domenica 24 dicembre 2017

QUEL GELIDO, TORRIDO NATALE PER LA CHIESA LOCALE E PER LA PIANA DI GIOIA TAURO

di Bruno Demasi
     Se non ci fossero loro, i poveri, gli ultimi con le loro mute implorazioni d’aiuto e i loro mesti sorrisi, a riscattare la Chiesa e la società di questa Piana sempre più nemiche di se stesse, se non ci fossero ancora quei pochi che in silenzio nella Chiesa locale danno quotidianamente la vita per gli altri senza ambizioni di potere e senza contorcimenti mediatici, sarebbe un altro Natale da chiudere subito in freezer dopo aver strappato dal suo involucro e gettato via etichette ridondanti e inutili, quasi sfacciate.
    Sono loro, i poveri venuti dall'altra parte del mare e i poveri cresciuti in silenzio nei nostri paesi, che ci richiamano alla realtà nel turbine di questa terra , ormai ubriaca del suo niente quotidiano, e di questa chiesa locale sporcata da annose lotte intestine davanti alle quali impallidiscono, anche se non passano certo in secondo piano, persino le turpitudini più impensabili. 

    Sono loro il nostro specchio, la nostra pietra di paragone , le loro natività sui barconi di cui non parlano più i tiggì  o nelle tendopoli vecchissime e nuove dove i vertici prefettizi tollerano la compresenza di lager di seria A, B e C...  Loro che mancano di tutto , ma non del rispetto e della condivisione silenziosa della loro povertà senza confini, loro che ci insegnano a pregare in silenzio nel chiasso mediatico al quale sono stati dati in pasto la nostra società e la nostra chiesa locale, la nostra gente, persino i nomi dei nostri paesi.
     Ancora un Natale nella gogna, nella vergogna del rimpallo di responsabilità , nelle dita puntate ora contro questo ora contro quello, nell’oblio totale del nostro essere civili, della nostra fede, persino del nostro essere stati storicamente, se non culturalmente, cristiani. 

    E di quale cristianesimo vogliamo parlare noi che lasciamo abbandonata per le strade tanta gente che muore,  tra le luci pacchiane del natale più becero, tra i presepi senza anima che adornano le nostre case e le nostre chiese sempre più ridotte a fortilizi chiusi in se stessi, prive all'esterno - e non a caso -  di un sia pur minimo segno cristiano che le distingua dai bunker, a simboleggiare la chiusura totale di questa chiesa verso l'esterno, tra gli auguri patinati, le feste, le cene,  i convegni, i concerti, le occasioni mondane create per gettare fumo negli occhi alla gente e mascherare inadempienze di ogni genere?
    Di quale misericordia e di quali porte che si aprono vogliamo ancora predicare, laici o meno, sempre pronti a seminare veleni, pizzini, sussurri, giudizi, accuse, ma sempre prontissimi ad apparire addetti ai lavori e buoni cristiani?
    Buon gelido e torrido Natale a tutti!

