti segni  silenziosi, ma eloquenti . Intanto nelle chiese, e in particolare nelle chiese cattedrali, dedicate all’Assunzione, come quella della vecchia e della nuova Oppido e poi in culti oggi quasi abbandonati, retaggi di una grande tradizione, nella quale era consapevolezza comune e ferma che nel giorno dell'Assunzione della Vergine anche l'Inferno si fermi attonito e molte anime vengano liberate dalla pena del Purgatorio.
           E’ possibile ammirare, ad esempio,la statua della Madonna morta nella Cattedrale di Squillace. E, da qualche tempo, un’altra statua è stata pure ritrovata nella Chiesa matrice di Tiriolo, dedicata alla Madonna della Neve. Da Squillace a Tiriolo, insomma, nell’istmo della provincia di Catanzaro che divide le acque dei mari Jonio e Tirreno, la presenza di alcune icone che riproducono la “dormitio” di Maria sono la testimonianza del trascorso bizantino di parte del Sud della nostra penisola. È documentato, infatti, che dal 776 al 1096 le diocesi calabresi passarono sotto il patriarcato di Costantinopoli e quindi furono assoggettate al rito orientale.

Aggiungi didascaliaLa statua venerata a Squillace


   A Squillace la Madonna morta si è solennemente venerata fino al 1950: anno della proclamazione del dogma dell’Assunta da parte di Pio XII e a cui ha preso parte anche l’allora vescovo di Squillace e ausiliare di Catanzaro Armando Fares. Ad onor del vero il dogma dell’Assunzione gloriosa in Cielo di Maria in corpo e anima non si pronuncia sull’eventuale morte terrena della madre di Gesù. Ma Giovanni Paolo II, nel 1997, ha sottolineato che “il fatto che la Chiesa proclami Maria liberata dal peccato originale per singolare privilegio divino non porta a concludere che Ella abbia ricevuto anche l’immortalità corporale… L’esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all’ora suprema della vita”.

   Le parole di Papa Wojtyla sono un conforto per il culto che la pietà popolare calabrese riserva alla “dormitio” di Maria. L’antico culto che si effettuava nella cattedrale di Oppidum, le icone di Squillace e di Tiriolo ricordano un passato glorioso, una fede intensa, una spiritualità vissuta sotto il Patriarcato di Costantinopoli, di cui restano tracce tutte da riscoprire.
   Al di là della secolare disputa incentrata sulle sottili differenze tra la dormizione o la morte fisica della Vergine Maria prima dell’Assunzione, vale la conclusione di uno dei più grandi mariologi, Renè Laurentin che afferma: « La morte di Maria è verosimile, senza dubbio, verosimiglianza resa rispettabile dall'ondata di autori che l'hanno accettata. Ma si è in diritto di pensare, con Epifanio, che la fine di Maria resti un mistero, nascosto in Dio, e che bisogna che noi ci rassegniamo a ignorare quaggiù». 


    E' magnifico rileggere le struggenti pagine relative alle visioni del 14 .08.1821 della monaca tedesca Anna Caterina Emmerick, la quale localizza (con il successivo conforto di molti archeologi e la visita di alcuni papi) l’ultima casa di Maria ad Efeso, in Turchia, dove la Madonna sarebbe stata fatta rifugiare dall’apostolo Giovanni dopo la Crocifissione e Resurrezione di Cristo. In questa casa, oggi meta di un enorme pellegrinaggio mariano, la Madonna avrebbe concluso, secondo la Emmerick, la propria missione terrena:
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Aggiungi didascaliaLa casa della Madonna a Efeso

   “Vidi l'ancella della Vergine affranta dal dolore; si aggirava per la casa in cui regnava la più profonda tristezza. La morte si accostava visibilmente alla Madonna; Ella riposava sul suo giaciglio nell'attesa trepidante di ricongiungersi col Figlio. Il velo che copriva la sua testa era rialzato sulla fronte, Ella l'abbassava sul viso quando parlava agli uomini; anche le sue mani erano scoperte quando era sola. Per tutto questo tempo continuò a nutrirsi solo con qualche cucchiaio di quel succo giallo. Giunta la sera, la Santa Vergine, conformemente alla volontà di Gesù, si dispose a congedarsi e a benedire gli Apostoli, i discepoli e le pie donne. La vidi seduta sul letto, bianchissima in volto. La sua stanza era aperta da tutti i lati. Maria Santissima pregò; poi benedì separatamente ogni Apostolo toccandogli la mano. Infine parlò a tutti insieme. Poi Ella diede a Giovanni le disposizioni da prendere per il suo corpo, incaricandolo di dividere le sue vesti tra l'ancella e una giovinetta che spesso le era vicina. Vidi Pietro che le si avvicinò con un rotolo di carta per scrivere. Poi la Santa Vergine indicò col dito un grosso armadio contenente le sue vesti; allora potei vederle ed esaminarle tutte. Compresi profondamente i significati spirituali racchiusi in esse. Essendosi gli uomini ritirati nella parte anteriore della casa, le donne vennero ad inginocchiarsi dinanzi al letto di Maria per essere benedette a loro volta.

