lunedì 26 giugno 2017

" PARI BRUTTU...! "

di Nicola Gratteri

   Una pagina da rimuginare a lungo e ciclicamente, non certo per piaggeria immotivata  nei confronti di Nicola Gratteri, che ne riprende spesso i contenuti in occasione delle tante premiazioni che riceve  per il suo impegno di lotta (vera) alla ndrangheta, ma per capire come e quanto l’esempio buono dei genitori incida sul costume dei figli, come e quanto la Calabria abbia da imparare , ma anche tanto da insegnare in termini di civiltà del lavoro, di giustizia sociale , di coraggio civile e di dignità.  E solo chi vive di superbia, di intrallazzo, di vanità disprezza l' umile espressione che dà il titolo a questa pagina e che è fiorita innumerevoli volte sulle labbra dei nostri vecchi. (Bruno Demasi)
______________________
   "Ogni volta che mi guardo allo specchio scopro di assomigliare sempre di più ai miei genitori. Le radici sono tutto. Mia madre e mio padre mi hanno fatto capire l’importanza del sacrificio, dell’onestà e dell’amore verso il prossimo. Io sono il terzo di cinque figli. Da mio padre ho preso la rettitudine, ma anche la sobrietà dei sentimenti. Ricordo che i miei erano misurati anche quando succedeva qualcosa di cui gioire. Dicevano: «Pari bruttu», sembra brutto gioire eccessivamente, faremmo un torto a chi sta peggio di noi e non ha motivo di rallegrarsi.
   Mio padre Francesco, negli anni Cinquanta, aveva comprato un piccolo camion con cui trasportava cereali e ghiaia nei paesi della Locride, in Calabria, per conto di agricoltori e imprenditori della zona. Poi rilevò un negozio di generi alimentari da suo zio e cominciò a vendere pasta, ma anche vino che produceva in proprio con l’uva acquistata a Cirò. Gli ultimi quindici anni della sua vita li ha vissuti su una sedia a rotelle, in seguito a un ictus che lo privò anche della parola.
   Era taciturno, parlava con gli occhi. Da piccolo io ero vispo, non stavo mai fermo. E bastava uno sguardo di mio padre per mettermi in riga. Spesso le prendevo. E mi ricordo ancora oggi tutte le ragioni per le quali mio padre mi dette qualche ceffone. Ma la cosa che ricordo di più è la sua generosità. Aveva un appezzamento di terreno dove coltivava di tutto. E ogni anno ammazzava due maiali, uno per la famiglia e un altro per i poveri. Era una festa, c’era il senso della comunità. Quando poi acquistò il negozio di generi alimentari, diventò ancora più triste. Odiava stare fermo dietro un bancone. A Gerace quasi tutti acquistavano con la "libretta", a credito. Pagavano una volta all’anno con i soldi ricavati dalle vendite delle bestie alla fiera della Madonna del Carmine, nella seconda metà di 