sabato 16 dicembre 2017

Echi dell’antica novena natalizia: IL CAFFE’ CON L’ANICE

   di Umberto Di Stilo
    Lo stupore antico con cui si attendeva il 16 dicembre per l’inizio della novena di Natale si coniugava - e si coniuga ancora nel ricordo - con piccoli gesti, consuetudini ripetitive e mai stanche, quali l’uso - o la fortuna per chi poteva permetterselo - di ristorarsi a una tazza di pseudocaffè in un dopoguerra di freddo e di povertà che sembrava non voler finire mai.
    E’ proprio parlando del caffè che Umberto Di Stilo ricompone ancora una volta una storia minima dai contorni amari, ma conditi dalla grazia , della semplicità, dal calore dei gesti antichi, delle ritualità misurate che scandivano le freddissime mattinate aspromontane subito prima e subito dopo la messa dell’aurora in attesa del Santo Natale.
    Una pagina struggente e magistrale, tratta dall'altrettanto commossa rievocazione "Il mio Natale" di chi , come Umberto Di Stilo, padroneggia la prosa senza costruzioni immaginifiche e la piega ai sentimenti in maniera del tutto naturale . (Bruno Demasi)
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    Ci sono sapori che, conosciuti e gustati negli anni dell'infanzia o dell'adolescenza, si continuano a sentire per tutto il resto della vita come se fossero rimasti ben impressi nel palato.
     Per me, uno dei tanti, è quello dell'anice.
     Beninteso, non il sapore dell'anice asciutto. No. Quello allungato nel caffè.
    Questo sapore dolciastro e forte, ancora oggi che gli anni fanno sentire sempre più il loro peso, mi richiama alla memoria il Natale dell'infanzia, quando vuoi per i tempi di estrema crisi, vuoi per l'età, bastava poco per solennizzare una festa e per differenziare la ricorrenza dalla grigia monotonia quotidiana. Monotonia anche nei cibi giacché, allora, sulle parche mense dei galatresi, si poteva trovare solo qualche saporito piatto di legumi con la pasta o qualche semplice pietanza a base di verdure. Quasi sempre selvatiche.
    L'anice, dunque, mi ricorda il Natale degli anni del secondo conflitto mondiale e di quelli dell'immediato dopoguerra, quando ogni mattina, rientrando a casa dalla chiesa dove, con profonda devozione e in compagnia di tantissimi amici, coetanei e vicini di casa, mi ero recato ad ascoltare la messa “ante lucem” dei giorni della novena, trovavo mia madre intenta a preparare il caffè che poi, sistematicamente, a tutti i componenti la famiglia porgeva da bere abbondantemente corretto con l'anice. 