     Vidi la Santa Vergine abbracciare una delle pie donne che si chinava su di lei. Pietro, con un magnifico paramento sacerdotale, celebrò la Santa Messa. Fu simile a quella che egli celebrò subito dopo l'Ascensione di Cristo nella chiesa della piscina di Betsaida. Pietro aveva appena iniziato la cerimonia che vidi giungere Filippo, arrivava dall'Egitto con un discepolo e si precipitò subito al capezzale della Madre di Dio per riceverne la benedizione. Intanto Pietro terminò la cerimonia, consacrando e ricevendo egli stesso il Corpo del Signore. L'aveva distribuito agli Apostoli, ai discepoli e a tutti i fedeli li presenti. Maria non poteva vedere l'altare, ma finché durò la cerimonia rimase assisa sul suo letto assorta in meditazione. Vidi che Pietro, dopo aver dato il Santissimo Sacramento a tutti gli Apostoli, si avviò dalla Vergine per darle per l'ultima volta il Pane Eucaristico e l'Estrema Unzione. Si svolse allora la cerimonia finale di commiato dalla Madonna: tutti gli Apostoli accompagnarono Pietro in processione solenne. Precedeva il corteo Taddeo con l'incensorio; seguiva Pietro con l'Eucaristia nel vaso a forma di croce; veniva poi Giovanni che aveva in mano un piatto sul quale c'era il Calice col prezioso Sangue e alcune scatole. il Calice era simile a quello della santa Cena. L'ancella di Maria Santissima aveva portato presso il letto della Madonna il tavolo, adibito ad altare, coperto dalle tovaglie cultuali sul quale erano lumi e candelabri accesi. La Vergine, senza proferire parola, continuava a guardare in alto rapita in estasi profonda. Era pallidissima ed immobile. Pietro La unse con gli oli santi, sul viso, sulle mani, sui piedi e sul costato, dove la sua veste aveva un'apertura, così non ebbe bisogno di venir scoperta; infine le diede la Santa Comunione. Frattanto gli Apostoli recitavano sottovoce le preghiere. In quel momento vidi un bagliore di luce celeste invadere Maria, avvolgerla tutta ed entrare nel suo corpo. Poi la Vergine cadde in un'estasi profonda. Solo alcune donne erano rimaste presso di Lei perché gli Apostoli erano tornati sull'altare.

    Più tardi questi ultimi, insieme ai discepoli, tornarono intorno al letto di Maria per pregare. Ebbi frattanto un'altra visione stupenda: il tetto della stanza della Madonna non esisteva più e dal Cielo aperto scesero numerose figure di Angeli. Tra questi si stagliò una Via luminosa che guidava fino alla Gerusalemme celeste. Allora vidi la Madonna stendere le braccia verso quella Via, subito due Cori di Angeli su nubi splendenti avvolsero la sua anima separandola dal Santo Corpo, il quale ricadde inanimato sul letto con le braccia incrociate sul petto. Seguii la sua Santissima Anima che, accompagnata da numerosi Cori angelici, salì nella Gerusalemme celeste e assurse al trono dell'adorabile Trinità. Qui le andarono incontro con grande venerazione tutte le anime dei Patriarchi dell'antichità. Vidi tra queste Gioacchino, Anna, Giuseppe, Elisabetta, Zaccaria e Giovanni Battista. Poi vidi pure Gesù che, accogliendoLa con il suo amore divino, le porse tra le mani uno scettro e le mostrò la terra sotto di Lei, come per conferirle un potere speciale. Così vidi entrare la Madonna nella Gloria celeste, mentre tutto ciò che era sulla terra intorno a Lei scomparve ai miei occhi. Forse Pietro, Giovanni e alcuni discepoli ebbero la stessa visione perché non potevano distogliere lo sguardo dal Cielo. La maggior parte di loro erano inginocchiati. Vidi una luce intensa inondare di splendore il Cielo e la terra come nel giorno dell'Ascensione di Cristo. Quello fu il momento in cui Maria Santissima, più bella che mai, assurse al Cielo seguita da molte anime liberate dal Purgatorio. Anche oggi, nell'anniversario della sua morte, ho visto numerose anime assurgere al Paradiso. Molte anime entrano in Cielo ogni anniversario della morte della Madonna. A questa grazia sarebbero ammesse anche quelle dei suoi devoti. Quando rivolsi lo sguardo sulla terra vidi il Corpo della Santa Vergine riposare al suo posto, illuminato di splendore, col volto fiorente soffuso di un tenue sorriso, le pupille chiuse e le braccia incrociate sul petto.