  «Poveretti, devono mangiare pure loro» diceva per giustificare i continui ritardi nei pagamenti. Mia madre era simile a mio padre, anche lei molto parca nella manifestazione dei sentimenti. Ma sapeva essere dolce, affettuosa. Era anche molto forte. Pesava le persone con lo sguardo e i suoi giudizi erano cassazione. Non si sbagliava mai sulle persone. Come mio padre, aveva studiato poco. Mi pare che avesse fatto la terza elementare.
   Ai suoi tempi, le ragazze, più che a scuola, andavano dalla sarta a imparare a cucire. Anch’io ho fatto quella trafila. E di questo sono grato ai miei genitori. Da piccolo ogni estate andavo a imparare un mestiere. Ho fatto il calzolaio con mastro Felice, ma anche il meccanico, il panettiere e il manovale.
   Ho imparato a stare e a vivere tra la gente, a capire l’importanza del lavoro e del sacrificio.
   Ho frequentato le elementari a Gerace e le medie e il liceo scientifico a Locri. A Gerace dove ho avuto insegnanti molto sensibili mi sono trovato subito a mio agio. Eravamo tutti figli di gente modesta. A Locri invece ho studiato con figli di professionisti o comunque con gente molto diversa economicamente dalla mia famiglia e dalle mie abitudini che erano molto frugali.
   Ricordo il mio compagno di banco. Era un ragazzo taciturno. Gli avevano ammazzato il padre in un agguato di mafia. Quando gli facevo qualche domanda si infastidiva. Molti anni dopo fece la fine del padre. Era entrato nello stesso giro. In classe con me c’era anche la figlia di un noto boss della ‘ndrangheta, mentre un compagno di giochi me lo sono trovato di fronte in un’aula di tribunale. Abitava vicino a mia zia Savina, la sorella di mio padre, in contrada Gabella, a Locri. Giocavamo a nascondino. Era un ragazzo molto generoso, anche lui figlio di contadini. Da grande cominciò a frequentare il clan Cataldo. Durante una perquisizione la polizia gli trovò in casa un arsenale. Come pubblico ministero chiesi e ottenni la sua condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso, detenzione di armi e munizioni da guerra. Ci siamo guardati negli occhi e, senza parlare, ci siamo detti tante cose. Poi le nostre strade si sono nuovamente divise.
   Oltre a essere vispo, io studiavo poco. Avevo una memoria di ferro e riuscivo a ricordare tutto ciò che gli insegnanti dicevano in classe. Poi, arrivato a casa, prendevo la bicicletta e pedalavo per ore. Ogni tanto giocavo anche a calcio, ma non ero bravo. Poi comprai un ciclomotore e cominciai a provare l’ebbrezza della velocità. Correvo come un pazzo.
   Lavoravo, mi davo da fare. Nel 1974, dopo aver aiutato i miei nella pigiatura dell’uva, con il Caballero di un amico andai a fare una passeggiata a Locri. Era settembre, faceva ancora caldo. Feci incautamente una inversione a U e venni travolto da una Citroën. L’impatto fu tremendo. Sono stato in coma per dodici giorni, e tre mesi senza camminare.
   Mio padre legò il motorino a una trave del garage e fui costretto a camminare a piedi.
   L’anno dopo accadde qualcosa che cambiò la mia vita.
   Mio zio Antonino, il fratello di mia madre, si ammalò seriamente. Gli diagnosticarono un tumore al pancreas e si spense in poco tempo. Era un avvocato civilista molto apprezzato. Conosceva i classici e recitava a memoria le tragedie di Shakespeare.
   Negli ultimi mesi della sua vita dormivamo nella casa di nonna Sina, la sera mi fermavo davanti al suo letto e rimanevo incantato dai suoi ragionamenti. Capii che dovevo cambiare vita. E cominciai a studiare. Dopo la maturità scientifica, mi iscrissi alla facoltà di Legge dell’università di Catania. E lo feci per evitare Messina, dove si erano iscritti molti amici e conoscenti della Locride. Ho cominciato a studiare come un pazzo. Mi facevo la barba una volta alla settimana, di sera non uscivo quasi mai e leggevo di tutto.
   Ero ossessionato dal trascorrere del tempo. Mangiavo yogurt, pomodori e panini. Dormivo pochissimo, mi addormentavo quasi sempre con la luce accesa. Una notte, durante un temporale, un cortocircuito provocò l’incendio della termocoperta, delle lenzuola e di parte del materasso. Anche in quella circostanza, la sorte è stata dalla mia parte. Ma dormivo poco anche perché mi sentivo in colpa con i miei.
   Non volevo gravare più del dovuto sulle loro finanze. Mio fratello e mia sorella erano andati all’università prima di me, a casa c’erano altri due figli che ancora studiavano. E mio padre non stava più bene. Anche lui si stava spegnendo lentamente su quella sedia a rotelle, con gli occhi lucidi e l’orgoglio di sempre. Riuscii a laurearmi in quattro anni.
   Alla cerimonia con me c’era solo il mio compagno di stanza, Antonio Angelico, che oggi fa l’avvocato in provincia di Siracusa. Provai molta gioia, ma quando tornai a casa feci finta di nulla. Anch’io come mio padre ho imparato a centellinare le emozioni.
   Ho avuto sempre in mente di fare qualcosa per la mia terra. Ho sempre odiato i prepotenti. Dopo la laurea in Giurisprudenza, mi è subito balenata l’idea di fare il concorso in magistratura, ma me la sono tenuta per me. Ho frequentato per un po’ lo studio che era stato di mio zio. E poi ho cominciato a prepararmi. Due anni, senza tregua, inchiodato a una sedia. Nessuno sapeva che cosa stessi facendo. Mi venivano in mente le parole di mia madre ossessionata dall’idea di non fare brutta figura.
   Quante volte le ho sentito dire le stesse parole. Non bisogna fare brutta figura, perché altrimenti la gente parla. E noi non dobbiamo dare nell’occhio. Ho superato lo scritto, arrivando diciassettesimo su dodicimila candidati e poi ho superato l’orale. Anche in quell’occasione, con mio padre ci siamo parlati con gli occhi. Mia madre invece mi ha dato una pacca sulle spalle e mi ha detto: non dimenticare mai chi sei e da dove vieni. Ai miei devo molto, soprattutto ora che non ci sono più. Non finirò mai di ringraziarli.
   L’impatto con il mondo della magistratura è stato entusiasmante.
   Ho avuto dei colleghi che mi hanno aiutato a capire meglio questo mestiere. Dopo due anni da uditore a Catanzaro, dovetti prendere una decisione importante: la scelta della sede. C’erano posti vacanti a Sanremo, Venezia, Brescia e Torino, ma io scelsi di restare in Calabria, dove sono nato.
   Non è stata una scelta sofferta. Non c’è posto migliore di quello in cui sei nato e cresciuto. Ho deciso di restare, pur sapendo di andare incontro a molte privazioni. Ma l’ho fatto con la convinzione di poter contribuire a risolvere i problemi di questa terra. Io sono rimasto accanto alle mie radici per costruire il futuro, il mio e quello della mia famiglia.
   Non mi sono mai pentito di quella scelta. Anche se ci sono stati momenti difficili. Ricordo la mia prima indagine. Feci arrestare l’assessore alla Forestazione e, in seguito a quel provvedimento, la giunta regionale fu costretta a dimettersi. Cominciarono così i primi problemi. Minacce al telefono, lettere minatorie. Qualcuno esplose alcuni colpi di pistola contro l’abitazione della mia fidanzata, seguiti da una telefonata: stai per sposare un uomo morto. Il Comitato per l’ordine e la sicurezza mi assegnò una scorta. Intervenne anche l’Associazione nazionale magistrati e, alla riunione che ne seguì, un collega più anziano cercò di dare un’interpretazione diversa alle minacce, ipotizzando che a sparare fosse stato un rivale in amore. Capii che non sarebbe stato facile fare il magistrato. E che forse mia madre aveva ragione a diffidare anche della propria ombra.
   Nel 1993 ci furono altre minacce. Un collaboratore disse che stavano per preparare un attentato contro di me. C’era un’aria molto pesante attorno a me. Avevo fatto diverse indagini sui traffici di droga, nei quali erano coinvolti i clan della Locride, e il tuffo improvviso nell’universo della ’ndrangheta era stato appassionante, intenso e formativo. A Platì, per esempio, avevo scoperto come le principali famiglie di quel paese avessero strappato ai proprietari un’intera montagna che sconfinava nel comune di Varapodio. Molti avvocati mi rimproveravano di assecondare troppo il lavoro delle forze dell’ordine. Prestavo attenzione a ogni minimo segnale.
   La mia famiglia ha reagito con preoccupazione, comprendendo che non c’era alternativa. Non avrebbe avuto senso vivere da vigliacchi.
   Nel 2005 due ’ndranghetisti sono stati intercettati mentre discutevano nel carcere di Melfi di come far saltare in aria me e la mia scorta. «Perché tutto questo sangue?» chiedeva uno dei due. E l’altro: «Perché Gratteri ci ha rovinato». Qualche giorno dopo nella piana di Gioia Tauro venne scoperto un arsenale: pistole, lanciarazzi, kalashnikov, un chilo di plastico e alcune bombe a mano.
   Ho cercato di mantenere i nervi saldi e di continuare nel mio lavoro. Per fortuna non mi annoio mai. Ormai sono abituato. Con la morte bisogna convivere. Quando è morto mio padre non sono potuto andare neanche al funerale. Era un momento particolare, anche allora si parlava di attentati.
   Mi sono sempre mosso con estrema cautela, evitando sia le false complicità che gli atteggiamenti autoritari o arroganti. Non ho mai umiliato nessuno, abusando del mio potere. Ma ho sempre preteso che il mio ruolo venisse riconosciuto.