    Questo liquore aromatico serviva a dare sapore ad una bevanda quasi completamente priva di caffeina perché ricavata dalla miscela di tantissimo orzo e da una assai limita quantità di caffè brasiliano, acquistato crudo e poi tostato in casa.
    Quello era il “caffè” della festa dicembrina e, tutti, attendevamo di berlo con ansia; la stessa con cui aspettavamo il Natale, quasi che la quotidiana consumazione di quella bevanda aromatizzata dall'anice, di per sé, costituisse una solennità.
   Mio padre, che pure era astemio, pretendeva che nelle mattine della novena e poi, via via, fino all'Epifania, tutti in famiglia -lui compreso- bevessimo il caffè con l'anice. E il gradevolissimo e caratteristico profumo, si spandeva per tutta la casa, impregnando anche i nostri indumenti.
    Allora il caffè si preparava “alla turca”. Nell'apposita caffettiera smaltata - un bricco col beccuccio ricurvo che mio padre aveva portato dall'Argentina - la mamma faceva bollire dell'acqua e, appena la vedeva gorgogliare, versava alcune cucchiaiate di caffè macinato e rimestava con cura.
    nPoi, dopo alcuni minuti, quando la polvere nera si era completamente depositata sul fondo del recipiente e l'acqua aveva assunto una colorazione assai vicina al nero, la calda bevanda veniva versata nelle tazzine. 
    Solitamente, nella maggior parte delle famiglie, il caffè veniva preparato in un comunissimo tegamino. Per questo ricordo ancora l’espressione di sorpresa e di meraviglia che, negli anni del secondo conflitto mondiale, quando Galatro fu pacificamente preso d'assalto da centinaia di famiglie giunte in paese per sfuggire ai rischi della guerra, lessi sul volto di un’anziana signora di Rosarno allorché vide che in casa mia la scura bevanda, da qualche mese, veniva preparata in una speciale caffettiera costruita artigianalmente dallo stagnino Settembrini di Laureana.
   Era il prototipo di quella che poi, un po' ovunque, sarebbe stata conosciuta come la “napole-tana”. E fu proprio grazie a quella che genericamente fu chiamata “macchinetta per il caffè”, che la nera bevanda acquistò un aroma particolare, sicuramente più intenso e più corposo, e nella tazzina non furono più visibili i residui della polvere di caffè; la “posima”, com'era definito lo specifico sedimento nel nostro espressivo dialetto.
    A quei tempi, per ottenere un poco “d’acqua calda nera” (come veniva bonariamente definita la bevanda che sapeva di tutto, tranne che di caffè...) nelle famiglie fu sperimentato ogni tipo di surrogato. Oltre alla cicoria ed ai ceci ci fu chi fece ricorso ai lupini ed ai legumi e chi, ancora, tentò di ricavare caffè anche dalle ghiande spezzettate e tostate. Nulla, insomma, proprio nulla, fu tralasciato per cercare di ottenere quella polvere dalla cui infusione, in acqua bollente, si potesse ricavare una buona bevanda nera. Tutti i tentativi fallirono. Ciononostante non essendo reperibile, neppure a pagarlo a peso d’oro, un po' di caffè, anche sorseggiando quell'acqua calda, nerastra ed insapore, gli incalliti bevitori avevano la fugace illusione di sorbire una tazzina della loro bevanda preferita. 
    In quegli anni per molte famiglie anche l‘orzo rappresentava un lusso, nonostante fosse facilmente reperibile in quasi tutte le masserie dell’altipiano di Castellace, di Salice e di Santa Maria. Quasi completamente impossibile, invece, era trovare un po' di caffè, brasiliano o dominicano che fosse.
     Per quel poco che arrivava bisognava essere grati ai “contrabbandieri” della zona o a qualche abile concittadino che, biascicando un po’ d'inglese, riusciva a procurarlo barattando prodotti locali con quei soldati americani che, dopo l’8 settembre, era facile incontrare nella zona portuale di Reggio ove, come nel resto d'Italia, ai bambini regalavano stecche di cioccolato e facevano masticare le prime “gimgomme” della nostra storia.
    In quello stesso periodo qualcuno dei commercianti riuscì a procurare ed a mettere in vendita un discreto quantitativo di caffè crudo e, quindi, ancora in grado di germinare. Andò a ruba e nel volger di una sola stagione, insieme ai classici legumi ed alle melanzane, in tutti gli orti del paese, rigogliose crebbero molte piante, assai simili a quelle del lupino, che, per la gioia dei loro proprietari, si caricarono di baccelli gonfi di chicchi arrotondati.
    Ci fu pure chi, non disponendo di terreno, le piantine le fece crescere accanto ai colorati gerani, nei vasi dei balconi e delle finestre, nella speranza di riuscire ad assicurarsi un po' di quei frutti giallognoli, che essiccati, tostati e macinati consentivano di preparare una “buona” tazza di caffè.
    L'anice non era difficile procurarlo. C'era la crisi, ma si trovava ugualmente. Per acquistarlo bastava recarsi nel negozio di “Pascaluzzo”[1] oppure in quello di Rocco Riniti[2], “’u potellu”, o di Don Alfonso[3], 'u magazzeneri.
    E se non c’era quello prodotto industrialmente e già imbottigliato, si poteva rimediare ricorrendo all’acquisto di una bottiglia d’alcool puro e di un estrattino di essenza di anice che, usati nelle giuste dosi e misti ad acqua ed a zucchero, consentivano di produrre in casa il profumato elisir, con lo stesso procedimento che abitualmente in occasione di matrimoni e particolari ricorrenze familiari, si usava per la produzione in proprio dell’ “alchermes”[4] e di tantissime altre varietà di liquori.
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    Veloci come in un sogno sono passati gli anni e le vicende connesse a quei difficili periodi dell’infanzia e della prima adolescenza che ora, anche nel ricordo, assumono i contorni della favola.
    Ora tutto è lontano e, dalle giovani generazioni il racconto degli avvenimenti legati a quel particolare periodo economico-sociale della nostra comunità, potrebbe essere scambiato per il frutto della fervida fantasia di un narratore. 
    Invece no, è tutto vero. Anche le difficoltà di approvvigionamento del caffè fanno parte di una pagina di storia vissuta in prima persona da quanti, come me, guardandosi allo specchio scoprono i loro capelli sempre più spruzzati dalla neve del tempo.
    Gli anni sono trascorsi velocemente; i vari “Pascaluzzo”, Rocco Riniti e Don Alfonso, da diverso tempo hanno definitivamente chiuso bottega e di loro non resta altro che il ricordo. Le mode, sempre legate al progresso di cui sono figlie naturali, hanno fatto registrare nuove usanze, nuove abitudini ed hanno relegato nel dimenticatoio tutto ciò che è appartenuto al passato. Comunque, anche se il tempo è volato via leggero come una piuma e i liquori di moda adesso hanno nomi stranieri, ancora oggi, in prossimità del Natale, avverto il bisogno di procurarmi una bottiglia d'anice.
    Sarò un inguaribile nostalgico tradizionalista, ma tornando dalla messa “ante lucem”, a cominciare dall’alba del sedici dicembre, mi piace allungare il caffè con l’anice ed abbandonarmi ad improvvisi tuffi nel mio passato ormai remoto.
    In cucina non trovo più la mamma che, premurosa ed attenta, si appresta a versare a cucchiaiate la polvere di caffè nell’acqua bollente.
    Ora, con altrettanta premura, ma utilizzando la “Moka” o altre sofisticate moderne macchinette, provvedono le figlie e la moglie. Sono io, però, che allungo il caffè con la giusta dose di anice perché, almeno in questi ultimi giorni dell'anno, mi piace tornare al sapore genuino di una volta; al sapore che al mio Natale dava quella calda e nera bevanda che oggi, psicologicamente, costituisce l'ideale ponte di collegamento tra il passato e il presente, tra l’infanzia e la maturità.
    In fondo, è forse per questo che continuo a bere il caffè con l’anice.
    Lo bevo con gusto. Ma, soprattutto, con un sempre più ritrovato e salutare trasporto infantile.
(Da: “Il mio Natale”, ed. Proposte, Nicotera, 2000).
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[1] Era conosciuto con questo vezzeggiativo il sig. Pasquale Salvatore Cannatà (23.12.1864 -2.2.1949) che, proveniente da San Giorgio Morgeto, aveva aperto a Galatro un negozio di alimentari con annessa cantina. Il negozio, ubicato all’imbocco di via San Nicola, continuò a chiamarsi di “Pascaluzzo” anche quando, dopo la morte del titolare, fu gestito dal figlio Rocco.
[2] Rocco Riniti (8.9.1885 – 16.9.1972) era titolare di un negozio di alimentari con annessa cantina, in via Garibaldi, a pochi metri di distanza dalla Chiesa del Carmine.
[3] Il sig. Alfonso Di Matteo (Londra, 25.7.1908 – Galatro 9.5.1983) nei primi anni trenta, quando per diverse diecine di giovani amalfitani i paesi della Piana diventarono meta preferita per i loro commerci, giunse a Galatro ove aprì un fornitissimo negozio di alimentari ( “‘u magazzeni”) con annesso forno, diventato ben presto punto di riferimento per tutti i cittadini.
[4] Liquore sciropposo a base di chiodi di garofano, cannella e noce moscata macerati in alcool, aromatizzati con vaniglia ed essenze di fiori: tipico per il colore rosso vivo (dato dal chermes, colorante ottenuto originariamente dal corpo essiccato di una cocciniglia ed oggi sostituito da un prodotto sintetico dello stesso nome). Fu molto di moda nell’ottocento. Oggi è ancora usato in pasticceria, specialmente per farcire torte.