Le esequie - Il sepolcro della Santa Vergine

   Quando la Santa Vergine lasciò il Santo Corpo era l'ora stessa in cui era spirato il Salvatore. L'ora nona. La Madonna era rimasta coperta soltanto con una lunga camicia di lana...

   Le tagliarono le belle ciocche per tenerle come reliquie. Vidi due donne lavare le sante spoglie, credo che avessero nelle mani una spugna. Con rispettoso timore e venerazione il Corpo fu tutto lavato, ogni parte dopo essere stata lavata veniva subito ricoperta; il Santo Corpo rimase sempre coperto e le donne ebbero cura assoluta di non far mai apparire la più piccola nudità. Vidi il bacino dell'acqua vuotato in una fossa presso la casa e venir di nuovo riempito con acqua fresca. Alla fine le sacre Spoglie furono rivestite di una nuova veste e collocate su un tavolo. La Madonna fu interamente fasciata, tranne la testa, il petto, i piedi e le mani. Dopo la Messa solenne pronunciata da Pietro, e dopo che il Santissimo Sacramento fu distribuito a tutti, vidi Pietro e Giovanni, ancor vestiti con i paramenti solenni, entrare nella camera mortuaria. Giovanni portava un vaso d'unguento; Pietro, mentre recitava le preghiere d'uso, vi immerse il pollice della mano destra e unse la fronte, il centro del petto, le mani e i piedi di Maria Santissima. Sulla fronte e sul petto le fece il segno della croce. Questa però non era l'Estrema Unzione, che Maria aveva già ricevuto ancora in vita, ma credo che fosse una dimostrazione d'onore resa al Santo Corpo, simile a quella praticata anche in occasione della sepoltura del Redentore. Quando le donne ebbero finito l'imbalsamazione, Le incrociarono le braccia, avvolsero il cadavere stretto nelle fasce e poi Le stesero sul volto un gran sudano trasparente, il quale appariva bianco splendente tra le erbe aromatiche.
    Deposero allora il Santo Corpo nella bara, simile ad un letto di riposo. Era una tavola con un bordo poco elevato, e un coperchio rigonfio e molto leggero. Le misero sul petto una corona di fiori bianchi, rossi e celesti, simbolo della verginità. Tutti quindi si inginocchiarono, versando copiose ma silenziose lacrime. Poi toccandoLe le mani, come per rivolgerle l'ultimo saluto, coprirono con un velo il viso santo e chiusero il coperchio della bara. Sei Apostoli ne portarono il peso sulle spalle mentre gli altri Apostoli, i discepoli, le pie donne e tutti gli altri aprivano e chiudevano il corteo funebre. Vidi Giacomo il Minore, Bartolomeo e Andrea, Taddeo, Mattia e un altro che non ricordo, portare la bara. La sera era già calata e il corteo si illuminava alla luce di quattro torce. Il cammino era diretto verso la Via Dolorosa. La bara fu posta nella tomba da quattro uomini. Poi, tutti, ad uno ad uno vollero entrare, piangere, accomiatarsi ancora una volta e lasciare fiori ed aromi alla Madre di Dio. Molti rimasero inginocchiati nella più profonda tristezza. Quando il tributo di lacrime e di preghiere fu lasciato in misura abbondante, era già notte inoltrata e gli Apostoli chiusero l'entrata del Sepolcro. Tutto era finito. L'ingresso fu occultato con una grande siepe intrecciata da diversi verdeggianti arbusti, parte fioriti e parte carichi di bacche. Fecero infine passare ai piedi della siepe l'acqua di una vicina sorgente. Così in breve non si poté più scorgere traccia dell'ingresso. Separatamente presero tutti la via del ritorno, tranne alcuni che rimasero vicino al Sepolcro per la preghiera notturna. Scendendo dalla Via Dolorosa molti si fermavano a pregare lungo il cammino.