   Tra me e loro c’è sempre stato un tavolo di mezzo. Il lavoro del magistrato consiste anche nel padroneggiare una griglia interpretativa dei segni. Per un calabrese come me, rientra nell’ordine delle cose. Nella ’ndrangheta tutto è messaggio, tutto è carico di significati. A volte i silenzi valgono più di mille parole. Non esistono particolari trascurabili.
   Quella in trincea è anche una vita di rinuncia. Per i profili di sicurezza, la mia vita privata è fortemente condizionata dal lavoro che faccio. Negli ultimi vent’anni non sono mai entrato in un cinema, né ho potuto seguire una partita di calcio allo stadio o fare una passeggiata sul corso. Ma a due cose non ho mai rinunciato. La prima è coltivare la terra. La seconda è andare nelle scuole per spiegare ai giovani perché non conviene essere ’ndranghetisti. La passione per l’agricoltura l’ho ereditata da mio padre, perché a Gerace, dove vivo con mia moglie e i nostri due figli, abbiamo sempre avuto della terra e l’abbiamo sempre coltivata.
   Sono i miei momenti di libertà. Parlare con i giovani è altrettanto gratificante perché è come lavorare la terra, coltivare nella speranza di raccogliere frutti. Un mio caro amico, Antonio Nicaso, quando abbiamo scritto La Malapianta, mi ha chiesto qual è il primo pensiero quando mi sveglio. Ho risposto: «Quello di potermi guardare allo specchio, senza avere nulla da rimproverarmi.
   E l’ultimo? «Addormentarmi con la coscienza a posto». Hans Kelsen, un grande giurista, diceva che il singolo non può raggiungere mai la felicità individuale perché l’unica felicità possibile è quella collettiva. La felicità sociale si chiama giustizia, che non è qualcosa di già dato, ma qualcosa che bisogna costruire giorno per giorno. Questa tensione verso la giustizia caratterizza tutta la vicenda umana, senza questa idea di giustizia non può esistere la libertà, non può esistere la felicità, non può esistere il progresso”.