sabato 9 dicembre 2017

La penna del Greco: COMPARE, FAVORITE !!

di Nino Greco
    L'arte del rispetto fra pari nella civiltà contadina  da molti ormai dimenticata in ossequio alle moderne lotte per la supremazia ora su questo ora su quello. L'arte  venuta meno nella civiltà dell'arroganza e della prepotenza. L'arte perduta che un tempo neanche tanto lontano costituiva il tessuto connettivo nelle società rurali della Piana di Gioia Tauro e specialmente nel contesto pedemontano : un'altra bella pagina di Nino Greco dove il racconto minimale degli eventi quotidiani non soffoca mai la vis narrativa condita da valori intramontabili , almeno per chi riesce ancora a riconoscerli.(Bruno Demasi)
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     Conoscevo di vista le vigne della “Pirara” di Don Pasco, quelle partite destre di sole si adagiavano fino all’affaccio sugli aranceti di Peri e del Banco; poi, oltre, la fiumara. Cielo e terra, terra e cielo; le reste sembravano disegnate. In estate e prima del vindigno quei filari formicolavano per i rimbalzi dei raggi di sole e per i colori; in inverno, e dopo la pota, parevano cimiteri di guerra. Nello spiazzo, dove faceva capolinea l’autobus di Puminoro, una sipala di spine impediva l’occhio e faceva mirare solo in parte il vigneto, ma dava sugose more impolverate e un’esigua ombra in quelle stanche attese estive. Quelle more le coglievo, le soffiavo e le mangiavo, come se quello sbuffo di fiato le rendesse mangiabili.
    Il vecchio palmento era lì, sembrava un monumento stanco; da un lato lo lambiva lo stradone, dall’altra parte resistenti tralci di spine lo avvinghiavano fin sopra la cuvertura e si tuffavano dentro da uno squarcio, tra le ceramide, provocato da una trave caduta.
     Ci curiosavo dallo sgagghjo della vecchia porta, un masso enorme e una trave intagliata a spirale erano le uniche cose riconoscibili tra luce filtrata e ombre. Non mi convinceva, non era come quello di Sanzo.
- Mamma, è questo il palmento della nuova vigna?- Chiesi a mia madre mentre aspettavamo l’autobus. Lei mi guardò, non rispose e continuò a chiacchierare con cummare Cuncetta, come a non volermi dare conto. In casa li avevo sentiti parlare della partita di vigna della Pirara.
   Il discorso, poi, venne fuori una sera di novembre:
- Il guardiano della Pirara oggi mi ha mandato una ‘mbasciata informandomi che il padrone ha acconsentito: il prossimo anno la vigna che era di ‘Cola la possiamo fare noi - disse mio padre mentre eravamo a tavola. 