Assunzione della Madonna al Cielo

   Mentre alcuni Apostoli e numerose sante donne erano assorti in preghiera e intonavano cantici sacri nel giardino dinanzi alla grotta celata, vidi ad un tratto una gloria formata da tre Cori d'Angeli e di anime buone che circondavano un'apparizione: Gesù Cristo, con le sue Piaghe risplendenti di luce intensa era vicino all'Anima di Maria Santissima. I Cori angelici erano formati da fanciulli, tutto era indistinto poiché appariva solo in una grande forma di luce. Vidi però l'Anima della Santa Vergine seguire l'Immagine di Gesù, scendere con il Figlio per la rupe del Sepolcro, e subito dopo uscirne con il proprio Corpo risplendente fra torrenti di viva luce, quindi La vidi risalire col Signore e con tutta la gloria angelica verso la Gerusalemme celeste. Dopo di che disparve ogni splendore ed il Cielo silenzioso e stellato tornò a chiudersi sopra la terra. Vidi che le pie donne e gli Apostoli si gettarono col volto a terra, poi guardarono in alto, con stupore e profonda venerazione. Vidi pure che alcuni, mentre facevano ritorno alle proprie case pregando, nel passare dinanzi alle stazioni della Via Crucis, si erano fermati improvvisamente per contemplare stupiti la scia di luce sulla rupe del Sepolcro. Con questo prodigio il Santo Corpo della Madre di Dio fu Assunto al Cielo.
   Allora gli Apostoli si ritirarono. Essi meditarono e riposarono in rudimentali capanne da loro stessi costruite fuori della casa della Santa Vergine. Alcune donne invece, rimaste ad aiutare l'ancella in casa, si erano coricate nello spazio dietro al focolare, dove l'ancella di Maria Santissima aveva sgombrato ogni cosa. L'oratorio appariva sgombro ed era come una piccola cappella, nella quale gli Apostoli pregarono e celebrarono la Santa Messa il giorno dopo. Al mattino, mentre gli Apostoli pregavano in casa, vidi giungere Tommaso con due discepoli: Gionata e un altro molto semplice, che veniva dal paese dove aveva regnato il più lontano dei Re Magi. Tommaso, appena appresa la notizia della morte di Maria Santissima, pianse come un fanciullo e s'inginocchiò con Gionata davanti al giaciglio della Vergine. Le donne frattanto si erano ritirate e l'altro discepolo, seguendo le istruzioni di Tommaso, attendeva fuori della casa. Vidi i nuovi arrivati pregare per molto tempo nella stessa posizione.

    Gli Apostoli, appena terminate le loro preghiere, li rialzarono, li abbracciarono e diedero loro il benvenuto offrendo pane, miele e qualche altro rinfresco nel vestibolo della casa. Poi, tutti insieme, si raccolsero ancora in preghiera. Tommaso e Gionata espressero quindi il desiderio di visitare il Sepolcro della Santa Vergine; allora gli Apostoli, e tutti gli altri, accesi i lumi che erano preparati sulle aste, si recarono al Sepolcro percorrendo la Via Crucis. Non parlarono molto ma meditarono profondamente alle singole stazioni i patimenti del Signore e il dolore della sua Santa Madre. Arrivati alla caverna del Sepolcro s'inginocchiarono tutti, poi Tommaso e Gionata si diressero frettolosamente all'entrata della grotta, Giovanni li seguì. Due discepoli scostarono i rami degli arbusti che la nascondevano; i due Apostoli entrarono con Giovanni e s'inginocchiarono con rispettoso timore dinanzi al letto sepolcrale della Vergine. Allora Giovanni si avvicinò alla bara e, dopo aver slegato le strisce, aprì il coperchio.
    Si avvicinarono con le fiaccole e, con profonda commozione, osservarono che le lenzuola funerarie erano vuote, sebbene conservassero la figura del prezioso Santo Corpo. Giovanni gridò forte agli altri: "Venite e guardate il miracolo! Il Santo Corpo non c'è più"..

Il 22 agosto dello stesso anno Anna Caterina Emmerick così concludeva le visioni sulla vita della Madre di Dio:
   "Solo Giovanni si trova nella casa della Madonna, tutti gli altri se ne sono già andati. Egli, secondo la volontà della Santa Vergine, divise le sue vesti fra l'ancella e l'altra donna. Fra quelle preziose vesti ve n'erano ancora alcune donate dai Santi Magi. Ne vidi due bianchissime come la neve, mantelli assai lunghi, alcuni veli, come pure delle coperte e dei tappeti; anche quella veste a strisce che Maria indossò a Cana e durante la Via Crucis di Gerusalemme. Posseggo una breve lista di tutti i vestiti della Madonna. 
   Alcune di queste magnifiche reliquie si conservano ancora nella Chiesa, come per esempio quella bella veste nuziale color celeste, trapuntata in oro e coperta di rose, con la quale si fece un paramento per la chiesa di Bethesda in Gerusalemme. Maria Santissima ha indossato quella veste soltanto il giorno delle nozze. A Roma vengono custoditi alcuni indumenti della Madonna come sacratissime reliquie". Tutta questa storia, le vicende ed i viaggi si compirono nel segreto di una vita silenziosa, forgiata nell'amore e nel dolore, che non conosceva l'inquietudine e l'agitazione dei nostri giorni."