martedì 20 giugno 2017

IL PREVITAZZO

di Bruno Demasi
    Nello strano paese oggi aggrappato almeno a due campanili… e nostalgico di chissà cosa, guardando al quale dall’alto il buon Dio ride a crepapelle nel vedere che, contro ogni regola di buonsenso, vi si organizzano in contemporanea a pochi metri di distanza l’una dall’altra ben due processioni del Cristo Morto il Venerdi Santo, ciascuna con le due statue regolamentari, o della Santa Eucarestia nella giornata del Corpus Domini  ciascuna col proprio baldacchino  sdrucito d'ordinanza, giunse e operò nella seconda metà del secolo passato, e lasciò di sé ricordo affettuoso e indelebile in tutti, un pio sacerdote allergico ad onori e clamori, ma sempre pronto a usare zappa e altri arnesi da lavoro e a fare il Bene.
    Anche di lui il Buon Dio spesso rideva allorquando lo trovava incavolatissimo  a urlare contro i perditempo e immerso nella fatica dei campi e oggi ride in Cielo quando lo sente sbottare epiteti irripetibili perché magari i Cherubini giocando gli distruggono l’orto allestito con tanta cura o perché guardando verso la terra, facendosi schermo con la manona ancora annerita, specialmente verso certi sperduti villaggi aspromontani, osserva che vi  si è forse smarrito da parte di tanti preti quel rispetto per i pastori oltre che per il Padrone della Vigna che lui invece , da buon sacerdote senza grilli per la testa, insieme al riserbo aveva comunque mantenuto a tutti i costi per omnia saecula saeculorum.