    Era soddisfatto. La fiducia che gli veniva accordata da Don Pasco e dal guardiano lo inorgogliva; si sentiva considerato lavoratore serio e affidabile, ed era certo che quelle viti sarebbero andate a finire in buone mani.
- Questa vigna la terremo per un po’ di anni; il primo lavoro da fare, appena dopo la potatura, sarà quello di piantare i pali che reggono le reste, ne ho già pronti di legno di castagno, dovremo solo appuntirli e sbruschiare la parte che sarà piantata nella terra, poi tireremo il filo di ferro.
    Le sue parole lo dicevano chiaramente: aveva avuto modo di adocchiare già quei filari, e da buon conoscitore delle cose di terra sapeva già cosa c’era d’abbisogno per far rendere al meglio quelle viti.
   Per la nostra famiglia significava un altro carico di lavoro; avevamo già la vigna a Sanzo ed eravamo coloni nelle terre, per le colture estive, dai Generusi; poi c’erano le gabelle di Scriva e l’Acquavona; non poco per una famiglia come la nostra. C’era la necessità e la speranza di guadagnare qualche lira in più con la vendita del vino; e poi quella partita era un’occasione.
    Interessò anche a me la novità; la nuova vigna era ad un passo da dove faceva manovra l’autobus e non bisognava camminare oltre come quando si andava nelle terre o a Sanzo. Immaginavo già: sarei rimasto a casa poche domeniche, come già accadeva. La scuola media m’impegnava il giusto e mio padre non avrebbe fatto nulla per distrarmi dall’obbligo scolastico, ma nelle giornate libere e nei mesi della chiusura sarei partito anch’io per le terre, come ormai accadeva da qualche anno.
   Ero curioso di scoprire la nuova vigna e se vi fossero ficare e cerasare.
   A Sanzo ero ormai di casa e padroneggiavo ogni ‘mbrocca di albero, e di ognuno conoscevo il modo per ‘mpercicarmi fino in cima. Dalle ficare bifare aspettavo lo spuntare dei primi pajuni; conoscevo il loro tempo: “quandu canta la cicala vai e ‘ddunati a la ficara”, diceva mio padre, ma sapevo già che i primi di luglio, in concomitanza della Grazia, si potevano già cogliere i primi fichi bifari. Un giorno gli chiesi perché si chiamassero “bifare”, e lui sorridendo mi rispose:
- non ti sei mai accorto: vanno in frutto due volte all’anno, bifaro significa che liga due volte il frutto, anche se la seconda ligatura è un po’ forzata? Già, tu pensi solo a mangiare - sorrise ancora.
   Ragionai pure che le cerasara majatica di Sanzo dava cerase grosse già alla fine di maggio e la petrujarica si colorava a giugno ed erano più sode, ogni cosa aveva il suo tempo.
   Casa nostra forse era manchevole di tante cose, ma non scarseggiava la freschezza di questi frutti. Nelle giornate in cui alternavo ozio e lavoro fanciullesco capitava di chiedere a mia madre: - mamma,  mi faci fami, a chi ura mangiamu? 