______________
     Già da seminarista si sentiva a disagio dentro quella tonaca leziosa che a stento riusciva a coprire non già il suo grasso, perché grasso non era, ma la sua corporatura massiccia e tarchiata che avrebbe indotto poi non solo i bambini, ma anche gli adulti a battezzarlo con un dispregiativo che dispregiativo non era, bensì un affettuoso nome d’arte che faceva riferimento anche alle maniere spicce di un uomo votato più al silenzio molto operoso e alla fatica che alle parole.
    Appena ordinato sacerdote, cominciò a porsi il problema della parrocchia. Non voleva assolutamente partecipare a concorsi per diventare titolare di una parrocchia grande che lo avrebbe assorbito tanto da impedirgli di continuare a effettuare il suo amatissimo lavoro di allevatore, produttore di insaccati e di formaggi, cacciatore di marbizze…, potatore, vignaiolo e cantiniere.  
     Eppure una parrocchia bisognava trovarla e che non fosse troppo lontana dalle sue terre dislocate dalle parti del Boschetto e del feudo dei marchesi di Sitosano. Non credette perciò ai suoi occhi miopi e ai suoi orecchi a sventola che adornavano un bonario quanto largo viso contadino, quando appurò che era rimasta libera la parrocchietta che si trovava nel sobborgo di poco più di un centinaio di  fedeli che insieme al vicinissimo borgo  di appena un migliaio, per uno scherzo incomprensibile della geografia e della storia,  dipendeva  dal  paesone di circa quattromila anime  che vantava non meglio precisate origini romane o forse greche e un’innata predisposizione al letargo , alle chiacchiere di piazza e ai boati pieni di fumo con cui venivano calorosamente festeggiati i vari santi.
     Si recò quella sera stessa dal vescovo che in un primo momento aveva deciso di non riceverlo, ma che poi si commosse quando gli riferirono che il poverino, sudando le sette camicie, stava scaricando dalla sua vecchia Milleecento Elle nera infangata fino a un metro di altezza una grande cofana di fave fresche e quattro panieri rispettivamente pieni di forme di pecorino , salsicce e soppressate grondanti olio, ricotte e tume, nespole e ciliegie. Il vescovo temporeggiò ancora un poco preso dalle sue carte e dai continui ricordi del suo Piemonte che a sera inevitabilmente lo assalivano davanti al bicchiere posato sul suo povero desco, ma alla fine decise di capitolare al profumo che arrivava da lontano dalla grande damigiana impagliata che il vecchio portinaio claudicante con grande sforzo stava trascinandogli ballando verso la cucina con grave preoccupazione del previtazzo che corse al volo in aiuto temendo che il pregiato contenuto proveniente dal Boschetto nel breve tragitto si trasformasse in aceto . Il pastore dispose quindi che il latore di tutta quella profumatissima mercanzia venisse introdotto nello stanzone in cui egli si degnava di ricevere il popolo di Dio.
    Il previtazzo, asciugandosi il sudore con due fazzoletti, entrò e si sedette sulla prima sedia che incontrò facendosi vento con la manona annerita dal lavoro dei campi. E dopo quindici minuti di assoluto silenzio scandito da un vecchio pendolo ovattato precipitò in un sonno di piombo per la stanchezza.
    Il vescovo , che aveva deciso, com’era giusto, di farlo aspettare un poco, anche al fine di fare un assaggio cauto di quella roba che aveva inondato la sua cucina, esagerò però forse un po’ con la componente liquida e si addormentò anche lui con la testa sul tavolo. 

    Si destarono di soprassanto entrambi alle 6,15, quando il vecchio usciere-sagrestano che non aveva un catinazzo da fare suonò in modo insistente e insolente la sgangherata campanella della messa nella minuscola cappella vescovile. Celebrò il vescovo e il previtazzo gliela rispose in latino. Poi si scolarono un bricco di caffè acquoso che faceva storcere la bocca. Subito dopo la fine della messa il previtazzo portò pudicamente fuori dalla cucina del vescovo la cofana colma di bucce di fave e la imboscò nel capace portabagagli della sua Millecento invaso da asce, cartate di zolfo, martellazzi e altri arnesi, lontano da sguardi indiscreti, e sulla tavola ancora sommersa da scorze di cacio, fette di pane e tronchi di soppressate, dopo una sommaria pulizia, fu celebrato subito il concorso: il previtazzo vinse la nomina della parrocchia disprezzata da tutti che aveva adocchiato e vi si installò dopo due giorni senza tante cerimonie.
    Giunse nel tardo pomeriggio nella sua chiesetta solo con la scecca che gli serviva per i trasporti rurali, preferendo evitare di farsi vedere in automobile fin dal primo giorno e allocò alla meno peggio l’animale legandolo a una siepe di spine che cresceva rigogliosa a ridosso della sagrestia. L’insediamento vespertino nella minuscola bicocca provvisoria in attesa che la nuova chiesetta prendesse forma passò inosservato anche ai nove vecchi che abitualmente, quando si celebrava, partecipavano alla messa arrivando naturalmente alla spicciolata e senza alcun orario : le donne intente a recitare a memoria il rosario di Donna Pissodia, l’affettuoso appellativo da loro affibbiato alla Madonna ricavato dal “Da nobis hodie” del Pater Noster, seguito da una litania in latino piena di erre, di esse, di saliva e di aglio; gli uomini a sonnecchiare pesantemente ronfando favoriti dal tepore primaverile che, malgrado l’umidità che impregnava i muri della bicocca, riusciva a penetrare all’interno della chiesetta, rendendo più radiosa che mai la bellissima statua della Madonna del Rosario e quella più austera di San Leone Magno che – chissà per quale recondito gioco della sorte – erano riuscite a riparare proprio in quel luogo ubi Christus ipse tunicam amiserat.
    Il delegato vescovile indaffarato e frettoloso, spruzzando fiumi di saliva a destra e a manca durante la veloce e roboante predica, neanche presentò agli intervenuti il previtazzo, ben cosciente che per loro una tonaca valeva l’altra, e il previtazzo , da parte sua, per un’innata propensione alla modestia e al silenzio ne fu più che contento.
    L’indomani i parrocchiani, nelle persone di tre o quattro individuai che anche in quella ventosa domenica ciondolavano sempre nello slargo che fungeva da piazza, si accorsero della novità quando videro sul tetto della bicocca di buon mattino il previtazzo che, pescando da una latta arrugginita semipiena di chiodi altrettanto sbilenchi, cercava invano di fermare le lamiere contorte.
    Le martellate producevano un singolare rumore sordo e ritmato che si propagava amplificato all’interno dell’unica navata con la precisa cadenza dei tamburi che accompagnavano il ballo dei giganti: fu un accorrere di bambini con gli occhi ancora pieni di sonno e di adulti incuriositi, che rimanevano impietriti davanti alla scena del grosso corvo nero sul tetto della chiesa che si divertiva a pestare le lamiere come fossero tamburi. E appena il previtazzo si sentì una decina di occhi addosso, per un suo antico limite psicologico provò grandissimo disagio e cercò di scendere rapidamente porgendosi sul tettuccio del piccolo pollaio che qualcuno aveva costruito addossandolo alla parete laterale della chiesa. 