    Lei con gli occhi cercava il sole e diceva: - è ancora prestu, vai e mangiati ‘ddu fica. E così facevo; la frutta colta al momento era spesso colazione, o pranzo o vesperi.
   Non iniziò un buon inverno per le olive, le levantine le avevano ‘rramazzate che ancora erano nozzulu, sia a l’Aquavona sia a Scriva. Una resa di olio povera, ma bastante per onorare la cabeja e il commitu di casa. Mio padre aveva incignato la scaza nelle vigne e mia madre, cirma ai fianchi, coglieva le olive per tutta la settimana poi, al sabato e alla domenica, le portavamo al trappito di Maiolo. Quelle costere obbligavano la raccolta a mano, la scopa di lafrace tornava utile dopo una forte venticata oppure in qualche rasula più ampia. Poi il crivo e tutto nei sacchi di zombara.
   Sulla varda di Rosina potevamo caricare fino a sei misure, due sacchi ai lati e uno sopra.
- Oggi vai tu a scaricare al trappito, la ci sono i machinanti scaricheranno loro le olive nello zimbuni, tu devi solo stare allerta per la rrejuta - disse mio padre. Fui contento.
   Era una delle poche cose che riuscivo a fare: reggere il sacco già legato alla varda da un lato, per non far patire la scecca con il peso sbilanciato, mentre lui legava l’altro, con le crope, dall’altra parte. Al trappito avrei dovuto fare il contrario: mi piegavo con la schiena sotto il sacco dal lato opposto a quello che veniva slegato e scaricato, poi scaricavano quello retto dalla mia schiena. Rosina restava immobile, buona e remissiva; mi sopportava, a volte subiva qualche mia prepotenza e percepivo la sensazione che anche lei usasse tanta bontà con me.
   Mio padre mi sorprese con la decisione di farmi fare i viaggi; fu perché da qualche tempo il ginocchio gli era tornato a gonfio e a fargli male, e mandando me, per lo scarico delle olive, voleva risparmiarsi lunghi tragitti a piedi; il medico gli aveva consigliato il riposo, ma non voleva né se lo poteva concedere. Eravamo in piena annata e poi le vigne gli stavano assorbendo tutte le forze.
   La guerra gli aveva lasciato una dolente eredità e un perenne ricordo, anche gli ufficiali medici dell’ospedale militare di Salerno ci avevano messo del loro: gli avevano ingessato la gamba senza preoccuparsi dell’allineamento della tibia. L’infortunio però non gli impedì d’imbarcarsi a Bari, direzione Durazzo, per trovarsi poi ricacciato, insieme a coloro che dovevano spezzare “le reni alla Grecia” in Montenegro, a combattere contro i partigiani montenegrini, insorti contro l’invasione italiana.
- Appena vedi spuntare compare Rocco, dal violo di là della Fejusa, chiamami che carichiamo, poi andrai via con lui fino al paese - mi comandò.
   Voleva che il primo viaggio con la scecca carica di olive lo facessi insieme a compare Rocco, lui, con la sua presenza mi avrebbe rassicurato fino al trappito. 

   Compare Rocco faceva il mulattiere di mestiere, aveva una piccola vatica di due muli e tutti i giorni passava nel violo che lambiva le costere di Acquavona, a ogni passaggio, sia all’andata sia al ritorno, trovavano il motivo di fermarsi per qualche breve chiacchiera; nelle brevi soste nei viaggi pomeridiani ci scappava anche il bicchiere di vino; e di vino ne teneva sempre qualche bottiglia interrata in un angolo della barracca, proprio per i mulattieri e per gli amici che passavano di là.
   Da quel violo ci passavano in tanti e con tutti c’era il saluto riguardoso; se capitava che qualcuno passasse nel mezzogiorno quando c’era la truscia aperta con qualche jhanco di pane e la camella, davanti al fuoco dentro la baracca, ripeteva l’invito: - compare, favorite!
   Una volta mi trovai a chiedere:
- Patri, come mai inviti tutti per un bicchiere di vino o a favorire?
- Sono persone amiche, e quando c’è terra sotto il sole benevolenza degli altri è ricchezza; se fossi passato io dalle loro terre avrebbero fatto lo stesso.
   Mi piaceva quella solennità del rispetto tra gli uomini e ne ebbi riprova quando una mattina, arrivati a l’Acquavona dopo che la notte il vento aveva soffiato deciso provocando la caduta di una buona mano di olive, mi accorsi che il violo che attraversava la nostra cabeja era stato spazzato con un ramo di lafrace, mi venne spontaneo chiedergli chi avesse potuto fare quel lavoro. - Il primo mulattiere che è passato - mi rispose - ha preso la rrama di lafrace e ha scostato le olive per non schiacciarle e poi è passato, evitando così che altri potessero calpestarle.