    Fu un tonfo sordo che fece accapponare la pelle a tutti gli astanti seguito immediatamente da alte strida di galline disturbate nella loro quiete mattutina: quattro o cinque riuscirono a volare fuori dal groviglio di pali e lamiere, tre rimasero mpittate sotto il peso del pretazzo che si era adagiato a terra planando su alcuni culi di giarra arrugginiti e segnali stradali adoperati come tetto del pollaio.
   L'uomo di Dio non si perse d’animo: si alzò abbozzando un sorriso, chiese a chi appartenessero le galline ricevendo un grugnito da parte di uno degli astanti, tirò fuori il portafoglio e pagò subito a buon peso le tre galline morte che poi afferrò per le zampe e portò dentro la cosiddetta casa canonica buttandole su una buffetta zoppicante che si trovava all’entrata. Poi chiamò la vecchia che tra i nove intervenuti la sera prima al suo insediamento gli era sembrata la più sveglia e la più pulita e le chiese di spennarle. Indi sventrò le tre sfortunate, le lavò per bene alla fontana sulla piazza e le mise a lessare a lento fuoco con due cipollazze rimediate Dio sa dove e  adagiandole intere nel primo stagnato annerito che gli capitò a tiro. Infine si preparò a celebrare la messa domenicale.
    Inutile dire che alla messa era presente gran parte della popolazione attiva del sobborgo ad esclusione di chi non era mai entrato in una chiesa neanche se costretto da un fucile puntato contro. Il previtazzo si sentì come non mai a disagio , fissato da decine e decine di occhi che sembravano osservare un vero e proprio fenomeno da baraccone, mentre dal basso attiguo alla chiesa si propagava un profumo insistente e untuoso di brodo che penetrava nei nasi e negli stomaci degli astanti insieme alle parolone latine del sacerdote che evitava di girarsi verso la gente per più di qualche istante secondo liturgia. 
   Al termine della messa rimasero eloquentemente in chiesa tre vecchiotti coperti da indumenti sformati e dalla barba incolta seduti negli ultimi banchi. E fu con loro che il previtazzo inaugurò la sua mensa per i poveri divorando con le mani le tre vittime del caduto sul lavoro cotte a puntino e condividendo in religiosissimo silenzio un fiasco di vino del Boschetto da cui l’uomo di Dio si faceva sempre precedere in Galilea… (forse continua…)

domenica 11 giugno 2017

LA LUCROSA AZIENDA CALABRA “IMMIGRATI S.P.A.”

di Bruno Demasi

    Per gli immigrati in Calabria, come si è visto qualche settimana fa  nelle vicende della società agricola silana “La Sorgente s.r.l.” e come non si vede assolutamente ancora nelle mille realtà cosiddette di accoglienza di cui è ormai disseminata la Calabria, è molto facile passare dal centro di accoglienza allo sfruttament.
    Quante sono le cooperative e le strutture che ogni giorno, di fatto, incassano 35 euro a migrante dalla prefettura per poi trasformarsi in caporali che costringono senegalesi, nigeriani e somali a lavorare in condizioni subumne o - bene che vada - a darsi all'accattonaggio ?
Sanno i prefetti che per dodici ore di lavoro al giorno viene data una retribuzione di anche 10 euro in nero (Notizia diffusa dal “Fatto Quotidiano) ? E sanno i prefetti quanto avviene nei Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria) , come quello “Santa Lucia” gestito dal “Centro giovanile universitario jonico” e organizzato in due strutture a Spezzano Piccolo e a Camigliatello?

    Il recente arresto dei responsabili di queste struttura che avevano il compito di reclutare i migranti e trasportarli direttamente nei campi in cui dovevano lavorare alza un velo su queste vergogne che da tempo tutti conoscevano: migranti pagati dallo Stato e contemporaneamente sfruttati per pochi euro al giorno sotto il naso delle prefetture.
    In realtà anche a noi vicinissime , dove vengono ospitati centinaia, migliaia di immigrati ,il business diventa importantissimo: 350 € al giorno per 10 immigrati ; 3.500 € al giorno per 100 immigrati; 35.000 €. al giorno per mille immigrati. Cifre da capogiro che fanno a pugni con le immagini di immondezzai elevati a sistema quali sono diventati molti, troppi centri di accoglienza gestiti "legalmente" dalle organizzazioni più disparate, anche " per bene" o perbeniste, sulle quali occorre fare chiarezza subito!

    Quando il ministro Minniti e le prefetture decideranno di far effettuare una seria serie di ispezioni a tappeto per sventare maneggi e lucro da parte  di insospettabili "maestri della carità" ?
    Quando il Parlamento italiano deciderà essere giunta l'ora di ospitare e impiegare dignitosamente e sul serio queste migliaia di disperati giunti sulle nostre coste che oggi sono solo pretesti e testimonial inconsapevoli di uno tra i più grandi malaffari legalizzati del secolo?